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Eroica Fenice

Culturalmente

Le Royelles: le bambole super-eroine e diverse

Circa un anno fa alcune mamme inglesi avevano lanciato l’hashtag #toyslikeme sui social network dando vita ad una campagna virale di solidarietà e umanità avente lo scopo di creare giocattoli e bambole che avessero menomazioni e evidenti difetti fisici simili a quelli dei loro bambini. Giocattoli, quindi, in cui i bambini potessero ritrovare sé stessi, con tutte le loro imperfezioni: i genitori di bambini con disabilità erano poi stati invitati a postare idee per giochi e giocattoli con difficoltà fisiche. Le foto postate erano state tante e commoventi tanto che le ideatrici del progetto avevano chiesto alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti artigianali e originali di molti volontari e genitori o almeno di ispirarvisi per immettere sul mercato prodotti più vicini alle esigenze di tanti bambini “diversi” ma non per questo meno importanti. Le Royelles: un progetto di Mùkami Kinoti Kimotho Il progetto delle bambole Royelles sembra voler percorrere una strada affine a quella non solo di Toy like me, ma anche quella di Mighty Dolls dell’artista canadese Wendy Tsao (che aveva dato alle note bambole Bratz il volto di donne famose per la loro cultura, professionalità e importanza nel mondo scientifico e letterario) e di Tree Change Dolls di Sonia Sigh (che aveva struccato le stesse bambole ridisegnando volti e realizzando vestitini così da renderle più simili alle bambine che vi giocavano). Ideate dalla fashion designer e imprenditrice sociale Mùkami Kinoti Kimotho (nonché mamma della piccola Zara), le Royelles sono 13 bambole interamente realizzate a mano (dai disegni ai modelli stampati in 3D) dalle fisicità e vestiario diversi, ispirate a donne vere come nonne o atlete. Secondo la Kimotho le mamme americane spendono ogni anno circa 5 miliardi di dollari in bambole, mentre le mamme afroamericane spendono circa 300 milioni di dollari e più per le stesse bambole che però, secondo alcune statistiche, hanno un impatto negativo sulla loro immagine. «Mia figlia  Zara a soli 4 anni mi disse di non sentirsi bella come i suoi amici». Proprio notando (dopo 2 anni di lavoro e tante ricerche e incontri con tantissime mamme) che si trattava di un problema esistente non solo nella comunità di colore, Mùkami ha pensato di realizzare questi “avatar” come lei stessa ama definire le Royelles, bambole diverse dagli standard in commercio, modelli che riflettessero le diversità di colore, cultura, fisico e abilità. Avatar perché  ognuna ha una propria personalità, storia e missione. Come Teti, mamma single di 3 bambini e scrittrice di successo,  che non rinuncia alla sua famiglia ma che persevera nel mettere il suo talento al servizio della comunità, un omaggio alla mamma dell’artista. O Tanni, ballerina classica con due protesi alle gambe: i suoi limiti fisici non le impediscono di portare avanti i suoi sogni. O come Mara donna guerriera che affronta la vita con fierezza e coraggio, cui sarà ispirata la prima libea di bambole progettata dalla Kimotho. #MillionRoyellesMillionGirls: una delle Royelles per tutte le bambine Dalla vendita di queste bambole (lo del costo di 99 dollari), l’imprenditrice, […]

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Cucina & Salute

L’insalata greca e la salsa tzatziki: viaggio di sola andata nella terra degli dei

«Fa’ che il cibo sia la tua medicina e la medicina il tuo cibo». Così scriveva Ippocrate, padre della medicina, vissuto tra il V e il IV secolo a. C. Chissà se, quando pensava al “cibo come medicina”, avrebbe mai immaginato che, proprio nella sua terra d’origine sarebbe stata creata la meravigliosa χωριάτικη σαλάτα, ovvero l’insalata greca (detta anche “estiva“, perché consumata nella bella stagione). La ricetta originale della greek salad, facilissima da preparare e molto gustosa, prevede ingredienti tipicamente mediterranei quali pomodori, cetrioli, cipolla, olive, senza dimenticare l’olio d’oliva e l’immancabile formaggio greco, la Feta. Le lisce olive, nello specifico della varietà Kalamata, prodotta nell’omonima città peloponnesiaca, di solito conservate nell’aceto di vino o in olio d’oliva, sono di colore viola e di consistenza carnosa. Insieme alla cipolla (che si rende meno piccante grazie alla strizzatura con il sale e al bagno in aceto) conferiscono un gusto acre all’insalata, mentre i pomodori, ricchi di antiossidanti, e i cetrioli, ricchi di sali minerali e di vitamina C, rendono l’insalata un ottimo piatto estivo, rigenerante e dai forti effetti depurativi, ideale anche nelle diete prive di tossine. Ma a farla “da padrona” in questo piatto è sicuramente la bianca Feta, prodotto DOP, ottenuta con latte di pecora e caglio: dalla consistenza pastosa (è a pasta semidura), è un formaggio molto saporito a causa della sua lavorazione che prevede una permanenza nella salamoia per un periodo che varia dai due ai tre mesi. Nelle isole, oltre alle erbe aromatiche quali l’origano, spesso vengono aggiunte anche le foglie della pianta di cappero e, a volte, anche i capperi sottaceto, mentre nella Grecia continentale settentrionale, si aggiungono anche i peperoni tagliati crudi oltre ai pomodori. Tuttavia sono molteplici le varianti dell’insalata khoriatiki e molto spesso, invece del solito condimento costituito dall’olio d’oliva, sale e origano, si preferisce usare la salsa tzatziki, usata anche come accompagnamento di antipasto in Turchia e in Albania. Questa salsa a base di yogurt di pecora, bianca, si presenta schizzata di verde per la presenza di cetrioli spezzettati o aggiunti dopo averli frullati, ed ha un gusto molto aromatizzato a causa dell’abbondante aglio aggiunto. Anche questa salsa presenta numerose varianti e, a sostituzione dell’aglio o del cetriolo, in alcune regioni della Grecia continentale si preferisce usare erbe aromatiche quali la menta, l’erba cipollina, il coriandolo, l’aneto o altre spezie, magari aggiunte insieme ad un abbondante cucchiaio di aceto. L’insalata khoriatiki si serve dopo aver apparecchiato la tavola per stimolare l’appetito dei commensali nell’attesa dell’arrivo dei piatti principali, in un’unica insalatiera dalla quale tutti gli invitati attingono in una vera e propria celebrazione della condivisione del cibo ordinato e del tempo da trascorrere, fra un trancio di pita con il quale si accompagna il boccone di pomodori e Feta alla bocca e uno sguardo al mare e al cielo greci dello stesso colore azzurro intenso. Dopo aver letto la descrizione dettagliata di uno dei piatti cardine della cucina greca, mediterranea e internazionale, è nato in voi il desiderio di preparare un’insalata […]

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Cucina & Salute

Barefooting: camminare a piedi nudi (non solo nel parco!)

