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Eroica Fenice

Voli Pindarici

Mi nutro della mia sofferenza

At tu, Catulle, destinatus obdura. Risucchiato nel vortice del dolore, penso. Penso ai baci, alle carezze, agli abbracci. Penso ai giorni trascorsi insieme e alle notti in cui abbiamo fatto l’amore, senza staccarci, senza stancarci. Come se i nostri corpi fossero stati legati, come se non avessimo potuto dividerci neanche se lo avessimo voluto. Ma noi non volevamo. Alba o tramonto? Penso ai tramonti e alle albe. Perché i tramonti son per tutti, ma le albe son per quell’élite che è in grado di aspettarle. Perché il tramonto è intriso di sentimenti. “Ti porto in spiaggia a vedere il tramonto” è un’emozione. È un “voglio condividere uno dei momenti più belli della giornata con te perché per me sei importante”. Ma l’alba è diversa: l’alba è un’altra storia. È un “stiamo svegli e facciamo l’amore fin quando il nostro sentimento non consuma questo buio, fin quando la paura delle cose che scompaiono non viene travolta dalla nostra passione”. L’alba è per pochi. Non ho pace e tuttavia non ho mezzi per combattere, ho paura e speranza; ardo e sono impassibile; e volo sopra il cielo, e mi giaccio inerte a terra; e non ho nulla in mano, e mi slancio ad abbracciar tutto. Amore e sofferenza Ci siamo amati. Ci siamo amati immensamente, perdutamente, maledettamente, a tal punto che ci siamo distrutti. L’amore che provo per te è la mia più grande gioia… e il mio più immenso dolore. È un coltello conficcato in petto che sprofonda nella carne. Che taglia, ogni giorno di più e che va sempre più dentro, attimo dopo attimo. È un dolore così intenso, così carico, così… passionale. Sì, passionale: come lo è stato il nostro amore. Perché noi non siamo mai stati “tutti”: noi non abbiamo amato come due adolescenti alle prese con il primo amore e non abbiamo amato come due trentenni già stanchi della vita. Noi abbiamo amato interiorizzando davvero il significato di amore. E ogni sentimento, e ogni emozione, sembra quasi nulla in confronto a ciò che tu hai dato a me ed io ho dato a te. Vedo senza aver occhi, non ho lingua eppure grido; desidero la morte e invoco aiuto; e odio me stesso, e amo altri da me. Da quando ci sei tu, non esisto più io Mi hai tolto me stessa. Hai preso tutti i pezzi del mio puzzle: Babbo Natale è arrivato anche per te. Ti ho regalato un puzzle che spero tu ancora custodisca preziosamente. Era esattamente ciò che volevi, ricordi? Mi hai chiesto di lasciarmi andare, mi hai chiesto di mostrarti quei lati di me che celo a chiunque. L’ho fatto: te li ho donati come si fa con i Baci Perugina nel giorno di San Valentino, e come si fa con le rose nel giorno della Laurea. Tu sei il mio San Valentino e sei la mia Laurea. Sei il mio più grande amore e la mia più grande soddisfazione. O forse no: tu sei tu. E da quando ci sei tu, […]

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Voli Pindarici

Analisi di una lastra di ghiaccio: l’arte delle persone fredde

«Niente è più brutto di una parola d’amore pronunciata freddamente da una bocca annoiata». Diceva, a tempo debito, il nostro caro Naguib Mahfouz. Oggi, cari lettori, ci siamo muniti di lente di ingrandimento per scovare i segreti più oscuri delle… persone fredde. Fredde come il ghiaccio. Vi sentite forse chiamati in causa? Meglio, quest’articolo vi insegnerà qualcosa. Non vi sentite chiamati in causa, ma capite di cosa sto parlando? Non capite neanche di cosa sto parlando? Ma suvvia, è impossibile. A meno che voi non viviate su Marte, in quel caso… le persone non possono che essere di fuoco. (capito la battuta?). Quanto è difficile rompere il ghiaccio? Il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: no, no, non la lente di ingrandimento in quella direzione, nell’altra! Che significa che dall’altra parte non vedete alcunché? È ovvio! C’è una lastra di ghiaccio: che vi aspettavate di vedere? Mi scuso con i signori lettori per le continue interruzioni: ho assunto un’equipe di assistenti per la mia impresa (psicologica, si intende) di analisi delle lastre di ghiaccio. Forse avrei dovuto selezionare i candidati più rigorosamente: ma, del resto, si commettono errori. Considerate chi mi ha lasciato una penna in mano e mi ha permesso di comporre questo articolo: malo, malo! Dicevo, il prototipo della persona fredda è piuttosto interessante da analizzare: interessante quanto difficile. Mentre stilare un profilo psicologico di una persona che esterna i propri sentimenti è abbastanza facile, ma pensate di farlo di qualcuno che non lascia intravedere un minimo di ciò che pensa, lì è davvero diventa un’impresa quasi impossibile! Pensate ad una persona solare e socievole: beh, quando è a proprio agio il suo carattere verrà fuori e brillerà in tutta la sua magniloquenza e magnificenza; ma quando è in una situazione di imbarazzo o di disagio assumerà, ovviamente, un comportamento diverso. Bene. Ora pensate ad una persona che è sempre uguale. Statica, una roccia, stesso viso, stessa espressione. Riuscireste a capire in quali situazioni sta meglio, quali circostanze preferisce, quali compagnie ama? Non penso. (E se ci riuscite, signori lettori, vi consiglio di intraprendere una carriera in Psicologia: siete davvero bravi). Ecco perché abbiamo bisogno di un’analisi specifica. Il laboratorio è sulla destra: vi prego di entrare con me.   L’arte delle persone fredde Osservando attentamente il prototipo in questione, ci siamo resi conto che: Se la persona fredda sta bene con voi, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi vuole bene, non ve lo dirà. Se la persona fredda vi ama, non ve lo dirà. Che dire? Le parole non sono l’arte della persona fredda. Ma, allora, qual è? Probabilmente, i gesti. Ciò che qualcuno non vi esprime attraverso le parole, vi dimostrerà attraverso i gesti. State attenti a ciò che le persone fredde fanno: anche un abbraccio può significare davvero molto. Il nostro piccolo ghiacciolo Tuttavia, in questa eterna lotta fra un tipo psicologico e l’altro, nel tentativo perseverato dall’uno di prevalicare sull’altro, io rivolgo un appello alle persone fredde: perché […]

