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Eroica Fenice

Teatro

Spaccanapoli Times al San Ferdinando

In prima nazionale dal 4 al 22 Novembre al teatro San Ferdinando di Napoli va in scena Spaccanapoli Times, nuova produzione dello Stabile napoletano con Ruggero Cappuccio nelle vesti di autore e regista, tornato alla scrittura teatrale dopo due romanzi. Protagonisti sono i quattro fratelli Acquaviva. Giuseppe (interpretato dallo stesso Capuccio) ha studiato psichiatria per il desiderio di conoscere il suo male e scrive libri destinati ad essere pubblicati senza il nome dell’autore perché l’arte deve essere liberamente fruibile e prescindere dalla vanità dell’io. Il secondo fratello è Romualdo (un esilarante Giovanni Esposito), pittore che distrugge le sue opere affinché nessuno possa vederle. Gabriella (Gea Martire nel pieno della sua maturità espressiva) è, invece, alle prese con un eterno innamoramento. Infine Gennara (la spumeggiante Marina Sorrenti), che si esprime in un’idioma siculo-napoletano che testimonia tutta la potenza figurativa delle lingue del Sud, in preda a visioni mistiche e perseguitata dallo spirito del defunto marito. Spaccanapoli, dove tutto riprende vita I quattro si riuniscono a Spaccanapoli, nella casa di famiglia, ora disabitata e in rovina, dove trascorsero infanzia e adolescenza, chiamati da Giuseppe, il maggiore, che vive al binario 9 della stazione di piazza Garibaldi. Il motivo della convocazione è, però, misterioso e sarà svelato solamente alla fine, secondo i tempi di una macchina teatrale ben congegnata e che, attraverso il sorriso, invita lo spettatore a riflettere. I protagonisti, che la società considera folli e disadattati, sono sicuramente persone fragili ma che soprattutto hanno rifiutato di adeguarsi alla mentalità corrente, respingendo non tanto la modernità e il progresso, quanto i suoi riti melliflui e inutili, la stupidità imperante, il conformismo e tutti gli ingranaggi che annientano la creatività, il pensiero, l’originalità delle proprie idee. La loro casa ha pareti formate da bottiglie d’acqua, elemento primario che avvolge i protagonisti come in un grembo materno e li accompagna nel recupero degli affetti e della solidarietà fraterna. Tutti insieme faranno una scelta radicale, estraniandosi ulteriormente da un mondo che non è fatto per loro e li respinge, sintonizzando i loro orologi su un orario diverso da quello convenzionale. I quattro protagonisti scelgono la verità sull’apparenza, rifiutano la finzione a costo di un pesante quanto ingiusto sacrificio personale. Uno spettacolo amaro (anche se alcuni passaggi sono decisamente divertenti) con una costruzione scenica che, nel secondo atto, strizza l’occhio alla farsa. Perfettamente in parte gli attori. Originale la scenografia. Brillanti i costumi. Un mix perfetto che esalta la bizzarria dei personaggi.

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Cucina & Salute

Torta sbrisolona alla ricotta e al cioccolato: la ricetta

La sbriciolona, sbrisolona o sbriciolata è un dolce tipico mantovano. Il suo nome allude alla straordinaria friabilità della pastafrolla da cui è in gran parte costituita. Il dolce è probabilmente di origine contadina perché la ricetta originale della sbriciolona, risalente al ‘500/’600, prevede l’impiego della farina di mais. Veniva preparata in occasioni speciali come la promessa di matrimonio o la nascita di un bambino. Alla corte dei Gonzaga la sbriciolona fu nobilitata e arricchita grazie all’aggiunta di mandorle, spezie e zucchero. Questo dolce è chiamato, nella tradizione lombarda, anche dolce delle tre tazze per l’impiego, in uguale misura, di farina bianca, farina gialla e zucchero. La versione della sbriciolona che proponiamo è, però, una rivisitazione ingentilita dai sapori e dai profumi del Sud: la ricotta e il cioccolato. Gli ingredienti per la Torta sbrisolona alla ricotta e al cioccolato: 350 g di farina 150 g di zucchero 1 uovo 1/2 tazzina di anice 1 bustina di lievito Pan degli Angeli 100 g di burro freddo Gli ingredienti per il ripieno: 500 g di ricotta romana 150 g di zucchero 100 g di cioccolato fondente 1/2 tazzina di anice Procedimento. Partiamo dal ripieno che è da fare preferibilmente il giorno prima in modo da tenerlo in frigo una mezza giornata. Il ripieno è facilissimo: basta mescolare tra loro gli ingredienti. Prima la ricotta, bella asciutta, poi lo zucchero, il cioccolato fondente a scaglie con l’aggiunta della mezza tazzina di anice. Per quanto riguarda la torta, invece, su una spianatoia ponete prima a fontana la farina, poi lo zucchero, l’uovo, il liquore e, in ultimo, il lievito. Mescolate tra loro gli ingredienti ma in modo da lasciare l’impasto semoloso. Poi direttamente dal frigo (è fondamentale, infatti, che il burro sia freddo) prendete il burro che, tagliato a pezzi, sbriciolerete (come il nome della torta suggerisce) nell’impasto aiutandovi con le mani. Imburrate e infarinate uno stampo. Dopodiché sbriciolate al suo interno metà dell’impasto, versatevi il ripieno e ricoprite con l’altra metà della pasta. Cuocete in forno a 180º per un’ora circa. Fate raffreddare la torta e poi servitela dopo averla cosparsa di zucchero a velo. Buon appetito! -Torta sbriciolona alla ricotta e al cioccolato-

