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Eroica Fenice

Fun & Tech

Chiude YouTube-MP3, baluardo dello stream-ripping

È ufficiale: gli oppositori della pirateria online hanno un nuovo nemico da combattere, ovvero i convertitori MP3. Il primo a essere chiuso è stato il famosissimo YouTube-MP3, utilizzato quotidianamente da una vasta quantità di utenti. Si tratta, probabilmente, della prima di una potenzialmente lunga lista di “vittime”. Cos’èra YouTube-MP3? YouTube-MP3 era uno dei tanti siti detti “convertitori” che metteva a disposizione un funzione gratuita di stream-ripping, cioè di estrazione audio da un video di YouTube. Il processo di conversione era composto da pochissimi passaggi: l’utente doveva solo copiare il link dal video di YouTube del quale desiderava ricavare l’audio, poi incollarlo nella barra di YouTube-MP3 e il sito in pochissimi secondi era in grado di restituire il file in formato MP3. Non solo videoclip musicali, ma qualsiasi altra tipologia di video presente su YouTube era convertibile in file musicale grazie a questa semplice funzione, con l’unica eccezione di video eccessivamente lunghi. Il sito, come è facile intuire, grazie alla possibilità di ricavare musica gratis e alla rapidità dei tempi di conversione, arrivava a ricevere milioni di visite ogni giorno. Il Music Consumer Insight Report commissionato dalla IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) ha riportato che quasi il 50% degli intervistati ha ammesso di aver utilizzato il sistema di conversione offerto dai convertitori online. YouTube-MP3 e le case discografiche L’uso smodato di questa funzione non è però riuscito a passare inosservato. Da più di un anno molte principali case discografiche (affiancate da alcune etichette indipendenti) lamentavano questa “concorrenza sleale”, considerando il convertitore un veicolo per una violazione di copyright su larga scala. Il sito è rimasto attivo fino al 5 agosto di quest’anno quando, in seguito a un accordo extragiudiziale, ne è stata stabilita definitivamente la chiusura. Philip Matesanz, giovane creatore del sito, dovrà pagare alle case discografiche in questione una cifra segreta e dovrà impegnarsi a non sviluppare nessun altro sito con le medesime funzioni di YouTube-MP3. Con ogni probabilità la guerra ai convertitori non finirà qua. A pagare un caro prezzo, tuttavia, non saranno solo i creatori di questi siti web. Se infatti, sotto un punto di vista legale, è giusto che l’industria discografica difenda le proprie creazioni, dall’altro a essere penalizzati saranno anche i piccoli content creator privi di qualsiasi contratto discografico che, in caso di un’ipotetica rimozione di tutti i convertitori MP3, dovranno necessariamente allegare un link di download in ogni loro video per permettere agli utenti di scaricare i propri contenuti.

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Fun & Tech

Neil Cicierega, il sovrano dei mash-up comici su YouTube

Fin dalla sua nascita, YouTube è stato utilizzato molto spesso dagli utenti come campo di sperimentazione per un certo tipo di musica strampalata e demenziale che difficilmente troverebbe spazio altrove. E in questo mucchio di “musica anticonvezionale” ogni tanto compare qualche artista che riesce a spiccare rispetto agli altri grazie ad una maggiore attenzione nei confronti della qualità delle proprie stramberie musicali. È il caso di Neil Cicierega: già comico, sceneggiatore e musicista della band “Demon Lemon”, da qualche anno ha cominciato a dedicarsi alla pubblicazione su YouTube di album composti unicamente da assurdi mash-up di canzoni famose, riscuotendo grande popolarità in rete. Lo stile di Neil Cicierega La motivazione principale del suo successo è da ricercare nel fatto che le canzoni di Neil sono sempre qualcosa di più di semplici “fusioni musicali”: sono accostamenti surreali e divertenti che gli hanno permesso di diventare il sovrano incontrastato dei mash-up comici. Per dare un’idea, basta pensare ad alcune sue creazioni come Bills like Jean Spirit, bizzarra fusione fra Billie Jean di Michael Jackson e Smells like Teen Spirit dei Nirvana, oppure la ancora più folle Crocodile Chop, fusione di Crocodile Rock di Elton John e Chop Suey! dei System of a Down, o ancora quell’apoteosi dell’assurdo che è T.I.M.E.: paradossale fusione di Y.M.C.A. dei Village People e Time di Hans Zimmer. Chi avrebbe mai pensato che canzoni così diverse fra loro avrebbero funzionato così bene una volta mescolate assieme? Molti fan, inoltre, si divertono a scovare alcuni easter eggs che Neil nasconde nelle sue canzoni. Ad esempio, è stato scoperto che nel brano Piss, traccia conclusiva del secondo album Mouth Silence, Neil ha inserito un codice morse che tradotto vuol dire somebody once told me, ovvero la frase introduttiva del brano All Star degli Smash Mouth. Da Mouth Sounds a Mouth Moods Ed è proprio dalla canzone All Star degli Smash Mouth che questa folle avventura di Neil Cicierega ha avuto inizio. Il suo primo album, Mouth Sounds, pubblicato nell’aprile 2014, venne creato proprio per cavalcare l’onda di quella vasta porzione del popolo di Internet che in quel periodo stava incominciando a trasformare la canzone All Star in un meme, ed infatti la popolare canzone degli Smash Mouth è campionata nel 90% delle tracce di Mouth Sounds. Ma già a partire dal luglio dello stesso anno, con il secondo album Mouth Silence, lo stile di Neil Cicierega comincia a consolidarsi in qualcosa di più complesso: aumenta la qualità generale delle tracce così come la quantità e la varietà di canzoni utilizzate per i mash-up, mentre All Star, a differenza dell’album precedente, è completamente assente se non come easter egg. Con il terzo album, Mouth Moods, pubblicato nel gennaio del 2017, Neil Cicierega perfeziona ancora di più il suo stile dimostrando di avere ancora parecchi assi nella manica dopo 37 mash-up e una grandissima quantità di brani campionati. Mouth Moods è considerato da moltissimi, compreso il sottoscritto, il migliore dei tre album pubblicati finora, un vero e proprio “meme masterpiece”, come è stato […]