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Fun & Tech

Vivere attraverso i filtri: la Instagram Mania

Quali sono le nuove tendenze (e le nuove dipendenze) di Instagram nel 2017? Non importa dove e con chi siate, che momento della giornata sia o quanto impegnato sia la vostra agenda: ci sarà sempre un motivo (e il tempo) per aggiornare il vostro profilo Instagram. Paesaggio, selfie, oggetti carini, libri. In posa, scatto, filtro, posta. Pubblicare continue “storie” sul famoso social network: a volte sono talmente tante che le lineette, che le identificano nella parte alta non appena se ne apre una, sono troppe per essere contate. Tutto fa brodo: tutto molto interessante Sei ad un concerto? Foto Instagram. Sei in spiaggia? Foto Instagram. Sei in giro con amici? Foto Instagram.  Stai studiando? Foto Instagram. Ti stai vestendo? Ti stai annoiando? Stai trascorrendo la tua nottata su Netflix? Tutto fa brodo: non deve esserci per forza una ragione per pubblicare qualcosa su Instagram, l’importante è che si pubblichi. Un po’ come nei tabloids, capito? Non importa come se ne parli, l’importante è che se ne parli. Rovazzi, del resto, lo diceva… “Il tuo profilo Instagram è molto interessante selfie in casa, selfie al mare, selfie al ristorante…” Profili Instagram “alla moda” Angolazione giusta, luminosità perfetta, filtro che valorizza la foto. Ormai è una gara di tutti contro tutti per decretare chi abbia il profilo più bello e più “aesthetic”. Considerato alla moda è quello che vede tre immagini dello stesso luogo pubblicate in sequenza ma da diverse angolazioni, in modo da avere un matching perfetto di colori che può derivare solo da scatti nel medesimo posto. Non solo questo: ormai fanno storia le immagini con contorno bianco o di qualsiasi altro colore che conferiscono quel tocco di unità che viene meno quando i riquadri del nostro profilo non hanno colori in comune. E che dire dell’Instagrid? Un’applicazione fatta su misura per coloro che desiderano dividere una foto in diverse immagini, per poi pubblicarle in sequenza di 3, 6 o 9 e formare una sorta di puzzle riuscito alla perfezione. E non dimentichiamo i filtri che ci permettono di diventare un simpatico cagnolino, un dolce coniglietto, oppure un hawaiano dalle collane fiorite in testa! Modifiche che avevano già caratterizzato l’ormai- dimenticato Snapchat, ma che ora Instagram ha introdotto con esito più che positivo! “Mi mostri nuovi filtri dove cambiano le facce lingua fuori, in testa fiori e bocca gigante e della tua foto dove sbocci in discoteca…” Guerra all’ultimo like Che dire degli hashtag fatti a posta per ricevere like? Basta averne tanti per essere sentirsi in voga, popolari, sicuramente molto apprezzati. Ed è un po’ una causa- effetto del punto prima trattato: profilo alla moda significa big likes. O se non altro, avere big likes è uno dei motivi per cui si desidera un profilo alla moda e si seguono quei passaggi descritti sopra. A meno che voi non siate Justin Bieber… in quel caso, i big likes arrivano anche con foto riguardo la propria congiuntivite. Iniziare a vivere senza filtri: il caso Kendall Jenner Non è forse che […]

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Musica

Duomo Ore 10 dei Colpi Repentini: positive panicking!

Nati a Milano, la band Colpi Repentini è composta da Alessio (voce e chitarra ritmica), Andrea (tastiera e seconda voce), Matteo (chitarra solista), Federico (basso), Matteo (batteria). Gruppo dal genere pop-rock, i Colpi Repentini colpiscono per il sound particolare che li caratterizza. Testi in italiano, contenuti variegati, dalle delusioni amorose ai patti col diavolo, il gruppo riesce ad esprimersi a pieno nel loro ultimo EP, Duomo Ore 10. Influenze italiane I Colpi Repentini non lo nascondono: la musica italiana è una delle influenze che sentono di più. Fra le loro ispirazioni si ritrovano generi piuttosto diversi, dal rock al pop al gypsy, passando per il jazz ed il blues, eppure senza mai tradire la propria tradizione. L’Italia è il paese di origine di questo gruppo e, come tale, vogliono farle onore. Duomo Ore 10: il nuovo album dei Colpi Repentini 6 tracks: una più spontanea e creativa dell’altra. I Colpi Repentini sono un’esplosione di giovinezza, di vitalità, di spensieratezza. Il loro sound è, però, sempre carico di significato. Un pop-rock che esprime un modo di vivere la vita; uno stile che detta legge, sbaragliando la concorrenza. Nel background degli emergenti italiani, Duomo Ore 10 non può passare inosservato. Let’s panic! Chiunque ascolti le tracks, è assalito da un senso di positive panicking, dal desiderio irrefrenabile di reagire, qualsiasi sia l’ostacolo che si ha davanti. O forse ad assalirci è la voglia di scatenarci in pista, perché, c’è da ammettere, la musica di questo gruppo fa star bene. E ciò non è da sottovalutare. Hipster: tendenze ironiche Ironia sui comportamenti dei ragazzi preferiti dalle ragazze, minaccia ai baffetti, ma “provo il mio sorriso più bello“: le strofe dei Colpi Repentini sono una fiera ammissione di essere perfetti così come si è, senza baffi alla francese o renne sul maglione della nonna. Hipster, il singolo del gruppo tratto dall’EP, prende spunto da una pseudo delusione amorosa per ironizzare sulle tendenze del momento… e non esiste sound più (paradossalmente) alla moda! Background di una vita Sia che voi siate 80enni amanti del rock, o 17enni pronti a divertirvi, sia che voi stiate soffrendo per amore o che passiate le vostre giornate a contemplarvi i baffetti alla francese, la musica di questo gruppo è ciò che renderà la vostra vita dal background migliore. Lavoratori annoiati, pensionati stanchi di curare le piante, studenti stressati: perché non riprendere in mano le redini della vostra esistenza? E quale sarebbe il metodo migliore, se non con un buon disco? P.S.: attenti ai baffetti: i Colpi Repentini non ne sono amanti!

