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Eroica Fenice

Eventi/Mostre/Convegni

L’Eden ritrovato: Carla Castaldo al Palazzo Venezia

Il 23 marzo è stata presentata L’Eden ritrovato, la mostra dell’artista Carla Castaldo nella magica cornice del Palazzo Venezia, in Via Benedetto Croce. La mostra è stata presieduta dalla filosofa Esther Basile e dalla scrittrice e poetessa Lucia Stefanelli Cervelli. L’artista, che ha esposto le sue opere nel più grandi città europee ed anche oltre oceano, ci trascina con i suoi mix di colori eccentrici ma sempre eleganti in un mondo che va al dì là delle etnie e delle normali concezioni di arte. La Castaldo evidenzia nei suoi lavori quella che lei chiama necessità di sperimentare sui colori sì, ma soprattutto sui materiali che si pongono come tela sotto il suo magistrale pennello. «La mia necessità nasce da una particolare esigenza di scoprire il nuovo» da qui il suo interessamento per la ceramica che l’ha portata a sperimentare nuove forme di arte facendola arrivare alle più alte vette della sua carriera artistica. Numerosi, infatti, sono i premi ricevuti dalla Castaldo: Premio alla Carriera, Menzione speciale della critica ed il Premio Internazionale Paolo Levi. L’Eden ritrovato si fermerà all’interno delle suggestive mura di Palazzo Venezia fino al 28 marzo, unisce un corpus di opere che evidenziano la pragmaticità dell’artista: dipinti su piastre di porcellana, bassorilievi in terracotta, gioielli in lamina d’ottone, dipinti su lamine di legno in foglia d’oro. Particolare è la tecnica che Carla Castaldo utilizza per l’elaborazione delle sue opere: la tecnica del terzo fuoco, tecnica risalente al periodo settecentesco, ottocentesco poco conosciuta ma molto particolare nella sua fattispecie. I dipinti in piastra di porcella vengono, dopo numerose lavorazioni a partire dalla diluizione dei colori, infornati in un apposito forno per ben tre volte. Quello che ritroviamo all’interno de L’ Eden ritrovato è un viaggio tra la filosofia e l’arte Lucia Stefanelli, poetessa, ha descritto la mostra della Castaldo come un insieme di opere che parlano all’animo e al contempo all’occhio, nel loro continuum narrativo che non viene mai interrotto nonostante la varietà dei materiali utilizzati dall’artista. «Un figurativo senza l’obbligo di figure» continua ancora la poetessa. Dall’abile mano dell’artista è la materia che chiede di essere plasmata e vivacizzata da colori che esprimono tutta la vitalità coi loro luminosi cromatismi. «Un senso di serenità viene all’occhio dell’osservatore», diretto, come invece fa notare la filosofa Esther Basile, che continua a descrivere l’arte della Castaldo come una “realtà penetrata nell’amore”. L’Eden ritrovato è amore evidente per la vita, per la materia che circonda l’uomo, per i colori che armonizzano il filo che lega l’essere all’arte. Un’arte che sente la necessità di parlare e di comunicare tutta la natura e la vitalità dei colori e della materia.

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Eventi/Mostre/Convegni

Il coro Mulan di “Ciao Cina” a Napoli per “L’esercito di terracotta”

A Napoli nell’elegante e particolare cornice della Basilica dello Spirito Santo si sono unite due culture: quella italiana, in particolare la partenopea e quella cinese. In occasione della famosa mostra “l’esercito di terracotta”, una delle più importanti scoperte della storia dell’archeologia, i guerrieri dell’Imperatore Qin Shi Huangdi ottava Meraviglia del mondo, il coro “MULAN” si è esibito nel fiabesco luogo, intonando canzoni della tradizione napoletana e dolci strofe tra le più belle canzoni cinesi. Tutto intorno, nell’ascoltarli, le grandiose statue dell’esercito, le diverse parti di armature e ed il possente soffitto della storica basilica. Luogo di intense visite da parte di tutta Italia e non solo, la mostra dell’esercito di terracotta e dell’imperatore della Cina è stata prorogata fino all’8 aprile per via delle migliaia di persone in visita: più di 50mila. I piccoli artisti, guidati dalla mano sapiente del maestro Giuseppe Schirone dell’Accademia musicale Caruso, si sono esibiti parlando la voce della musica nelle vesti tipiche cinesi, i changshan, abiti tessuti da esperte mani dell’importante sartoria napoletana che hanno lavorato la seta arrivata direttamente dalla Cina. Le giovani voci, già conosciute per l’esibizione in Piazza del Gesù in occasione del capodanno cinese, hanno intonato inni napoletani quali “‘O sole mio” ed inni cinesi. Un unico messaggio quello espresso dalle loro canzoni: l’integrazione ed il connubio, assolutamente riuscito, della cultura napoletana insieme a quella cinese, al fine di rendere meno evidente la distanza tra queste due grandi comunità cosi tanto colme di storia. Il coro Mulan nasce da un’iniziativa dell’associazione culturale Ciao Cina Il presidente dell’associazione Ciao Cina evidenzia l’importanza del passaggio dalla musica ai bambini: primi protagonisti dell’integrazione all’interno della cultura partenopea. L’obiettivo di tale manifestazioni pubbliche è lanciare una campagna di crowdfunding per permettere al giovane coro di partecipare ad un importante contest in Cina, previsto per la prossima primavera. L’ iniziativa dei piccoli cantanti e dei loro genitori è appena iniziata, hanno spiccato un volo all’insegna della coesione e dell’integrazione. Un volo che, gli auguriamo, li porterà dritti a Pechino, prossima e tanto sognata tappa.