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Fun & Tech

Socks the Cat Rocks the Hill diventa finalmente realtà

Nell’ormai lontano 1993 un development studio americano di nome Realtime, in accordo con il produttore Kaneko, ebbe la bizzarra idea di sviluppare un videogioco satirico dal titolo “Socks the Cat Rocks the Hill“ per le console SNES e SEGA Genesis. Socks the Cat Rocks the Hill, dalle poche immagini e descrizioni che all’epoca trapelarono in alcune riviste di video games, sarebbe stato un platform game in 2D e, come suggerisce il titolo, avrebbe avuto come protagonista il gatto Socks, divenuto famoso per essere stato l’animale da compagnia alla Casa Bianca durante gli anni della presidenza di Bill Clinton. L’avventura avrebbe visto Socks in versione cartoon alle prese con nemici dalle sembianze di politici statunitensi dell’epoca e dei relativi simboli (la trama avrebbe incluso, ad esempio, un combattimento contro un asinello, simbolo del Democratic Party) per scovare alcuni ladri che si sono impossessati dei codici nucleari del suo padrone Bill, il tutto attraversando mondi ricchi di riferimenti alla pop culture e all’attualità degli anni ’90. Ma qualcosa, durante lo sviluppo del gioco, andò storto e la sua pubblicazione venne cancellata. Lo sviluppo travagliato di Socks the Cat Rocks the Hill Inizialmente si pensava che lo sviluppo fosse stato bloccato da Nintendo, che da sempre è molto contraria alla presenza di riferimenti politici all’interno dei giochi pubblicati per le proprie console. Tuttavia, in un paio di interviste recenti, alcuni ex sviluppatori di Socks the Cat Rocks the Hill hanno voluto specificare che le ragioni della mancata pubblicazione non sono da ricercare nelle restrizioni di Nintendo, che anzi all’epoca pare che gradì molto lo spirito satirico del loro gioco. Il motivo vero fu la chiusura dello studio di Kaneko in America. Inoltre, nel 2011 l’unico prototipo esistente di Socks the Cat Rocks the Hill finì nelle mani del collezionista Jason Wilson: un retro-gamer che filmò una sua sessione di gameplay del gioco caricando poi il tutto su YouTube in bassissima definizione per burlarsi del suo pubblico. La rinascita con Kickstarter Per un po’ il filmato di Jason Wilson rimase l’unica prova concreta dell’esistenza di una copia del gioco, finchè nel 2012 un altro affiatato collezionista, Tom Curtin, acquistò quell’unica copia in circolazione e, dopo essersi messo d’accordo con il publisher Second Dimension, decise di impegnarsi affinché il gioco venisse finalmente distribuito in tutto il mondo dopo averne acquistati i diritti un paio di anni dopo. La rinascita di Socks the Cat Rocks the Hill, avvenuta più di vent’anni dopo la sua iniziale data di pubblicazione, è stata possibile grazie al sito di crowdfunding Kickstarter: con il supporto delle donazioni ricevute dagli utenti, Tom Curtin e Second Dimension, dopo aver rimosso qualche bug dal gioco, hanno promesso che Socks the Cat Rocks the Hill verrà finalmente messo in commercio sia in “formato cartuccia” (come avrebbe dovuto essere l’originale) che in versione digitale a prezzi diversi. L’uscita è prevista per luglio 2017.

