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Eroica Fenice

Cucina & Salute

Tapas: consigli sull’aperitivo a Barcellona

Se avete prenotato un volo per Barcellona, spinti dalla curiosità di visitare la città di Gaudì e dalla voglia di veder tramontare il sole seduti in riva al mare presso la Barceloneta, preparatevi al rito culinario prediletto dai catalani: l’aperitivo a base di tapas. Le tapas sono degli stuzzichini salati serviti solitamente come aperitivo, ma che possono sostituirsi alla cena se consumati in quantità. L’origine della parola tapa deriverebbe da tapar, ovvero dal tappare il bicchiere di vino con un piattino per evitare che vi entrassero le mosche, tale piatto sarebbe poi stato riempito d’abitudine con pane e prosciutto. Pare che l’utilizzo del pane per tappare il bicchiere di vino sia legato alla figura del re Alfonso XII d’Aragona. Alcuni sostengono che il rito di tapear si sia diffuso nella regione della Mancha nel secolo XVI, ad opera di osti che servivano formaggio insieme al vino scadente per coprirne il sapore; altri fanno risalire l’invenzione delle tapas all’Ottocento, quando in Andalusia venivano servite insieme allo Sherry, liquore dolce. Quali sono le tapas più diffuse? Le tapas sono diffuse in tutta la Spagna, ogni zona ha la propria impronta da aggiungere alla preparazione base di questi aperitivi, ma ci sono alcuni stuzzichini che a Barcellona troverete di sicuro, come quello composto da pane e prosciutto iberico del tipo jamón serrano (prosciutto di montagna) tagliato al coltello. Immancabili le tortillas de patatas, omelette a base di patate e cipolle, così come il pescado frito, ovvero la frittura di bocconcini di baccalà o di chipirones (calamari). A Barcellona è molto diffuso il pan con tomate, pane bianco su cui si strofina il pomodoro, che accompagna sempre tutti i tipi di tapas. Immancabili sul menù le patatas bravas, tocchetti di patate piccanti alla paprika condite con una salsa di pomodoro oppure con la salsa ali-oli (aglio e olio), una maionese all’aglio con cui si condiscono anche piatti a base di carne e pesce. Tipiche tapas diffuse in tutta la Spagna sono i pimientos del padron, peperoncini verdi fritti, ed il pinchos morunos, spiedini di carne di pollo o di maiale ripassati in una salsa a base di aglio, origano, curcuma. Tapas bar, consigli utili per gustare l’aperitivo a Barcellona Generalmente le tapas si gustano in tapas bar, in piedi o seduti al bancone, sorseggiando vino, preferibilmente un vino leggero, come il vino rosso “tinto” oppure un bianco. L’ambiente è totalmente informale, affollato, e la convivialità la fa da padrona. Una volta entrati in un tapas bar, oltre a gustare dell’ottimo cibo, provate a chiacchierare con chi avete al vostro fianco, anche se non parlate la stessa lingua! Ogni cuoco ha la possibilità di giocare con la fantasia nella preparazione di questi stuzzichini, tanto è vero che esistono tapas bar in cui lavorano anche chef stellati.  È il caso del locale Tickets, di Albert Adrià, fratello del più famoso Ferran. Una vera istituzione nel campo delle tapas è il locale Quimet & Quimet. Un locale che offre ottime tapas catalane è La Masia, in Carrer d’Elisabets, nei pressi della […]

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Culturalmente

5 cose che (forse) non sapete su Giovanni Boccaccio

Il 16 giugno ricorre la data della nascita di Giovanni Boccaccio, data presunta, poiché gli unici dati certi che abbiamo sono che il poeta nacque in Toscana (a Firenze o a Certaldo) tra il giugno e il luglio del 1313, e che fosse figlio illegittimo del mercante Boccaccio da Chiellino, detto Boccaccino, e di una donna di cui non si sa nulla. Tutti conoscono Boccaccio come parte fondante della “tradizione letteraria” italiana, assieme a Dante, con la sua Commedia e a Petrarca, con il suo Canzoniere. Molti lo ricordano principalmente per il suo capolavoro, il Decameron, raccolta di cento novelle, che quasi tutti hanno sfogliato almeno una volta tra i banchi di scuola, spesso trovandosi a sorridere per gli epiloghi divertenti di alcune storie. Ma, forse, non tutti sanno che: 1. Non scrisse solo il Decameron Boccaccio non fu semplicemente un autore di novelle, fu uno scrittore molto prolifico: scrisse romanzi come il Filostrato e il Filocolo, un poema epico, il Teseida, ed uno allegorico, come la Commedia delle ninfe fiorentine. E poi liriche, epistole, opere in latino, come la Genealogia deorum gentilium, etc. Ma, soprattutto, fu uno dei primi letterati a coltivare la cultura dei classici latini e greci: dal 1360 in poi la casa di Boccaccio diventò teatro di riscoperta di decine di codici di scrittori antichi, dal latino Ovidio al greco Omero, che andavano a costituire una delle prime collezioni di classici raccolte e fatte circolare in Europa; la sua biblioteca personale era la più fornita dell’epoca, tanto da essere invidiata dall’amico Petrarca. 2. Giovanni Boccaccio fu un abile copista, amava trascrivere codici e disegnare Giovanni Boccaccio fu anche un copista, un instancabile trascrittore di manoscritti, come dimostra il codice autografo (manoscritto noto come Miscellanea latina) visibile nella teca digitale messa a disposizione dalla Biblioteca Medicea Laurenziana. Il segno di riconoscimento dell’attività di Boccaccio come copista è quello della manicula, una piccola mano disegnata dallo scrittore con il dito puntato, a margine di passi considerati particolarmente significativi. Boccaccio inoltre amava disegnare le iniziali, corredandole di fiori e ghirigori, esercitando quello che era il ruolo tipico dell’amanuense. Ma è nel Codice Parigino italiano 482, conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi, che si possono ammirare ben 17 disegni che lo scrittore realizzò a penna, che illustrano le carte dedicate ad alcune novelle del Decameron. 3. Non solo narratore: sapevate che  Giovanni Boccaccio ha scritto delle Rime? Conosciuto soprattutto per la sua vocazione narrativa, Boccaccio, in realtà, non appena ventenne, cominciò a scrivere componimenti lirici e continuò a farlo fino a poco prima di morire. A quanto pare, però, il poeta non era molto contento delle sue Rime, tanto da confessare, in una lettera all’amico Pietro Piccolo, di aver gettato nel fuoco le sue poesie, per la vergogna e forse per il timore che non fossero all’altezza di quelle di Petrarca o del “maestro” Dante. Nelle sue Rime, la figura femminile protagonista è quella di Fiammetta, donna in carne ed ossa, lontana dalla Beatrice di Dante, incarnazione della donna-angelo. Le ambientazioni, invece, sono soprattutto […]