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Voli Pindarici

Tu… la mia luna o il mio sole?

Il mio problema è sempre stato questo: prendo le cose troppo di petto. Le assaporo come si fa con un gelato artigianale al proprio gusto preferito… le vivo come se fosse l’ultima volta che potessi farlo, come se tutto potesse venirmi meno da un momento all’altro… una scarica di adrenalina: che sensazione dà? La stessa. E’ una mente sensibilissima che sperimenta tutto al 110 %. Gelo o fuoco: cosa preferisci? La temperatura tiepida non esiste. Il tuo gelato preferito potrebbe squagliarsi: faresti meglio a mangiarlo in fretta. L’occasione che ora ti si è presentata davanti potrebbe non ricapitarti: non fartela scappare, potrebbe essere l’ultima volta che la incontri. La scarica di adrenalina non si ha sempre: vivila, perché ti dà la forza per correre lungo il tunnel buio e raggiungere la luce. Prendere tutto di petto può essere dannoso: pieno inverno, acqua gelida, immergersi. Caldi, infuocati, esplosivi Incurante di quanto sia stupido farlo, nuoti in un’acqua così fredda da congelarti il cervello. Ma a spingerti sono i sentimenti: caldi, infuocati, esplosivi. Sono loro che ti trascinano laddove non dovresti andare. E il tuo cervello è congelato… non puoi far nulla se non essere inerme ai sentimenti che ti trasportano laddove essi vogliono. E ti perdi nel calore dei tuoi sentimenti. Non possono mai essere meno forti della ragione, che cerca di prevalicare, che cerca di dirti cosa sia giusto fare. Impossibile. Sei fuori di te. Freddo sulla pelle E puoi arrivare a largo. Arrivare lì fuori e sentire il freddo sulla pelle. E i tuoi sentimenti poi non possono più contrastare ciò che senti. Hanno perso. Ostinati, cercano di andare avanti. Cercano qualcosa cui aggrapparsi. At tu, Catulle, destinatus obdura. Invano. Stolto Catullo, credevi di essere l’unico? Tu cosa sei? Eppure per ogni largo esiste una sponda. Terra… finalmente terra. Riposo: non c’è più bisogno di nuotare. I sentimenti ti hanno portato laddove puoi sentirti al sicuro. E per ogni bacio sognato e mai avuto, mille da ricevere. Perché a volte siamo ostinati: vogliamo rimanere esattamente dove siamo, ci rinchiudiamo nella piattaforma di giacchio che si è creata attorno a noi. Eppure esiste chi è in grado di romperla. Esiste chi è in grado di liberarci dall’agonia e dallo strazio del gelo. Per ogni buio, una luce. Per ogni inverno, un’estate. Per ogni pianto, un bacio. Per ogni temporale, un fuoco. Per ogni luna, un sole. E tu cosa sei? La mia luna o il mio sole? Lasciati vivere.

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Culturalmente

Bukowski come un panino con tanta salsa piccante

Molto spesso si sente nominare un certo Bukowski, le sue poesie, i suoi libri, le sue massime – ormai esiste uno status bukowskiano! – si nomina, si cita, si prende come riferimento qualcuno che neanche si è mai letto… Poi però la curiosità si accende e così si spendono i primi soldi per il libro di uno scrittore il cui nome sentiamo continuamente ma il cui marchio non abbiamo mai tastato in prima persona: si inizia una lettura e si apre un mondo. Dinanzi ai nostri occhi l’inimmaginabile: Si arriva ad amare Bukowski e ad odiarlo al tempo stesso. Di solito non è così: uno scrittore piace e viene considerato un genio oppure non piace e viene considerato un idiota che scrive banalità… Per Bukowski questo non accade: anche chi lo odia ammette che i suoi scritti non sfociano mai nella banalità, pur trattando tematiche relativamente semplici: la sua vita, le sue donne, le sue birre, le sue poesie. Charles non è mai banale ed è questo il suo punto di forza: riesce a trasudare una sorta di depressione e al tempo stesso di soddisfazione nell’essere ciò che è nonostante le difficoltà che la cosa comporta. Vivere da scrittore non è mai facile e a maggior ragione non lo è quando il tuo nome è Bukowski. Ormai parlare di Bukowski è come parlare di un panino: si va sul sicuro: a tutti piace un bel panino come a tutti piace menzionare Bukowski… Ma perché? Il tiramisù bukowskiano La classica scissione fra individuo e massa in Charles assume connotati del tutto nuovi: c’è tutta la naturalezza e l’orgoglio espresso nel non essere uno fra tanti e, pur essendo questa tematica così “comune” nella letteratura / poesia, nelle sue pagine questa tematica non sa di qualcosa che è già stato abbondantemente trattato. È come un tiramisù: a volte è buono, altre volte è più buono, ma altre ancora non lo è affatto. Non esiste limite che Bukowski non abbia già superato Eppure il quesito principale non ha ancora soluzione: perché Bukowski? Vorremmo trovare una ragione per cui Bukowski piace così tanto (tanto da essere rappresentato a teatro) ma non sappiamo spiegarcelo. Ciò che è di Bukowski è solo di Bukowski e non può essere di nessun altro, malgrado tutti i tentativi compiuti per assomigliargli. “La maggior parte di questi detrattori imita pressoché pedissequamente il mio stile o comunque ne è influenzata. (…) Adesso sono molto spaventato che ce ne possano essere in giro molti che scrivono come Charles Bukowski, o dovrei dire che tentano di scrivere come Charles Bukowski. Ma sono sempre il miglior Charles Bukowski in circolazione e il mio stile si modifica e cambia continuamente come la mia vita, quindi non mi raggiungeranno mai. Solo Papà Morte mi raggiungerà, e adesso ho dimezzato il bere così quelli che mi odiano dovranno soffrire ancora un po’. Mentre i miei copioni muoiono per alcolismo, io uscirò da salutari spa a mezzanotte. Ah, sono io quello intelligente”. (Cit. da Scrivo Poesie Solo Per Portarmi a Letto Le Ragazze) Prima […]