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Fun & Tech

Bill Nye Saves the World, ma forse non era il caso

Bill Nye Saves the World è un programma televisivo andato in onda su Netflix a partire dal 21 aprile 2017 presentato da Bill Nye, popolare personaggio televisivo americano che negli anni ’90 è stato a lungo al timone di “Bill Nye the Science Guy”, uno show che aveva lo scopo di insegnare la scienza ai bambini. Bill Nye Saves the World, a differenza del vecchio programma, era partito come uno show per adulti che avrebbe dovuto mescolare scienza, politica, società e pop culture, per finire poi come uno degli esempi assoluti di come non andrebbe fatta televisione, in particolar modo quella scientifica. La trasmissione è infatti riuscita ad attirare le critiche e l’ironia della rete (soprattutto su YouTube e 4Chan) a causa di alcuni siparietti imbarazzanti mandati in onda, forse non proprio adatti a uno show che si preannunciava come salvatore del mondo. Le gag incriminate di Bill Nye Saves the World Le parti di Bill Nye Saves the World che hanno scatenato il putiferio nel web sono almeno tre. La prima, quella ormai diventata tristemente la più famosa, è la performance di Rachel Bloom che dal palco della trasmissione ha cantato “My Sex Junk”, canzone che su carta avrebbe dovuto difendere la cultura transgender, e che invece è risultata un disastroso pezzo trash pieno di battute a sfondo sessuale condito con un ritornello irritante (“‘cause my sex junk is so oh, oh, oh”) e con l’affanno di Rachel dopo la prima strofa, per poi terminare il tutto con i complimenti di Bill: “brava Rachel, questo è il messaggio giusto”. Continuando su questo tema, il secondo video incriminato è il mini-cartone animato con protagonisti dei coni gelato di gusti diversi, metafore delle diverse identità sessuali: il cono a vaniglia vorrebbe che tutti gli altri sono come lui, ma dopo una ribellione generale finisce per cambiare idea e viene trascinato in una specie di orgia (o almeno così viene lasciato intendere). Uno sketch che potrebbe perfettamente far parte di quella che viene definita “la parte strana di YouTube”, se fosse privo della presunzione di voler trasmettere un messaggio. Questi due video sull’identità di genere hanno scatenato l’ira e l’ironia del web: in molti si sono ribellati a quella che è stata percepita come una vera e propria propaganda della cultura transgender, definendo la trasmissione “scienza spazzatura” e Bill Nye un finto scienziato al tramonto della sua carriera da presentatore. Oltre alla gran quantità di articoli e post su 4Chan che sono sorti per contrastare Bill Nye Saves the World, i numeri stessi su YouTube parlano chiaro: al momento della stesura di quest’articolo il video della canzone di Rachel Bloom più visualizzato ha ottenuto 1.389 voti positivi e ben 84.491 voti negativi, mentre il secondo video – il cartone con i gelati – ha totalizzato 3.312 voti positivi contro 12.874 negativi. Per quanto riguarda invece il terzo video, si tratta di un monologo di Prashanth Venkat (autore dello show di origini indiane) che consiste sostanzialmente in una critica a quegli occidentali che […]

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Cinema & Serie tv

Louis CK 2017: la recensione del nuovo spettacolo su Netflix

Louis CK 2017 è il nuovo spettacolo di Louis CK che Netflix ha prodotto e trasmesso a partire dal 4 aprile di quest’anno. Una delle migliori iniziative che Netflix abbia mai intrapreso è proprio quella di offrire nuovi spazi alla stand-up comedy, producendo e trasmettendo spettacoli di comici del calibro di Dave Chappelle, Craig Ferguson, Jim Jefferies e, appunto, anche Louis CK, uno dei comici attualmente più apprezzati a livello mondiale. Lo stile comico in Louis CK 2017 Uno degli slogan adottati per promuovere Louis CK 2017 è stato “New year, new jokes, classic Louie” ed effettivamente la prima cosa che si nota è che Louis ha mantenuto intatto il suo classico stile di costruzione dei monologhi. Louis CK ha infatti un’abilità straordinaria nel riuscire a creare un pezzo comico partendo da uno spunto anche piccolissimo e apparentemente superfluo:  basta un semplice evento della vita quotidiana e Luois riesce a costruirci attorno un pezzo divertentissimo di dieci minuti, passando magistralmente dal particolare all’universale. Ad esempio in Louis CK 2017 c’è un segmento in cui il comico racconta di una volta in cui sua figlia gli chiese una mano riguardo un compito sulla storia del mito di Achille. Il racconto di Louis parte dalla domanda della ragazzina e termina con una divertente riflessione sui figli troppo esigenti con parallelismi con la storia di Achille e nel mezzo infarcito di battute. In Louis CK 2017 il comico americano è riuscito a mescolare discorsi sull’aborto e sul suicidio ad aneddoti personali come il racconto di quando ha adottato un cane randagio o di quando le sue figlie hanno frainteso il termine “9/11 deniers”, riuscendo sempre a mantenere magnificamente il proprio ritmo comico. È interessante notare, inoltre, come all’interno di Louis CK 2017 è presente anche un piccolo segmento sulle persone transgender, quello stesso argomento che aveva fatto infuriare gli spettatori italiani di un altro spettacolo di Netflix: “Grillo VS Grillo”, che però a riguardo includeva soltanto una piccola e più “innocente” battuta. Invece di suscitare indignazione, però, il pezzo di Louis in patria ha fatto scaturire un fiume di risate. Probabilmente si tratta dell’ennesima dimostrazione di come la comicità italiana (o almeno quella un po’ più “cattiva”) sia ancora eccessivamente demonizzata nel Bel paese. Il pezzo più bello di Louis CK 2017 a mio parere è quello che fa riferimento alla religione: si parte da un ragionamento geniale, interessante e divertente sul fatto che all’interno di molte società – indipendentemente dal credo religioso dei singoli – si continuino a contare gli anni a partire dalla data di nascita di Cristo. Louis CK 2017 è il meglio di Louis? Da avido consumatore di spettacoli di Louis CK, devo ammettere che Louis CK 2017, pur essendo molto godibile, non è stato il suo spettacolo migliore. O almeno non raggiunge le vette comiche raggiunte da altri suoi spettacoli meno recenti, tra cui quel fantastico “Live at the Bacon Theater” del 2011, meglio conosciuto dai fan come lo spettacolo con i monologhi su Clifford the Big Red Dog, su “Jizanthapus” […]

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Fun & Tech

JonTron cacciato come PewDiePie: ignoranza o razzismo?