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Teatro

Signori in Carrozza! un viaggio tra musica e comicità

Signori in Carrozza! Da Londra a Bombay con la “Valigia delle Indie”, di Andrej Longo, è lo spettacolo che ha debuttato ieri al Teatro Diana, per la regia di Paolo Sassanelli, e vede come protagonisti principali Giovanni Esposito ed Ernesto Lama, affiancati da Gaia Bassi, Marit Nissen, Ivano Schiavi, Sergio Del Prete e dallo stesso Paolo Sassanelli (conosciuto al grande pubblico per la sua interpretazione di Oscar in “Un medico in famiglia”), che ha ritagliato per sé una piccola parte, collocandosi come chitarrista nel gruppo di musicisti/attori. Poco prima dell’inizio dello spettacolo, nel foyer del teatro, fanno il loro ingresso i musicisti del gruppo Musica da Ripostiglio (elaborazioni musicali a cura di Salvatore Cardone, con Rubén Chiavano, Luca Giacomelli, Emanuele Pellegrini, Luca Pirozzi, Raffaele Tonielli),  già noti per la partecipazione teatrale in “Un servo per due” con Pierfrancesco Favino. Un piacevole entrée musicale dal sapore gitano, che ricorda molto la ritmica e lo stile di Goran Bregovic e dell’orchestra “Wedding and Funeral”, e che immette da subito nell’atmosfera dello spettacolo ambientato nel secondo dopoguerra, in un’epoca in cui ci si è appena rialzati e si spera nel futuro, un’epoca in cui gli artisti stentano a trovare una collocazione, case e teatri sono stati distrutti dai bombardamenti, libertà e democrazia sono state calpestate e si fa fatica a sognare di nuovo. Artisti in gara per salire sul treno “Valigia delle Indie” Si presenta, però, un’occasione imperdibile: il ripristino della linea ferroviaria denominata “Valigia delle Indie” (India Mail), un treno che collega Londra a Bombay e sul quale è previsto che i passeggeri vengano allietati da spettacoli di varietà. La notizia giunge all’orecchio di un gruppo di musicisti grossetani e di una cantante-attrice (Gaia Bassi), che si recano al semidistrutto Teatro Verdi di Brindisi, in cerca del responsabile Vincenzo Rizzo (Giovanni Esposito), il quale sta effettuando delle audizioni per scegliere chi lo accompagnerà sul treno che si imbarcherà, proprio da Brindisi, per l’India. I musicisti non sono gli unici a sognare di ottenere l’ingaggio e diventare passeggeri della “Valigia delle Indie”, dopo poco, infatti, si fa avanti la compagnia di attori napoletani diretta da Sasà Esposito, interpretato da un istrionico Ernesto Lama. Nasce, così, tra le due compagini, una rivalità quasi da talent show, che sfocia in una lotta a colpi di esibizioni in musica nelle quali spicca la cantante Gaia Bassi, che regala al pubblico performance coinvolgenti, come quella sulle note di “Amado mio”. Quest’ultima suscita le invidie del personaggio macchiettistico della compagnia teatrale partenopea (Ivano Schiavi), vagamente effemminato, che mal sopporta la sua antagonista sulla scena, contrattaccando con un’esibizione esilarante nelle vesti di ballerina di flamenco, per mettere in chiaro che è lui la “prima donna”. Tra citazioni dalla sceneggiata napoletana e giochi di parole alla Totò e Peppino la comicità la fa da padrona, grazie soprattutto ai siparietti offerti da Ernesto Lama e da un Giovanni Esposito senza freni, quasi sopra le righe da principio, che diletta lo spettatore con imitazioni, improvvisazioni e battute fuori registro. Il pubblico ride […]

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Cinema & Serie tv

Peggy Guggenheim: Art Addict

New York. In uno scantinato, tra le varie cianfrusaglie che vi si ammassano, c’è un vecchio registratore, oggetto ormai in disuso, pieno di polvere. Una volta premuto play si ascoltano una voce di donna e le sue più intime confessioni: «Beh, sono stata con molte persone strane. Con molti sono stata perché credo mi sentissi sola. Ero diventata una specie di ninfomane». Lo scantinato è quello di una certa Jacqueline Bograd Weld, biografa. Ma di chi sarà stata quella voce? Ebbene, quella voce era di Peggy Guggenheim, che rilasciava la sua ultima intervista, una registrazione preziosa che si credeva persa per sempre. Peggy Guggenheim: Art Addict, un film-documentario sulla vita segreta della collezionista e mecenate del ‘900 Dal 14 marzo, nelle sale cinematografiche italiane, sarà trasmesso il film-documentario Peggy Guggenheim: Art Addict (qui il trailer – distribuito da Feltrinelli Real Cinema e Wanted) firmato Lisa Immordino Vreeland, che, grazie al ricco materiale di archivio e alla recente scoperta della registrazione di Jacqueline Borgard Weld, ha ricostruito nei dettagli le vicende inedite e scandalose di una delle donne più potenti del mondo dell’arte, protagonista eccentrica del ‘900. Peggy Guggenheim è conosciuta ai più come la collezionista e mecenate americana, ricca ereditiera stravagante, che si dilettava negli anni ’60 organizzando party di lusso nella sua dimora sul Canal Grande, a Venezia, in quel Palazzo Venier dei Leoni che oggi ospita una delle più importanti collezioni di arte contemporanea del nostro Paese. La collezione comprende opere di artisti europei e americani del XX secolo, da Picasso a de Chirico, a Pollock, l’artista che Peggy ha “inventato”, al quale offrì, per prima, nel 1943, l’opportunità di esporre le sue opere nella galleria/museo Art of This Century di New York. Nel film, grazie alla sua voce registrata ed alle numerose testimonianze raccolte, tra cui quella di Robert De Niro, si delinea il profilo di una donna ribelle e assolutamente rivoluzionaria per i suoi tempi. Incurante dei perbenisti e di chi la considerava una spregiudicata senza morale: «Gli uomini, gli amanti? Mi piacevano alti, bruni e belli». Quella di Peggy è una confessione di una donna che non ha pentimenti, che ha sempre seguito il suo istinto, dall’atteggiamento profondamente indipendente ed anticonformista, e che potremmo definire pioniera dell’emancipazione femminile, dal momento che ha vissuto gran parte della sua vita prima delle rivendicazioni femministe degli anni ’60 e ’70. Chi era Peggy Guggenheim?  Peggy nasce nel 1898 da una famiglia di ricchi possidenti, suo zio Solomon R. era proprietario del Guggenheim Museum di New York, ed è proprio qui, nella Grande Mela, che Peggy cresce e conosce il suo futuro marito Laurence Vail, un artista del movimento Dada, col quale si trasferisce a Parigi. Qui prende a far parte dei salotti bohémien, e conosce i primi artisti dell’Avanguardia, come Marcel Duchamp, che sarebbe diventato il suo mentore, insegnandole la differenza tra Astrattismo e Surrealismo. Dopo il divorzio da Vail, decide di girare per l’Europa: «Non sapevo cosa fare. Era necessario che trovassi un lavoro, ma negli ultimi quindici […]