«Paul, sei addormentato? Solo le mani e i piedi». I cinefili più nostalgici sicuramente ricorderanno questa battuta tratta dal film A piedi nudi nel parco scambiata tra la solare sposina Corie e lo scontroso neo-marito Paul che, dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie, cammina a piedi nudi nel parco, abbandonandosi per la prima volta alla spontaneità e semplicità della vita, e ritrovando il senso di radicamento al suolo e contatto con la natura. Di recente sembra che la libertà, inaspettatamente scoperta dal giovane Robert Redford, protagonista del film, sia divenuta uno dei motivi principali della diffusione del nuovissimo barefooting, ovvero il “camminare a piedi nudi”. Questa tendenza, sicuramente recente e molto praticata in America, rientra in un’attività che – non tutti sanno – apporta molteplici benefici all’organismo. Primi tra tutti il senso di benessere e di serenità, che nasce dal senso di libertà del camminare senza scarpe, calze, sandali, calzini, tacchi alti. Inoltre la scarpa impedisce il normale e corretto movimento dei piedi, ne indebolisce la muscolatura, e il carico del corpo non si distribuisce, gravando solo sull’avanpiede. I benefici del barefooting (a piedi nudi) non solo del corpo, ma anche della psicologia Al contrario, camminare scalzi, oltre ad esercitare correttamente la muscolatura del piede e favorire una distribuzione corretta dei carichi, migliora la traspirazione, dal momento che sotto la pianta dei piedi si concentra la maggior parte della ghiandole sudorifere. Infatti poggiare la pianta dei piedi a terra non solo migliorerebbe la circolazione del sangue e il senso di pesantezza alle gambe (e questo, soprattutto per le donne, anche in gravidanza, diminuirebbe il rischio di vene varicose e di trombosi), ma favorirebbe anche il ruolo degli elettroni che riducono l’effetto dei radicali liberi sui tessuti sani.  Riattivando la circolazione, si contribuisce a migliorare i dolori cronici e, in alcuni casi, anche i disturbi del sonno. Camminare correttamente aiuta a correggere anche la postura (soprattutto per gli adolescenti che tendono all’atteggiamento scoliotico e cifotico), prevenire dolori alla schiena e i tanti e fastidiosi problemi dei piedi, come calli o bollicine. Ma questa pratica è sconsigliata nel caso si soffre di particolari patologie del piede come la fascite plantare, la tallonite o la spina calcaneare. Non è solo l’organismo a beneficiare del barefooting: camminare a piedi scalzi, magari immersi nella natura, favorisce non solo l’aumento dell’autostima, ma accresce anche la concentrazione e la memoria, soprattutto se si unisce la presenza di aria pura e del verde che aiuta nel rilassamento e nella generazione di pensieri positivi (ritrovando anche il contatto con la natura-earthing). Questa pratica oggi è in voga anche nelle grandi metropoli e perfino nei locali pubblici o per le strade molti neofiti del barefooting si lanciano nella “falcata delle Valchirie”, dimenticandosi dei possibili e, spesso, frequenti inconvenienti di questo “hobby“: ad esempio, la scarsa igiene derivante dalla sporcizia di strade e pavimenti e quindi la possibilità di incorrere in funghi e verruche o la presenza di pezzi di vetro. Ecco perché, è sempre preferibile seguire percorsi guidati (non […]

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Cucina & Salute

La torta Foresta Nera: amore e cioccolato

Osservate questa immagine. Una foresta nera, scura, fitta di alberi che creano giochi di ombre. Una piccola casetta di legno in lontananza col caminetto acceso. Immaginate un cestino di piccoli e perfetti frutti rossi sul davanzale e l’acqua sul fuoco che ribolle. Piccole fatine preparano una torta a base di cioccolato e ciliegie per la merenda nel caldo ambiente casalingo fra odore di frutti di bosco e aromi invernali. Guanti caldi di lana e un vento freddo che bussa sui vetri vecchi coi fondi di bottiglia del salotto. La torta Foresta Nera: la regina del bosco La torta Foresta Nera, all’anagrafe Schwarzwälder Kirschtorte (ovvero torta alle ciliegie della Foresta Nera), è un dolce a base di panna montata, cioccolato e ciliegie (il cappello del costume tradizionale, il bollenhut, ha caratteristici pompon che assomigliano molto alle ciliegie),  originario del noto polmone verde nel cuore della Germania. Proprio qui, da questo luogo incantato, immerso nella montuosa area situata nel Land tedesco del Baden-Württemberg, sarebbe nato questo dolce. Il peso della torta, preparata secondo la ricetta originale, equivarrebbe, a detta degli abitanti del luogo, al peso del cappello del costume tedesco, il bianco delle maniche della camicetta ricorderebbe la panna che a ciuffetti ricopre la torta, mentre i riccioli di cioccolato, il colore brunito degli alberi della Foresta Nera. Secondo un’antica tradizione la torta Foresta Nera sarebbe stata creata nel 1915 da Josef Keller, titolare del café Agner di Bad Godesberg. Anche se la prima ricetta della torta compare in un testo di cucina risalente agli anni 1930, e a partire dagli anni ’30 e dai ruggenti anni ’40, avrebbe fatto la sua comparsa nelle pasticcerie e sale da the non solo tedesche ma europee. Oggi, come allora, si può assaggiare nelle pasticcerie svizzere, tedesche, austriache e dell’Italia settentrionale. Formata da più strati di pan di Spagna al cacao, bagnati con Kirschwasser (in altre tradizioni il liquore usato per la bagna è il Brandy o il rum come in Austria) e farciti con panna montata e ciliegie (nella variante più moderna sono usate le amarene), la torta Foresta Nera è decorata sulla circonferenza da altra panna e scaglie di cioccolato e sulla superficie presenta una corona di ciliegie su un letto di panna e cioccolato fondente. Nota anche per i suoi ciliegi, da cui si ricava un liquore alle ciliegie distillato due volte, e che in passato venivano piantati dalle coppie di sposi appena unite in matrimonio, la Foresta Nera è, infatti, anche zona di produzione del cioccolato fondente e degli orologi a cucù. Sedetevi in poltrona davanti al caminetto. Uscito l’uccellino dalla casettina ad annunciare le ore 17, si fa una pausa. A S. Valentino, accanto allo scambio dei tradizionali bigliettini di tradizione medioevale francese e inglese (le cosiddette “valentine“), o come dessert di una serata a due, prepariamo una versione nuova, veloce e golosissima della torta tedesca. Per ricreare un’atmosfera romantica, fra il dolce rosso delle ciliegie e l’amaro pungente del cioccolato. Fra gli aromi invernali e il profumo di agrifogli.  La […]