JonTron (nome d’arte di Jonathan Jafari) è uno youtuber comico di quelli bravi, di quelli in grado di innovarsi sempre e far ridere parlando di videogiochi senza cadere nei soliti luoghi comuni, ma un recente scivolone gli è costato decisamente caro. I fan più fedeli di JonTron sanno quanto egli sia appassionato della serie di videogiochi di Banjo-Kazooie, passione che non era sfuggita neanche alla software house Playtonic, al lavoro su un sequel spirituale di Banjo-Kazooie intitolato Yooka-Laylee e composto principalmente dai membri del vecchio staff della serie originale, che avevano contattato Jon per affidargli una piccola parte da doppiatore per il loro gioco di prossima uscita. Tuttavia, recentemente qualcosa è andato storto: durante un dibattito con lo streamer Destiny, JonTron si è abbandonato a dichiarazioni di dubbio gusto sui neri negli Stati Uniti. Playtonic non ha gradito la cosa e ha dichiarato che provvederà a rimuovere la voce di Jon dal proprio gioco tramite una patch. Il commento di JonTron JonTron non è il primo youtuber a causare uno scandalo simile: qualche mese fa è toccato a PewDiePie, lo youtuber con più iscritti al mondo finito nel putiferio a causa di alcune battute definite “antisemite” che la Disney aveva gradito ben poco. PewDiePie ha finito per riacquistare la fiducia del pubblico poiché, in fondo, si trattava pur sempre di un contesto ironico. Stavolta invece la questione è più seria. JonTron non stava girando uno dei suoi soliti video comici, ma era ospite dello streamer Destiny per parlare di argomenti ben diversi dai videogiochi, ovvero di statistiche sulla criminalità e di immigrazione, rilasciando dichiarazioni alquanto discutibili: “I neri benestanti commettono più crimini dei bianchi poveri. È un dato di fatto. L’oppressione in America non esiste”. Continuando poi a sproloquiare di razza, immigrazione, gene pool e tanto altro in modo decisamente confuso. Dopo aver assistito alla vicenda, lo staff di Playtonic ha annunciato che rimuoverà la sua voce dal gioco: “Ci teniamo a specificare che non supportiamo nessuna delle opinioni di JonTron che, in quanto contributore esterno, non rappresenta in nessun modo Playtonic.” La reazione di JonTron JonTron ha commentato in questo modo la vicenda tramite il suo profilo Twitter: “Mi spiace vedere Playtonic rimuovermi da Yooka-Laylee, ma comprendo la loro decisione. Gli auguro comunque buona fortuna!” Ora che quindi le acque sembrerebbero essersi placate, cosa si può trarre da questa vicenda? L’unica vera colpa di JonTron è stata quella di prendere parte a un dibattito che non gli competeva per niente, presentandosi completamente privo di fonti per le proprie affermazioni e titubando come uno studente alle prese con un’interrogazione per la quale non ha studiato. La colpa di PlayTonic, invece, è quella di aver voluto deliberatamente politicizzare il proprio prodotto, tirando in ballo uno specifico evento che non solo non aveva niente a che fare con il loro gioco in sviluppo, ma neanche con il mondo dei videogiochi in generale. Il risultato? Il modo in cui si è sviluppata la vicenda ha finito per non giovare a nessuno, dato che sia […]