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Cinema & Serie tv

Se mi lasci non vale: una commedia da ridere

Vincenzo Salemme si presenta in questi giorni nelle sale come regista e interprete della pellicola Se mi lasci non vale, il cui soggetto si deve a Paolo Genovese (regista di Immaturi, Tutta colpa di Freud, ecc.) e Martino Coli. Questa commedia degli equivoci dal sapore romantico vanta un cast di tutto rispetto, oltre al già citato Salemme troviamo infatti Paolo Calabresi, Carlo Buccirosso, Serena Autieri, Tosca D’Aquino e Carlo Giuffrè.  Se mi lasci non vale è la storia di due cinquantenni che dopo esser stati abbandonati,  meditano una vendetta ai danni delle proprie ex Vincenzo (Salemme) e Paolo (Calabresi) sono due uomini sulla cinquantina, molto diversi tra loro, il primo infatti è un uomo intraprendente che dirige un’agenzia di viaggi nel centro di Napoli, mentre l’altro si presenta come un immaturo cronico, un consulente informatico che vive ancora con il padre (Giuffrè). I due però hanno una cosa in comune, entrambi sono distrutti perché sono stati abbandonati dalle rispettive compagne, tant’è che una sera, in seguito ad un incontro fortuito in un locale, dopo essersi guardati negli occhi e riconosciutisi nello stesso dolore, stringono amicizia. Vincenzo, ben presto, stanco di soffrire, si convince che l’unico modo per voltare pagina sia la vendetta, e per questo coinvolge Paolo nel suo piano machiavellico: ciascuno di loro dovrà conquistare la ex dell’amico, farla innamorare e poi lasciarla, senza rimorsi. Paolo deve sedurre Sara (Autieri), ex di Vincenzo, una donna romantica e appassionata di cibo vegano, mentre Vincenzo deve far breccia nel cuore di Federica (D’Aquino), architetto di successo, con la passione per gli uomini di potere. Per riuscire nel loro intento i due chiamano in soccorso un teatrante (Buccirosso), che avrà il compito di fingersi l’autista di Vincenzo, calato nei panni del ricco possidente, tale dottor Ludovisi. L’attore ingaggiato, che tira a campare recitando nelle sceneggiate napoletane, millanta di continuo l’ aver vinto un fantomatico premio, la “spiga d’oro” come miglior figurante del teatro italiano, ed è Alberto Giorgiazzi. Tale nome, secondo una convenzione tipica del teatro plautino, è un nome parlante, che tradisce l’ironia su cui è improntato il suo personaggio, poiché non è altro che l’anagramma del nome di un attore di grande fama come Giorgio Albertazzi. Ed è a questo punto, quando entra in scena “l’attore”, che si genera una classica commedia degli equivoci, con rivolgimenti inaspettati e scambi di persona per cui sarà lo stesso Alberto ad interpretare il ruolo di Ludovisi, mentre Vincenzo dovrà accontentarsi di portare avanti la parte dell’autista.  Il film vanta un cast di tutto rispetto, tra cui spiccano i nomi di Buccirosso e Giuffrè Salemme e Buccirosso sono una conferma, la loro è una coppia collaudata (sin dai tempi de L’amico del cuore, 1998) alla Totò e Peppino, che si nutre di comicità di parola, complicità sulla scena e tempi giusti. Calabresi fatica un po’ nelle vesti del timido tecnico informatico, la sua romanità mal s’inserisce nel contesto prettamente partenopeo, il suo personaggio è schiacciato da quelli dei due comprimari, forse per questo non lascia il segno. L’Autieri è perfettamente a suo agio nei panni […]

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Cucina & Salute

Pizza di scarola: la tradizione in tavola

I napoletani, prima del ‘700, prima cioè di passare alla storia come i “mangiamaccheroni”, erano conosciuti con l’appellativo di “mangiafoglie”, in quanto la loro dieta alimentare prevedeva prevalentemente verdure. Nel ‘600 il poeta napoletano Giulio Cesare Cortese diceva: Napole mio, dica chi voglia non si’ Napole cchiù, si non aie foglia. (G. C. Cortese, Micco Passaro nnammorato) Si narra, infatti, che le donne dei “vasci” (i bassi napoletani) friggessero nella sugna “pizzelle” con erbe dal retrogusto amarognolo. Le verdure predilette dagli abitanti della città di Partenope erano, e sono tutt’ora, i friarielli e le scarole. Queste ultime sono utilizzate in molte preparazioni tradizionali, tra cui la minestra di fagioli e scarole, ma il matrimonio più riuscito è senza dubbio quello con la pizza. La pizza di scarola: una specialità della cucina napoletana, servita come antipasto la sera della Vigilia di Natale La pizza di scarola è una specialità della cucina napoletana, che viene servita, secondo tradizione, tra gli antipasti, sia la sera della Vigilia di Natale che durante il cenone di Capodanno. Questa pizza viene farcita con la scarola, un tipo di indivia, che si sposa perfettamente con i capperi e le olive. Esistono alcune varianti di questa pizza, la più antica risale ad Ippolito Cavalcanti, rinomato cuoco napoletano che visse a cavallo tra il ‘700 e l’800, e che farciva il suo ‘gateau di scarole’ con filetti di merluzzo e pomodori pelati. In effetti, l’abbinamento tra le scarole ed il pesce è una costante di questa preparazione, che prevede, di norma, l’aggiunta delle acciughe. Ma si sa, la tradizione viene rielaborata da ogni famiglia napoletana, così da lasciare una personale impronta nella cucina della propria terra, ed è proprio così che è nata la ricetta che vi propongo, con l’aggiunta di pinoli e uvetta. Ingredienti per la pizza di scarola Per la pasta: 1kg di farina 00 1 cubetto di lievito 500 ml di acqua tiepida 100 ml di olio extravergine 20 gr di sale 10 gr di zucchero Per il ripieno: 3 cespi di scarola 1 spicchio d’aglio 50 gr di capperi 100 gr di olive di Gaeta acciughe, uvetta e pinoli, a piacere olio q.b. Procedimento: Diluite il lievito con l’acqua tiepida e lo zucchero. Disponete in una ciotola la farina e il sale, mischiate, versate l’acqua con il lievito e lo zucchero, l’olio, ed impastate finché non avrete ottenuto una pasta piuttosto morbida che lavorerete su di una spianatoia. Mettete poi a crescere la pasta in una terrina coperta, per almeno 2 ore, in un luogo tiepido. Lavate la scarola e mettetela a bollire per qualche minuto. Sgocciolatela e mettetela a soffriggere in padella con l’olio e l’aglio, versatevi poi i capperi e le olive. Una volta raggiunta la cottura desiderata, aggiungete le acciughe, l’uvetta e i pinoli, secondo il vostro gusto. Lasciate raffreddare e assaggiate, se necessario, aggiungete del sale. Quando la pasta sarà cresciuta, impastate ancora per qualche minuto e dividetela in due porzioni, la parte un po’ più grande vi servirà per la base della pizza, […]