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Attualità

Trump: un passo indietro per l’equality transgender

L’amministrazione Trump retrocede sulla linea adottata da Obama riguardo la battaglia per l’equality: gli studenti transgender dovranno usufruire del bagno e dello spogliatoio conforme al loro sesso biologico, al di là del genere in cui essi si identificano. Una misura già preannunciata in campagna elettorale, laddove il nuovo Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato tali decisioni “questioni dei singoli stati, per cui una direttiva federale non è necessaria”. La direttiva di Obama era stata una conseguenza della legge anti-gay del North Carolina che prevedeva esattamente ciò che viene promosso oggi dall’amministrazione Trump: il divieto per le persone transgender di utilizzare il bagno o lo spogliatoio da loro preferito. Tale decisione, tuttavia, non andrà subito in vigore: dovrà essere prima giudicata da un tribunale federale. E non impedirà, inoltre, alle singole scuole di assumere una posizione diversa rispetto a quella Trump, perseverando nella politica di Obama. Dunque autonomia ai singoli Stati e, in particolare, alle singole scuole. DeVos contraria alla direttiva Trump Un conservative step che, però, non è stato condiviso da tutti all’interno della stessa amministrazione Trump: la Segretaria del Dipartimento dell’Istruzione Betsy DeVos si è opposta subito alla direttiva. Gli effetti che essa potrebbe avere, infatti, sono disastrosi. DeVos ha esplicitato la sua posizione in un tweet, in cui afferma di voler proteggere qualsiasi studente da discriminazioni, considerando ciò una priorità non solo dei Dipartimenti, ma di ogni singola scuola. E questo già sembra un paradosso, se si pensa alle affermazioni rilasciate dal Segretario della stampa della Casa Bianca, Sean Spider, il quale ha dichiarato tutto il team Trump a favore di questa linea conservatrice. Una preoccupazione più che lecita, quella mostrata dalla nuova segretaria, dato il motivo per cui molti sostenitori LGBT, nonché molti medici e psicologi, si schierano contro tali direttive. Essi dimostrano come per la crescita sana di uno studente transgender sia necessario essere accettato dalla propria scuola: non poter scegliere quale bagno utilizzare è un atto di discriminazione e viene avvertito come tale dallo studente che, di conseguenza, crede che in lui qualcosa non vada. Le proteste dei sostenitori della comunità LGBT Caitlyn Jenner, campionessa olimpica di nome Bruce prima del suo cambiamento di sesso, nonché sostenitrice della LGBT community ed icona trans, esprime tutto il suo dissenso nei confronti di questa scelta, da lei definita un “disastro”. Ed è proprio sfruttando l’icona della Jenner che Donald Trump aveva affermato di sostenere i diritti trans, dandole la possibilità di scegliere qualsiasi bagno lei volesse all’interno della Casa Bianca. Considerando, però, che Caitlyn accusa il Presidente di non proteggere i diritti di una parte della popolazione, risulta tutto terribilmente ironico. In pieno stile Trump.

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Napoli & Dintorni

No gender ed omosessualità: facciamo chiarezza

Ad Ospedaletto d’Alpinolo, Avellino, il primo bagno pubblico no gender: non solo due generi, ma anche un terzo, per favorire coloro che non riescono ad identificarsi né nell’uno né nell’altro. Un fenomeno che sottolinea un avanzamento sociale notevole, già presente in altri paesi del mondo, ma rappresentante una vera e propria rivoluzione nel caso di un Paese come l’Italia. Orientamento sessuale ed identità di genere: nessuna equivalenza Con una tematica così delicata da trattare, è molto facile far confusione. Dubbi che, purtroppo, specialmente se appartengono a divulgatori della cultura, possono trasmettere messaggi errati. Molti giornali hanno diffuso la notizia con l’indicazione che ci sarà un bagno per gli uomini, uno per le donne e l’altro per gli omosessuali. Dovrebbe esserne a conoscenza chi, completamente all’oscuro del reale significato del “no gender”, lo accosta alla dimensione ben più conosciuta dell’omosessualità. Errore! L’identità di genere e l’orientamento sessuale sono due aspetti diversi che riguardano la stessa persona: da tener ben presente, diversi. Non c’è uguaglianza fra i due: non possono essere interscambiati. Soprattutto nel momento in cui si presuppone che il bagno pubblico “no gender” sia per gli omosessuali: per quale motivo un membro di tale community dovrebbe avere un bagno diverso da quello del sesso in cui egli stesso si identifica? E allora, chi usufruisce di questo terzo bagno? “No Gender” è per coloro i cui genitali contrastano con la loro interiorità e che, al fine di poter essere davvero ciò che desiderano essere, andranno incontro, ammesso non l’abbiano già fatto e ammesso vogliano farlo, ad operazioni chirurgiche. Transessualità è il termine giusto: identificarsi in un genere che non corrisponde a quello biologico. Il lui, il lei e il loro: no gender, no problem Ma la questione è molto più articolata. Ci sono tanti individui che preferiscono non appartenere ad alcun genere, rifiutando ogni connotato li rileghi ad un unico di essi, oppure accettandoli entrambi. Cosa stiamo dicendo? Esattamente questo: gender fluid significa “fluidità di genere”, ossia avere quella possibilità in più di sentirsi uomini, vestendosi con giacca, cravatta e magari anche papillon e bretelle, oppure donne, con rossetto, vestito e tacchi. Il tutto in una stessa persona. C’è il lui, c’è il lei, ma c’è anche il loro, pronome generalmente preferito dai gender fluid, apprezzato anche dai transessuali. Ed è proprio per questo motivo che il terzo bagno pubblico è stato introdotto: a sostegno di tutte quelle minoranze alle quali spesso tocca sopportare situazioni difficili, dettate dalla disinformazione o, peggio ancora, dal pregiudizio. Omosessualità: as easy as that L’omosessualità, di suo conto, non presuppone una transessualità. No, solo perché ad un ragazzo gay piacciono i jeans stretti non significa che egli si senta meno uomo di Mr Macho Man.  E no, una ragazza lesbica con un look mascolino molto probabilmente non vuole diventare uomo. Soliti cliché: non mancano mai. Essere omosessuali significa amare una persona dello stesso sesso: nient’altro, it’s as easy as that. E la transessualità? La transessualità, si noti bene questo, non presuppone necessariamente alcuna omosessualità. Si utilizza il termine ftm (female to male) […]