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Culturalmente

Domus Aurea Experience: la casa di Nerone in 3D

«Nerone, approfittando delle macerie della sua patria, si costruì un palazzo dove non destavano meraviglia solo l’oro e le pietre preziose, che costituivano ormai un lusso consueto, ma campi, laghi, distese di boschi, spazi aperti e panorami: ne furono architetti Severo e Celere, che ebbero il talento di arrischiare con l’arte quello che la natura aveva negato, scherzando con le ricchezze dell’imperatore». (Tac., Ann. XV 42- traduzione di A. Paduano) Lo storico romano Tacito descriveva così lo sfarzo della nuova straordinaria dimora dell’imperatore Nerone (54-68 d.C.), la Domus Aurea (la “casa d’oro“), mettendone in rilievo l’innovazione consistente nella convivenza di spazi interni dettagliatamente curati (come le sale riccamente affrescate con motivi architettonici e mitologici) ed esterni (come portici, cortili e fontane). Realizzata in soli quattro anni dopo l’incendio del 64 d.C. (provocato secondo la tradizione dallo stesso Nerone che avrebbe osservato il propagarsi delle fiamme suonando la lira dal suo palazzo) su un vasto territorio compreso fra i colli Esquilino e Palatino nell’ambizioso progetto di rinnovamento urbanistico cittadino voluto dall’imperatore “artista e poeta”, la Domus Aurea fu distrutta dopo la morte di Nerone. La Domus Aurea, sfarzoso palazzo dell’imperatore Nerone, dal 4 febbraio rivive splendida negli occhi dei visitatori In parte coperta successivamente da edifici di epoca posteriore, come il palazzo di Domiziano e le terme di Traiano, la dimora dell’imperatore Nerone dal 4 febbraio è protagonista di un incredibile spettacolo ricreato su un percorso multimediale e in 3D, presentato dal Soprintendente per l’area centrale di Roma Francesco Prosperetti, dall’archeologo responsabile della Domus Aurea Alessandro D’Alessio e dall’architetto Stefano Borghini della Katatexilux, la società di Amelia (Umbria), con uno staff di 10 persone che ha firmato le installazioni multimediali. Il percorso della durata di circa 1 ora e 15 minuti e articolato in 12 tappe mira a «ritrovare la vera luce della Domus Aurea e a liberare il monumento dalla memoria collettiva di una grotta» come afferma Borghini. Esso inizia con la galleria all’ingresso del palazzo dove sulla parete romana di laterizi e alcuni frammenti di intonaco rosso e beige viene proiettata (in circa 7 minuti) la storia della Domus Aurea dal grandioso progetto del “padrone di casa” Nerone all’epoca moderna con immagini ricostruite in 3D del formato di 19m x 3,3m. I gruppi di visitatori (di massimo 25 persone) proseguono verso il Ninfeo di Ulisse e Polifemo, gli ambienti interrati in epoca traianea, la “sala della volta dorata” (ancora oggetto di restauro) dove, sedendo su postazioni computerizzate e indossando appositi visori bioculari (una sorta di “occhiali 3D”), potranno rivivere per 6 minuti nella Roma del I secolo d.C. e passeggiare nell’ambiente orientale del palazzo godendo, ammirando, spaziando con lo sguardo lungo le pareti, che si rivestono – grazie al videomapping – di stucchi, superfici purpuree, dettagli in oro, volti a botte, potendo anche “camminare” verso il soffitto della sala fino ad arrivare ad osservare da vicino dettagli decorativi posti a circa 12 m di altezza. Proseguendo nella passeggiata temporale ogni visitatore vedrà aprirsi dinanzi a sé nel grande criptoportico splendidi colonnati circondanti giardini, fontane, piscine […]

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Culturalmente

Faith, l’eroina XXL che amano tutte le ragazze

Dimenticate Catwoman, dimenticate Wonderwoman, dimenticate la Donna Invisibile e quella di fuoco. Dimenticate quelle super-eroine bellissime, magre e dal fisico perfetto.  Oggi a combattere il crimine è stata creata una nuova super donna. Si chiama Faith Herbert, di giorno è una blogger di gossip, di notte si trasforma in una paladina della giustizia che difende i cittadini di Los Angeles dai criminali e dagli attacchi alieni. Segni particolari? È una super eroina tutta curve e porta la taglia XXL. Nata dalla matita di due disegnatrici americane, Francis Portela e Marguerite Sauvage, con la sceneggiatura dell’autrice Jody Houser (che vanta anche collaborazioni con la Marvel – “Max Ride: Ultimate Flight”, “Avengers: No More Bullying”), Faith è l’eroina “della porta accanto”, quella che ciascun lettore inviterebbe in pasticceria o magari a cena. Protagonista di un fumetto che sarà pubblicato in Italia il 16 novembre (con ben 10 varianti) dalla casa editrice perugina Star Comics nota per le sue numerose collane di manga e supereroi, Faith è già amata da tutti gli appassionati di strisce a colori che in America, dopo la pubblicazione della miniserie che la vede protagonista a cura della newyorchese Valiant Comics nel luglio scorso (nell’ambito del progetto “The Future of Valiant”, teso a raccontare eroi diversi da quelli tradizionali, eroi moderni e futuristici), l’hanno premiata con cinque ristampe, un vero record di rapidità di ristampa nella storia del fumetto. Il primo numero presentato in occasione del Lucca Comics&Games (28 ottobre – 1 novembre) da “mamma” Portela e disponibile in tutte le librerie e fumetterie (oltre che su Amazon) da metà novembre, è costituito da 128 pagine a colori e contiene la storia dal titolo “Hollywood e la vigna”, nella quale il lettore scopre in che modo Faith Herbert è diventata Zephyr (anche se ai lettori è nota con il nome di Faith, sua identità segreta, e non con quello da super eroina). Faith Herbert, un’eroina “cicciottella” che non parla di diete e vola avvolta in una maxi tutona  Alta, bionda, “cicciottella”, ha gli occhi azzurri e non ama le diete. Dopo la perdita di entrambi i genitori in un incidente stradale, aveva sempre desiderato essere un super eroe e avere super poteri, esattamente come quegli eroi delle cui avventure è appassionata e protagonisti dei racconti amati dalla madre e dal padre, fino al momento in cui scopre di essere dotata di poteri telecinetici. E così inizia la sua vita da super eroina fra un post per il suo blog Zipline (dove scrive con lo pseudonimo di Summer Smith), scritto in sospensione sui fili del telefono e il salvataggio di qualche cittadino, fra la squadra di supereroi “The Renegades” di cui fa parte e la lettura dei libri di Tolkien, autore da lei tanto amato, fra i dubbi sulla sua tutona bianca e azzurra e la visione a loop della saga di Star Wars, di cui conosce ogni battuta. Ironica, positiva, solare e molto modaiola, ha un certo successo con gli uomini (Chris Chriswell, l’attore di cinecomics hollywoodiani più quotato del momento, vuole […]