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Notizie curiose

Due cose sulla dipendenza da Instagram

Se avete appena creato un profilo Instagram, ci sono alcune cose che dovreste sapere. La prima di queste è che Instagram crea dipendenza! L’applicazione, sviluppata da Kevin Systrom e Mike Krieger nel 2010, consente agli utenti di scattare foto e condividerle sul web, servendosi di appositi filtri che conferiscono alle immagini una veste semiprofessionale. Insomma, grazie a questa app diventiamo un po’ tutti dei fotografi. Le foto possono essere modificate a nostro piacimento, se scure possiamo illuminarle, renderne più vivaci i colori, possiamo inoltre geolocalizzarle, per condividere in ogni momento la nostra posizione sul globo terrestre. Il divertimento consiste, appunto, nella condivisione: chiunque può diventare un nostro follower e cliccare sulle foto per gradirle, grazie alla funzione del like, e la popolarità di uno scatto è strettamente legata agli hashtag, che per chi non lo sapesse sono parole, precedute dal simbolo cancelletto, che accomunano immagini dai temi o soggetti simili. Come nasce la dipendenza da Instagram? È presto detto. In primo luogo, grazie alla facilità estrema del procedimento: scatto-filtro-condivisione; in secondo luogo, dalla possibilità che fornisce questo social di veicolare un’immagine di noi al mondo intero, di ciò che siamo, di ciò che facciamo, di ciò che ci piace, in ogni momento del giorno. Sembra però, che la cosa ci stia un po’ sfuggendo di mano, e che l’istinto di fotografare qualsiasi cosa abbia preso il sopravvento. A farne le spese, di questa mania del selfie a tutti i costi, delle foto “artistiche” di svariati soggetti, dal monumento, alla pizza, al sushi, alla spiaggia, alla manicure, sarebbero i malcapitati fidanzati/mariti delle “drogate di Instagram”.  Il video-denuncia Instagram husband: “Donne, non riducete il vostro compagno ad un treppiede”. Nasce, a tal proposito, la pagina instagramhusband.tumblr.com, che ha lanciato un tragicomico video denuncia, in cui emerge questa nuova piaga sociale, che affligge tutti i mariti di quel tipo di donne pronte addirittura a bloccare il traffico pur di scattare una foto (come quella ai piedi che calpestano le strisce pedonali!) da centinaia di like. Tante le denunce dei mariti Instagram: “Il mio lavoro è farla apparire bella nelle foto”; “praticamente sono un selfie stick umano”; “una volta mangiavamo il cibo, adesso lo fotografiamo”. La ricerca spasmodica dello scatto perfetto sembra eccitante per le tante donne che si improvvisano reporter della propria vita, ma è sicuramente frustrante per chi le accompagna, che vorrebbe gustarsi un tramonto, un paesaggio urbano, invece di scattare centinaia di foto. Tali foto vengono sottoposte sistematicamente al vaglio della “malata dello scatto” , la quale, non contenta, procede poi a rimproverare il povero fotografo per la sua scarsa percezione degli “effetti della luce” (chi scrive ne sa qualcosa e fa pubblica ammenda). Per non parlare del consorte di una #foodlover, che, ogni volta che si siede al ristorante e spera di riuscire ad assaggiare il piatto di spaghetti allo scoglio, dopo 15 minuti di scatti laterali, frontali, in prospettiva, dall’alto e dal basso, rischia di mangiare colla di pesce! Instagram addicted: rischi di una dipendenza Senza scomodare Erich Fromm, che ci ha illuminato sulle modalità […]

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Viaggi e Miraggi

Magic Garden di Philadelphia: street art e riciclo

“L’Arte è il centro del mondo reale”: questo è il motto di Isaiah Zagar, ideatore del Magic Garden di Philadelphia, un ambiente di arte visionaria composto da mosaici, murales, gallerie, che si estende su tre lotti della città. Ciò che rende unico questo luogo, oltre all’effetto piacevolmente straniante di un giardino policromo nel bel mezzo della città, è la sua natura artistica che consiste prevalentemente di rifiuti! Il Magic garden è l’esempio della stretta connessione tra street art, riqualificazione urbana e riciclo. Nel 1968 Zagar e sua moglie Julia si trasferirono a Philadelphia nel quartiere South Street, dove aprirono l’Eyes Gallery, negozio di arte popolare, di cui Zagar cominciò a decorare le mura esterne con mosaici colorati, dando impulso in città all’arte folk, una particolare corrente artistica che egli aveva avuto modo di conoscere grazie al lavoro di Clarence Schmidth a Woodstock, New York. La folk art non è una corrente tradizionale legata a un’accademia, non esistono dei corsi per apprenderne le tecniche, in quanto si sposa più che altro con le esigenze espressive dell’artista, che dipinge e scolpisce seguendo quelli che sono i valori condivisi dalla comunità presso la quale esercita, servendosi di numerosi materiali come tessuti, legno, carta, metallo ecc. La caratteristica peculiare della folk art è sicuramente l’uso del colore, di più colori, sfruttabili, in questo caso, per restituire entusiasmo ad un quartiere degradato della magica Philly. Philadelphia’s Magic Garden Nel 1994, opponendosi all’inevitabile demolizione di numerosi edifici abbandonati, che avrebbero dovuto lasciare spazio alla costruzione di un’autostrada, Zagar e Julia, con l’appoggio della comunità e grazie alle sovvenzioni della Fondazione Nazionale per le Arti, misero a frutto un progetto che consisteva nel decorare con mosaici colorati le mura dei palazzi destinati ad essere abbattuti, così da renderli appetibili per dei potenziali acquirenti. In poco tempo South Street divenne un murales a cielo aperto, la cui punta di diamante era – ed è tuttora – rappresentata dal Magic Garden, edificio composto da mosaici di piastrelle di ogni consistenza e colore, bottiglie, mattoni, pezzi di specchi, ruote di bicicletta e cimeli della storia familiare dei due coniugi, come l’incisione per il compleanno di Julia o il dipinto degli occhi del figlio Anthony. Tutto ciò magicamente incastonato nella pietra e corredato da alberi. Ogni visitatore che arriva dalla strada ha l’impressione di prender parte al romanzo fantastico di Carrol, e come una novella Alice in Wonderland, nel passaggio da una dimensione ad un’altra, si ritrova a percorrere gallerie mosaicate (in alcune è necessario rannicchiarsi per fuoriuscirne), la maggior parte delle quali presenta delle sezioni ricavate con materiali più disparati come piatti di porcellana e tazze da tè, sculture provenienti dall’America latina e dall’Asia, oggetti in legno, bambole, e perfino arredi del bagno! Vi sono inoltre, dipinte sulle mattonelle, frasi significative di Zagar, che veicola così in maniera esplicita, come è nello spirito della street art “impegnata”, il suo pensiero sull’arte e sulla sua opera, come nella frase che recita: “I built this sanctuary to be inhabited by my ideas […]