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Attualità

Intervista a Marco Sorrentino dei Pennelli di Vermeer

Marco Sorrentino. Un unico volto, mille facce. E tanta voglia di sperimentare. Marco Sorrentino, batterista dei Pennelli di Vermeer, rock band del vesuviano, di cui Eroica Fenice ha recensito l’ultimo album, Noia Noir, si racconta. Com’è nata la tua passione per la musica? É nata grazie a mio fratello (Pasquale Sorrentino dei PdV), più grande di otto anni. In casa si respirava aria di musica: a soli cinque anni già canticchiavo le canzoni dei Beatles. Nel 1989 mia sorella ebbe come regalo una cassetta di Zucchero. Si trattava dell’album “Oro, incenso e birra” che ho consumato a furia di ascoltarlo. Così è nata la mia passione per il blues. Qual è stato il tuo percorso? Mio fratello, al ritorno da un viaggio nei Paesi Scandinavi, decide di fondare insieme al primo bassista della band i Pennelli di Vermeer. Nel 2005 la band ottiene il primo contratto discografico con “La Canzonetta”.  Tra il 2005 e il 2008 i Pennelli di Vermeer portano avanti un progetto rock. Tra il 2009 e il 2012, invece, si cimentano con l’esperienza della Sacra famiglia, un esperimento nell’ambito del teatro-canzone. Nel 2012 decidiamo di sciogliere il contratto con “La Canzonetta” e di ripartire da zero. Infatti, l’ultimo album, Noia Noir, è interamente autoprodotto. Suoni solamente nei Pennelli di Vermeer o anche in altri gruppi? Allora, suono anche in altri gruppi come gli Eterea, un gruppo pop (di cui a breve uscirà un videoclip dal titolo “Nella mia stanza”), gli Starfish Blues Band che, invece, come già si intuisce dal nome, sono una band blues, il Collettivo “Cerchi” di Sant’Anastasia. Quest’ultimo è un laboratorio artistico in cui si fondono musica, teatro, letteratura, danza, video-arte. L’idea di questo collettivo nasce dalla mente geniale di Alessandro Capasso, frontman della band Xhù. Il collettivo è ora ospite del Festival di Giffoni. Perché suonare in gruppi diversi sperimentando generi diversi? Perché suonare in gruppi diversi stimola la mia creatività. Io amo sperimentare generi diversi e riconoscermi diverso ogni volta che salgo sul palco. Far parte di tanti progetti mi aiuta a realizzare meglio quelli in cui sono già inserito. Ma dov’è nascosto il vero Marco Sorrentino? Il vero Marco Sorrentino sta nei Pennelli di Vermeer. Marco, tu sei rimasto sempre al Sud. Avresti potuto avere delle opportunità diverse spostandoti al Nord o all’estero? Spostandomi all’estero probabilmente sì. Quali difficoltà incontra oggi un giovane che vuole fare della musica la sua professione? Allora, una delle difficoltà potrebbe essere la mancanza del sostegno dei genitori che diviene fondamentale. Conosco alcuni ragazzi talentuosi che hanno dovuto smettere di suonare perché i genitori non li supportavano. Fare il musicista di professione oggi è estremamente difficile. Un’altra difficoltà che un giovane musicista incontra oggi sulla sua strada è sicuramente di carattere economico. Spesso con la musica non si riesce ad arrivare a fine mese ma mi rendo conto che non potrei farne a meno. – Marco Sorrentino: intervista al musicista dei Pennelli di Vermeer – -Intervista a Marco Sorrentino dei PdV-

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Eventi/Mostre/Convegni

Giovani a rischio: che fare?

Giovani a rischio: che fare? Questo è il titolo del convegno che si è tenuto ieri mercoledì 17 Giugno alle ore 18 nella chiesa dello Spirito Santo di Torre Annunziata. Il convegno nasce con l’obiettivo di promuovere la creazione di un Centro di Sostegno Minorile (CSM) nel quartiere dove operano le  parrocchie dello Spirito Santo e dell’Immacolata Concezione. La realizzazione del progetto è stata promossa dalle arciconfraternite del Santissimo Sacramento, dei Santi Agostino e Monica e del Santissimo Rosario che sono state definite da Monsignor Ponte, responsabile delle arciconfraternite della Curia Vescovile di Napoli, come delle «organizzazioni secolari, laiche e pubbliche» che si propongono  di conciliare il culto con le opere di carità, che uniscono la catechesi alla cultura, la formazione umana alla crescita nella fede; arciconfraternite che promuovono un impegno culturale alla luce del Vangelo e, con questo progetto, mettono in campo un interessante iniziativa per educare i minori al rispetto delle regole. Le arciconfraternite di Torre Annunziata con la loro iniziativa particolarmente significativa e originale diventano capofila per tutte le restanti arciconfraternite della diocesi. É intervenuto successivamente don Pasquale Paduano, parroco delle due parrocchie interessate dal progetto nonché padre spirituale delle tre arciconfraternite, che ha sottolineato l’importanza che la realizzazione di questo CSM potrebbe avere per il quartiere storico, ma nello stesso tempo pieno di problemi, in cui le parrocchie s trovano. Un quartiere che per fortuna è animato dalla Mensa dei poveri e dal doposcuola per i bambini in difficoltà. Anche il parroco ha evidenziato che le arciconfraternite non si occupano solamente del culto dei defunti ma anche e soprattutto di attività che mirano a far crescere la parrocchia e la realtà nella quale essa è inserita. Don Pasquale Paduano ha poi ceduto la parola al presidente del Tribunale di Torre Annunziata, il dottor Oscar Bobbio, che è stato favorevolmente colpito dall’apertura della chiesa al territorio e a temi di forte rilevanza sociale come i giovani e la legalità. In un momento di estrema confusione come quello attuale assume grande importanza l’educazione dei minori e far capire loro che la legalità conviene. Altri interventi interessanti sono stati quelli del dottor De Tommasi, sostituto procuratore a Torre Annunziata, dell’avvocato Covelli, esperto in diritto minorile, della dott.ssa Martire, dirigente scolastico. Tutti hanno sottolineato la necessità della prevenzione e di fare rete per sostenere il progetto del CSM. Ha chiuso il dibattito la dott.ssa Olimpia Venditto alla quale è affidato il coordinamento dell’iniziativa e che ne ha illustrato in maniera articolata obiettivi e modalità. -Giovani a rischio: che fare?-

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Eventi/Mostre/Convegni

Buon quarantesimo compleanno, IISF!