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Fun & Tech

Movimento Arturo: il partito finto con più di 30.000 seguaci

Movimento Arturo ricorda molto quello di Magalli nel 2015. Sono passati solo 2 anni da quando Giancarlo Magalli ottenne il primo posto nel sondaggio online del Fatto Quotidiano riguardante il successore di Giorgio Napolitano alla carica di Presidente della Repubblica e la voce di Laura Boldrini che scandisce la parola “Magalli” durante lo spoglio delle schede riecheggia ancora nella mente di qualche burlone del web. Oggi stiamo assistendo alla nascita di un fenomeno molto simile. Il Movimento Arturo, finto movimento politico di sinistra rigorosamente senza programma, in pochi giorni ha ottenuto una quantità gigantesca di seguaci su Twitter. La genesi del Movimento Arturo L’idea del Movimento Arturo è scaturita dalla mente del fumettista Makkox durante una puntata di Gazebo, trasmissione di Rai3 presentata da Diego Bianchi in arte Zoro, con lo scopo primario di ironizzare sugli scissionisti del PD. Il nome stesso del Movimento Arturo è nato grazie a una battuta riguardo il nome del movimento Articolo 1, Movimento dei democratici e dei progressisti (“‘na serie de scritte”, ironizza Zoro): al cacofonico acronimo “Mo.Dem.Pro” i ragazzi di Gazebo hanno voluto contrapporre un nome più corto e semplice e da qui la scelta di  chiamare il movimento, “Arturo”. La sfida lanciata dalla crew di Gazebo è stata subito chiara: asfaltare le pagine social degli altri partiti e movimenti a colpi di followers. Il finto movimento però è riuscito a fare molto di più: al momento della stesura di questo articolo la pagina Twitter del Movimento Arturo conta più di 32.000 followers, centinaia di nuovi circoli che stanno nascendo in tutta Europa (e non solo) e perfino delle “costole”, come il “Movimento Arturo per i giovani“ e “Artura“, rivolto alle donne. Il Movimento Arturo e i suoi derivati nel giro di pochi giorni sono riusciti a superare il numero di followers delle pagine di molti partiti veri: la pagina Twitter, con i suoi numeri, è riuscita a superare quella di Mo.Dem.Pro (ferma a quasi 8.000) e della Lega Nord (21.600), mentre il 2 marzo la pagina di Arturo per i giovani ha potuto cantare vittoria contro i Giovani Comunisti. Sotto il punto di vista dei social network il Movimento Arturo rappresenta la quarta potenza politica in Italia, subito dopo il Movimento 5 Stelle. Cosa ci insegna il Movimento Arturo Quando Magalli vinse quel famoso sondaggio del Fatto Quotidiano riconobbe che il suo trionfo rappresentava in realtà una protesta nei confronti dei soliti vecchi nomi della politica: “serve a far capire che i giovani prendono le distanze dai nomi ufficiali, che piacciono così poco al punto da proporne un altro che almeno è più simpatico.” Il messaggio che oggi ci trasmette il successo di Arturo sembrerebbe essere lo stesso: dinanzi a una sinistra in cui non ci si rispecchia più, le persone cercano alternative ironiche e preferiscono quindi “restare Arturo” (questo lo slogan del finto movimento). Se ne è accorto anche Giuseppe Civati, che il 2 marzo ha commentato su Twitter: “Al di là dello scherzo, la suggestione di @MovimentoArturo è non solo corretta, […]

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Fun & Tech

Stop alle bufale su Twitter: le nuove strategie anti fake

È ufficialmente iniziata la guerra alle bufale su Twitter: negli ultimi mesi le denunce contro account e notizie false sono aumentate a dismisura, soprattutto quelle provenienti dal mondo della politica: in Italia Beppe Grillo ha recentemente fatto partire una vera e propria crociata contro le notizie false legate al Movimento 5 Stelle, scovandole e riportandole su Facebook. Mentre in America, invece, è stata riscontrata una diffusione massiccia di bufale su Twitter e Facebook durante le elezioni presidenziali. A partire da Febbraio, però, lo staff del famoso social network ha deciso di intervenire in prima persona: siccome sempre più persone oggi utilizzano i social network per comunicare, Twitter ha deciso di annunciare definitivamente nuove norme di sicurezza per tutelare i suoi utenti e debellare il sito da profili falsi e bufale ed evitare così la diffusione al suo interno di contenuti falsi o offensivi. Le dichiarazioni di Twitter Già nel novembre 2016 l’account ufficiale di Twitter aveva annunciato: “Ciò che rende grande Twitter è che permette a tutti di esprimere la propria opinione. Abbiamo notato una tendenza crescente nello sfruttare questa libertà per offendere gli altri. L’aumento del bullismo in rete è aumentato a dismisura negli ultimi tempi.” Ed infatti l’anno scorso il sito aveva cominciato a lavorare su un cosiddetto “troll filter”, ovvero un’applicazione che permetterebbe al sito di filtrare contenuti fastidiosi come spam e bot. Il 31 gennaio di quest’anno Ed Ho, vicepresidente per l’ingegneria del sito, ha pubblicato sulla piattaforma il suo messaggio contro le bufale su Twitter: “Rendere Twitter un posto più sicuro è il nostro obiettivo primario e oggi rappresenta un traguardo decisamente urgente.” E così il 7 febbraio è stato specificato in che modo Twitter intenderà portare avanti quest’obiettivo, ovvero attraverso quelle che sono state definite “le tre svolte”: fermare la creazione di nuovi account falsi, permettere ai contenuti più sicuri di comparire per primi nelle ricerche e cancellare i tweet potenzialmente falsi o di scarsa qualità. Gli strumenti contro le bufale su Twitter In che modo verrà dunque combattuto questo proliferare di profili falsi e bufale su Twitter? Oltre al già citato troll filter, la compagnia ha annunciato che i suoi ingegneri sono già al lavoro su un paio di strumenti che permetteranno di: 1 – Identificare gli utenti precedentemente bannati che tenteranno di accedere con profili nuovi. 2 – Identificare automaticamente e rimuovere le risposte considerate offensive e lo spam all’interno delle discussioni. Queste due novità non sono però ancora ultimate, Ed Ho ha promesso che saranno operative già a partire dalle prossime settimane. Dunque non ci sono ancora certezze riguardo l’efficienza di questi nuovi sistemi, ciò che però è sicuro è che, se dovessero effettivamente funzionare, rappresenterebbero un grande passo avanti per quanto riguarda la lotta non solo al diffondersi di notizie false in rete, ma anche al cyberbullismo.