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Viaggi e Miraggi

Philadelphia: diario di viaggio

16 ottobre, Street Station, Philadelphia, Pennsylvania. Il sole mi ha accompagnato durante tutto il mio viaggio da New York a Washington, fin nella città che in modo informale viene chiamata Philly, Philadelphia appunto. All’uscita della stazione mi colpisce il clima rilassato che si respira, completamente diverso da quello elettrizzante e frenetico della “Grande Mela”, e da quello freddo e istituzionale del centro di Washington. Philly è una città a misura d’uomo, lo testimonia il fatto che l’esterno della stazione, luogo generalmente caotico e poco curato, è attrezzato con panchine a dondolo colorate e con file di lampadine tra un albero e l’altro. Percorro questo parco cittadino, nel bel mezzo del quale campeggia una scultura che ripropone la scritta rossa “xoxo”- che nello slang degli internauti indica l’espressione “baci e abbracci” -, prima di avventurarmi tra le strade della città canticchiando nella mia mente la canzone di Bruce Springsteen, “Streets of Philadelphia”. Philadelphia è una delle città più antiche degli States, fu fondata nel 1682 dal quacchero William Penn, la cui statua si erge sulla guglia più alta del City Hall, il municipio, che si trova di fronte ad un tempio massonico, un’eredità dell’epoca della Dichiarazione d’Indipendenza. Il percorso mi regala piacevolissime visioni, una commistione di arte e storia, di antico e moderno: tra i grattacieli e le vie caratteristiche della “città vecchia” vi sono numerosi edifici decorati con murales variopinti, sembra quasi che un’entità artistica divertendosi abbia riversato pennellate di colore qua e là. Si è fatta ormai ora di pranzo quando mi accorgo di essere vicina al Reading Terminal Market, mercato locale al chiuso, presso il quale potrò finalmente assaggiare il piatto caratteristico di questa città, il cheesesteak (panino con carne e formaggio), e i pretzel, brioches al burro dal sapore celestiale che imitano la forma del bretzel tedesco (un tipo di pane intrecciato), preparate dalle sapienti mani delle donne amish. Non è difficile, infatti, imbattersi nei componenti di queste antiche comunità religiose, in quanto in Pennsylvania ci sono alcune tra le colonie più numerose di amish dagli inizi del ‘700. Nel pomeriggio mi dirigo verso South Street per visitare il riuscito esperimento dell’artista Isaiah Zagar, il Magic Garden, giardino ricavato tra gli edifici abbandonati del quartiere e composto da rifiuti di ogni genere, quali bottiglie di vetro, mattoni, ruote di biciclette, decorato con mosaici di mattonelle, di ogni forma e colore, e da murales.  La sera, in città, i pub si riempiono di giovani studenti della prestigiosa università della Pennsylvania; parecchi, infatti, giungono qui da ogni parte dello Stato per seguire le tracce di Benjamin Franklin. Cammino per le strade dell’Old City prima di imbattermi in una delle esperienze più belle della mia vita: all’Indipendence National Historical Park trasmettono l’Opera all’aperto, La Traviata, ed i cittadini possono gustarsela gratis, seduti comodamente sul prato! Ovviamente mi unisco al folto gruppo di residenti e mi godo lo spettacolo, ancora incredula, poiché ho sempre sognato un’occasione del genere, ma credevo fosse possibile solo nei film. Philadelphia, il viaggio continua 17 ottobre, ultimo giorno. […]

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Attualità

Pompeo Carafa in mostra a San Martino

Il Museo di San Martino, che ospita la mostra dal titolo “Pompeo Carafa (Napoli 1827-1895): un raffinato designer per le tavole reali”, recentemente ha acquisito la collezione di famiglia di Isabella e Roberto Dorandi, eredi di Pompeo Carafa duca di Noja, personaggio di spicco della vita artistica dell’Italia unita, fine disegnatore e decoratore.  Pompeo Carafa lavorò come cerimoniere alla corte dei Savoja, dagli anni Sessanta dell’Ottocento fino alla fine del secolo. La famiglia nobile dei Carafa costituiva un ramo di quella dei Caracciolo, che vantava una mitica origine bizantina; il capostipite era Gregorio Caracciolo, detto Carafa (poiché concessionario della gabella sul vino chiamata “campione della carafa”), vissuto nella prima metà del XII secolo. Pompeo Carafa fu amico e protettore di molti artisti, tra cui i fratelli Palizzi, Francesco Saverio Altamura e Vincenzo Gemito, al quale propose, in qualità di ciambellano di corte, la realizzazione del celebre Trionfo da Tavola, scultura in argento mai realizzata, commissionata da Umberto I e destinata ad ornare la tavola della Reggia di Capodimonte. In una sala del Museo, nella splendida cornice della Certosa di San Martino, sono esposti diciotto piatti di maiolica, molti dei quali sono affiancati dai disegni preparatori dell’artista. Tra questi si distinguono i piatti di parata e quelli di portata realizzati tra il 1871 e il 1880, in una fornace presente con molta probabilità al Palazzo Reale. Vi sono rappresentati episodi biblici come quello di Davide e Golia, così come ritratti, tra cui quello di Ferdinando I d’Aragona. Il repertorio decorativo rielabora modelli della manifattura ceramica rinascimentale delle più importanti botteghe dell’Italia Centrale (Urbino, Gubbio, Castellli). La collezione comprende anche oggetti decorati dall’artista e appartenuti ai membri della famiglia napoletana dei Carafa come ventagli, miniature, così come i progetti di lampade elettriche per il Palazzo Reale di Napoli e quello del monumento con fontana per Vittorio Emanuele II. L’arte ceramica di Pompeo Carafa Pompeo Carafa ebbe modo di mostrare la profonda conoscenza dell’arte ceramica in occasione dell’esposizione nazionale delle Belle Arti, che si svolse a Napoli nel 1877, sulla scia dell’Esposizione Universale di Londra del 1851. In quest’occasione infatti, l’artista fu coinvolto nella promozione di un’esposizione sull’Arte Antica ad opera di Gaetano Filangieri, in cui espose alcuni manufatti della propria collezione di “maioliche dipinte a gran fuoco sopra smalto a crudo”, realizzate mediante una tecnica innovativa per l’epoca e tuttora in uso, che prevede una cottura ad elevate temperature. La mostra, seppur confinata in una piccola sala del museo, offre l’opportunità di cogliere la raffinatezza delle arti minori, in particolare di quella ceramica che gode di una tradizione secolare, consolidatasi nella città partenopea nel Settecento, in seguito alla fondazione della Real Fabbrica di Capodimonte (1743), ad opera di Carlo Borbone. Nel tragitto che porta alla sala, inoltre, è possibile godere della ricchezza monumentale della Certosa di San Martino, con i suoi marmi, sculture, tra cui la Madonna col bambino e san Giovannino di Pietro Bernini, e dipinti, come la famosa Tavola Strozzi, senza dimenticare la chiesa barocca con gli interventi architettonici di […]

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Cucina & Salute

Maccheroni sciuè sciuè: la pasta tra storia e cinema

Le origini della pasta sono molto remote. C’è chi la vuole importata dalla Cina (non si sa bene in che epoca), chi invece la fa derivare dalla laganum romana, una specie di schiacciata di acqua e farina, citata da Cicerone e Orazio, e considerata la progenitrice della lasagna. Più tardi, verso l’anno 1000, pare che i siciliani di Trabia, vicino Palermo, lavorassero un impasto fatto di filamenti, che avevano il nome arabo “itriya”, una specie di antenati degli spaghetti. Abbiamo una testimonianza letteraria dell’esistenza dei maccheroni, nel Decameron, nella novella terza dell’ottava giornata, nella quale Boccaccio racconta il paese di Bengodi: “ […] Eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuli e cuocerli in brodo di capponi”. Prima della scoperta dell’America, nel 1492, la pasta si cuoceva solo in brodo, si condiva con verdure e legumi oppure con zucchero e cannella. Solo verso la fine del Cinquecento, con l’importazione dei pomodori d’oltreoceano, avvenne il matrimonio tra i maccheroni e il pomodoro. Agli inizi del ‘600 a Napoli venne inventata una primitiva macchina detta “ingegno” nella quale la pasta, dopo essere stata lavorata con i piedi, veniva fatta passare forzandola attraverso i fili tesi o attraverso quella che doveva essere la prima idea di “trafila”. La pasta, importata dalla Sicilia e dalla Sardegna che coltivavano grano duro, veniva lavorata nei pastifici di Gragnano, Torre Annunziata e Torre del Greco. Nel 1761, Nicola Capasso, in un volume di Poesie, nomina le famose paste di Amalfi ma è nell’Ottocento che Cavalcanti, duca di Buonvicino, in Cucina teorica e pratica testimonia l’uso quotidiano, nelle cucine napoletane, dei maccheroni, lavorati in più formati, e la cui cottura andava eseguita “al dente”. Re Ferdinando IV di Borbone amava la pasta e seguiva la consuetudine popolare di portare i maccheroni alla bocca con le mani e con gli occhi rivolti al cielo perché: «’O maccarone se magna guardanno ‘ncielo». La figura dei maccaroni eaters, i nostri lazzari, che consumavano spaghetti ad ogni angolo di strada, nacque nel XVIII secolo, quando Napoli, città più popolosa del Paese, divenne tappa fondamentale del Grand Tour, importante almeno quanto Roma e Venezia. I viaggiatori, nei loro diari, raccontavano di questi popolani che mangiavano la pasta con le mani, acquistandola a poco prezzo dai carretti di venditori ambulanti, una sorta di moderno street food. Gli italiani, i napoletani nella fattispecie, sono riconosciuti all’estero come i “mangiatori di pasta”. Questo è dovuto anche alla diffusione cinematografica di immagini che sono diventate delle vere e proprie icone come quella di Alberto Sordi, nel film Un americano a Roma, che davanti al piatto di pasta esclama: «Maccarone m’hai provocato e io ti distruggo adesso…io me te magno!». Famosissima la scena del film Miseria e Nobiltà, rifacimento cinematografico dell’omonima opera teatrale di Eduardo Scarpetta, in cui Totò, nelle vesti di Felice Sciosciammocca, insieme ai suoi compagni di “miseria”, si avventa su un piatto fumante di maccheroni ed inizia a mangiarli con […]