IISF. Un nome, una sigla, un’istituzione. Era il 27 Maggio 1975. L’avvocato Gerardo Marotta insieme ad Elena Croce e a Giovanni Pugliese Carratelli fondava l’Istituto italiano per gli Studi filosofici. Paradossalmente in quel Maggio lontano ci fu bisogno del coraggio di Marotta e dei suoi amici per dare vita all’IISF (Istituto italiano per gli Studi filosofici) sito in via Montedidio nel palazzo Serra di Cassano. Si tratta di un edificio maestoso, con uno scalone monumentale, che ha accolto nel corso dei suoi quarant’anni di storia i nomi più illustri del panorama culturale internazionale. La giornata di ieri, 26 Maggio, è trascorsa proprio tra la voglia di festeggiare il traguardo raggiunto e di fermarsi per fare una sorta di bilancio dell’attività svolta. Il Comune di Napoli ha deciso di dedicare a questo compleanno speciale ben due appuntamenti, cui ha dato il titolo di “Napoli celebra la propria Acropoli“. Due gli appuntamenti, entrambi al teatro Mercadante. Il primo si è rivolto agli studenti dei licei alle ore 10.30, guidato dall’ex dirigente scolastico Filippo Tarantino, mentre il secondo è stato aperto all’intera cittadinanza alle 21.00. L’avvocato Marotta, presente ad entrambi gli appuntamenti, ha accolto i suoi ospiti con il filosofo Aldo Masullo, con il professore Tomaso Montanari e il costituzionalista Gianni Ferrara, insieme a tanti altri studiosi. Il tutto si è concluso a mezzanotte con il brindisi e la musica del gruppo Corde Oblique. 40 candeline: un’occasione importante per fermarsi e ripartire. Durante questi anni l’Istituto italiano per gli Studi Filosofici ha incontrato non poche difficoltà. Mancano i fondi per tenere in piedi uno dei luoghi che ha contribuito a portare a Napoli la cultura internazionale. La biblioteca dell’IISF – come spiega Marotta in un’intervista a La Repubblica – è stata destinata alla caserma Bixio, ma non sono arrivati ancora i contributi per attuare il trasloco. Insomma, la situazione è drammatica. Marotta, però, non si arrende. Anzi ritiene che proprio quest’occasione possa essere utile a puntare i riflettori sulla vicenda dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici. Una risorsa importante per Napoli e per i suoi cittadini. Da qui, secondo Marotta, si può ripartire per risvegliare la società italiana distratta e addormentata. Solamente dando spazio alla cultura e ai libri (circa trecentomila volumi sono divisi tra corridoi, depositi e appartamenti) si può lasciare aperto «l’oblò della speranza». – Buon quarantesimo compleanno, IISF! –

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Attualità

Rigiochiamo a Torre Annunziata

Rigiochiamo. Così si intitola il festival-laboratorio che il Caffè Letterario “Nuove voci” e la Scuola Media “Giovanni Pascoli” di Torre Annunziata hanno organizzato nei giorni 22 e 23 Maggio. Rigiochiamo è rivolto ai ragazzi della scuola media Pascoli ma anche alla cittadinanza perché non c’è occasione migliore di questa per riscoprire le proprie tradizioni e i giochi del passato; per riaccostare l’orecchio ad un libro e alle parole in esso nascoste attraverso l’incontro con autori in carne ed ossa; per reimparare insieme la lingua inglese attraverso laboratori con insegnanti madrelingua che utilizzano il gioco come strumento principale per favorire la conoscenza; per rigiocare insieme genitori e figli alla scoperta dello spirito di bambini che è presente in maniera latente dentro di noi e che aspetta solamente di essere risvegliato e sollecitato nella maniera giusta. Programma Venerdì 22 maggio Mattina – presso la Scuola media Pascoli di Torre Annunziata – ore 9.30 Apertura manifestazione – ore 10.30 Incontro con Marcello Affuso, scrittore per ragazzi–  presso la Scuola Pascoli – ore 11.30 Inizio laboratori di: a) Gioco/Letture in inglese a cura della Little Kings and Queens – Creative languages b) Burattini a cura de: Il laboratorio di Sartacarta – ore 13.30 Pranzo insieme presso Lido Eldorado   Pomeriggio (attività aperte alla cittadinanza) – ore 15 fino alle 18 Giochi in strada presso la Villa Comunale  a cura di Ludobus – Artingioco – ore 16.30 fino alle 18, presso il Lido Eldorado Laboratorio di Genitorialità & Gioco dedicato ai genitori a cura della dottoressa Serena Amura, psicoreapeuta dal titolo:  Il tiro alla fune”. Tra genitori e figli: come sopravvivere alla loro adolescenza   – ore 18 Merenda Moment   Sabato 23 maggio (attività aperte alla cittadinanza) – ore 9.00 Colazione insieme presso Caffè Letterario – ore 9.30 per i Bambini – Laboratorio “Scuola, adolescenza e legalità. L’importanza di incontrarsi”  incontro con lo scrittore Francesco Paolo Oreste – ore 10.30 Incontro con un fumettista e Laboratorio di Fumettistica – Termine ore 12.30 Rigiochiamo è una due giorni offerta alla città di Torre Annunziata per riscoprire la bellezza di imparare divertendosi. Non mancate! Eroica Fenice ci sarà. -Rigiochiamo a Torre Annunziata-