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Voli Pindarici

Potrebbe essere: ciò che avrei voluto dirti

Oggi, signori lettori, riflettiamo. O, forse, abbiamo riflettuto fin troppo negli ultimi mesi, prima di giungere a questa condizione di accettazione e rassegnazione, la quale mi porta a scrivere di quelle esperienze, brevi o lunghe che siano, che segnano la nostra esistenza. Vi è mai capitato? Quanto può essere paradossale la vita, in certe circostanze? Quante volte abbiamo bruciato occasioni senza neanche accorgercene? Magari quelle tappe avrebbero marcato la nostra essenza… potrebbe essere. Magari quelle occasioni da noi svalutate avrebbero potuto renderci felici… potrebbe essere. Eppure non siamo qui per eventuali moralismi, per ribadire che alcuni treni non ripassano, perché effettivamente.. non è così. A volte ci imbattiamo in situazioni, in persone, in circostanze che, quando le viviamo, non riusciamo ad apprezzare. Ma non a causa della nostra cecità (cioè, anche), ma perché non siamo pronti ad accogliere tutta la bellezza che ci è stata offerta. La scambiamo per qualcosa di così frivolo, vano, scontato. Poi ci ripensiamo, quando la nostra mente finalmente riesce a far pace con il nostro cuore, e constatiamo quanto abbiamo perso. È tutto chiaro: credevamo di voler qualcosa che in realtà non desideriamo e acquisiamo quell’ acutissima sensibilità che ci permette di vedere che quel che avevamo è quello che avremmo voluto avere se ci avessimo riflettuto più a lungo. Che si fa a quel punto? Non possiamo mica tornare indietro. No, assolutamente, non ci è concesso. Il labirinto delle scelte Eppure possiamo impugnare le redini della nostra esistenza e tentare di non sbagliare nuovamente. Ma anche questo, i nostri lettori sapranno, è relativo. Come facciamo ad accorgerci dei nostri passi falsi del passato? Come facciamo ad avere consapevolezza dei nostri errori per evitare di ricommetterli? Siamo ad un punto cruciale. Spesso non ci rendiamo neanche conto di commettere uno sbaglio. E perseveriamo in quel percorso che a noi sembra lecito, senza comprendere quante altre strade ci siano da imboccare, forse meno tortuose di quella che stiamo percorrendo. C’è un unico itinerario, il nostro, ma non riusciamo ad identificarlo. Siamo in un labirinto: dov’è l’uscita? Non possiamo tornare indietro, eliminando il momento in cui abbiamo spalancato una porta e deciso di imboccare quella via, ma possiamo ripercorrere il nostro percorso, arrivare al bivio che decretava quella famosa scelta e farla in modo giusto, per una volta. Perché non esiste uomo più maturo di colui che ammette le proprie pecche e cerca di compensarle; di chi sa tornare indietro, pentirsi e rimediare; di chi lascia andare qualcuno, ma non si arrende fin quando non riesce a riottenerlo. Forse il percorso giusto è quello che non abbiamo imboccato… potrebbe essere. Forse la situazione giusta è quella che non abbiamo voluto vivere… potrebbe essere. Forse le circostanze giuste sono quelle che abbiamo evitato… potrebbe essere. Forse la persona giusta è quella che abbiamo rifiutato… potrebbe essere.   Siamo tutti innamorati dell’idea che la nostra vita possa essere migliore: ci basta per continuare a sperare   Sono tutte le parole che ho sempre avuto bisogno di dire.

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Voli Pindarici

Il tuo turno di cambiare il mondo

“- Carne d’asino! – borbottava – Ecco cosa siamo! Carne da lavoro! – E si vedeva chiaro che era stanco di quella vitaccia, e voleva andarsene a far fortuna come gli altri. “Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro! Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l’asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girar la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani.” ‘Ntoni voleva partire, andar via, allontanarsi da quel mondo che, per lui, rappresentava il limite della sua conoscenza, l’ostacolo al suo benessere. Voleva cambiare, per se stesso e per gli altri. Il suo desiderio era quello di gettarsi a capofitto nell’universo del divenire perpetuo, in cui tutto è niente, in cui la realtà dell’oggi diviene l’illusione del domani, perché ogni cosa è in perenne trasformazione. Eppure non sempre si può. Non sempre è possibile modificarsi e diventare ciò che volevamo essere da bambini. Che succede quando ci scontriamo con  regole che non possono essere rinnovate? Ci impongono di rimanere ancorati alla nostra condizione presente: siamo fermi, immobili, non possiamo muoverci. Attorno a te, la metamorfosi, che trascina imperterrita tutto ciò che osi ad essa opporsi. In te, il desiderio di mutare, di evolverti in qualcosa di più grande. Al di fuori di te, l’impossibilità di farlo. Qualcosa te lo impedisce, qualcosa di molto più grande di te contrasta con il raggiungimento del tuo obiettivo. Non puoi andare avanti, sei bloccato nella staticità di un microcosmo chiuso, in cui il macrocosmo sembra penetrare, sicuramente, ma non può toccare te, nonostante le tue grida. Il tuo è un urlo di disperazione, è un tentativo di fuga, l’atto dannato ed estremo che ti porta a voler lasciare tutto, perché hai raggiunto il limite, ma sei invisibile. Il tuo biglietto di sola andata non può essere stampato. Sei un albero: non puoi essere sradicato dalle tue radici. Sei una rondine: non puoi abbandonare il tuo nido. Vorresti essere un pesce: vagare per gli oceani alla ricerca della tua rotta. Vorresti essere un albatro: volare verso l’infinito che ti si apre davanti agli occhi. Ma non puoi. La sfida della tua vita Perché, a volte, i desideri che sentiamo di più sono proprio quelli più difficili da appagare. Il tuo è un destino avverso: non vogliono che tu viva secondo le prerogative che ti sei fissato, secondo le tue aspirazioni. Ti vogliono frustrato, debole, vulnerabile di fronte a chi ha scelto per te. Vogliono che tu ti sottometta, che la tua testa sia bassa quando passi accanto a loro, che senta nel tuo corpo, nelle tue membra e nel profondo delle tue ossa la superiorità che caratterizza le loro persone, ma non te. Tu non hai il potere di decidere per te stesso. La sentenza è già stata emessa: riguarda il tuo futuro, la tua esistenza. E non puoi opporre resistenza, perché tu sei inerme e piccolo di fronte a qualcuno (o qualcosa) di estremamente […]