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Attualità

Ségolène Royal boicotta la Nutella, poi si scusa

Siamo alle solite: la Francia sale in cattedra e bacchetta l’Italia, giorni fa le critiche d’oltralpe alla politica italiana sull’immigrazione, questa volta tocca alla politica ambientale. L’affaire Nutella, ruota attorno alle dichiarazioni del ministro francese dell’Ecologia, Ségolène Royal, la quale in un’intervista televisiva a Le Petit Journal di Canal +, ha invitato i telespettatori a non mangiare più Nutella per contribuire a salvare il pianeta. Al commento del presentatore «Ma è buona!», il ministro ha replicato: «Sì, ma non va bene, perché l’olio di palma ha sostituito gli alberi, causando danni considerevoli». Un boicottaggio in piena regola, insomma! Seguito nel giro di 24 ore, dalle scuse del ministro su twitter: “Mille scuse per la polemica sulla Nutella. D’accordo nel sottolineare i passi avanti”. Immediata era giunta, infatti, la risposta dell’azienda Ferrero, che ha tenuto a precisare la propria attività di vigilanza sulla tracciabilità delle sue materie prime, attraverso la Roundtable for sustenaible palm oil (RSPO), un’organizzazione impegnata nell’uso sostenibile dell’olio di palma. Di quest’olio (ve ne abbiamo parlato qui), grazie alle tante campagne di sensibilizzazione da parte degli organi di informazione (in Italia ricordiamo il lavoro, in tal senso, de ilfattoalimentare.it, che ha promosso una petizione su change.org per dire “stop all’invasione dell’olio di palma”), sappiamo che è potenzialmente rischioso per l’apparato cardiovascolare, se assunto quotidianamente e in dosi massicce, dato che è un olio ad alto contenuto di grassi saturi, causa di colesterolo. Sappiamo inoltre che si ricava dalla coltivazione di palme da olio che si concentra nel sud-Est asiatico, che comporta un massiccio abbattimento delle foreste tropicali. La crociata della Royal segue un filo logico in linea di principio. Quello che Ségolène Royal non sa Ciò che forse non sa il ministro francese, è che l’olio di palma, insieme a quello di colza, ahinoi, è presente nel 90% dei prodotti da forno, quali merendine e simili, disposti sui banconi di ogni supermercato. Quindi, ci chiediamo: Sègolène arriverà a boicottare buona parte dell’industria agroalimentare mondiale? O si fermerà ad un prodotto Made in Italy? Se fossimo malpensanti, dovremmo supporre che l’ex moglie di Hollande, all’alba della conferenza internazionale sul clima (Cop21), in programma a dicembre a Parigi, in cerca di un capro espiatorio, abbia fatto il nome di un prodotto nostrano di gran successo commerciale, per avere un ritorno in termini di visibilità. Ma non cediamo a tali ragionamenti, e supponiamo che Ségolène non sia a conoscenza nemmeno del fatto che gran parte dell’importazione di materie prime agroalimentari dell’Unione Europea -tutta- è legata alla deforestazione illegale. Uno studio dell’Organizzazione non governativa Fern, Stolen Goods: The EU’s complicity in illegal tropical deforestation, pubblicato a marzo di quest’anno, stima che nel 2012 l’Ue abbia importato 6 miliardi di euro di soia, carne bovina, olio di palma e pellame, provenienti da foreste tropicali disboscate illegalmente. Olanda e Germania sono i maggiori importatori di olio di palma; al Regno Unito è destinata la carne bovina, mentre la maggior parte del pellame entra in Italia, destinato all’industria della moda. Indovinate a chi spetta il primato […]

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Il babà è una cosa seria! La ricetta del babà napoletano

Il babà è una cosa seria. Non è una semplice affermazione, bensì il titolo di una canzone: nel 1989 Marisa Laurito si presenta al Festival di Sanremo con un testo insolito, nel quale sono passati in rassegna i piatti tipici della tradizione napoletana, associati ai molteplici stati d’animo dell’interprete. Il risultato non è di sicuro un capolavoro della musica italiana, ma le parole del testo destinate al babà riassumono perfettamente il significato simbolico di questo dolce. La vita spesso è difficile: cosa c’è di meglio di un babà, una panacea per tutti i mali del vivere quotidiano, che ad ogni morso ci restituisca il buonumore? “E si ‘a vita amara se fa Si addolcisce cu nu babà Il babà è una cosa seria Cu ‘o babà nun se pazzea È una cura che fa bene ‘O babà nun po’ ingannà Il babà è come il ciucciotto La coperta di Linus Se cercate un antistress Accattateve ‘o babà” Non tutti sanno che le origini di questo dolce non sono affatto napoletane! Il babà è di origine polacca, e fu realizzato da un certo Stohrer, cuoco di Stanislaw Leszczynski, intorno al 1750. Stanislaw, suocero del re di Francia Luigi XV, fu prima sovrano di Polonia e, in seguito, duca di Lorena e di Bar. Si narra che fosse un raffinatissimo gourmet e che amasse molto un dolce chiamato kugelhupf (dolce austriaco tra la brioche e il panettone). Pare che un giorno il sovrano, in preda ad un attacco di collera, abbia sbattuto sul tavolo il piatto contenente il dolce, provocando la caduta di una bottiglia di rhum che avrebbe accidentalmente imbevuto il kugelhupf. Dopo tale imprevisto, il pasticciere Stohrer, che si trovava al seguito del sovrano nel suo dorato esilio a Luneville, in Francia, perfezionò la ricetta di quel dolce che noi oggi conosciamo come il babà. I cuochi di corte, alla morte del sovrano, si sarebbero trasferiti presso nobili famiglie di Napoli, e qui l’esperimento del dolce imbevuto nel rhum avrebbe riscosso molto successo; l’impasto originale sarebbe stato modificato e avrebbe assunto la forma del tradizionale “funghetto”. L’origine del termine, molto probabilmente, è correlato alla voce polacca babka, “nonna”, che indica una donna anziana vestita con la “gonna a campana”. La forma del babà suggerisce proprio l’immagine di una gonna, con le scanalature simili a quelle delle pieghe. In Polonia esiste ancora oggi una pasta tradizionale chiamata babka ponczowa, “dolce della nonna”, la quale ha la forma di una ciambella e si presenta in più varianti, tra cui quella al limone e quella al rhum. I pasticcieri napoletani nel corso dei secoli si sono sbizzarriti nella creazione di forme diverse per questo dolce: la pasticceria Scaturchio, ad esempio, la cui sede storica si trova a Napoli in via San Domenico, realizza i babà a forma di Vesuvio. La versione moderna del babà prevede alcuni tipi di farcitura: panna montata e fragoline, crema e amarene, nutella. Curiosità: Nel XIX secolo il maestro Brillat-Savarin, intellettuale gastronomo francese, autore dell’opera La physiologie du Gout, “La fisiologia del Gusto”, inventò un […]