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Teatro

La professione della signora Warren

La professione della signora Warren è in scena al teatro Mercadante dal 22 Aprile al 3 Maggio. Lo spettacolo di George Bernard Shaw è stato tradotto, adattato e diretto da Giancarlo Sepe. Una produzione de “L’isola trovata” in collaborazione con il teatro Eliseo. Si tratta di una commedia scritta dall’autore irlandese nel 1894 e che fu portata sulla scena per la prima volta a Londra nel 1902. Fino al 1924 fu esclusa dalle scene per l’”illustre” professione della signora Warren; professione che non viene mai nominata nel corso dell’intero spettacolo ma che lo spettatore facilmente è in grado di intuire. Una professione che la perbenista società vittoriana rifiuta di accettare e di affrontare ma che nasconde con sapiente ipocrisia. George Bernard Shaw ci porta per mano all’interno di questa storia con lo humor che contraddistingue il suo teatro e tratteggia la prostituzione come una piaga sociale, non tanto come una colpa individuale. Ma il fine ultimo dello spettacolo è mettere sotto accusa la stessa società vittoriana che è così brava nel puntare il dito. Buio. Solamente due fari illuminano la scena. Una figura scura avanza in impermeabile e cappello rigorosamente scuri. É lei: la signora Warren (interpretata magistralmente da Giuliana Lojodice). É lei la protagonista indiscussa dello spettacolo. In mezzo ad una massa di «parassiti senza scopo» l’unica che è in grado di fronteggiare il suo temperamento è la figlia Vivie (Federica Stefanelli) che, una volta scoperta la reale professione della madre, in un primo momento sembra aver compreso le motivazioni che l’hanno spinta a compiere una scelta del genere, poi non è più disposta a perdonarla. In un’ eterna lotta che è generazionale, etica e sociale nello stesso tempo, la madre e la figlia si affrontano senza esclusione di colpi. Due personalità forti e caratterizzate. Simili eppure così diverse. Così sicure di sé al punto che, in più momenti dello spettacolo, danno le spalle allo spettatore come se non esistesse perché in fondo loro sono le signore Warren. «Perché cosa vale una donna senza il rispetto per sé stessa?». Una storia, quella della signora Warren, che parla ancora a noi oggi. In una società come la nostra sempre pronta a puntare il dito contro la corruzione, contro chi è diverso, la signora Warren ci insegna a sovvertire gli schemi prestabiliti, a invertire la rotta, a guardare il mondo sempre da un altro punto di vista. -La professione della signora Warren-

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Libri

‘La poltrona’ di Letizia Vicidomini

Letizia Vicidomini, originaria di Nocera Inferiore, ha lavorato come speaker nelle maggiori radio campane come Kiss Kiss e Rtl 102.5. La poltrona di seta rossa è un romanzo che ha pubblicato nel 2014 per la casa editrice Homo scrivens. Letizia Vicidomini è venuta al Caffè Letterario Nuovevoci di Torre Annunziata il 13 Marzo 2015 a presentare il suo libro e a fare due chiacchiere con i padroni di casa del Caffè. Si tratta di un libro dalla grande atmosfera che avvolge e che trascina sin dalla prima pagina. «É ora nonna». La voce di Angel è dolce, accorata, piena di affetto per quella donna tanto amata che, oggi, compie un secolo di vita. Cento anni di vita vissuti intensamente, intessuti di dolore, passione, tenerezza, odio e rancore in misura variabile. Anni d’oro, di piombo, di glassa e di veleno, anni di amaro in bocca e di miele sulle labbra. In ogni caso, anni indimenticabili. La poltrona di seta rossa è una saga familiare che ci viene raccontata attraverso il punto di vista di Ernestina, la capostipite della famiglia, giunta a un secolo di vita. É proprio da quella poltrona rossa che Ernestina impartisce ordini, accoglie segreti e confidenze. Insomma, ha vissuto. La poltrona di seta rossa rappresenta per la protagonista una sorta di luogo del cuore. Esiste anche per Letizia Vicidomini una poltrona di seta rossa? Negli ultimi anni la mia poltrona di seta rossa è stata il computer. É davanti al pc che le cose che voglio fare, a cui tengo e in cui credo, prendono forma. Perché ha scelto Sorrento, insieme a Napoli, come luogo di ambientazione del romanzo? Sorrento ha un fascino decadente: non è troppo moderna, conserva un non so che di antico. É come una vecchia signora rassicurante. Un filone del libro è ambientato a Torre Annunziata. Come l’è venuta in mente questa fornace di calce? I miei suoceri avevano una fornace di calce a Torre. Spesso ciò che hai immagazzinato di racconti e ricordi improvvisamente viene fuori. Una delle figure che spicca all’interno del romanzo è Angel, nipote prediletto di Ernestina. Tra l’altro questo personaggio era stato il protagonista di un altro suo romanzo del 2007: ‘Angel’. Come mai tutta quest’attenzione riservata al personaggio? Angel è un personaggio dalle molteplici sfaccettature: ha i piedi ben piantati per terra ma la testa tra le nuvole. É un traghettatore di destini perché è in grado di aiutare le persone che gli stanno intorno. La poltrona di seta rossa è un romanzo che coinvolge e che sa parlare a tutti indistintamente: in esso si intrecciano la piccola storia di Ernestina e di altre figure femminili, energiche e piene di risorse, e la grande storia d’Italia, che sfiora e sconvolge la loro vita. -‘La poltrona’ di Letizia Vicidomini-

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Teatro

Zio Vanja di Ĉechov al Mercadante

Zio Vanja di Anton Ĉechov, con la regia di Pierpaolo Sepe e nella traduzione di Luigi Lunari, è in scena al teatro Mercadante  dal 25 Marzo al 19 Aprile. Dopo Il giardino dei ciliegi e Tre sorelle, il Mercadante decide di portare sulla scena ancora un altro testo di Anton Ĉechov. Si tratta di un testo molto intenso, toccante che il regista ha calato nella contemporaneità e che, forse per questo, è diventato ancora più efficace. Grazie alla bravura di artisti quali Andrea Renzi e Gaia Aprea (ormai presenza costante nel cartellone proposto dal Mercadante), il testo di Ĉechov prende lentamente corpo sulla scena. Il sipario si alza e i personaggi non parlano né tra loro né con il pubblico: tutto è muto. Rompe il silenzio, scaraventando per terra la sua borsa da medico, il dottor Astrov (Andrea Renzi) che si lamenta della sua vita vuota, ma nello stesso tempo stancante, a cui non riesce a dare un senso. Più e più volte, durante la messinscena, i personaggi si interrogano sul non sense della vita. Una vita la cui serenità e tranquillità è sconvolta dall’arrivo del professore e di sua moglie (Gaia Aprea), definita «una sirena ammaliatrice» dagli uomini della casa, tutti innamorati persi di lei: dal dottor Astrov a zio Vanja. Ciò che accomuna tutti i personaggi è l’infelicità. Tristi e malinconici si aggirano sulla scena alla ricerca di un senso che non c’è. Alla ricerca della serenità che, come una carezza, li risollevi dalla loro vita piatta e vuota. Nessuno di loro ha una vita, una vita vera: «Quando non si ha una vita vera, si vive di miraggi». Spesso si preferisce vivere di incertezze annzichè di verità. La verità fa male, mentre l’incertezza reca in sé sempre una speranza. Ogni personaggio, pur dialogando con gli altri, assume l’aspetto di una monade. I dialoghi sono spesso lunghi ma vuoti e lamentosi. Simbolo della vacuità delle parole che i personaggi si scambiano tra loro sono delle pareti trasparenti che, di tanto in tanto, compaiono sulla scena. Pareti in cui è possibile al personaggio specchiarsi ma senza ritrovare la propria anima. Zio Vanja (Giacinto Palmarini) non assurge al ruolo di protagonista ma si muove defilato tra gli altri personaggi, soprattutto nel I atto. É nel II atto, poi, che si ribella ai soprusi che il professore vorrebbe esercitare su di lui e sulla nipote rimasta orfana. Si ribella. Pazzo tra i pazzi. La sua ribellione produce un risultato significativo: gli ospiti indesiderati, che avevano sconvolto la vita di quella casa,  vanno via. Tutto ritorna come prima. Ma è davvero così? -Zio Vanja di Ĉechov al Mercadante-