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Attualità

Il caso Jerry Seinfeld e quel politically correct che distruggerà la comicità

Tempi duri per la comicità. L’Italia non fa in tempo a indignarsi per l’ultima vignetta provocatoria del Charlie Hebdo che in America già scoppia un nuovo caso per via di un gioco di parole del comico Jerry Seinfeld. Seinfeld, famoso per essere stato il protagonista dell’omonima sitcom “sul nulla” simbolo degli anni ’90, il 26 gennaio di quest’anno ha pubblicato un tweet per promuovere la presenza del comico Lewis Black nel suo show Comedians in cars getting coffee che includeva anche la battuta: “Black’s life matters” (“la vita di Black è importante”), un gioco di parole ricavato dal nome del movimento Black Lives Matter (“la vita dei neri è importante”). Subito sono cominciati a spuntare commenti di protesta da parte di numerosi utenti di Twitter, che si sono detti indignati dalla scelta di Jerry Seinfeld di utilizzare il nome di quel movimento come oggetto di un gioco di parole. Se però il caso italiano può in qualche modo essere giustificato dal fatto che qui da noi i comici non hanno mai raggiunto certi livelli di irriverenza tipici dei colleghi americani o francesi (salvo rarissime eccezioni) ed è dunque più probabile che la comicità corrosiva possa apparire “aliena” agli occhi del Paese che si lascia dare lezioni di satira da Fiorello, sorprende invece che oggi sia proprio l’America, patria della stand-up comedy, a demonizzare tramite i social network i linguaggi di quell’arte a cui ha dato i natali. Insomma, quello stesso Paese che negli anni ’60 adorava la comicità scorretta e senza freni di Lenny Bruce oggi è in prima fila per mettere alla gogna un gioco di parole postato su Twitter. Il politically correct secondo Jerry Seinfeld In realtà è già da un po’ di anni che Jerry Seinfeld si trova costretto a difendersi dalle critiche indignate del web, che lui ha definito “politically correct nonsense”. La sua posizione è stata chiara fin da subito, quando in varie interviste ha dichiarato senza giri di parole che “il politically correct distruggerà la comicità”. Già nel 2015, durante un’intervista di Seth Meyers, raccontò di quando si trovò dinanzi a una platea perplessa dopo aver pronunciato una battuta in cui paragonava i movimenti di chi fa scorrere continuamente il proprio dito sullo smartphone a quelli di “un re francese gay”. Dichiarò anche che si sarebbe tenuto alla larga dai college, affermando: “gli studenti dicono sempre frasi come ‘questa cosa è razzista’, ‘è sessista’, ‘è un pregiudizio’. Non sanno neanche di cosa parlano.” Uno studente arrivò anche a scrivere sull’Huffington Post una lettera aperta a Jerry Seinfeld in cui gli spiegava i limiti della comicità. È indubbiamente paradossale assistere a una “lezione di comicità” di uno studente ventenne che tenta di spiegare a un comico con trent’anni di carriera alle spalle come dovrebbe svolgere il suo lavoro. I colleghi di Jerry Seinfeld e il politically correct Molti altri comici americani in tempi recenti hanno cominciato a denunciare una certa oppressione da parte del popolo della rete, che pare imporre sempre più limiti quando si tratta […]

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Fun & Tech

Epic Rap Battles of History: l’evoluzione dell’intrattenimento su YouTube

È indubbio ormai il fatto che il mondo dell’intrattenimento, soprattutto quello per i giovani, si stia spostando sempre più sul web, in particolare su YouTube, che negli anni si è dimostrato un vero e proprio campo di sperimentazione per nuovi comici e videomaker. Epic Rap Battles of History (o ERB) è una serie nata nel 2010 grazie alla collaborazione di due YouTube celebrities: Peter Shukoff e Lloyd Ahlquist (soprannominati Nice Peter e EpicLLOYD) ed è uno dei migliori esempi di webserie nata su YouTube che è stata in grado di raggiungere un successo mondiale. Il format dello show è semplice e allo stesso tempo innovativo: in ogni episodio una coppia di personaggi storici o di fantasia si sfidano a colpi di rime in divertentissime battaglie rap, lasciando poi al pubblico la scelta di decretare il vincitore della battaglia e/o suggerire una nuova coppia di personaggi per una battaglia futura (“Who won? Who’s next? You decide!”). Epic Rap Battles of History, tra molti fenomeni comici della rete, è uno di quelli che rispecchia al meglio le caratteristiche necessarie di un prodotto di intrattenimento per una piattaforma come YouTube: giusto mix di comicità e musica, video di breve durata (non più di 4 minuti, probabilmente per venire incontro al nuovo pubblico della rete che preferisce contenuti più veloci e immediati) e un’ampia considerazione della fanbase, dalla quale lo staff raccoglie idee e suggerimenti tramite i commenti lasciati sotto i video. La quinta stagione di Epic Rap Battles of History La quinta stagione di Epic Rap Battles of History, conclusasi da poco con una sfida faccia a faccia tra i due creatori della serie, ha portato un sacco di novità all’interno della serie sotto diversi punti di vista. La prima ha riguardato la struttura stessa del format: per quasi tutte le battaglie della quinta stagione, infatti, gli autori hanno deciso di aumentare il numero di versi a disposizione per ogni personaggio da due a tre ciascuno, allungando così di poco la durata delle battaglie. Inoltre, una buona parte degli episodi che hanno composto la prima metà della stagione hanno visto l’aggiunta di uno strato narrativo in più, che andava ad aggiungersi a quello della semplice battaglia rap fra due personaggi e che ha fatto sì che alcune battaglie somigliassero più a delle piccole storie o avventure che a dei semplici dissing. L’episodio “James Bond vs Austin Powers”, ad esempio, ad un certo punto diventa uno scontro tra il James Bond di Daniel Craig (Ben Atha) e l’originale di Sean Connery (EpicLLOYD); o ancora l’episodio “Alexander the Great vs Ivan the Terrible”, in cui una serie di personaggi storici soprannominati “Il Grande” tenta di sconfiggere Ivan il Terribile (Nice Peter). Ma non è solo l’aspetto narrativo ad aver subìto miglioramenti, anche il lato estetico della serie ha fatto decisamente dei passi da gigante da quando, nelle prime due stagioni risalenti a 5-6 anni fa, gli sfondi erano delle semplici immagini che ruotavano alle spalle dei personaggi. Adesso gli sfondi delle battaglie sono più dinamici […]