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Voli Pindarici

Perchè assecondare le inclinazioni dello spirito

Qualche strano filosofo dell’antica Grecia forse lo diceva, o forse mi sto sbagliando e non serve tornare nella Grecia di millenni fa: dobbiamo sempre assecondare ciò che lo “spirito” ci dice. In che senso? Nel senso che dobbiamo sempre seguire le sue indicazioni, anche quando esse non coincidono con quelle della mente. C’è chi parla di cuore e cervello alla frase fatta “segui il tuo cuore“, a me piace parlare di anima con uno spirito e di individuo con una mente ragionevole. Che forse poi è lo stesso di cuore e cervello, ma lasciate che, da individualista quale sono, pensi che la mia teoria sia “speciale” ed “unica”. Ecco, dicevo, spesso la mente e lo spirito non vogliono la stessa cosa. E in noi avviene una sorta di dissidio interiore fra quel che vorremmo essere (cioè ciò che lo spirito vuole) e ciò che dovremmo essere (cioè ciò che la mente vuole). Che si fa, a quel punto? C’è una crisi della persona, indubbiamente. E come si supera? Beh, scegliendo quale percorso intraprendere e quale dei due far prevalere. Un round combattuto con premio la felicità Io li ho vissuti entrambi, con il primo round spirito- mente, vinto da quest’ultima. Ho lasciato che essa si impossessasse totalmente della mia anima, del mio corpo, che il mio spirito fosse totalmente subordinato al rigore scientifico di un organo perfetto, perchè credevo che così dovesse essere. Credevo che fosse quello il percorso giusto per il raggiungimento della felicità. E invece ho fallito miserabilmente. 1-1 spirito- mente. Un round combattuto: una partita favolosa alla quale assistere (un po’ meno, quando la si vive). Complimenti alla scelta giusta che è subito ovvia dopo aver preso quella sbagliata! Nonostante tutti gli ostacoli, le difficoltà, le inversioni di rotta, mai dimenticare quanto sia soddisfacente dire di essere esattamente chi volevamo essere. Mai tralasciare il nostro benessere per una mente meccanica che ci impone decisioni non nostre. La vera felicità è la pace con se stessi. E, per averla, non bisogna tradire la propria natura. Abbiamo un vincitore.

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Attualità

Centro Dafne al Cardarelli per le vittime di violenza

La violenza contro le donne è considerata una violazione dei diritti umani: è la violenza del genere femminile da parte del genere maschile che assume molteplici forme e sfaccettature. Esiste addirittura una spirale (qui, a destra) per indicare le varie fasi che le vittime son costrette a sopportare: dall’intimidazione al ricatto dei figli, la strada è lunga, tortuosa, insidiosa. E poi è un ciclo. Tutto ricomincia da capo (non a caso, la spirale è anche detta “ciclo della violenza”), fin quando la donna non trova la forza per ribellarsi, il che non è assolutamente facile. Episodi così drammatici nell’esistenza di un individuo non possono che segnarlo per sempre. Come rendere meno amara la vita: NO alla violenza “Era questo la vita: un sorso amaro” scriveva Umberto Saba. Un percorso dai sentieri ripidi, soprattutto se caratterizzato da traumi così intensi. Non a caso, la vittima di violenza sessuale e/o psicologica può sviluppare disturbi psichici e fisici, oltre che psicosomatici,  sia a breve che a lungo termine, collocabili all’interno di un range di gravità molto ampio. “Le donne che hanno subito più violenze dai partner nel corso della vita, nel 35,1% dei casi, hanno sofferto di depressione a seguito dei fatti subiti, perdita di fiducia e autostima (48,8%), sensazione d’impotenza (44,9%), disturbi del sonno (41,5%), ansia (37,4%), difficoltà di concentrazione (24,3%), dolori ricorrenti in diverse parti (18,5%), difficoltà a gestire i figli (14,3%), idee di suicidio e autolesionismo (12,3%)”, spiega il Direttore del Dipartimento di Neuroscienze, A.O. Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano e Presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP), Claudio Mencacci. Proprio per far fronte a quegli scenari di solitudine e di perdita di sé stesse che troppo spesso caratterizzano le vite delle vittime, l’Ospedale Cardarelli di Napoli si inquadra come un polo di accoglienza e di assistenza femminile e minorile con la creazione del Centro Dafne-Codice Rosa, ubicato presso la stessa struttura ospedaliera, con personale qualificato che ha seguito corsi specializzati da oltre un anno per trattare le problematiche relative alla violenza di genere, in qualsiasi forma essa si manifesti. Il codice PR (percorso rosa) permetterà alla paziente di essere trasferita al piano terra del padiglione M nel rispetto assoluto della propria privacy e in totale protezione. “A regime – spiega il Direttore Generale del Cardarelli, Ciro Verdoliva – il ‘percorso rosa’ porterà all’introduzione di una speciale cartella clinica ‘blindata’ dove il verbale di pronto soccorso ed i dati clinici della paziente saranno consultabili solo dalla Direzione Sanitaria dell’ospedale e dalla responsabile di Pronto Soccorso“. Il percorso rosa, quindi, accende un’altra luce. Perché sempre si dovrebbe accendere una luce. Una luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. Una luce che, purtroppo, di recente, si spegne spesso troppo facilmente.