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Interviste emergenti

Il viaggio di Alessio Mautone: “Sei mesi all’ombra”

Abbiamo incontrato Alessio Mautone, giovane scrittore della provincia di Salerno, autore de “Sei mesi all’ombra”, suo primo romanzo. Non un  diario, non una romanzo, solo pagine di vissuto. La giovinezza che subito incontra la speranza e la battaglia. Il giovane autore Alessio Mautone si racconta nel suo viaggio attraverso le pagine che scorrono senza sosta, incalzanti, trascinando il lettore nelle parole dure ma permeanti Trascinandolo nella continua ricerca della felicità e della vittoria. Alessio Mautone, autore del libro ”Sei mesi all’ombra”. Raccontaci un po’ di te. Sono Alessio Mautone, ho ventiquattro anni e sono nato in una cittadina in provincia di Salerno, nel cuore del Cilento, a Vallo della Lucania. Studio Economia, amo il teatro e ho scritto, circa un anno fa, un libro autobiografico che racconta di una storia, non necessariamente la mia, dove chiunque può rivedersi in un passaggio, in una pagina, in un evento a me successo che potrebbe capitare a chiunque, in ogni momento della vita. Nel tuo Diario di viaggio troviamo una grande attenzione per i tuoi affetti, figure a volte salvifiche per la tua persona. Dai molto spazio alla figura di Margherita. Durante un tuo intervento hai specificato che Margherita non è realmente esistita. Perché hai sentito la necessità di creare questo personaggio così permeante all’interno della storia? Ho specificato questo elemento suscitando clamore nelle persone perché, leggendo il libro, la figura di Margherita è descritta cosi accuratamente al punto da risultare vera. Sono sempre stato dell’idea che nessuno si salva da solo, e così è stato. Però, un pensiero del quale sono sempre stato convinto è questo: puoi avere chiunque vicino ma nessuno, a meno che tu non lo senta, può capire in che condizioni in cui ti trovi. Io ho sentito questa condizione di disagio che, nel libro, non doveva esserci. Doveva essere tutto perfetto, proprio come volevo io. E la verità è che, alla fine, si corre sempre da soli. Può darsi che Margherita fosse la mia forza nascosta che ho scoperto soltanto scrivendo questo libro. Ad oggi, dopo la pubblicazione del tuo libro, dopo aver vinto la tua battaglia ed averne scritto, cosa sono l’amore e la morte per te? Io vedo amore ovunque. Pochi amici, famiglia, una persona che sta al tuo fianco. Credo che l’amore, diversamente da ciò che fanno credere gli scettici, sia l’unico tranello in cui cascano tutti. È l’unico motivo per cui noi siamo qui. E siamo noi a renderlo difficile perché, pur essendo strano, è una cosa semplice. Per questo la gente prima lo leva al cielo, poi lo odia e poi continua ad amarlo. Perché è una sostanza astratta che senti dentro e che, facciamocene una ragione, non capiremo mai. La morte, penso, sia un premio, una gratificazione per quanto fatto nella vita terrena che dobbiamo accettare, sempre, perché essere egoisti è facile ma non è logico. Il brutto non è essere morti dopo aver vissuto ma vivere da morti. Questa è la cosa che fa più paura al mondo. I ricavati della vendita del libro saranno destinati […]

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Voli Pindarici

L’italia è un Paese per vecchi, restare o andare?

Giorni fa parlavo con un collega. Lui, più grande di età, avviato già nella sua carriera di pendolare e docente non di ruolo, siamo “colleghi intellettuali”. Ci scambiamo dei consigli sugli ultimi libri da leggere, lui mi chiede degli esami e gli racconto la mia storia funesta su quell’ennesimo che forse “un giorno passerò”. Mentre parlava guardavo le sue rughe intorno agli occhi, la sua pelle spenta. Il suo atteggiamento e portamento, di solito sicuri, adesso mi apparivano sbiaditi, e così di impeto gli chiedo: “ma tu come stai?”. Gli chiedo sincerità nella sua risposta, volevo più che altro che si sfogasse con me. Lo vedi posare le sue pesanti lenti sul tavolo dove ormai il nostro caffè era finito ed iniziò a raccontarmi. A scuola non si trova bene, ha diverse cattedre in diversi plessi anche molto distanti tra di loro, è costretto ad una maratona quotidiana per tornare a casa stanco, distrutto e vuoto. Mi pronuncia questa parola guardandomi negli occhi e me la ripete. “Vuoto”. Essendo più grande di me, non ho vissuto insieme a lui la sua carriera universitaria ma so per certo quanto la sua passione potesse rendere minuscoli tutti i suoi compagni di studio, quanto prendesse le materie e le cucisse su di lui per farle sue e portarle per sempre nel suo bagaglio culturale. È uno di quelli che la famosa luce gliela vedi negli occhi, ed illumina anche te. Mi racconta dei suoi colleghi, quasi tutti anziani, quasi tutti trascinati dall’abitudine in un mestiere che di abitudine dovrebbe non avere nulla, se non quella di alzarsi ogni mattina ed avviarsi a scuola. Mi racconta di come ha avuto la necessità di essere aiutato finanziariamente dalla sua famiglia perché l’affitto e le spese sono più onerose di quanto possa permettersi. Parla con una cadenza che mi permea e trascina in me tutta la tristezza delle sue dure parole. E poi mi guarda e mi dice “non restare qui, scappa”. Ecco, questa parola nessuno me l’aveva detta, ancora. Tutti mi avevano avvertito sulla difficoltà lavorativa italiana, ma non ce n’era, in effetti, vera necessità: quotidiani ogni giorni ci spiattellano in faccia la forte pendenza della situazione lavorativa.  Ma dette da lui quelle parole pesano tanto, tanto quanto le sue rughe, tanto quanto la sua stanchezza.   “L’Italia è un paese per vecchi” mi ammonisce ancora. Proprio quella mattina mi è capitato di aprire i giornali, come mio solito, e di soffermarmi su di un articolo che descriveva la profonda falda presente nel settore lavorativo giovanile, e più si è giovani, più la falda si apre. Dopo esserci salutati con un lungo abbraccio lo vidi andare via, portandosi alle spalle la borsa piena dei suoi libri che di tanto in tanto scivolava giù. La testa china di chi non porta solo quel peso addosso. E, per la prima volta, io che sento di avere delle profonde radici ancorate al mio Paese, mi chiedo: “è più pesante la valigia per partire o quella, invece, per restare?”.