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Teatro

Dolore sotto chiave al San Ferdinando

   Dolore sotto chiave è uno spettacolo, in due atti unici, andato in scena dal 10 al 15 Marzo al teatro San Ferdinando. Si tratta di due testi di Eduardo De Filippo, apparentemente slegati tra loro ma uniti dalla rivoltella che, nel primo atto, viene solo evocata e, invece, si materializza nel secondo. Questo testo poco noto di Eduardo nasce come radiodramma nel 1959 e vede come protagonisti Eduardo e la sorella Titina. La famiglia De Filippo sceglie successivamente di portarlo in scena altre due volte: nel 1964 è Eduardo stesso a dirigere lo spettacolo con Regina Bianchi e Flavio Parenti; nel 1980 è il figlio Luca con Angelica Ippolito a ridargli vita. Ora nel 2015 ci prova Francesco Saponaro e ci è riuscito egregiamente. Il testo di De Filippo, grazie alla bravura del regista Francesco Saponaro e degli attori (Tony Laudadio, Luciano Saltarelli e Giampiero Schiano), prende corpo sulla scena facendo ridere e riflettere il pubblico, con l’umorismo tipicamente eduardiano, sul tema della morte e dei conflitti familiari. Significativa è l’overture, tratta da una novella, I pensionati della memoria, di Luigi Pirandello, riadattata in versi e nella lingua di Eduardo, interpretata da uno straordinario Giampiero Schiano, in cui la morte viene paragonata ad una ‘passata’ di pittura sul muro della vita. La morte tutto livella e tutto pareggia. Nel primo atto al protagonista il dolore per la morte della moglie viene negato e, come afferma il titolo stesso del testo, viene messo sotto chiave dalla sorella con cui il protagonista parla, parla, parla senza approdare ad alcuna soluzione. Nel secondo atto le incomprensioni tra fratello e sorella divengono quelle tra moglie e marito; incomprensioni cui il marito pone rimedio attraverso degli spari di rivoltella. Basta uno sparo ogni paio d’ore per trasformare la moglie insopportabile in docile e permissiva. Insomma, una ricetta per la pace e il quieto vivere familiare che viene adottata anche dagli altri condomini. Se nel primo atto il dolore non esplode ma rimane incastrato nei battibecchi familiari, nel secondo atto il dolore, causato dalle incomprensioni tra moglie e marito, esplode attraverso i colpi di rivoltella. Di tanto in tanto compare anche la voce di De Filippo registrata alla radio che sembra quasi fuoriuscire naturalmente dalle pareti di quel teatro che era la sua casa. Le scene, a cura di Lino Fiorito, sono scarne ed essenziali: un tavolo collocato al centro della scena, due porte-bare alle spalle degli attori. Tutto diventa parola. Parole che generano incomprensioni, parole bugiarde, parole d’affetto. Parole che diventano armi per ferire e per zittire l’altro. Parole, soltanto parole.   -Dolore sotto chiave al San Ferdinando-

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Eventi/Mostre/Convegni

Oltre la donna, mostra d’arte a Pompei

Oltre la donna. Questo è il titolo del vernissage che il centro culturale Arianna, attivo a livello nazionale e territoriale, ha organizzato in una location d’eccezione come il Delirum Rhum Club sito in piazza Vittorio Veneto, 1, a Pompei. É possibile visitare la mostra fino al 12 Marzo (giorno del finissage) dalle ore 16.30 alle 22.30. Il centro culturale Arianna è da sempre impegnato nel promuovere la cultura e l’arte in tutte le sue sfaccettature (pittura, scultura, grafica, ceramica, musica, restauro, fotografia e bricolage); arte e cultura che divengono, però, il veicolo per sensibilizzare alla pace e al rispetto dei diritti umani. Il centro culturale Arianna ha così deciso di promuovere questa mostra dedicata alla donna e all’universo femminile dando spazio alle opere di numerosi artisti (professionisti e non):  TERESA APICELLA, LORENZO BASILE, ANTONIO BERRITTO, GIOVANNI BOCCIA, CARMELA CAFARO, FLORIANA LAMBERTI, IMMA MADDALONI, MARIA MARINO, ADELINA MONTELLA, DANIELA PICCOLO, MICHELE PONTILLO, ANTONIO SANTUCCI, MADIOR DIENG.  Le opere in mostra, unite dal filo conduttore della costante presenza femminile, spaziano tra stili diversi. I quadri di Teresa Apicella risentono dell’influsso della corrente espressionista e in particolare della pittura dell’austriaco Egon Schiele. Infatti, le opere dell’Apicella sono popolate di figure essenziali e scarne, quasi ridotte a scheletri che puntano ad esprimere l’asciuttezza del sentimento amoroso. Amore, nient’altro che amore. I ritratti di Antonio Santucci sono estremamente moderni: il viso delle donne domina completamente lo spazio della tela, anzi sembra quasi varcarne i confini, lasciando che il visitatore si chieda in compagnia di chi e dove potrebbero essere le donne del ritratto. I ritratti di Floriana Lamberti, invece, caratterizzati da toni accesi e luminosi, talvolta raffigurano donne dal profilo orientale il cui volto rigato di lacrime sembra richiamare l’attenzione dello spettatore. Un fiore, un fiore al di sopra della tela orna i capelli di una delle donne della Lamberti suggerendo al visitatore di completare con un suo particolare, con una sua nota il dipinto. Le donne di Carmela Cafaro sono spesso multicolori; comunicano inedite suggestioni e  i differenti colori alludono alla poliedricità dell’ animo femminile. Oltre la donna è un vernissage che sorprende e che cattura. Con delicatezza. -Oltre la donna, mostra d’arte a Pompei-