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Voli Pindarici

Inchiostro salvifico: un motivo per cui scrivere

Quando mi ritrovo a scrivere con una tazza di camomilla bollente in mano e le coperte fin sopra il naso, mi rendo conto che qualcosa in questa giornata è andato storto. Eppure, sono consapevole che potrebbe migliorare, considerando che finalmente riesco ad estrapolare i pensieri assillanti che si diramano fra i sentieri oscuri della mia mente e a dar loro voce, così che finalmente possa per me arrivare un attimo di sollievo. Il martellante peso delle parole, infatti, è ora impresso su carta: vi siete mai chiesti il motivo per cui, a volte, la penna “macchia”, lasciando il proprio segno indelebile sul foglio? Sono parole che tentano di fuggire, invano, rimanendo intrappolate in quel mondo senza spazio e senza tempo. È la forza che esse impongono per evitare di essere scritte, per tornare ad esser nascoste nella mente dell’autore, come se fosse un principio di azione e reazione, di causa ed effetto. Quando mi ritrovo a comporre rime, qualcosa in questa giornata è sicuramente andato storto. O forse è andato tremendamente per il verso giusto. Nel caso odierno, mi trovo nella prima situazione citata. AAA cercasi sarto Cosa devo fare? Vengono meno le mie certezze e non riesco più a ritrovare i capisaldi della mia esistenza. Come si cura un cuore smarrito? C’è forse bisogno di uno psicologo? Di uno psichiatra? Di un filosofo? Di un ingegnere? O forse di un sarto? Servirebbe proprio un sarto, in grado di ricucire tutte quelle ferite che, ahimè, circondano quell’organo che in molti oserebbero definire “di ghiaccio”. Cerco un sarto e cerco una guida virgiliana che aiuti il suo Dante ad uscire da questa selva oscura, perché a me tutto questo periodo sembra molto un labirinto. Qualsiasi strada io imbocchi, sembra non condurre ad alcuna meta positiva, oppure sembra riportare al punto di partenza. Giro in tondo alla ricerca di qualcosa, ma senza avere un obiettivo preciso. Mi han forse scambiato per uno dei personaggi dell’Orlando Furioso? Beh, che Ariosto sia un genio questo è più che certo, ma non vorrei essere nei panni di qualcuno di loro seriamente. Chi sopporterebbe poi Orlando? Scrivere per salvarsi Quando non sai come comportarti, quando non sai quale delle tante strade imboccare, oppure sei indeciso se continuare o meno il percorso che ormai hai intrapreso, scrivi. Probabilmente non è la migliore strategia del pianeta, ma almeno sei protetto. Le parole che componi fungono da scudo contro tutto il male che interiorizzi: la scrittura è la tua salvezza. Ed è anche la mia.

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Musica

Canzoni per Metà di Dente: Umano, Troppo Umano

Dente è l’emblema dell’uomo che compone per sé, quasi come se gli altri non esistessero. Come si può scrivere per gli altri ciò che rappresenta noi stessi, il nostro animo, i nostri segreti più intimi e delicati? Non sempre si può. A venir meno è la propria individualità, l’originalità delle composizioni e dello stile, a mancare è quell’ego tanto amato dagli scrittori, dai cantautori, o semplicemente dagli uomini. Eppure, nel momento in cui questi parametri non mancano, potrebbe mancare la comprensione da parte del pubblico.   “A volte dimentico che si scrive non solo per sé,  ma anche per gli altri. A volte dimentico che potrei scrivere per te.” In realtà, Dente fonde perfettamente due dimensioni: da un lato, analizza la propria persona, tutto ciò che egli prova è sempre in primo piano, ma dall’altro, dedica sempre le sue composizioni a qualcuno. C’è sempre un rapporto di causa- effetto: una delusione d’amore gli spezza il cuore ed egli sfrutta l’occasione per scrivere e dedicare a lei il frutto del suo talento. “E a volte dimentico anche me, quando sono con te. Dimentico me e non so perché.” Dente: artifex del proprio destino Canzoni per Metà è il nuovo capitolo del cantautore in cui viene trasmesso lo straordinario talento di un uomo che incarna a pieno i valori rinascimentali dell’artifex che costruisce il proprio destino, tassello dopo tassello. Il nuovo album è assolutamente geniale per chi riesce ad entrare nella sua ottica: è un album “per metà”, perché non dura molto, con brani che sfiorano anche il minuto a stento, ma anche dedicato alle sue “dolci metà”, con le tematiche tipiche dell’amore, del sentimento e dell’emozione. Tutto ciò lo rende umano, troppo umano. Eppure in questo suo essere così umanamente fragile, riesce a trovare tutto il suo potenziale: mette in mostra tutte le sue fragilità perché i suoi ascoltatori devono potersi identificare in lui. Non tutti riescono a percepire quelle note trasmesse da una canzone: non tutti sono in grado di comprendere il senso di quest’ultima. È questo probabilmente il problema di Dente: la sua debolezza ed il suo più grande punto di forza. O forse, semplicemente, mette per iscritto ciò che prova, e non importa chi lo ascolterà o chi lo comprenderà: l’importante è aver scritto ciò che il suo spirito gli ha suggerito. Il mago delle rime Prima di essere un cantautore e un musicista, Dente è un poeta, un mago che ha come incantesimi le sue rime. Un poeta per alcuni versi assimilabile agli Ermetici: così essenziale, così asciutto. Le sue parole sono poche, ma fondamentali. Conviene assimilarle tutte d’un sorso. Perché, alla fine, la sua musica è uno shot. Va bevuto senza pensare troppo, gustandolo, in un attimo. “Dimentico me e scappo via, per ricordare me e dimenticare un po’ te”. In Canzoni per Metà, Dente torna alla sua casa discografica, Pastiglie, quella delle origini, un po’ come l’Ulisse di Saba torna al suo porto. Ed è così che viene accentuata la sua vena più autentica e più “naturale”: […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Andy Warhol: il Vate sbarca in Italia con Pop Society