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Culturalmente

Priyanka Paul: il potere delle donne

Priyanka Paul è una ragazza diciassettenne indiana di Mumbai, studentessa di mass media al St. Xavier College di Mumbai e aspirante artista e poetessa. Appassionata di temi quali il femminismo, il razzismo e i diritti LGBT, Priyanka Paul ha iniziato da giovanissima a disegnare, prendendo sul serio la possibilità di illustrare con tavole e vignette digitali solo quando era alla scuola superiore, approfondendo discipline quali la sociologia e le scienze politiche.   Ha così creato un account Instagram sul quale pubblica i suoi lavori: fra i più recenti, la serie che ha come topic il femminismo, Goddess Serie, dedicata alle dee di tutte le religioni del mondo e basata sul poema “Pantheon” di Harnidh Kaur. La poesia, che racconta di dee di culture diverse liberandole dai cliché imposti dagli uomini, ha ispirato tale raccolta di disegni ma, se le dee sono percepite tradizionalmente come esempi femminili da seguire, coronate e con altri ornamenti regali, nella serie della giovane artista diventano il principale modello di liberazione femminista. La Goddess Serie di Priyanka Paul: una spregiudicata denuncia alla società patriarcale indiana Ogni disegno è accompagnato da un’arguta didascalia esplicativa. La dea giapponese del sole, Amaterasu, ad esempio, è rappresentata con un kimono fantasia sushi, e sul seno nudo c’è scritto “free the nipple” (“liberate il capezzolo”), con una chiara allusione sonora anche al termine “nipponico” (con cui di solito si indicano gli asiatici). La dea egiziana Iside è una fashion blogger con iphone e cover rossa come la decorazione del suo copricapo, tradizionalmente interpretato (anche da Plutarco) come il disco lunare. La conterranea dea Kalì, invece, ama i piercing e i tatuaggi che mostra anche tirando fuori la lingua e le t-shirt (sulla sua, di colore arancione, c’è la rappresentazione tradizionale nella religione indiana). Altre dee si fanno selfie, hanno meta testa rasata (come quelle dell’antica Grecia), ma soprattutto sono supporters della liberazione femminista, come Eva, la prima donna della religione cristiana che, inoltre, “ama le torte di mele e il giardinaggio”. In una società, fortemente patriarcale come quella indiana in cui, come afferma Priyanka Paul “the female sexuality has always been a hushed up topic across cultures“, i lavori dell’artista, provocatori e fortemente crudi, cercano di richiamare l’attenzione su certe definizioni, pregiudizi e insulti. In una recente intervista Priyanka Paul ha denunciato la mancanza di educazione sessuale per le donne nelle scuole: in India le donne, che non sono oggetti sessuali alla stessa stregua degli uomini, devono essere tenute in casa, come ha affermato l’avvocato di un violentatore in un recente processo per stupro, che ha difeso il suo cliente dicendo che una ragazza è come un fiore da conservare in casa e, se lo si porta in strada, provoca stupri e violenze. Forse per questo motivo l’artista ha scelto come proprio nickname artwhoring, “puttaneggiare con arte”: infatti il termine “whore” viene usato per appellare tutte le donne che si vestono secondo i propri gusti o frequentano uomini in modo trasparente. E allora se quasi tutte le donne si comportano in questo modo, per gli uomini […]

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Cucina & Salute

Il gelato al fico bianco del Cilento… ed è subito estate!

Il Cilento, luogo splendido, è parte, insieme al Vallo di Diano, della Lucania occidentale: questo territorio è stato dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità dal 1998, con i siti archeologici di Paestum e Velia. Dal 1997, inoltre, era stato inserito nella rete delle Riserve della biosfera del Mab-UNESCO (“Man and biosphere- UNESCO”) e insieme a Soria (Spagna), Koroni (Grecia) e Chefchaouen in Marocco è sede della Dieta Mediterranea, iscritto nelle liste del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dal novembre 2010 (a Pollica nel castello dei principi Capano risiede il Centro studi sulla Dieta Mediterranea, dedicato ad Angelo Vassallo, sindaco di Acciaroli ucciso nel 2010). Ed è nel cuore di questo territorio, sferzato dalla brezza proveniente dal mare e dai profumi esalati dai pini delle montagne, barriera contro le fredde correnti invernali provenienti da nord-est posta dalla catena degli Appennini che spalleggiano i piccoli paesini di pescatori, che si coltiva un prodotto DOP dal 10 marzo 2006: il fico cultivar Dottato che, una volta essiccato, diviene il fico Bianco del Cilento. La zona di produzione del “Fico Bianco del Cilento DOP” comprende ben 68 comuni dalle colline litoranee di Agropoli fino al corso del Bussento, per lo più inclusi nell’area del Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano (700 ad ettaro è il numero massimo di piante coltivate in un impianto). Noto già a Marco Porcio Catone e poi a Marco Terenzio Varrone in età romana, che parlavano del fico essiccato nel Cilento e nella Lucania come base alimentare della manodopera impiegata nei lavori dei campi; questo prodotto ortofrutticolo è appartenente alla specie Ficus carica domestica L. Il fico bianco del Cilento: raccolta, lavorazione e usi Più piccolo del fico comune rosso, ha una buccia di colore giallo chiaro che non cambia di colore e l’interno, dalla consistenza pastosa, è marroncino tendente al bianco. Ricco di fibre e zuccheri, viene lavorato in loco dai contadini dopo la raccolta (con buccia quando i fichi sono stramaturi, quelli da destinare all’essiccazione senza buccia a non completa maturazione- rigorosamente a mano) che inizia a fine luglio e prosegue fino a settembre: si cerca di conservare, con la classica essiccazione “a stecco” (ponendo sempre attenzione a che la buccia del fico non si danneggi), i principi nutritivi del prodotto, maturato in un territorio fertile e ben soleggiato. Un tempo la raccolta era affidata alle donne (dette ficaiole) che si occupavano anche del loro confezionamento: le incollettatrici nascondevano nei fichi bigliettini con nome e indirizzo nella speranza di trovare un marito. Dopo essere stati sterilizzati, i fichi vengono pressati a mano con la tecnica detta dell’ “impaccare” in dialetto cilentano e l’usanza di impaccare i fichi era tramandata di madre in figlia. I frutti, dall’interno di colore ambrato, vengono posti sul un piano costituito da canne intrecciate e, dopo una settimana di essiccazione naturale e bagnatura di acqua e sale, esalano profumi e aromi caratteristici e sono pronti per essere lavorati e adoperati per fresche e autunnali preparazioni: con buccia, cotti o solo essiccati dal colore ambrato o senza buccia, […]

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Culturalmente

Love is…di Puuung: chiediamoci cos’è l’amore

Love is… sembra l’inizio della nota canzone da discoteca del 1978 “Love is in the air” di John Paul Young (noto ai fan con il nome di JPY o Squeak). E invece è il titolo di un progetto artistico molto interessante dell’illustratrice coreana Puuung. Un nome impronunciabile, dietro il quale si nasconde un talento ancora in parte ignoto alla stampa internazionale. L’artista coreana Puuung ha ideato questa serie di tavole pubblicate ogni martedì e ogni venerdì non solo sulla sua pagina Facebook (che conta ormai più di 200.000 fan), ma anche sul suo sito personale per cercare di continuare questa definizione, per cercare di riempire il vuoto di quei puntini sospensivi che lasciano a chiunque un dubbio. Un dubbio legato al tentativo di non cadere nella scelta di parole che rendano la definizione del sentimento universale, troppo banale, troppo semplice. Eppure Puuung ha cercato di sfatare ogni dubbio e nei suoi disegni così delicati, così romantici sembra abbia inserito dopo l’espressione Love is… l’espressione simply things. L’amore è nelle cose semplici. Nei piccoli (e apparentemente insignificanti) gesti quotidiani. «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». Antoine de Saint Exupéry In un periodo storico in cui sono trasmessi dati sorprendenti sulle vittime femminili della violenza di uomini che dichiarano di amare le loro partner dopo averle uccise o picchiate, in un periodo storico in cui ci si chiede se si debba permettere che Persone, al di là del sesso, della razza e della religione, si amino, in un periodo storico in cui i valori fondamentali, i legami indissolubili dovrebbero rappresentare la priorità, proprio per azzerare le distanze create dalla tecnologia e dalla smania di guadagno, ebbene, proprio ora, Puuung crede che l’amore risieda nelle small things. Appuntamento settimanale per gli affezionati fan dell’artista coreana, che vedono i due protagonisti delle tavole (che non hanno nome, ma hanno i nomi di chi si immedesima in loro) dormire abbracciati in una stanza tappezzata di foto attaccate al muro con lo scotch, giocare sotto un lenzuolo adibito a tenda da campeggio, mangiare un gelato mentre si guardano intensamente, coprirsi a vicenda con il lenzuolo, fotografarsi reciprocamente su un balconcino, ballare un lento, baciarsi, consolarsi, piangere, guardare le stelle, ridere, cucinare insieme, osservare il mare, leggere, guardare un film mangiando pop corn… «L’amore è una cosa che tutti possono vedere ma a volte arriva silenzioso in modi facilmente trascurabili nella nostra vita quotidiana, quindi cerco di trovare il significato dell’amore in una giornata normale e di farne un’opera d’arte», scrive Puuung sulla sua pagina ufficiale Una vita semplice. Una vita quotidiana che procede per inerzia. Una storia, tante storie troppo sdolcinate. Così, probabilmente commenterebbe chi non si è mai interrogato sull’amore, chi non ha mai esplorato la bellezza delle piccole cose, chi non ha mai provato il desiderio di creare e di curare un nido di pascoliana memoria. Chi non ha mai sentito il bisogno di osservare, ritratti con la delicatezza che contraddistingue i disegni di Puuung, gli inconfessabili segreti di un […]