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Fun & Tech

NOma: la nuova applicazione antimafia di Pif

Si chiama NOma la nuova app gratuita di Pif (Pierfrancesco Diliberto) disponibile già da qualche mese e nata grazie all’impegno dell’associazione “Sulle nostre gambe” e a una partnership con TIM. L’app NOma, diminutivo di NOmafia, è un progetto nato con lo scopo di tenere viva la memoria dei grandi eroi antimafia del nostro paese attraverso l’utilizzo, come vedremo, della tecnologia GPS di Google e della voce di alcuni dei più grandi artisti siciliani come Giuseppe Fiorello, Leo Gullotta, Nino Frassica, Ficarra & Picone e tanti altri. Una volta scaricata l’applicazione, assisteremo a una breve introduzione realizzata da Pif stesso e successivamente ci ritroveremo dinanzi alle tre funzioni che la compongono: “Le storie”, “Il progetto” e “Pizzo Free”. “Il Progetto” e “Pizzo-free” di NOma Partiamo dunque dalle due funzioni più semplici. Cliccando su “Il Progetto” comparirà una descrizione generale dell’app NOma che include anche i credits e i contatti. Cliccando su “Pizzo-free”, invece, ci ritroveremo davanti ad un vasto numero di negozi che aderiscono al movimento “Addiopizzo”: un movimento che “promuove un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento del consumo critico”. La vasta lista “Pizzo-free” include negozi di alimentari, di macchine e motori, di moda, di viaggi e tanti altri, tutti uniti dalla decisione di ribellarsi al pagamento del pizzo. “Le storie” di NOma La funzione principale di NOma rimane, però, “Le storie”. Una volta selezionata, comparirà una lista di personalità che hanno sacrificato la propria vita per la lotta alla mafia, con il luogo dell’uccisione. La lista include 22 nomi tra cui Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Libero Grassi e Pino Puglisi. La particolarità di NOma sta, però, nell’offrire una visuale in prima persona dei luoghi, grazie all’utilizzo della tecnologia GPS di Google Maps che permette di guardarsi intorno in quei luoghi semplicemente girando il proprio smartphone o facendo scorrere il dito sul touch screen. Selezionando “Paolo Borsellino” e cliccando su “Visita a 360°”, ad esempio, ci ritroveremo subito catapultati in modalità Street View a via Mariano D’Amelio e accolti dalla voce di Beppe Fiorello: “Questa è la via D’Amelio, qui furono massacrati Paolo Borsellino e la sua scorta, composta da Agostino Catalano, Vincenzo Fabio Li Muli, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi”. La funzione “Visita a 360°” non si limita però allo Street View e all’ascolto delle descrizioni. Ad un certo punto, infatti, dopo aver selezionato “La dinamica dell’omicidio” e aver ruotato la visuale, la voce di Beppe Fiorello ci suggerirà di inquadrare il citofono della casa di Borsellino per poter partire con la ricostruzione degli eventi. Le ricostruzioni vengono svolte in modo davvero impeccabile, con date e foto che appaiono sullo schermo per contribuire alla narrazione, mentre immagini a cartone animato in bianco e nero si sovrappongono alla realtà di Google Maps per illustrare ancora meglio la dinamica dei fatti: vedremo, quindi, ricostruzioni a cartone animato di Paolo Borsellino che suona al citofono di casa sua o quella di Libero Grassi che esce dal portone prima di essere ucciso. Ogni narrazione si conclude con uno spezzone di telegiornale […]