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Napoli & Dintorni

Moviemmece: Cinefestival tra cibo e culture

Moviemmece: al via la prima edizione del cinefestival sulla biodiversità del cibo e delle culture. “Moviemmece è un festival cinematografico ma anche una kermesse di laboratori, presentazioni di libri, incontri e degustazioni che si terrà a Napoli Est”, ci spiega la direttrice artistica del festival, Marina Ferrara. L’intento è anche quello di animare tutta la VI municipalità con un ricco calendario col fine di valorizzare una delle periferie urbane. Il progetto è stato ideato da tre realtà no profit: la cooperativa sociale Le Tribù, l’associazione Fuori dal Seminato e Tutti Nello Stesso Piatto in collaborazione con due cooperative di commercio equo quali Sepofà  ed il Nest Napoli. In una società sempre frenetica ed in movimento, dove si sono perse di vista le arti ed i mestieri più nobili, l’associazione organizzatrice del festival  Moviemmece si ferma e ritorna alle origini ponendosi come obiettivo principale il rilancio e l’elevazione della cultura del cibo e dell’arte cinematografica inerente allo stesso campo di indagine: dalle mani giovani a quelle anziane che coltivano il terreno fertile per la nascita di una prodotto biologico, alle mani in aria danzanti di una tribù africana, ad evidenziare le diverse correnti culturali sul territorio mondiale. Ma il cuore dell’intero festival Moviemmece è il cinema Dal 27 al 29 ottobre si darà il via al concorso cinematrografico con la proiezione di 20 cortometraggi ed 11 lungometraggi internazionali fuori concorso. Ieri, 20 ottobre, presso Palazzo San Giacomo si è tenuta la conferenza stampa di Moviemmece dove gli organizzatori del festival, insieme all’assessore alla cultura ed al turismo del comune di Napoli Gaetano Daniele, hanno presentato le linee guida della ricca manifestazione che terminerà il giorno 29 ottobre. Sarà proprio questo il giorno che vedrà la premiazione di quel cortometraggio che si sarà distinto per particolarità ed originalità. Tra le 100 opere pervenute agli organizzatori la direzione del festival ha selezionato 20 cortometraggi finalisti che sono stati divisi in 6 cicli tematici: da i “produttori di altri tempi” dove vengono affrontate le tematiche del superamento delle antiche forme di produzione artigianale del cibo, alla “resistenza naturali” dove il cibo è visto come cultura e connessione con la natura. La giuria che si è occupata di scegliere quelli tra i migliori cortometraggi è formata da Francesco Di Leva, attore e regista, Luca Iavarone, direttore Fanpage.it, Lorenzo Ruggiero, disegnatore di fumetti, Gino Sorbillo, pizzaiolo napoletano ed infine Cecilia Donadio, giornalista RAI. La manifestazione ha già riscosso molto successo per la modernità e la delicatezza degli argomenti trattati. Non si tratta soltanto di cibo come nutrimento del fisico piuttosto del cibo come elemento cardine per la conoscenza delle diverse culture etniche, per la conoscenza dell’arte del lavorare , così come era un tempo e come oggi si è evoluta con tutti i suoi pro ed i suoi contro. Si tratta di cinematrografia e di arte definite da Luca Iavarone come “atti di resistenza” alla società odierna. Un festival, insomma, che abbraccia le maggiori tematiche affrontate dalla modernità e che merita di essere seguito, sicuramente, con attenzione per […]

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Fun & Tech

Valeria Angione, intervista alla web star tra ansia e teatro

Valeria Angione ha rapito la moltitudine di studenti col grido di “mai una gioia” ed ha divertito con la sua pura ironia, da ottima compagna di banco che rende la vita scolastica un poco meno pesante. Una ragazza dal grande talento che con la leggerezza dei suoi molteplici filmati evidenzia un carattere da artista, un’abilità nel descrivere la vita quotidiana di ogni studente in crisi per le sessioni d’esame e che si ritrova ad affrontare giornate cariche di studio, ma soprattutto di ansia. Abbiamo scambiato due chiacchiere con la stella del web che da alcuni anni diverte con i suoi “macchiettistici” video sulla rete: Valeria Angione, 22 anni, studentessa di Economia e Commercio ed un’unica grande passione, il teatro e… forse anche gli evidenziatori Valeria quando non sei una studentessa disperata chi sei?  Sono una ragazza molto semplice, così come mi vedete. La studentessa disperata è il mio personaggio ora, ma fino all’anno scorso era la mia vita vera. In generale mi divido tra teatro e video su Facebook, poiché tutto ad un tratto è diventato un lavoro. Sembra strano ma è così e non posso desiderare di meglio. Amo la mia community, sono straordinari. Mi danno un supporto enorme, mi fanno sentire bene. Oltre a continuare con i video mi sto concentrando per realizzare il mio sogno più grande: diventare un’attrice. Come e quando hai avuto l’intuizione di produrre la tua comicità con i video che tutti conosciamo? Faccio teatro da 10 anni, ma avevo bisogno di un posto tutto mio in cui poter esprimermi senza limiti. Un posto dove io ero padrona di me stessa e della mia creatività. Volevo un posto dove potessi combinare la mia passione per la recitazione e la voglia di mettermi in gioco. Non credevo di riuscirci, è solo da poco tempo che sto cominciando ad avere più stima e fiducia in me stessa, e lo devo al supporto di coloro che ogni giorno seguono i miei post e i miei video. Sei un’appassionata di teatro e lo pratichi, ritieni che questa tua predisposizione ti abbia aiutata nel tuo progetto? Come ho detto prima, il teatro è stata la mia arma. Mi ha dato quel qualcosa in più, ma soprattutto mi ha dato il coraggio di creare una pagina ed espormi così tanto, senza avere vergogna. A volte è proprio questo che manca a qualcuno con del talento, la sfacciataggine. Non è facile pubblicare un video, all’inizio hai sempre paura di cosa può dire la gente, degli insulti che magari puoi ricevere dai “leoni da tastiera”, ma io non ho badato a tutto questo, dopo un po’ di paura iniziale e grazie al supporto dei miei amici ho preso coraggio. Ma devo dire che ho preso coraggio proprio grazie al teatro, che mi ha insegnato a non ascoltare nessuno se non me stessa.  Valeria Angione è stata anche produttrice di un video musicale dal titolo Lo do a settembre ma anche di una simpatica parodia di “Perdono” di Tiziano Ferro, il suo cantante […]

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Interviste vip

Casa Surace: DueDue domande a “il terrone fuori sede”