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Culturalmente

Zari: un muppet per i diritti delle donne afghane

Zari, la cultura, la scuola e i diritti femminili Zari è il nome di una nuova muppet afghana che ha debuttato il 7 aprile insieme agli altri Muppets nella quinta stagione del programma televisivo “Baghch-e-Simsim”, versione locale, di recente trasmissione, del programma americano Sesame Street andato in onda per la prima volta il 10 novembre del 1969 sulla National Educational Television e trasmesso poi sulla Pbs, finanziato dal Dipartimento di stato americano. Il nome Zari significa “luccicante” in lingua dari e pashto e in Afghanistan è già amata da tutti i bambini che seguono il noto programma educativo rivolto ai piccoli di età prescolare, e sono affascinati da tutti i buffi Muppets, colorati pupazzi dalle facce strane. Zari ha sei anni, la pelle viola e colorati capelli lanosi, indossa gli abiti tipici afghani (i produttori hanno promesso che gli abiti tradizionali -come un hijab color crema richiesto a tutte le studentesse in Afghanistan- si alterneranno a quelli più casual) e tanti bracciali bangles. Ma soprattutto è la prima muppet nella storia del programma televisivo dedicato ai Muppets. Tutte le bambine potranno avere modo di apprezzarne la simpatia nei 26 episodi nuovi di 25 minuti ognuno ogni giovedì, che saranno trasmessi dalla Tolo e Lemar Tv, del gruppo Moby Group, finanziati in tutte e cinque le stagioni dal Dipartimento di stato statunitense, una co-produzione di Sesame Workshop a New York e di una società di produzione locale in Afghanistan. Salaam, Zari: i diritti delle donne afghane  Zari, però, non è solo una nuova muppet, simpatica e dall’aspetto naif. «Zari è stata pensata per incoraggiare le bambine che amano studiare e andare a scuola, e far loro capire che è giusto che pensino di costruirsi una carriera in futuro», ha commentato la vice presidente esecutivo della Global Impact and Philanthropy e produttrice del programma, Sherrie Westin, presentando la nuova arrivata e sottolineando l’importanza che il primo muppet nella storia afghana sia di sesso femminile. Zari, la cui voce in pashto è della burattinaia Mansoora Sherzadha, ha uno zainetto, legge libri, ama scrivere e andare a scuola. Attraverso il suo amore per la cultura e l’istruzione si intende offrire un modello positivo con un forte ruolo educativo attribuito alla muppet. Zari in ogni episodio, interagendo con il pubblico e intervistando esperti locali, affronta temi caldi in Afghanistan quali il ruolo della donna nella famiglia, l’importanza delle tradizioni culturali locali, dei diritti delle donne e della trasmissione di idee innovative. È proprio questo trattare contenuti così delicati, affidato a Zari, che ha convinto il Ministero della Cultura afghano a supervisionare comportamenti e dialoghi dei singoli episodi, trasmessi in un paese in cui l’85 % delle donne non ha alcuna istruzione formale e il tasso di alfabetizzazione femminile è pari al 24 %, uno dei più bassi al mondo. Tuttavia, la speranza dei produttori è che Zari, diventi un modello importante per le future donne afghane in un paese nel quale soprattutto attraverso strumenti culturali possano arrivare precisi messaggi educativi ai genitori e agli uomini […]

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Notizie curiose

La dolce Pasqua degli italiani

La Pasqua è una festa tradizionale che affonda le sue radici in una storia che vede farsi più marcato il rapporto tra il simbolismo del cibo e i significati del cristianesimo. Il pane, simbolo cristiano di convivialità che rinvia all’ultima cena del giovedì santo, l’uovo, simbolo di rinascita, connesso anche all’equinozio di primavera, l’agnello, simbolo di purezza e sacrificio, la colomba, simbolo della pace, sono tutti elementi fortemente presenti nella tradizione culinaria italiana: si pensi al casatiello campano, con le uova intere in superficie, o alla colomba lombarda. Rinascita, pace e purezza: questi elementi sono presenti anche nell’uso di prodotti come il grano (si veda la pastiera campana), la frutta candita o i formaggi (presenti anche nei fiadoni abruzzesi), molto legati alla tradizione contadina che risale alle feste Cerealia, le antiche feste pagane che celebravano l’arrivo della stagione primaverile.  La tradizione culinaria pasquale nel sud: cuzzupe, cuddure, scarcelle  In Calabria vi sono decine di dolci pasquali diversi, ma immancabili sono le cuzzupe. Il nome cuzzupa deriverebbe dal greco koutsoupon che indica la forma circolare che assume questo pane dolce, come quella di una ciambella. Tale dolce viene preparato con latte, uova, farina, lievito e strutto, ricoperto infine dall’annaspro (glassa di zucchero) e da confettini colorati. Le cuzzupe vengono realizzate in diverse forme recanti un significato simbolico preciso, che varia a seconda della persona a cui il dolce tocca in dono. La tradizione vuole, ad esempio, che la suocera regali al genero una cuzzupa a forma di cuore, guarnita con le uova incastonate da croci create con l’impasto: “cu’ nova rinnova, cu’ setta s’assetta”, con nove uova in caso di fidanzamento, con sette in caso di matrimonio imminente. In Sicilia, il dolce pasquale caratteristico è detto Cuddura cu l’ova. Nella tradizione cristiana tali dolci venivano portati in chiesa dalle donne, il Sabato Santo, perché ricevessero la benedizione e divenissero un dono augurale in segno di fertilità. Dalla preparazione molto simile a quella delle cuzzupe calabresi, anche le cuddure sono realizzate in diverse forme, come quella a forma di “campanaru”, ovvero campanile, per richiamo alle campane del Cristo risorto. In Puglia, oltre ad i tradizionali taralli con la glassa, preparati con il liquore all’anice, vi sono le scarcelle, la cui preparazione è pressoché identica a quella di cuzzupe e cuddure. Possiamo annoverare, inoltre, le pastatelle, ovvero ravioli ripieni di marmellate miste, mandorle e amarene. A Pasqua, in Basilicata, troviamo diversi dolci tipici, come calzoni di castagna e la focaccia alla cannella. Tradizionali sono le copete, dolci a base di pasta di mandorle serviti su ostie rotonde, così come la pizza dolce a base di uova, latte, zucchero e scorza di limone. La Pasqua del centro Italia In Abruzzo, oltre ai fiadoni, ravioli ripieni di formaggio e ricoperti col miele, troviamo i bocconotti,  come il bocconotto di Castel Frentano, ripieno di cioccolato, cannella e mandorle tostate, o quello di Montorio al Vomano, ripieno di marmellata d’uva.  L’uva è presente nelle tiliccas sarde, riccioli di pasta a base di saba, mosto e di mandorle, e con la ricotta nella casadina sarda (detta formaggella nel nord dell’isola pardula e nel sud), […]