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Culturalmente

Viola Ardone si racconta

Viola Ardone è una giovane insegnante di lettere che ha un’insana passione per la scrittura. Napoletana, ha esordito nel 2012 con La ricetta del cuore in subbuglio, un romanzo edito da Salani, che pochi conoscono ma che ha tanto da dire. All’interno del romanzo si intrecciano, grazie alla bravura dell’autrice, due fili narrativi (l’infanzia e l’età adulta della giovane protagonista Dafne) che prendono corpo in due voci diverse della protagonista: la Dafne bambina con Napoli nel cuore e nelle parole e la Dafne adulta, asettica e fredda che abita una Milano priva di emozioni. L’autrice è venuta al Liceo Pitagora-Croce di Torre Annunziata per discutere con gli studenti del suo romanzo. Anche Eroica Fenice era lì e ha approfittato dell’evento per farle qualche domanda. Ricetta del cuore in subbuglio Ingredienti: -un cuore in subbuglio bello grande -un bicchiere di vetro trasparente -acqua corrente, q.b. -zucchero -un cucchiaino -un tavolo -una sedia –una finestra (o un balcone) Questa è La ricetta del cuore in subbuglio.  Ma, secondo lei, esiste una ricetta per la felicità? Non esiste una ricetta per la felicità. Il titolo del libro è volutamente provocatorio. Il senso della ricetta è aspettare che lo zucchero si depositi sul fondo del bicchiere e attraverso di esso si guardi la finestra. Insomma, il senso della ricetta sta nell’aspettare. Sta nel ritrovare se stessi, la propria infanzia, la propria città natale. Dafne, la protagonista del romanzo, calcola gli algoritmi delle emozioni. Lei crede che sia possibile ‘misurare’ in qualche modo i nostri sentimenti? Ovviamente è impossibile ma per Dafne la matematica, fin da bambina, ha rappresentato una sorta di religione cui appellarsi, cui fare domande e da cui aspettarsi risposte chiare e univoche. Il mio è un romanzo che, non a caso, attraversa tre generazioni di donne. In un mondo in cui non esistono più ricette cui fare riferimento, Dafne fa ricorso alla matematica e poi, da adulta, anche alla psicoanalisi. Che struttura presenta il romanzo? Il romanzo presenta una struttura apparentemente circolare, con una serie di richiami che legano la parte iniziale e quella finale della storia; in realtà potrei definirla piuttosto una struttura a spirale perché la protagonista, al termine del romanzo, affronta la sua seconda gravidanza con una nuova consapevolezza. Che importanza ha il silenzio all’interno del romanzo? Il silenzio rappresenta, per Dafne bambina, la paura della solitudine e la mancanza della comunicazione tra i genitori. Per la Dafne adulta incarna l’incomunicabilità tra tutti gli adulti e, in primis, tra se stessa e il proprio vero io. Non a caso quando parla la Dafne bambina si esprime in prima persona; quando parla la Dafne adulta viene utilizzata la terza persona proprio ad indicare la freddezza e il distacco tipici del personaggio. Com’è nato il romanzo? Il lavoro in una casa editrice, prima che cominciassi a insegnare, ha fatto nascere il romanzo. Leggendo le bozze dei libri altrui, durante piccole oasi di libertà, tra una correzione e l’altra, è nato il desiderio di scrivere qualcosa per me. Perché la lettura è così importante per lei? […]

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Culturalmente

Maurizio De Giovanni, un’intervista

Torre Annunziata percorsa dalla pioggia battente come la Napoli anni ’30 del commissario Ricciardi. Il commissario Ricciardi è il protagonista di una serie di romanzi di successo firmati da Maurizio De Giovanni. Chi è Maurizio De Giovanni? Classe 1958. Napoli. Impiegato di banca che per gioco partecipa ad un concorso di gialli che vince nel 2005 e così debutta nel mondo della scrittura, da sempre la sua passione. Si cimenta, ottenendo uno straordinario successo di pubblico (i suoi libri sono tradotti in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e a breve approderanno anche negli Stati Uniti), in due cicli di romanzi: l’uno, ambientato negli anni ’30, con protagonista il malinconico commissario Ricciardi; l’altro, che ha come sfondo la Napoli contemporanea, ruota attorno alle figure dell’ispettore Lojacono e dei cosiddetti Bastardi di Pizzofalcone.  Maurizio De Giovanni è venuto a Torre Annunziata per scambiare due chiacchiere con alcune classi del Liceo “Pitagora-Croce”. Questa l’occasione per porgli anche noi di Eroica Fenice alcune domande. Qual è il rapporto di Maurizio De Giovanni, scrittore, con i suoi personaggi? Se uno scrittore ha rispetto per i propri personaggi, li lascia fare, li sta a guardare. Lo scrittore non è Dio. Lo scrittore è semplicemente uno che si affaccia alla finestra e racconta quello che vede e talvolta cerca di guardare dentro il personaggio che popola le pagine dei suoi libri. Che importanza ha la lettura per lei? Leggere è faticoso. Quando si legge un libro, non si è raggiungibili dai sistemi multinazionali. Quando si legge un libro, non si è raggiungibili dalla pubblicità. Quando si legge un libro, non si può stare sui social o guardare la televisione. Quando si legge un libro, non si può fare nient’altro. Nella vita bisogna scegliere se essere spettatori o lettori. Il libro non fa sconti, non accetta distrazioni. Non a caso ‘libro’ e ‘libero’ hanno la stessa radice perché la liberta è scomoda. La cosa importante è mantenere in allenamento il muscolo della fantasia perché con la fantasia si diventa qualcuno. La Napoli del commissario Ricciardi risale agli anni ’30, la Napoli dei Bastardi di Pizzofalcone è quella contemporanea. Ma qual è la Napoli di Maurizio De Giovanni? Nessun luogo è solitario come la Napoli contemporanea. Ogni quartiere di Napoli ha un cuore nero. Questo per dire che Napoli è una città fatta di contrasti che cerco di raccontare nei miei libri. Il grande limite di Napoli o, meglio, dei napoletani è che siamo cittadini ma non concittadini. Eduardo De Filippo in “Napoli milionaria” coglie perfettamente il cambiamento di Napoli prima e dopo la II guerra mondiale. La Napoli degli anni ’30 e la Napoli contemporanea sono divise da una cesura: la guerra. Ricciardi è un commissario atipico. Spesso triste e malinconico ma che riesce a cogliere il dolore degli altri. Com’è nato questo personaggio? Volevo creare un personaggio che non fosse indifferente al dolore degli altri ma che fosse in grado di provare compassione. Infatti Ricciardi non ne può fare a meno e, per questo motivo, spesso è costretto a fare i conti con la solitudine. La compassione, un sentimento che, invece di unire, rende soli. Molti suoi […]