Da subito hanno avuto successo sul web ed i social. Trasformando gli stereotipi del Sud e del Nord in risate e simpatia, sono diventati un nome conosciuto in tutta Italia. Stiamo parlando di Casa Surace, collettivo nostrano della risata che, con i loro video scanzonati, raccontano la vita e i problemi degli studenti fuori sede, e non solo. Abbiamo posto ai ragazzi di Casa Surace giusto DueDue domandine. Chi sono innanzi tutto i Coinquilini di Casa Surace e cosa fanno nella vita? I Coinquilini di Casa Surace sono tantissimi e nominarli tutti ormai è impossibile! Se poi ci mettiamo anche i parenti che ci vengono a trovare diventiamo un condominio, anzi un piccolo paese. Al momento Casa Surace è un progetto a tempo pieno, quindi non abbiamo tanto tempo per fare altro. Però riusciamo a ritagliarci degli spazi in tema con quello che facciamo nei video: Daniele (il temerario) ad esempio si è aperto un allevamento di galline per avere sempre a disposizione uova da schiattarsi in testa urlando “CARBONARAAAAAAAA” e Pasqui ha aperto un’attività di Management per gestire i suoi nonni, diventate ormai le vere star dei nostri video. Com’è nata l’idea di questo vostro progetto e come lo avete messo in atto? Venivamo tutti da esperienze diverse: chi lavorava al Cinema, chi nel mondo delle comunicazioni, chi aveva già lavorato con la viralità, chi faceva l’ingegnere…insomma le nostre vite andavano avanti molto tranquillamente.  Ci siamo detti “perché non provare a fare qualche video su internet”? Il nostro primo video ha fatto 11 milioni di visualizzazioni e non abbiamo avuto la scusa dell’insuccesso per tornare alle nostre vite tranquille. Nel corso del tempo poi ci siamo strutturati meglio, Casa Surace è diventata una s.r.l ed abbiamo allargato il gruppo!  Quindi ora giriamo 10 video al mese, lavoriamo 18 ore al giorno, siamo tutti in sovrappeso (tranne Ricky) e addio vita tranquilla! A parte gli scherzi, lavoriamo molto ma ci divertiamo tantissimo, e le soddisfazioni non mancano mai! Il “pacco da giù” di Casa Surace Siete da subito entrati nel cuore di molti “terroni fuori sede”.Cosa pensate quando guardate a tutto il successo del vostro lavoro, qual è il vostro segreto? Nonna ci dice sempre che gli ingredienti segreti non si dicono! A parte gli scherzi proviamo a crescere come società ma anche a mantenere un rapporto genuino con quello che facciamo e con il pubblico che ci segue. Al momento siamo impegnati in un tour in cui portiamo pacchi da giù ai fan o a chiunque ci abbia raccontato un motivo emozionante, divertente, urgente per riceverlo. È bellissimo vedere il modo in cui ci accolgono i fan, il modo in cui ci spalancano le porte delle loro case ed il modo in cui ci abbracciano, proprio come se fossimo dei parenti! Molti di noi studiano lontano da casa e fare la spesa alle volte non è proprio facile. Cosa consigliate, ad un fuorisede, di mettere nel suo carello? Una mamma del Sud, se ci entra, che con qualsiasi budget […]

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Recensioni

La gatta Cenerentola… assassina per amore in scena al TIN

La gatta Cenerentola… assassina per amore va in scena al TIN, in Via Fico Purgatorio ad Arco 38,  da giovedì fino a domenica 9 aprile. In tale occasione, dalle ore 20:00, sarà presente il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris ed il Presidente di Arci Movie Napoli, che consegneranno il premio Talentum- il premio delle eccellenze promosso da un progetto di Roberta D’Agostino e dal direttore artistico dell’Accademia Gianni Sallustro. I premiati saranno lo storico Guido D’Agostino, i giornalisti Angelo Cerulo, Fabrizio Coscia e Cecilia Donadio e l’architetto Andrea Florio. La gatta Cenerentola. Nella serata di domenica si celebreranno anche i cinquanta anni di attività del regista Michele Del Grosso, fondatore nel 1967 del Teatro Instabile Napoli. La gatta Cenerentola. Michele del Grosso, colonna fondamentale del teatro napoletano, ha animato la scena teatrale italiana sin dagli anni ’60. Per la regia dello Stesso, l’accademia vesuviana del teatro di Gianni Sallustio metterà in scena La gatta Cenerentola… assassina per amore: il recente lavoro del Regista vede sul palcoscenico Gianbattista Basile interpretato dall’attore Gianni Sallustro, che nei panni del misterioso personaggio rievoca la Gatta Cenerentola. Inclusa ne Lu cunto de li cunti la fiaba di Basile verrà riadattata all’interno del Teatro Instabili, seppur riconfermando la stessa lingua di stesura. Inclusa anche nelle raccolte dei fratelli Grimm e di Perrault, la Gatta – stasera di Del grosso – troverà terreno fertile nelle “cuntista” dei fenomeni da baraccone, interpretati dalle abili Paola Maria Cacace, Angela Dionisia Severino e Stefania Spanò. Una scena circense e colorata che fa da cornice alle abili attrici presenti sul palco, ognuna delle tre vestirà gli abiti della propria personalità e, ispirate da quest’ultima, racconteranno ognuna nel proprio modo la storia di Zezzolla. I drappi colorati sono uno sfondo alla mistica arena dove le tre donne a colpi di frusta si faranno raccontastorie nel modo più difficile ma anche teatralmente più ammaliante: la lingua originale con la quale Basile scrisse il suo Cunto. Non è facile rendere chiara la storia interpretata, fatta da intrecci e complessità della scena, ma la donna domina il palcoscenico con le sue imperfezioni, le sue perversioni, le sue passioni. La donna vera, maligna, matrigna, gatto, paurosa sovrasta il palcoscenico raccontando una storia sì diversa ma anche uguale alla Cenerentola che noi tutti conosciamo. Al TIN queste sere vedremo un’altra sfaccettatura della storia: dove animale e umano erano in contatto, adesso sono distanti e infine sembrano essere uguali; una storia dove il buono diventa cattivo e dove, infine, la comicità diventa verità. Un misto tra dinamicità, bravura ma anche drammaticità e femminilità porterà lo spettatore a rimanere incollato alla scena che tra i suoi colori, le sue danze, le musiche ammalianti di Claudia Delli Santi si rivelerà un successo. La gatta Cenerentola  