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Cucina & Salute

Taralli di Pasqua: il dolce del riciclo

La tradizione pasquale napoletana prevede che, una volta terminata la preparazione della pastiera, che di solito viene realizzata il giovedì santo, dai resti della pasta frolla ricavata dal guscio del dolce napoletano si ottengano i meno noti taralli dolci pasquali. La realizzazione di questo dolce, pertanto, rientra nell’idea di recupero di ogni possibile ingrediente in cucina, rispettando a tutti gli effetti il primo comandamento di ogni tavola di legge della nonna napoletana: “in cucina non si butta via niente!”. Il tarallo, prodotto nelle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Calabria, è stato inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T.) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF). Questo prodotto da forno porta un nome dall’origine ancora sconosciuta: alcuni sostengono che la parola “tarallo” derivi dal verbo latino torrere (“abbrustolire”) o dal francese toral (“essiccatoio”), che rimanderebbero alla tostatura che lo rende croccante. Pensando alla sua forma rotonda, altri ne riconducono l’origine all’italico tar (“avvolgere”) o al francese antico danal (ovvero pain rond, “pane rotondo”); anche se molti ritengono che il nome derivi dal greco daratos che indicherebbe “sorta di pane”. Ed è forse quest’ultima etimologia che facilmente riconduce alla preparazione di questo dolce nato dal riciclo, preparato soprattutto nell’entroterra campano: infatti durante la liturgia del Giovedì Santo, in coena Domini, viene ricordata l’ultima cena di Gesù che, spezzando il pane e dividendolo fra gli apostoli, istituisce il sacramento dell’Eucarestia in un clima di condivisione, non solo dell’ultimo momento di convivialità con i suoi discepoli, ma soprattutto di un nuovo comandamento (un nuovo mandatum novum), quello dell’amore fraterno, che nello stare insieme e nella divisione di un cibo così semplice trova la sua massima espressione. I taralli di Pasqua: tradizione del riciclo  Secondo la tradizione campana, la forma dei taralli spolverizzati di zucchero e in pasta frolla è rotonda e le loro dimensioni molto grandi: questa sorta di “biscottoni” si possono inzuppare nel latte durante l’ultimo giorno di digiuno e astinenza il Venerdì Santo poiché, data la loro semplicità, sono adatti al menù frugale del giorno, o la mattina della domenica di Pasqua per non esagerare prima dei bagordi del pranzo. Dunque, se avete terminato con successo la preparazione delle pastiere, e avete messo da parte striscioline, scarti, briciole e resti di pasta frolla, non vi resta che dedicarvi a questi semplicissimi taralli di Pasqua, con il consiglio di mangiarli insieme ad un po’ di cioccolato delle uova che, sciolto o sovrapposto alla superficie dei taralli già zuccherati, vi farà tornare bambini. Quando sul fondo della scatola di latta un po’ ammaccata, nella credenza della nonna, si trovavano sempre resti di biscotti e qualche briciola smangiucchiata di cioccolato. La ricetta dei taralli di Pasqua Ingredienti: pasta frolla della pastiera: 300 gr. di farina 150 gr. di sugna la buccia grattugiata di un limone 150 gr. di zucchero 2 uova zucchero semolato o di canna Preparazione: Con i resti della pasta frolla della pastiera formate un panetto sodo e molto compatto aiutandovi anche con l’aggiunta di poca acqua per […]

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Culturalmente

Van Gogh Alive, mostra multimediale a Torino

Van Gogh Alive- The Experience è una mostra multimediale dedicata al celebre pittore olandese, in esposizione alla Società Promotrice delle Belle Arti sita nel Parco del Valentino di Torino dal 26 marzo al 26 giugno 2016. Prodotta da Grande Exhibitions e organizzata da Dimensione Eventi, acclamata favorevolmente dalla critica e dopo un lungo tour mondiale fra USA, Cina, Turchia, Cile, Russia, Germania, Corea e Ungheria, la mostra approda in Italia dopo le tappe a Milano e Firenze, nella capitale dell’arte, Torino. Non è la prima volta che Grande Exhibitions realizza una mostra multimediale, così grandiosa e  sfruttando la meravigliosa tecnologia Sensory 4: mostre dedicate agli Impressionisti da Monet a Cézanne (ospitate in Russia e Kazakhstan), ai “101 inventori che hanno cambiato il mondo” (in esposizione in Russia, Trinidad e Tobago, Arabia Saudita e Kazakhstan), al mondo dei predatori marini e soprattutto degli squali (USA, Canada, Turchia, Russia, Cile, Danimarca, Israele), ai segreti della tela di Leonardo da Vinci, Mona Lisa, da cui prende le mosse la nuova e neonata mostra multimediale, Leonardo da Vinci Alive, che sarà ospitata dal 6 giugno 2016 a S. Stefano al Ponte Vecchio a Firenze, anche esse incentrata sulla multi-sensorialità e sull’interazione dei visitatori con le opere d’arte che potranno “toccare” e osservare come se si trovassero nella tela stessa. Van Gogh Alive non è una mostra come le altre. Infatti, non è costituita dalle tele di Van Gogh bensì, unendo la tecnologia video all’arte, da oltre 3000 immagini proiettate in altissima definizione su ogni superficie (grazie all’innovativo sistema Sensory 4), che porteranno i visitatori sotto il cielo della Notte Stellata, nella camera di Vincent ad Arles o seduti ad un tavolo dinanzi al vaso con i celeberrimi Girasoli. Van Gogh Alive: un viaggio alla scoperta della vita e dell’arte del pittore in una sinfonia di suoni e luce Attraverso le stanze della mostra Van Gogh Alive che si succedono lungo il percorso interattivo della mostra, il visitatore viaggerà attraverso i Paesi Bassi degli esordi, fino ad Arles, Saint Rémy e Auvers-sur-Oise, entrando in contatto non solo con le pennellate nervose, veloci e materiche del pittore osservate così da vicino e così grandi, ma, grazie alle fotografie e ai video che accompagnano le proiezioni, potrà comprendere a fondo i luoghi, gli eventi e le prospettive di ispirazione dei quadri di Van Gogh. Infatti a incorniciare al meglio la mostra, gli schizzi del pittore, alcuni passi tratti dal suo epistolario (le cui 902 lettere al fratello Theo e ai suoi amici sono state raccolte e pubblicate dalla cognata di Van Gogh, Jo Van Gogh-Bonger), musiche (il messaggio lanciato da Grande Exhibitions è “a journey through the life and art of Vincent Van Gogh in a symphony of light and sound”) e altri contenuti multimediali che consentiranno anche agli studenti e agli appassionati più giovani, insieme al Van Gogh Lab (costituito da workshop, laboratori d’arte e eventi rivolti alle scuole e alle accademie d’arte) di approfondire e scandagliare il pensiero, l’animo del pittore, per conoscerne i tormenti, i […]