Pop Society, dalla celeberrima Pop Art di Andy Warhol, è la mostra che si terrà negli Appartamenti del Doge di Palazzo Ducale, a Genova, dal 21 Ottobre al 26 Febbraio, con l’esposizione di oltre 170 famosissime opere dell’artista. È la Coca Cola che (non) fa la differenza, secondo Andy Warhol Pop Art deriva da Popular Art: essa riproduce esattamente ciò che la massa segue. I prodotti di consumo sono la più alta forma di democrazia attuale: perché non dipingerli? Oggetti delle sue opere sono i più comuni, dalla Coca Cola ai barattoli di Campbell, perché caratterizzano la quotidianità di ogni singolo individuo, senza alcuna distinzione. «Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu». Warhol ripete in una serie di sequenze il soggetto preso in considerazione, come se lo moltiplicasse svariate volte. Ed è esemplare anche come egli possedesse ben 25 gatti siamesi, identici, tutti con lo stesso nome, eccetto uno: erano un quadro che prendeva vita. Ma non c’è solo questo. Warhol è molto altro ancora. La mostra è infatti divisa in sei sezioni: “il disegno”, “le icone”, “le Polaroid”, “i ritratti”, “Andy Warhol e l’Italia”, e infine “il cinema”. Le Polaroid impegano l’artista per oltre vent’anni, durante i quali fotografa i personaggi più famosi dell’epoca, dando inizio ad un fenomeno che esplode da lì a poco e che tuttora esiste. I modelli sono marionette in balia di un deus ex machina che le trucca, che dice loro come comportarsi, che manipola le loro espressioni. Eppure l’effetto che ne vien fuori è sempre straordinario. C’è anche il cinema, con pellicole che prendono le sembianze di quadri. Il tempo si dilata, si perde la concezione di trama. Tutto ciò che esiste è un’immagine che evolve nell’arco di varie ore, proprio come se la si stesse guardando dal vivo mentre la si dipinge. “La sperimentazione cinematografica di Warhol è uno dei contributi fondamentali resi all’arte nella seconda metà del ventesimo secolo. (…) Egli punta l’attenzione sulle proprietà essenziali e intrinseche del mezzo” scrive Biesenbach, critico del New York Times. È un’esperienza nuova a tutti gli effetti, è una geniale sperimentazione artistica: è il cinema di Warhol. Quello che circonda la sua persona è un mito a tutti gli effetti: da figlio di due immigrati slovacchi, nato a Pittsburgh, in Pennsylvania, a Vate della Pop Art nella grande mela. Egli ha costruito un impero partendo dal nulla, neanche dalle ceneri dello scorso. “Avevo tanti impegni, ma ho deciso di restare in casa a tingermi le sopracciglia” Il suo percorso ricorda un po’ quello di Gatsby in The Great Gatsby: entrambi partono da zero per ottenere infinito. Simili sono anche le feste che organizzano presso le loro […]

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Attualità

Pipers: il duo napoletano torna con un nuovo album

I Pipers nascono nel 2007 dal connubio fra british pop e folk rock, ottenendo fama non solo in numerosi festival (Mathew Street Festival, Creamfieds, Liverpool Sound City), ma soprattutto suonando con The Charlatans, Ian Brown, Starsailor, con gli Ocean Colour Scene, Turin Brakes e James Walsh. Nonostante la pubblicazione di due soli album (tre, con il nuovo arrivo), No One But Us e Juliet Grove, questi ragazzi possiedono già una ricchissima biografia. Ma cos’ha di diverso Alternaïf rispetto alle produzioni precedenti dei Pipers? “Alternaïf”, la nuova produzione dei Pipers, in uscita domani, 21 Ottobre, ha un sound molto più maturo rispetto al passato, pur rimanendo fedele a quelle caratteristiche che hanno reso la band degna di essere considerata fra le più “coerenti” nel background degli emergenti italiani. Il nuovo album è perfetto per coloro che ricercano la cosiddetta “pace interiore”: le chitarre, i violini, il piano e gli altri strumenti rilassano l’ascoltatore a tal punto che egli sembra estraniarsi dal mondo reale per aprire le porte ad uno del tutto fittizio. L’ascoltatore è coinvolto così intensamente nei brani da lasciarsi trasportare in un locus amoenus che i Pipers sembrano aver costruito a pennello per i loro fans. Perché forse è proprio questo che determina la “coerenza” del duo napoletano: il desiderio di non deludere coloro che li sostengono. Ad unire Stefano De Stefano e Stefano Bruno ed i loro ascoltatori c’è un legame indissolubile fondato sulla passione comune per la musica e su di una promessa stipulata da entrambe le parti, riassumibile in un termine specifico: fiducia. Perché abbandonare quel locus amoenus su quale si è investito tanto? Il cambiamento può essere positivo e la sperimentazione artistica fa sì che il genio e la creatività di quei “predestinati” in grado di trasmettere qualcosa attraverso l’arte si espliciti. E un’evoluzione, volta allo sviluppo e alla crescita artistica degli individui, non può che essere apprezzata. Non bisogna dimenticare che si cresce e si migliora insieme. E non bisogna aver paura di osare, laddove necessario: potrebbe venirne fuori un capolavoro. Have you ever crossed the line just to see if you’re still alive? (A Place in The World) Per sentirsi vivi, to feel alive, bisogna avere il coraggio di spingersi oltre il definito, oltre i propri limiti. La monotonia è l’essere sempre uguali e può davvero influire negativamente sul percorso di giovani artisti. Ma non c’è alcun pericolo: con Alternaïf, il duo si è espresso in tutta la sua genialità, ricca dei sentimenti più puri che filtrano attraverso le parole e del sound più finemente ricercato. Quel che viene fuori è un’opera eccellente: è difficile trovare un gruppo che sia in grado di conciliare perfettamente musica e testi senza far sì che l’uno prevalga sull’altro. Ma quel che è ancora più difficile trovare è un gruppo italiano che ben si adegui a scenari internazionali: i Pipers, invece, sembrano registrare per le strade di Los Angeles. Con Alternaïf, dimostrano di essere in grado di trasformare il loro folk-rock in una raffinatissima versione acustica, guadagnando tutto […]

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