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Musica

Flamenco Napuleño: il nuovo album del Flamenco Napuleño Guitar Duo

Flamenco Napuleño è il primo disco del Flamenco Napuleño Guitar Duo, prodotto e arrangiato da Gabriel D’Ario, vede la partecipazione di alcuni tra i migliori musicisti partenopei: Alfredo Pumilia (violino); Pasquale Benincasa (percussioni); Gaetano Perrone (flauto traverso); Roberto De Rosa (basso); Giuseppe Spinelli (chitarra elettrica). Note soavi quelle che si trovano all’interno delle tracce presenti nel nuovissimo e freschissimo album. Un inno alla terra napoletana revisionata in chiave spagnoleggiante, dove le note della tradizione partenopea sposano le raffinate e appassionate musiche della tradizionale musica della terra del Cante Jondro, il Flamenco. Due artisti uniti dalla passione per la musica, Gabriel D’Ario, nato a Napoli nel 1986, si è diplomato in chitarra classica al Conservatorio di San Pietro Majella di Napoli, e specializzato in chitarra flamenca alla scuola Carmen de las cuevas di Granada (Spagna) e Dario di Pietro, nato a Napoli nel 1987, ha conseguito studi privati di chitarra moderna, prevalentemente Jazz, con i maestri Luca Gianquitto e Giacinto Piracci. Due anime unite dalla stessa musica e dall’amore per essa, pur avendo background di crescita differenti i due giovani artisti si sono messi in gioco con i loro strumenti raccontando il legame di sangue della musica napoletana con quella flamenca. Raccontando come le due messe insieme creano un perfetto connubio di suoni e note, un insieme che doveva solo essere suonato. Flamenco Napuleño, la conferma di un’unione ben riuscita Sono 10 le tracce presenti nel nuovo album che racchiudono due popoli lontani ma troppo vicini, le stesse note che si ascoltano risuonare, possenti per le strade di Napoli portano con loro l’eco delle musiche che invece risuonano per le vie spagnole, nelle giornate primaverili ed estive. C’è molto di Napoli, a partire dai titoli delle tracks a finire dalle note musicali prodotte. Un suono giovane ma allo stesso tradizionale quello prodotto dagli strumenti nelle mani dei sapienti musicisti. Accompagnati dai maestri che, insieme a loro, hanno collaborato al progetto di Flamenco Napuleño: un progetto, come afferma lo stesso Dario, coronamento di una serie di passioni ma anche di sacrifici. Un punto non di arrivo ma di partenza per il musicista partenopeo: “l’album per me rappresenta proprio questo: il coronamento di un’amicizia che ormai s’è fatta donna, è maggiorenne, adulta e vaccinata”. Un risultato sicuramente di successo quello che risuona tra le note di questo album. Una musica che si fa ascoltare ed ascoltare ancora, suoni che prendendoti, ti portano lontano tra la nostra terra e poi un po’ più in là tra le tradizionali carreteras, fatte di innumerevoli colori, gli stessi che questa musica e che Dario e Gabriel hanno scolpito all’interno de Flamenco Napuleño.

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Voli Pindarici

Perdita: un vuoto incolmabile persistente

Vi siete mai chiesti cosa è una perdita? Vi siete mai chiesti cosa comporta? Ci svegliamo in un giorno che sembra essere come tanti altri. La nostra routine ci porta alla noia, i nostri pensieri all’angoscia, sempre gli stessi, i soliti di una vita che va avanti. E d’un tratto siamo scossi. Qualcosa ci toglie quella patina di noia quotidiana dagli occhi e ci svegliamo. Le lacrime amare scendono e solcano i nostri volti. Si poggiano sulle labbra livide e sono salate, ci portano a fare un ghigno e a strizzare gli occhi: non ci piace il loro sapore. Abbiamo perso qualcuno. Qualcuno che sedeva su una delle nostre poltrone più importanti, sempre la stessa, che sapevamo essere solo la sua. Abbiamo perso quell’immagine di lui seduto comodamente ad accoglierci nella solita stanza dove sapevamo lo avremmo trovato. E non importavano le parole, sapevamo che la nostra abitudine ci avrebbe condotti ad accomodarci in quella stessa stanza a sorridergli. Guardavi le sue rughe del tempo passato sul suo volto, quello stesso volto che troppo raramente accarezzavi, e chissà quante altre storie, rispetto a quelle che ti raccontava, avevano da dirci. Quegli occhi piccoli e scuri che cercavi di decifrare non riuscendovi mai, ti guardavano e nella loro silenziosa armonia ti tranquillizzavano. E quelle labbra sottili, chiare come il colore del cielo un attimo prima del tramonto, non ti avevano mai deluso, ma anzi ti avevano sempre sorriso e sollevato. E poi c’era la sua voce, labile, fioca, ma allo stesso tempo seria, dura, sicura. Non ti aveva mai detto fermati ma aveva sempre cercato le migliori parole per spronarti, tendendoti la mano perché le parole devono essere per forza accompagnate dalle azioni. Tendendoti la mano e accompagnandoti nel buio, che da piccoli ci fa sempre paura, per accendere lì in alto la luce, perché di nulla si deve avere timore. La perdita comporta vuoto e mancanza. Giorni che trascorrono immobili. E freddi troppo rigidi da poter scaldare. La perdita comporta sensazioni di disorientamento in una città che abbiamo sempre vissuto e spaesamento in una casa dove siamo cresciuti. La perdita comporta questo. Quando d’improvviso entrando in quella stanza ormai buia ti azzardi a sederti sulla sua amata poltrona, intoccabile. Timidamente tocchi i suoi braccioli e senti il suono della sua risata, ricordi la sensazione di stringere la sua mano e magicamente il suo profumo ti sveglia. Sei seduta sulla sua poltrona e capisci che la perdita è un’eco di immagini e sensazioni reali che non potrai perdere mai.

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Voli Pindarici

Scrittura: l’unico metodo che ci cura

È una strana sera di inizio autunno. I primi freddi ci costringono ad indossare quelle magliettine che avevamo riposto nello scatolone in fondo al nostro capiente armadio. Il naso fuori la finestra diventa subito un piccolo ghiacciolo attaccato alla nostra faccia rossiccia, e fuori il paesaggio è colorato di foglie arancioni che creano un senso di malinconia. L’autunno non è quasi mai una felice stagione, mette un po’ tristezza Dentro la nostra stanza, tra quel pantalone che sta sulla sedia da qualche giorno e una pila di libri che ci aspetta sulla scrivania, c’è un quaderno. Ha la copertina con dei fiori violetti, mettono calma solo a guardarli, e quel quaderno dalle pagine vissute e ormai sporche contiene tutta la nostra malinconia, perché, diciamocela tutta: noi siamo essere umani che vivono alla ricerca di una felicità , le gioie le vediamo arrivare e poi improvvisamente svanire. Siamo umani che, malinconici, attraversano la città. Le parole scritte di un nero sbiadito rimangono su quelle pagine perché la scrittura per parte di noi rappresenta un libro chiuso, segreto ma sempre pronto a raccontarci di noi. Quanto è sottovalutato il gesto di prendere in mano una penna e di scrivere… di scrivere delle stagioni che passano, degli alberi che col vento si piegano come ci pieghiamo noi quando, a volte, non riusciamo ad alzarci. La scrittura rappresenta una metodo infallibile per conoscere se stessi. Le pagine scritte anni fa raccontano di un noi che quasi avevamo dimenticato, raccontano di ferite rimarginate col tempo ma sempre violacee sulla nostra pelle. La scrittura ci racconta di quella giornata dove eravamo felici e della nostalgia di quei giorni che, chiudendo gli occhi, sembra di rivivere. Quanto si fa finta di non conoscere il potere curativo della scrittura. Di quelle parole nere e pesanti sul foglio scritte in un giorno di rabbia, in un giorno dove il cielo era grigio ma noi lo eravamo di più, perché i litigi con l’amore della nostra vita sembravano non finire mai e l’infelicità calcava quelle parole. Parole che leggendole sobbalzano al cuore, perché ricordi ancora i giorni a seguire fatti di pianti e di dolore immenso e di una fine che forse non ti saresti mai aspettata. La scrittura salva. Le pagine bianche che fissano la punta delle nostra vergognosa penna rappresentano tramonti che ti lasciano col fiato sospeso tra la libertà e la paura Le parole sono ricordi indelebili. È una strana serata d’autunno e mi ritrovo con la mia penna in mano a scrivere di una me che tra qualche anno non ricorderò più, di una me che ricorderò aprendo le pagine di quel quaderno con le violette e della quale forse sorriderò. Intanto scrivo… scriviamo.