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Cucina & Salute

S. Valentino: peccati di gola

S. Valentino. Ogni anno il 14 febbraio è celebrata la festività che prende il nome dal santo e martire cristiano Valentino, originario della città di Terni. Istituita nel 496 da papa Gelasio I, la festa sostituì i riti romani purificatori dei lupercalia celebrati in onore del dio Fauno (detto lupercus perché protettore del bestiame dai lupi) sul colle detto Lupercale, dove i gemelli fondatori di Roma sarebbero stati allattati dalla lupa. L’origine dell’associazione del santo al patronato della festa dedicata agli innamorati è piuttosto controversa. La tradizione più accreditata è relativa al circolo di Geoffrey Chaucer, che nel suo poemetto onirico in 700 versi, Il Parlamento degli uccelli, associa questa ricorrenza al matrimonio tra il sovrano inglese Riccardo II e Anna di Boemia, riferendosi probabilmente al risveglio della natura a metà febbraio e al conseguente accoppiamento dei volatili. La storia della festa di San Valentino, tra leggenda e consumismo Inoltre sono numerosi i racconti che coinvolgono innamorati e con protagonista il giovane Valentino vissuto nel III secolo d. C., anche se la notorietà internazionale si deve alla leggenda anglosassone secondo la quale egli era solito donare ai giovani un fiore del suo giardino. Si narra che un giorno egli, passeggiando per le strade della sua città, abbia notato una giovane coppia litigare e, dopo aver donato loro una rosa (simbolo di amore e di passione) da stringere nelle mani intrecciate, i due ragazzi si siano allontanati riconciliati. Un’altra versione della leggenda racconta del volo sui loro capi di una serie di uccellini in amore invocati da Valentino. Secondo un’altra leggenda Valentino avrebbe unito in matrimonio, dopo averlo battezzato, un centurione romano, Sabino, e una giovane cristiana malata, Serapia, il cui amore era ostacolato dai genitori di lei. Le fonti tramandano anche la storia d’amore del giovane Valentino imprigionato durante il regno di Claudio II per essersi opposto alla legge che vietava il matrimonio con soldati romani: scriveva alla figlia cieca del carceriere firmandosi “il tuo Valentino”. Dal Medioevo si è cominciata a diffondere, soprattutto in Francia e in Inghilterra, la celebrazione della festa di San Valentino, con lo scambio di messaggi d’amore (le cosiddette “valentine”) e di regali tra innamorati, e ciò soprattutto per ispirazione dei monaci benedettini, affidatari in Italia della basilica dedicata al santo presso la città di Terni. La città del santo invoca ancora oggi San Valentino come principale patrono, e in città la domenica precedente il 14 febbraio è celebrata la famosa festa della promessa, in occasione della quale giungono in città centinaia di giovani che convoleranno a nozze durante l’anno. Ma è dal XIX secolo che la festa ha preso ad alimentare la commercializzazione di prodotti legati alla ricorrenza quali biglietti, regali e altri doni come cioccolatini e altre golosità. Si è stimato che sia la seconda festa annuale dopo il Natale come numero di biglietti e frasi d’amore inviati e acquistati (Valentine’s Day Greetings). L’uso di scambiare biglietti e messaggi d’amore risalirebbe al XV secolo: la prima “valentina” fu scritta da Carlo d’Orléans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra dopo […]

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Culturalmente

Toy like me: un giocattolo come me

Toy like me è l’hashtag lanciato da tre mamme inglesi su Twitter e il nome di un gruppo Facebook che ha dato inizio ad una campagna virale di solidarietà e umanità, che coinvolge più di 20mila persone aderenti fra famiglie e volontari: Rebecca Atkinson, giornalista sorda e ipovedente, rimpiange la sua infanzia senza una “bambola come me”; Melissa Mostyn, anche lei giornalista, ha una figlia sulla carrozzina e Karen Newell, esperta consulente in giocattoli è mamma di un bimbo cieco. È diretto e semplice il messaggio: un giocattolo come me. Tempo fa, sul web già un’altra mamma originaria della Tasmania, Sonia Sigh, aveva attirato l’attenzione dei produttori di giocattoli con il proprio progetto, Tree Change Dolls: la Sigh aveva completamente struccato le bambole Bratz, dando loro nuovi lineamenti e vestendole in modo più simile a quello delle bambine che ci giocano. Così che le bambine avessero un giocattolo, una bambola “come me”, nella quale poter vedere se stesse. E allora anche le bambine con menomazioni e evidenti difetti fisici avevano bisogno di ritrovare nella semplicità dei loro tradizionali giochi, come le bambole, se stesse, con tutte le loro umane imperfezioni. Chissà se queste mamme hanno pensato proprio al progetto di Sonia per realizzare bambole che dovessero avere caratteristiche fisiche simili a quelle delle loro bambine, uniche, non perfette. Inizialmente creata artigianalmente da loro, la bambola di Trilly, fatina di Peter Pan, che indossa un apparecchio acustico, ha fatto il giro del web, raggiungendo 50mila sostenitori, e le tre mamme hanno pensato di invitare, nel gruppo social Toy like me, i genitori di figli disabili a postare idee per giochi e giocattoli con varie disabilità fisiche. Le foto postate sono state numerose e commoventi: una mamma ha persino realizzato il peluche del cane-guida Eddie, che aveva accompagnato suo figlio Fred nella loro visita al centro di formazione Guidedogs.  Melissa, Rebecca e Karen hanno chiesto anche alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti e di ispirarsi alle idee “casalinghe” dei genitori di bambini disabili, per portare sul mercato prodotti vicini ai loro figli. Toy like me e MakieLab L’attenzione dei media è stata così immediata che l’azienda britannica produttrice di giocattoli e di bambole personalizzabili, MakieLab, ha colto la sfida e ha lanciato sul mercato tre bambole ispirate alle mamme autrici della campagna Toy like me, realizzate con una stampante in 3D (il cui uso consente di rispondere quasi istantaneamente alle richieste che arrivano numerose): Eva con un bastone da passeggio, Melissa con una voglia rosa sul volto e Hetty che con la mano dice “ti amo” nella lingua dei segni. MakieLab, che ha realizzato personaggi dei cartoni animati tanto amati dai più piccoli come una principessa cieca e con un cane guida, ha proposto ai papà e alle mamme di segnalare apparecchi di supporto o particolari difetti fisici dei figli, così da realizzare in modo assolutamente fedele alla realtà giocattoli simili ai bambini (Toy like me) con una qualsiasi disabilità (il costo di un gioco personalizzato si aggira intorno alle 69 […]