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Teatro

La vita che ti diedi. Pirandello al Mercadante

La vita che ti diedi di Luigi Pirandello, per la regia di Marco Bernardi, è andato in scena al teatro Mercadante dal 10 al 15 Febbraio. Si tratta di un testo teatrale poco noto che l’autore siciliano scrisse nel 1923 per Eleonora Duse, una delle più grandi attrici dell’epoca, nonché musa di D’Annunzio, la quale, però, non fece in tempo ad interpretarlo per il sopraggiungere della morte. Non a caso sono proprio la vita e la morte a scontrarsi e a incontrarsi in questo spettacolo più e più volte. Pirandello, infatti, sceglie di portare sulla scena il dramma che una madre vive per la morte del figlio. Una morte che la madre non riesce ad accettare e che viene più volte trasfigurata assumendo varie forme, talora quella del sogno, talora quella della memoria. Protagonista assoluta della piéce  pirandelliana è Patrizia Milani che interpreta il ruolo della madre in maniera intensa e struggente, con una recitazione a tratti nervosa che bene esprime la follia del personaggio. La madre non vuole che il figlio sia morto perché è la stessa morte ad essere priva di senso in quanto -come afferma Pirandello stesso- «la morte è questa: cose da fare e cose da dire». La morte viene, in un certo senso, svalutata perché in fondo bastano la memoria e il sogno a tenere in vita una persona. Se, da un lato,  la madre svilisce la morte in quanto non ha bisogno di credere alle ombre perché il figlio morto vive con lei, dall’altra, invece, la sorella della protagonista e il sacerdote (interpretato da Carlo Simoni) tentano di arginare la “follia” della madre chiedendole ripetutamente: «Signora, crede che così si possa passar sopra la morte?». Su uno sfondo prevalentemente bianco e accecante si consuma il dramma in tre atti di un’anima nera in pena. La vita che ti diedi sembra raccontare un atto d’amore e di devozione che una madre rende al proprio figlio. In fondo, già il titolo del dramma racchiude il dono materno per eccellenza: la vita. Una vita, quella del figlio, che la madre de La vita che ti diedi tenta di perpetuare a tutti i costi nella propria. É un dramma ‘sussurrato’, questo, in cui Pirandello ci porta per mano in un viaggio alla scoperta della morte ma anche della vita. Perché se la morte non esiste, «la vita è sogno». -La vita che ti diedi. Pirandello al Mercadante-

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Teatro

Il malato immaginario al teatro Mercadante

Il malato immaginario di Molière, nella traduzione di Cesare Garboli e con la regia di Andrée Ruth Shammah, è andato in scena al teatro Mercadante dal 3 all’8 Febbraio. Gioele Dix veste i panni  di Argan e Anna Della Rosa, attrice lanciata da Toni Servillo ne La trilogia della villeggiatura, è la serva Antonia. La regista si cimenta nuovamente ne Il malato immaginario e lo fa con una disinvoltura innata e senza tempo. Gioele Dix ricopre un ruolo non facile: deve fare i conti con un illustre predecessore del calibro di Franco Parenti, che fu a lungo negli anni ’80 un memorabile Argan. Non a caso è proprio il teatro Franco Parenti di Milano ad aver prodotto lo spettacolo. Stessa messinscena, stesso testo, solamente  attori differenti. Gioele Dix riesce a superare brillantemente la prova perché sembra a proprio agio nel ruolo del falso malato. Anna Della Rosa offre un’inaspettata prova d’attrice: è lei la vera protagonista dello spettacolo nei panni della serva Antonia. Si muove sulla scena con una disinvoltura e un garbo innati. In una casa che sembra un inferno e una prigione il malato immaginario, seduto sulla poltrona rossa che campeggia sul palco, è concentrato su sé stesso, sui suoi malanni, e alla perenne ricerca di sempre nuovi rimedi. Tenta di ingannare il tempo che passa e le giornate tutte uguali tra purganti e clisteri. Per fortuna c’è chi mette in crisi le sue certezze con il riso e con l’ironia: la serva Antonia con l’aiuto del fratello di Argan, Beraldo, interpretato da Pietro Micci. Talvolta lo spettacolo è amplificato da squarci metateatrali. Si pensi, ad esempio, alla significativa diatriba sulla medicina che Molière propone in apertura del II atto. Il dibattito è tra Argan e suo fratello, tra i sostenitori della medicina e dei suoi rimedi e i suoi detrattori. Argan è convinto che la febbre, prima o poi, verrà. Il fratello, invece, ritiene che curarsi sia un lusso che possono permettersi solo le persone robuste. Il dibattito prende corpo attraverso la scelta di collocare sulla scena le sedie dei due fratelli l’una di fronte all’altra. Beraldo strizza l’occhio al pubblico coinvolgendolo in una riflessione metateatrale sulla piéce di Molière stesso. «Di quali sintomi soffre? Tutti!». Il tema della malattia e dei rimedi della medicina è straordinariamente moderno e affascinante. Molière propone nel ‘600 una riflessione scettica sulla malattia e la medicina che evoca le grandi opere del ‘900 (come non pensare alla Coscienza di Zeno?). Alla chiusura del sipario si è pervasi da uno strano senso di leggerezza. Sì, si può far riflettere con leggerezza. I classici ce lo insegnano. -Il malato immaginario al teatro Mercadante-