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Teatro

ZTN: “giù il cappello” per la nuova stagione.

Ieri mercoledì 21 settembre allo spazio ZTN di Napoli, si è tenuta la conferenza stampa per l’apertura della stagione teatrale ottobre 2016- maggio 2017. Tante le novità di questo piccolo e intimo spazio, che sempre ci ha saputo emozionare e stupire con le scelte delle opere messe in scena. Zona Teatro Naviganti, uno spazio giovane e per giovani, ha lasciato la sua platea piacevolmente sorpresa nel giorno della presentazione della stagione. Una gioventù che ritorna alle radici del teatro, quello dei vecchi giullari che dopo lo spettacolo passavano tra il pubblico armati di un umile cappello per ricevere il proprio compenso: sarà proprio questa la novità dello ZTN, una stagione che ha per slogan “GIÙ IL CAPPELLO”. Ogni spettacolo avrà quindi ingresso gratuito e soltanto alla fine di quest’ultimo, lo spettatore potrà scegliere il compenso da dare agli artisti, secondo una sua impressione personale del lavoro svolto sul palcoscenico. Inoltre sarà data l’opportunità di sottoscrivere abbonamenti gratuiti, con la possibilità di usufruire di sconti da parte degli sponsor associati. Una grande novità proposta dallo ZTN Il teatro quest’anno offre ai suoi spettatori un vasto ventaglio di opzioni. 11 compagnie provenienti da tutta Italia, 8 saranno, invece, quelle campane e 10 le produzioni interne, con un totale di oltre 100 professionisti che insieme hanno deciso di sottoporsi al giudizio del pubblico al quale presenteranno i loro lavori. Il direttore dello spazio Zona Teatro Naviganti espone il progetto con un filo di emozione: lo ZTN è uno dei pochi, se non l’unico, a tornare a questa forma di arte che tende sempre più ad avvicinarsi allo spettatore per renderlo sempre più parte della scena e incrementare in questo modo un ritorno a teatro. Uno spazio non certo dimenticato, ma di cui non sempre si riconosce la fondamentale importanza, soprattutto da parte dei giovani ssimi che troppo spesso tendono ad allontanarsi dai palcoscenici. E così questa iniziativa diviene un modo per permettere alla platea di entrare a far parte del teatro. Teatro definito come lavoro da artigiano, ovvero un lavoro di uomini per uomini, e quale miglior modo se non quello del “teatro a cappello”, per evidenziare questo importante concetto. Un’altra delle novità offerte agli spettatori sarà quella, oltre al rinnovo dei lavori di ristrutturazione, di dare spazio alle compagnie teatrali più giovani. Quasi la metà delle compagnie presenti sul cartellone dello ZTN avrà nomi e volti di attori e registi di giovane e media età. Il tutto va a ricollegarsi con la finalità di questa nuova stagione teatrale, che sembrerebbe porci di fronte un paesaggio tutto da scoprire all’insegna dell’arte vista come bene comune e come bene da preservare. Non ci resta dunque che attendere il primo spettacolo di questa trepidante stagione teatrale, ed i seguenti, che nella loro presentazione hanno lasciato intendere un risultato vincente. Di seguito gli spettacoli delle compagnie che vedremo in scena allo ZTN: Spettacoli Compagnie Nazionali 1-2 ottobre POTEVANO ESSERE ROSE Festival del suicidio – regia Matteo Lolli 22-23 ottobre UGUALOS PRODUZIONI Aspettando Godot – regia Eduardo Cocciardo 26-27 novembre […]

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Teatro

Piccola Antigone e Cara Medea, Antonio Tarantino al Teatro Elicantropo

Al Teatro Elicantropo andrà in scena fino a domenica 20 lo spettacolo “Piccola Antigone e cara Medea” di Antonio Tarantino. Dalla Grecia del V secolo a.C. e dalle antiche tragedie di Medea ed Antigone ci ritroviamo su un palcoscenico di oggi, con le stesse protagoniste sulla scena. Scena di una cruda realtà e di una graffiante modernità quella che si mostra agli occhi dello spettatore. La capacità con la quale la regista e attrice Teresa Ludovico, insieme a Vito Carbonara, indossa i panni delle due protagoniste è strabiliante. Le due donne vivono i nostri giorni, indossano panni moderni e si apprestano a vivere il mondo così come lo hanno vissuto nelle loro tragedie. Medea, ripudiata da Giasone per sposare Glauce, decide di punire il consorte uccidendo i figli; oggi, invece, è riversata in un campo di concentramento polacco. Anche oggi ha ucciso i propri figli, è una donna desolata, dilaniata di fronte all’uomo che l’ha costretta ad essere così diversa dalla sua vera essenza di amante e madre. L’uccisione dei suoi figli è soltanto una rivendicazione, un gesto compiuto nell‘angosciante e paradossale momento di rabbia e gelosia. Un gesto del quale pentirsi subito dopo averlo fatto. Ma è pur sempre accaduto. Antigone invece è stata rinchiusa, condannata dal re Creonte, a non rivedere più la luce. Oggi questo personaggio è una donna che la vita ha portato alla reclusione fisica e mentale. Una donna che vive la propria esistenza tra le quattro mura di quella casa che è il suo lavoro, una donna costretta a vendere il proprio corpo per riuscire a vivere contro tutta la modernità che si trova a dover affrontare. Antonio Tarantino al Teatro Elicantropo riscrive il mito Due profili psicologici di ieri riportati da Antonio Tarantino ad oggi, due donne che dimostrano quanto la figura di un essere umano dalle vesti femminili, non sia poi tanto cambiata. La psicologia dei personaggi, presentati dal Teatro Kismet OperA di Bari, incorniciati nelle sapienti luci di Vincent Longuemare, è ricca di dialoghi graffianti che non risparmiano allo spettatore parole crude , capaci di portare all’intesa piena della rappresentazione. Il tempo è passato, nei luoghi. La storia è cambiata, nel tempo. La donna è sempre quel personaggio destinato, invece, a non cambiare. I suoi volti vedono mutare il paesaggio, ma è pur sempre destinata a vivere un racconto duro, un percorso di vita che rende il suo passato un’esperienza che le insegna le difficoltà della vita/copione. La donna di oggi, così come in Medea ed Antigone, così come sulla scena, compie percorsi che delineeranno la propria storia. Ricca di avvenimenti passati e sicura di eventi futuri la figura dietro la quale si celano sia Medea che Antigone, è quella di un personaggio debole, piegato dalla propria storia ma sempre pronta a reinventarsi e a dimostrare la sua forza davanti all’imprevedibilità del tempo che passa, che rende vana e deludente la sua vita trascorsa interamente come un dramma greco.