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Culturalmente

Frida Kahlo. Fotografie di Leo Matiz a Bologna

Frida Kahlo. Fotografie di Leo Matiz  è una mostra fotografica dedicata alla celebre pittrice messicana, in esposizione alla galleria ONO Arte Contemporanea (via S. Margherita 10) di Bologna dal 14 gennaio 2016 (opening h 18.30) al 28 febbraio 2016, patrocinata dal comune di Bologna. Nella mostra sono esposti anche gli schizzi preparatori di Vanna Vinci per la biografia a fumetti dedicata alla celebre pittrice che sarà pubblicata da 24 ore cultura il prossimo autunno e 4 grafiche realizzate dall’artista in tiratura limitata.  Frida Kahlo negli scatti di Leo Matiz Sono in diversi formati, sia bianco che a colori, i 35 ritratti di Frida realizzati dal fotografo colombiano Leonet Matiz Espinoza, noto come Leo Matiz, scattati a Coyoacan, quartiere di Città del Messico, tra il 1940 e il 1943 e dove la pittrice visse dal 1929 al 1954 con il marito Diego Rivera nella casa blu («Casa Azul»), definita così dal colore che caratterizza le sue pareti. Oggi sede del museo a lei dedicato, nelle fotografie del celebre fotografo la casa è colta nella semplicità del quotidiano, nel suo essere non solo un luogo dove la pittrice poteva liberamente esprimersi, ma anche un luogo dove, costretta a letto da giovane con il busto ingessato a seguito di un incidente letale dell’autobus su cui viaggiava (il 17 settembre 1925) con il fidanzato Alejandro, cominciò la vera e propria attività artistica: «Non sono morta e, per di più, ho qualcosa per cui vivere; questo qualcosa è la pittura», avrebbe detto Frida alla madre a seguito dell’incidente. L’impedimento del corpo aveva provocato un isolamento dell’artista facendola avvicinare sempre più all’arte della pittura, ritraendo perlopiù sé stessa, ma anche la realtà circostante. Frida Kahlo dichiarò: «Sono il soggetto che conosco meglio». Rivera e Frida Kahlo Leo Matiz fotografa la donna mentre passeggia nel giardino che circonda la casa; seduta all’ombra di un albero; mentre con sguardo fiero scruta l’orizzonte; insieme al marito Diego. La storia che legò i due pittori, intensa e travagliata, iniziò quando Frida, ancora molto giovane e emancipata, non aveva ancora subito il grave incidente che segnò la sua vita: quando si incontrarono nel 1922 Rivera era già un pittore affermato impegnato nel dipingere un murale nell’anfiteatro della scuola preparatoria che Frida frequentava all’epoca, seguendo un corso facoltativo di pittura. Dopo tre anni di isolamento e 32 operazioni, nel 1928 incontrò nuovamente Rivera e nell’agosto dello stesso anno si sposarono, trasferendosi poi negli Stati Uniti, dove divennero noti per la loro pittura “ribelle”. Tornati in Messico, Frida diventò nota tanto che André Breton le propose una mostra a Parigi nel 1941, anno nel quale perse anche il padre. Nel 1939 divorzia da Diego a causa del suo tradimento con sua sorella Cristina, per poi risposarlo nel 1940, dopo aver avuto altri amanti di ambo i sessi fra cui lo stesso Breton e Tina Modotti, militante comunista e fotografa nel Messico degli anni ’20. Frida Kahlo e Matiz Le immagini di Leo Matiz, originario della città di Macondo (Aracataca) descritta da Gabriel García Márquez ne Cent’anni di solitudine, scelte anche grazie alla stretta […]

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Cucina & Salute

Taralli ‘nzogna e pepe, lo street food campano

Ormai i napoletani lo sanno: ad ogni angolo di strada aprono sempre più spesso friggitorie e negozi che vendono kebab, patatine fritte e dolci americani. Ma per quanto i gusti cambino, un classico dello street food napoletano resta lui e non c’è novità che tenga. Il tarallo ‘nzogna e pepe, accompagnato da una birra, costituisce lo “snack” preferito di tutti. Il tarallo, prodotto nelle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Calabria, è stato inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF). Questo prodotto da forno porta un nome dall’origine ancora sconosciuta: alcuni sostengono che la parola tarallo derivi dal verbo latino torrere (“abbrustolire”) o dal francese toral (“essiccatoio”), che rimanderebbero alla tostatura che lo rende croccante. Pensando alla sua forma rotonda, altri ne riconducono l’origine all’italico tar (“avvolgere”) o al francese antico danal, (ovvero pain rond, “pane rotondo”); anche se molti ritengono che il nome derivi dal greco daratos che indicherebbe “sorta di pane”. I taralli ‘nzogna e pepe: il cibo dei poveri Questo prodotto da forno, soprattutto nella città di Napoli, pare abbia avuto una diffusione molto antica che va ricondotta al XVIII secolo, quando il popolo partenopeo che abitava nelle zone più povere dei ‘fondaci’, presso il porto, affamato e indigente, ne consumava in gran quantità. Matilde Serao, ne Il Ventre di Napoli, descrive proprio le botteghe dei panettieri del porto, dove i fornai utilizzavano anche lo sfriddo, ovvero gli stralci di pasta lievitata avanzati, cui davano la forma rotonda del tarallo classico. A questi aggiungevano la ‘nzogna (sugna, “il grasso dei poveri”), che riduceva la fame e conferiva friabilità al prodotto, e il pepe, che aumentava la sete. Secondo la tradizione, si inzuppavano nell’acqua di mare o addirittura quest’ultima la si aggiungeva nella preparazione dei taralli, e in una canzone del 1920 di Ernesto Murolo e Ernesto Tagliaferri, Napule ca se ne va una strofa celebra questa abitudine: ‘E ffigliole, pe sottaviento,/ mo se fanno na zuppetella/ cu ‘e taralle ‘int’a ll’acqua ‘e mare./ L’acqua smòppeta, fragne e pare/ ca ‘e mmanelle so’ tutte argiento (Le ragazze, sottovento,/ ora si fanno una zuppetta/ con i taralli nell’acqua di mare./ L’acqua smossa, si infrange e sembra/ che le manine siano tutte d’argento). Le mandorle, altro ingrediente base del famoso tarallo, pare siano state aggiunte solo nell’Ottocento, quando cominciarono a divenire famosi anche i chioschi sul lungomare di Mergellina, fra i quali si fermavano anche gli aristocratici che apprezzarono dall’inizio questa delizia “popolare”. Ogni “tarallaro“, venditore di taralli, portava i suoi taralli caldi in un cestino di vimini sulle spalle (‘a sporta, oggi protagonista delle espressioni “me pare ‘a sporta do’ tarallaro!”, per indicare una persona che non ha voce in capitolo in molte situazioni), e, gridando “taralle, taralle cavere!”, vendeva il suo tesoro, mantenuto caldo da una coperta, ai passanti che gli andavano incontro. Fino ai primi anni ’80 girava per Napoli l’ultimo tarallaro, Fortunato, la cui voce echeggiava per le strade: “Furtunat’ tene a rrobba bella, nzogna nzogn!” e che è […]

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