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Teatro

Finale di partita al teatro San Ferdinando

Finale di partita. Questo è il titolo dello spettacolo, tratto dall’opera omonima di Samuel Beckett nella traduzione di Carlo Fruttero, che va in scena al San Ferdinando fino al 15 Febbraio. Dopo un disastro nucleare si ritrovano superstiti, sulla scena come nella vita, quattro personaggi: Hamm (Lello Arena), Nagg (Gigi De Luca), Clov (Stefano Miglio), Nell (Angela Pagano). Il protagonista, interpretato da un inedito Lello Arena, spesso si perde in monologhi all’insegna del non sense proprio come sul finale di una partita a scacchi (è questa la partita cui allude il titolo dell’opera), quando ormai si è giunti alla consapevolezza di aver perso. Nel gioco come nella vita ci si ritrova talvolta a fare i conti con un’esistenza dilaniata e fatta a pezzi in cui, secondo Beckett, non esiste miseria più alta di quella propria. Hamm, divenuto cieco e impossibilitato a muoversi, è interamente concentrato su sé stesso e non a caso è collocato su una sedia al centro del palco e da quest’ultima impartisce direttive al suo servitore e ai genitori, ormai ridotti a scarto all’interno di due botole. Con loro non dialoga ma li reclama semplicemente come ascoltatori dei suoi assurdi monologhi. Tema portante dello spettacolo, accanto a quello dell’assurdità della vita, è sicuramente l’incomunicabilità. Ogni uomo è una monade. Questo  dimostra Hamm con i suoi discorsi. Ma ciò che rende questo spettacolo, con la regia dell’argentino Lluìs Pasqual, particolarmente suggestivo è il sapore tutto partenopeo che assume. Gli attori, infatti, tutti napoletani, riescono a provocare dinnanzi all’assurdità dell’esistenza, come lo stesso regista spiega, “una reazione ironica” che è in perfetta sintonia con la visione della vita del drammaturgo inglese all’insegna del non sense. In un’esistenza -come lo stesso Beckett fa dire ai suoi personaggi in questo dramma- “in cui più si cresce più si è pieni ma in realtà si è più vuoti, in cui spesso il filo si rompe, ci rompiamo anche noi e tutto il mondo va in pezzi”, non resta che una risata amara e beffarda che apparentemente sembra colmare il vuoto dell’esistenza. Poi, quando si è smesso di ridere, ci si ritrova soli, come al termine di una partita a scacchi, senza nemmeno più un avversario da battere. Solo a conclusione dello spettacolo, quando il sipario si chiude, ci si rende conto della straordinaria e tagliente modernità del testo beckettiano. -Finale di partita al teatro San Ferdinando-

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Libri

Erri De Luca e la sua “parola contraria”

Erri De Luca, scrittore napoletano, in un’intervista all’Huffington Post il 9 Settembre 2013 dichiara che la Tav va sabotata. In seguito a questa dichiarazione la LTF, la ditta costruttrice della linea  Torino-Lione, denuncia De Luca perché avrebbe, in questo modo, istigato “a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni della società LTF”. Così recita la copia dell’avviso fatto pervenire all’indagato. Lo scrittore, allora, ha deciso di scrivere un piccolo libro, una sorta di pamphlet, in cui difende la libertà di espressione e di opinione sancita dall’articolo 21 della Costituzione. La parola contraria: così si intitola il libro uscito con Feltrinelli lo scorso 14 Gennaio in cui De Luca ricostruisce le radici della sua anarchia e le individua in Omaggio alla Catalogna di Orwell perché “la letteratura agisce sulle fibre nervose di chi s’imbatte nel fortunoso incontro tra un libro e la propria vita“. Lo scrittore spiega come il libro di Orwell gli “ha spostato la direzione della vita” e lo definisce come “il primo picchetto piantato di una mia tenda accampata fuori da ogni partito e parlamento”. De Luca si augura di istigare alla lettura, non alla violenza, di risvegliare, come Orwell, un sentimento di giustizia che esiste già nell’animo del lettore ma che talvolta non trova le parole. Non si può considerare reato esprimere un’opinione anche perché, come afferma lo stesso De Luca, “uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria”. Uno scrittore ha il dovere di scuotere le coscienze, di risvegliarle dal torpore in cui spesso si rifugiano comodamente. Ha il dovere di esprimere la propria opinione e le conseguenze che la sua parola genera non dipendono da lui: sono fuori dal suo controllo. De Luca si è spesso schierato con le cause perse, con chi non ha voce. In fondo uno scrittore questo deve fare: dare voce a chi non ce l’ha o a chi non è sufficientemente ascoltato. Per questa ragione De Luca è stato sempre dalla parte degli immigrati e dei cittadini di Lampedusa che li hanno ospitati; da sempre, pacifista convinto, sostiene Emergency ed è stato una delle voci più autorevoli nella campagna referendaria per l’acqua pubblica di qualche anno fa. Ora si schiera con la Val di Susa e con la sua gente che lotta instancabilmente per difendere il proprio territorio che la Tav vorrebbe violare. Non stiamo qui a dire cosa sia giusto o sbagliato. Non possiamo, però, non ribadire che esprimere la propria opinione non può essere considerato un reato. A breve, il 28 Gennaio, a Torino ci sarà il processo contro De Luca, accusato di istigazione a delinquere. De Luca, però, sa di non essere solo perché, come afferma nel finale del libro, “sul banco degli imputati mi piazzano da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori, isolata è l’accusa”. Attorno allo scrittore è nato un vero e proprio circolo virtuoso di solidarietà […]

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