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Teatro

Teatro Elicantropo: la speranza dei Desaparecidos#43

Al Teatro Elicantropo va in scena, da giovedì 10 marzo a domenica 13, Desaparecidos#43 di Anna Dora Dorno (regia) e Nicola Pianzola con le musiche di Alberto Novello JesterN e per la regia della stessa Anna Dora Dorno. Andare a teatro mostra quanto la magia del rappresentare e del rappresentato sia folgorante. Quanto questa folgorazione pervada i luoghi mistici di ogni animo umano, riportando dentro sentimenti e sensazioni che la personalità ha messo nell’ombra: il sentimento del fare la rivoluzione, di cambiare il vento, di poter essere qualcuno che nella storia, seppure triste degli eventi, abbia agito in nome di ideali che riportano l’io ad elevate vette. È proprio questo il caso di Desaparecidos#43. La storia, nel suo termine, come sempre racconta gli avvenimenti passati, ma dà la possibilità di essere anche una finestra per il futuro. La storia a volte ci insegna  gli errori, le sconfitte, le vittorie mancate e ci dà la spinta per poter cambiare il percorso del tempo,  nel ricordo di coloro che in battaglia sono caduti. È questa la storia dei 43 personaggi nominati con forza, con orgoglio, dai meravigliosi attori sulla scena, che senza sosta parlano delle loro vite rimaste nell’ombra, disperse per troppo tempo. È la strage messicana del 26 settembre 2014 quando i 43 scomparvero per mano del narco-governo. La scena è un luogo conosciuto: Plaza de Tlatelolco, anch’essa palcoscenico di un’ altra storia, quella del ’68, dove trecento giovani anime furono uccise per mano dell’esercito e della polizia. È un vento quello che porta a scendere in piazza, un vento che porta con sé il cambiamento, la voglia di migliorare, la voglia di essere liberi. Ed è lo stesso vento, quello del ricordo, che porta i tre attori sulla scena a fare proprie le paure, le voglie, i timori, le tristezze di ognuno dei ragazzi scomparsi. È questa la funzione del teatro messa in opera grazie ad un ambizioso progetto: quello chiamato “Megalopolis”, sviluppatosi proprio a Città del Messico con il fine di rendere l’arte del recitare un modo per conoscere. Conoscere come il mondo sia soggetto al cambiamento: lo è stato da sempre, lo sarà per sempre. I 43 Desaparesidos sono l’immagine di un mondo che merita di cambiare ma che troppe volte trova ostacoli dietro ogni strada. Troppe volte la rivoluzione carica di ideali trova la sua fine in quella parte di mondo composta da chi sta fermo e non vuole che la gioventù sia portatrice di “inutili sogni”. Il teatro stavolta ci insegna che lottare per i propri ideali non è mai perdere, perché la lotta ed i lottatori non verranno mai dimenticati. Riusciranno ad essere simbolo di coraggio, simbolo di forza, simbolo di volontà per tutti coloro che ancora oggi non ce la fanno ma, grazie alla spinta di chi ci ha provato, tenteranno fino a riuscirci. Il teatro, accompagnato da una nuova frontiera di voce, quella del web, insieme alle sue musiche, ai suoi lamenti, alle sue grida, ci ha folgorato: perché i 43 Desaparecidos hanno dato voce ai 44, ai 45, ai 46, che saranno […]

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Teatro

Gang Bang: una nuova visione di Fabio Pisano allo ZTN

Gang bang è lo spettacolo che si è tenuto venerdì 19 e proseguirà nelle sere fino a domenica 21 febbraio presso la zona teatro naviganti di piazza Dante a Napoli. Lo spettatore è parte integrante dello spettacolo, non dividendosi mai da esso. Non vi è una parete divisoria tra chi guarda lo spettacolo e la scena. Lo spettatore è chiamato ad essere attore. Una novità quella proposta dal regista, Fabio Pisano, che porterà trepidazione all’interno della sala teatrale, dove si incontrano volti incuriositi dal numero che è stato assegnato loro all’ingresso ed altri spaventati da quest’ultimo. Uno spettacolo molto particolare. Singolare. Come si lascia intendere dal titolo la tematica è a sfondo sessuale: sulla scena tre attori padroneggiano con dialoghi scottanti, arrabbiati, rancorosi. Fabio Pisano racconta Cassie Wright Cassie Wright, una celebre pornostar, decide di battere un record: avere un rapporto sessuale con 600 uomini. Uomini provenienti da qualsiasi classe sociale, uomini che fanno parte del suo passato, uomini che hanno guardato a questa donna con desiderio per tutta la vita e che decidono di portare il proprio corpo sulla scena, uomini che invece hanno guardato alla pornostar con un senso di rancore ed amarezza e che per portano il proprio corpo sul palco, per rivendicare la propria identità. Lo spettacolo è un’intensa ora di dialogo tra i tre attori, nudi sulla scena, denudati dei loro vestiti, e denudati della propria anima. Sono a volte interrotti da una giovane donna, la segretaria della star, a suo dire, che irrompe sulla scena con un fare enigmatico per chiamare i numeri dei presenti che devono dichiararsi di fronte alla Wright. Una rappresentazione che non ha intervalli, parole che si susseguono a parole. Vite che raccontano vite. Brad Bacardi, un pornoattore ormai in declino, Tom Hesler, attore di una serie tv dimenticata così come è dimenticato lo stesso uomo, e Malcom Regan, un giovane spaesato dagli eventi che rendono vane le sue certezze. Raffaele Imparato, Ciro Giordano Zangaro, Roberto Ingenito e Francesca Borriero portano in scena dei racconti di vita. Nella surreale realtà in cui si trovano, nell’oscuro seminterrato che li chiama alla realizzazione del record, queste quattro personalità vagano nei meandri del proprio Io raccontando i trascorsi di vite burrascose, infelici, insicure e senza verità. Con un linguaggio vigoroso, i tre uomini, ansiosi di essere chiamati, si interrogano sulle loro esistenze trasformando così il palcoscenico in una stanza dove il porno è visto come un’avventura che porta al limite, non solo fisico ma anche mentale. A dividere lo spazio del palcoscenico solo una parete nera, oltre la quale la pornostar aspetta i suoi uomini. Quella parete è forse la rappresentazione di una netta scissione tra un presente mero ed infelice, e una sorta di paradiso rappresentato dall’atto sessuale. Gang bang è uno spettacolo che porta l’uomo alla riflessione. Riflessione di ciò che è femmineo e mascolino, del dolore e della felicità, della vita e della morte. Gang bang è solo una sorta di pretesto per l’uomo di cercare se stesso, accompagnato dall’ansia che vive quotidianamente e […]