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Ricetta del parfait alle mandorle da “Il Gattopardo”

Parfait è una parola francese a cui corrisponde l’italiano ‘perfetto’, l’origine del termine sta nella perfetta combinazione tra uova, zucchero, acqua, panna. Rientra nella categoria dei semifreddi ovvero i dolci precursori del gelato; si differenzia da quest’ultimo per l’utilizzo delle uova e perché non ha un’alta percentuale di acqua che congela in freezer. È un dolce che fa parte della pasticceria tradizionale siciliana ma a partire dagli inizi dell’800 rientra a pieno diritto anche in quella napoletana, insieme alla produzione della coviglie, semifreddi serviti anticamente in coppette di metallo e la cui preparazione prevede una base di uova, zucchero, panna montata. Famose sono le coviglie al caffé, al cioccolato, alla fragola, che tutt’oggi si possono gustare nello storico Caffé Gambrinus, in piazza del Plebiscito. Di questa specialità napoletana ne fa menzione Matilde Serao nel libro “Il paese della Cuccagna”. Il dolce siciliano differentemente da quello napoletano prevede l’aggiunta di frutta secca come mandorle caramellate e pistacchi. Il parfait alle mandorle è uno dei dolci elencati tra le pietanze del banchetto del ‘gran ballo’, all’interno del romanzo “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “Lì immani babà sauri come il manto dei cavalli, Montebianchi nevosi di panna, beignet Dauphin che le mandorle screziavano di bianco e i pistacchi di verdino, colline di profiteroles alla cioccolata marroni e grasse come la piana di Catania […], parfaits rosei, parfaits sciampagna, parfaits bigi che si sfaldavano scricchiolando quando la spatola li divideva”.  Il romanzo è ambientato nella Palermo del 1860 nei giorni che seguono lo sbarco dei Mille.  Il principe di Salina, don Fabrizio, osserva disilluso e rassegnato gli eventi che porteranno all’unità d’Italia, con l’annessione della Sicilia al regno di Sardegna e alla sostituzione progressiva dell’aristocrazia latifondista con una classe dirigente composta dalla borghesia imprenditoriale alleata con la piccola nobiltà sabauda. Il principe, pur consapevole dell’inevitabile fine del suo mondo e dell’aristocrazia siciliana, continua a portare avanti i suoi riti quotidiani della recita dei Vespri, dei pranzi con la grande famiglia riunita, delle vacanze estive nel palazzo di Donnafugata, dei balli e delle feste eleganti a palazzo Ponteleone. Il cibo in questa storia assume un valore simbolico. Rappresenta la bellezza e la grandezza dell’aristocrazia siciliana in declino, diventa il protagonista nei banchetti allestiti in sontuosi palazzi suscitando il potere evocativo di un passato che non tornerà. Resta memorabile la descrizione del ‘timballo di maccheroni’ servito durante il pranzo in onore di Angelica, cosí come l’opulento banchetto del gran ballo a palazzo Ponteleone, in cui si colloca il nostro parfait alle mandorle. La ricetta che vi propongo non contiene acqua ma panna montata e nasce dalla fusione tra le preparazioni del parfait siciliano e della coviglia napoletana. Insomma, una delizia! Ingredienti del parfait alle mandorle : 120 gr di mandorle sgusciate 300 ml di panna fresca 3 uova 180 gr di zucchero semolato 50 gr di zucchero a velo 1 bustina di vanillina Procedimento: Tritate le mandorle, mettetele in una padella con 60 gr di zucchero e fate caramellare a fuoco medio finché non assumeranno un colore marroncino. Versate il […]

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Merendine e le strategie della pubblicità

Un campo di grano, due bambini che si rincorrono, una mamma li osserva e sorride pacifica, poi la famigliola si riunisce intorno ad una tavola apparecchiata per la merenda. Carezze, sguardi complici, una star di Hollywood e lo slogan pubblicitario accompagnato dai violini. La trama è sempre la stessa, cambia lo scenario ma gli spot delle merendine si somigliano un po’ tutti, dall’ altra parte dello schermo ci sono i genitori e i loro figli, questi ultimi memorizzano il nome del prodotto, sarà la prima cosa che guarderanno sullo scaffale del supermercato e non avranno remore nell’ afferrarlo, d’altronde a scuola le mangiano quelle merendine. Per un genitore è molto difficile dirottare l’attenzione verso cibi salutari, deve fare i conti con l’appeal del prodotto industriale che spesso reca in allegato il gadget del supereroe di turno o dell’eroina dei cartoni animati. Poi la pubblicità dice che queste merendine sono sane, fanno bene alla salute, sono piene di vitamine! Peccato che la realtà superi la fantasia, la fantasia della pubblicità in questo caso, si perché dietro alla voce rassicurante dello spot, si nascondono strategie di marketing volte a mascherare il cosiddetto junk food, ovvero cibo spazzatura, da prodotto salutare. Il procedimento del nutritional washing consente ad un’azienda produttrice di alimenti considerati nocivi alla salute per l’alto contenuto di grassi, zuccheri, elementi chimici come i conservanti, di poter ripulire la propria immagine agli occhi del consumatore e di porsi sul mercato in modo vincente. Ne è un esempio l’azienda statunitense McDonald che negli ultimi anni ha attuato alcune strategie in tal senso, sostituendo ad esempio le patatine fritte dell’happy meal con una confezione di carotine ( come se questa mossa bastasse a riequilibrare i valori nutrizionali di un pasto da fast food). Quali sono le conseguenze di un regime alimentare sregolato e ricco di grassi? Nel nostro paese i dati sull’obesità infantile sono abbastanza allarmanti, ben il 9,8% dei bambini tra gli 8-9 anni è obesa e il 52% fa una merenda di metà mattina abbondante, consumando pochissima frutta e verdura. I bambini sono i principali consumatori di snack dolci e salati, sono invogliati e condizionati da ciò che guardano soprattutto in tv, in base ad una media di tre ore giornaliere passate davanti al televisore si stima che un bambino italiano guardi uno spot alimentare ogni 5 minuti. Il rischio è che il consumo di cibi grassi sia avallato da quella che possiamo definire “pubblicità ingannevole” che dissimula le reali proprietà nutrizionali del prodotto, la soluzione potrebbe essere quella di diminuire la messa in onda di tali spot ma non solo, occorrerebbe un maggior controllo sugli slogan salutisti. La normativa europea vieta qualsiasi riferimento tra un alimento e la salute in mancanza di valide argomentazioni scientifiche. Nel caso delle merendine, la prova del nove risiede nell’etichetta, dal confronto tra etichetta e messaggio pubblicitario si notano delle incongruenze tra la proposta salutare e alcuni ingredienti, per cui la sensazione di esser presi in giro sulla salubrità del prodotto mi sembra legittima. Prendiamo […]