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Teatro

“Due donne che ballano” di Veronica Cruciani al Teatro Nuovo di Napoli

Due donne che ballano è in scena al Teatro Nuovo di Napoli, dal 10 al 14 febbraio. Per la regia di Veronica Cruciani e di Josep Maria i Jornet, due donne che ballano, interpretate da Maria Paiato e Arianna Scommegna, irrompono sulla scena in silenzio con un allestimento che si avvale della collaborazione di Pino Tierno, delle scene di Barbara Bessi, delle luci di Gianni Staropoli e delle musiche di Paolo Colletta. Sono ammalianti. La necessità degli eventi le porta a conoscersi. Le parole della donna più anziana la rendono padrona, è lei la protagonista della scena interpretata da una carismatica e incantevole attrice che ipnotizza con le sue battute, recitate magistralmente. Sa della vita, pur non avendola vissuta pienamente, come ella stessa afferma. Insegna, silentemente, per quello che può, alla giovane donna che nonostante tutto dalla vita ha tanto avuto, o forse no. Due caratteri che cozzano, due donne che iniziano ad odiarsi ma che finiscono per amarsi, perché a legarle ci sarà una forma diversa di amore: la maturità che si lega alla giovinezza, l’intreccio di due caratteri che sembrano assomigliarsi fin troppo, due donne decise sul destino così come non lo erano mai state. Una vita vissuta in solitudine, improvvisamente vedutasi completata l’una dall’incontro dell’altra. Un’apparizione forse, un miracolo. La musica da sottofondo, le note che accompagnano le parole della disperazione dell’una, sulle parole della delusione dell’altra. Due percorsi, veri, quotidiani, quelli che si vedono scorrere sul palcoscenico. Una realtà che spiazza per la sua veridicità. Un linguaggio, quello usato dalle attrici, che non cela neanche un minimo sentimento: arriva dritto, pervade, blocca. “Due donne che ballano” racconta la vita secondo Veronica Cruciani  La vita nella sua ipotetica solitudine: di una donna che si affida ai suoi figli rimanendo sola, di una donna che vorrebbe indietro un figlio restando sola. Insieme, pervase dalla loro solitudine ma riempite dal loro improvviso incontro, ballano sulla scena, ballano sulla vita che per troppo non ha sorriso loro. Due attrici, Maria Paiato e Arianna Scommegna, che tra risate e attimi di intensa riflessione interpretano la difficoltà di due anime. Lo spettacolo lascia un senso di pienezza e la consapevolezza di aver assistito ad una lezione che solo il teatro riesce ancora a dare.

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Attualità

Lombardia: accoglienza o menefreghismo?

Lombardia: è del 16 settembre la notizia che proviene dalla regione. A renderla ufficiale è il capogruppo del Carroccio al Pirellone, Massimiliano Romeo, che commenta l’approvazione da parte del Consiglio regionale lombardo dell’emendamento alla legge sul turismo che penalizzerà nei bandi, gli albergatori che danno accoglienza ai richiedenti asilo in maniera volontaria. Una legge quest’ultima che ha suscitato scalpore anche tra l’opposizione e nelle menti di coloro i quali hanno guardato sempre alla Lega Nord come quel partito chiuso nella sua ideologia e difficilmente scardinabile dai suoi valori. Ma mai si sarebbe pensato ad una notizia del genere, e sopratutto in questi ultimi periodi nei quali l’emergenza migranti è ancor di più al centro dei dibattiti politici. “La Lega, ancora una volta, stravolge un provvedimento utile, e su cui abbiamo lavorato per un anno, e lo trasforma in una caciara senza nè capo nè coda sugli immigrati con la solita baracconata alla Salvini” , ha commentato Stefano Buffagni, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Lombardia. Sì perchè questo provvedimento nasceva anche come occhio di riguardo per tutti quegli stabilimenti che nel corso degli anni si erano impegnati anche per dare un aiuto a quelle città che avevano risentito di più l’ondata dei migranti. Ogni nuovo emendamento dovrebbe nascere per aiutare, non per reprimere. Numerose sono state le lamentale di tutti i proprietari degli alberghi che si erano resi d’aiuto accogliendo i vari migranti nelle provincie di Monza e Brianza. Un evento discriminatorio anche nei loro stessi confronti, nei confronti di chi guarda alla realtà con preoccupazione e chi decide di dover agire per far sì che le cose procedano nel migliore dei modi. Vero è anche che troppe sono le persone che guardano alla situazione italiana con occhi discriminatori, molti si sono chiusi in una mentalità “patriottica”, e troppo pochi comprendono davvero le necessità di coloro che scappano da un paese che non è in grado di provvedere al loro fabbisogno giornaliero e ad uno stile di vita adeguato, umano. “Questa è una legge concepita e scritta per sostenere le imprese lombarde del turismo, non chi accoglie gli immigrati. Per quest’ultimo scopo, lo Stato ha speso 2 miliardi di euro in tre anni e Regione Lombardia non intende assolutamente utilizzare i soldi dei cittadini per contribuire”:queste le parole in merito alle critiche dell’opposizione, del consigliere regionale del Gruppo “Maroni presidente” Antonio Saggese. Perchè in questo paese vige sempre sovrana quell’aura di cattiveria, quell’aria che spesso aleggia nella politica moderna e che rende l’Italia un paese fondamentalmente arretrato rispetto al resto della società mondiale, che avanza e si evolve.

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