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Riciclo e ricette con gli avanzi di Pasqua

Ogni anno 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono buttate nella spazzatura, mentre circa un miliardo di persone sono sotto nutrite. Lo spreco di cibo ormai è diventato un problema serio ed è frutto di quella cultura dell’abbondanza tutta occidentale, per cui spinti dall’euforia consumistica compriamo più cibo di quello che siamo in grado di consumare, buttiamo piatti di pasta avanzati, senza criterio, perché ci hanno insegnato che le pietanze vanno consumate ancora fumanti, facciamo marcire frutta e verdura nei cassetti di frigoriferi enormi e straripanti di cibo perché ce ne dimentichiamo. Il vento però pare stia per cambiare, forse la crisi economica ha costretto la popolazione mondiale a fare i conti con le spiacevoli conseguenze delle cattive abitudini alimentari, perché sprecare il cibo equivale a sprecare soldi. Nasce così la tendenza del riciclo in cucina, l’americano Dan Barber, chef del ristorante Blue Hill al Greenwich Village ha aperto un pop-up restaurant in cui per tre settimane ha servito ai newyorkesi cibo riciclato: verdure, carne, vongole rotte, bucce, tutti alimenti destinati ad essere buttati da ristoranti e supermercati. L’operazione WastEd (in inglese è l’equivalente dell’italiano “sprecato”), prevede l’educazione sullo spreco e rientra in una campagna di sensibilizzazione promossa dalla first lady Michelle Obama. Nel menù lo chef spiega anche perché questi cibi sono stati buttatti, in molti casi per esempio non rispondevano ai canoni estetici ricercati dai consumatori. La cultura del riciclo alimentare non è proprio una novità, le mie nonne ad esempio mi raccontavano che durante la guerra era difficile mettere insieme gli ingredienti per la preparazione di un pranzo o una cena, per questo spesso si ritrovavano a mangiare le bucce delle patate, altro che spreco! Noi piuttosto, siamo reduci delle abbuffate di Pasqua, in questi giorni sugli scaffali del supermercato si trovano quantità di colombe e uova di cioccolata invendute, carcasse del consumismo alimentare e della sovrapproduzione industriale. Ma gli sprechi maggiori avvengono soprattutto all’interno delle mura domestiche, nelle case degli italiani infatti si commettono molti errori legati ad una cattiva conservazione dei cibi e ad un disattenzione nel monitoraggio delle scadenze. Vi prospetto una situazione tipo: il parente di turno vi ha regalato una colomba che voi, dopo aver consumato per giorni casatielli, pizza ‘chiena’, pizza pasqualina, salumi, ricotta salata, tortellini, pastiere, casatiello dolce e chi più ne ha più ne metta, non avete neppure tolto dalla scatola. La mia proposta è questa, invece di lasciarla ad ammuffire provate a tagliarla a fette abbastanza spesse e tostatele su una griglia, otterrete un toast su cui poter spalmare la marmellata a colazione. Se l’idea non vi attira, potete utilizzare le fette di colomba come alternativa ai savoiardi in un tiramisù! Per quei pochi invece che non hanno mangiato tutta la cioccolata delle uova di Pasqua, propongo una ricetta del riciclo facile e veloce: i dolcetti ai cereali! Ingredienti: 200 gr di cioccolato delle uova (fondente, al latte, bianco) 50 gr di riso soffiato 50 gr di corn flakes 80 gr di granella di nocciole Procedimento: sciogliete il cioccolato in un pentolino sul fuoco, aggiungete un […]

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Pastiera napoletana: ingredienti, ricetta e storia

Come si riconosce un vero napoletano? Provate a sottoporre il soggetto ad una prova: bendatelo e fategli annusare una pastiera, se non la riconosce c’è qualcosa che non va, indagate e diffidate! Non si può equivocare quel profumo di fiori d’arancio, di vaniglia, di quel pizzico di cannella che insieme agli altri ingredienti fanno di sua maestà la pastiera napoletana, il dolce protagonista della Pasqua. Possiamo immaginare il senso di disagio e frustrazione dei coniugi che nel film di Paolo Genovese e Luca Miniero, Incantesimo napoletano, si trovano ad affrontare una situazione paradossale. Inspiegabilmente la loro figlia Assuntina fin dalla nascita si comporta come una milanese e quando la madre le propone come torta di compleanno la pastiera napoletana di Scaturchio, storica pasticceria di via San Domenico, la piccola “sacrilega” la rifiuta dichiarando, come affronto, di preferire il panettone! Le origini di questo dolce sono antichissime e legate ai riti pagani per la celebrazione della primavera; le sacerdotesse di Cerere, divinità romane della terra e della nascita, portavano in processione l’uovo, simbolo di vita nascente ed ingrediente base della nostra pastiera. Il mito legato alla sirena Partenope narra che gli abitanti di Napoli le offrirono in omaggio i prodotti della loro fertile terra tra cui la ricotta, il grano cotto nel latte e l’acqua dei fiori d’arancio. La sirena a sua volta portò questi ingredienti in offerta agli dei, i quali li mescolarono con arte divina e vi nacque la pastiera. I riti pagani saranno reinterpretati in chiave cristiana in virtù della coincidenza dell’evento stagionale della primavera con quello della Pasqua e della resurrezione di Cristo. La tradizione della pastiera, nella forma in cui la conosciamo oggi, pare si debba alle sapienti mani delle monache di San Gregorio Armeno, la famosa via dei pastori del presepe. Il cibo è cultura, la tradizione rientra sempre nei versi dei poeti. Possiamo leggere una testimonianza letteraria interessante in Profilo Linguistico della Campania, testo del professore Nicola De Blasi, edito da Laterza, in cui si riporta la prima parte di uno gliómmero (gomitolo), un componimento del letterato umanista Jacopo Sannazaro. Alla fine del Quattrocento, quando i letterati vivevano intorno alla corte aragonese di Napoli, si sviluppò questa letteratura dialettale che prevedeva la ripresa della lingua del popolo negli gliómmeri, versi recitati a corte. In un componimento del Sannazaro un popolano rimpiange l’epoca angioina in cui si consumavano pietanze prelibate tra cui la pastiera napoletana, riconoscibile per il suo colorito biondo e la cui sola vista generava un senso di sazietà: “Chillo colore biondo a le pastiere te facea fiere fiere satturare!” Nel Seicento, Giambattista Basile, autore della celebre raccolta di racconti in napoletano Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de piccerille, annovera le pastiere tra i cibi presenti sulla tavola del banchetto finale, nella favola La gatta cenerentola. Curiosità Esistono anche delle varianti della pastiera classica: la pastiera con la crema è tipica della zona di Sorrento, la pastiera di riso è un dolce pasquale caratteristico della zona del Sannio. Ricetta della pastiera napoletana […]

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