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Notizie curiose

I 10 anni di Crozza a La7 tra scomuniche e crozzismo

Da qualche mese è stata diffusa la notizia che a partire dall’anno prossimo il comico Maurizio Crozza lascerà La7 per passare al gruppo Discovery, per la precisione a Canale Nove, con un nuovo programma di cui al momento non si sa ancora nulla. Una cosa è però certa: con la fine di Crozza nel Paese delle meraviglie si chiude una pagina importante della comicità e della satira televisiva italiana. Il suo programma, che negli anni ha cambiato frequentemente nome (da “Crozza Italia” a “Italialand” fino a “Crozza nel Paese delle meraviglie”) e meno frequentemente format (le prime stagioni includevano un maggior numero di sketch e ospiti- questi ultimi totalmente assenti nelle stagioni più recenti), chiude dopo esattamente 10 anni, un decennio in cui di cambiamenti nell’ambiente comico-satirico italiano ne sono avvenuti molti, grazie anche al programma di Crozza. La formula vincente di Crozza Partendo dal pre-La7, in principio erano i Broncoviz: gruppo comico formato da Marcello Cesena (da molti conosciuto come Jean Claude), Ugo Dighero, Mauro Pivano, Carla Signoris e Maurizio Crozza. I Broncoviz ottennero una grande popolarità grazie alla trasmissione Avanzi di Serena Dandini e successivamente, dopo lo scioglimento del gruppo, Crozza entrò a far parte del cast di Mai Dire Gol della Gialappa’s Band assieme a Dighero. Cosa avevano in comune queste due trasmissioni? Entrambe erano trasmissioni comico-satiriche di gran successo, i cui comici adoperavano uno stile di comicità veloce, diretta e spesso anche pungente, che metteva la qualità delle battute al primo posto e adoperava un eccellente cura dei dettagli. Aver fatto parte di questi due gloriosi programmi aveva permesso a Crozza di sviluppare la propria tecnica comica e riproporre quella formula su La7 sotto forma di One Man Show: la voce fuori campo di Andrea Zalone che interagisce con i suoi personaggi, ad esempio, non è molto distante da quelle della Dandini o della Gialappa’s. Se da un lato questa continuità tra la vecchia formula di Avanzi/Mai Dire Gol e il suo programma ha saputo tenere in vita un certo modo di fare satira televisiva in Italia, dall’altra non è stata priva di critiche: per alcuni detrattori del fenomeno Crozza, infatti, si tratterebbe ormai di una formula un po’ stanca basata ancora su tormentoni e travestimenti. La verità, però, è che ciò che fa parte del programma di Crozza, travestimenti, vocine e dentini da Renzi compresi, rientra in una formula che funziona e persegue bene i suoi obiettivi: nessuno dovrebbe mai cominciare a guardare un episodio di Crozza nel Paese delle meraviglie aspettandosi un monologo alla Doug Stanhope, perché pur trattandosi di comicità tutt’altro che borderline, il successo delle imitazioni, dei personaggi, degli sketch e dei monologhi di Crozza sta proprio nell’aver saputo inserire tutto ciò in una formula funzionante figlia dei programmi sopracitati, ampliandone gli aspetti principali. Maurizio Crozza e il crozzismo  La carriera di Crozza in questi 10 anni non è sempre stata tutta rose e fiori: in questo lungo arco temporale, infatti, il comico genovese ha subìto anche molte critiche e un paio di […]

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Black Friday: la festa dei saldi tra passato e presente

Fra le numerose festività statunitensi ce n’è una che cade ogni anno il giorno dopo il Ringraziamento: si tratta del Black Friday (Venerdì Nero), una giornata interamente dedicata allo shopping in cui tutte le più importanti catene di negozi mettono i propri prodotti in saldo per venire incontro agli americani nelle loro compere natalizie. Ma il Black Friday non riguarda solo l’America: da qualche anno, infatti, questo evento viene celebrato anche in gran parte d’Europa, Italia compresa (anche se in misure diverse), e i video di gente che si accalca in massa tra gli scaffali dei negozi di mezzo mondo sono diventati ormai parte integrante di questa giornata. Con il rapido sviluppo di Internet, la maxi svendita del Black Friday ha coinvolto anche i principali siti di e-commerce, che affiancano le grandi catene di negozi nella guerra dei saldi. Alcuni siti come Amazon decidono anche di allungare la durata del Black Friday, facendo partire le proprie offerte qualche giorno prima, come è successo anche quest’anno. Dopo il Black Friday è il turno del Cyber Monday, una variante del Black Friday nata in tempi molto recenti che coinvolge soltanto i siti di e-commerce e riguarda la vendita di prodotti tecnologici. Storia del Black Friday Le origini del Black Friday sono da ricercare tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900: a partire da quegli anni in alcuni Stati americani durante il Giorno del Ringraziamento si svolgono delle parate con carri allegorici, spesso organizzate da importanti catene di negozi, per festeggiare non solo il Giorno del Ringraziamento in sé, ma anche l’arrivo del periodo natalizio, rappresentato nella parata dall’ultimo carro che, per tradizione, raffigura Babbo Natale con la sua slitta. L’idea di quel Babbo Natale che simbolicamente ricorda a tutti che il Natale si sta avvicinando e bisogna sbrigarsi a comprare i regali, ha spinto gli americani a creare una festa specificamente dedicata alle compere natalizie. Da allora il Black Friday, così chiamato perché a quanto pare il colore nero era quello delle annotazioni sui libri contabili dei commercianti per indicare i guadagni (contrapposto al rosso, raffigurante le perdite), si è pian piano radicato all’interno della tradizione americana fino a esplodere negli anni ’80, per poi, come già detto, diffondersi in gran parte del mondo. La nascita del Black Friday non fu priva di controversie, come quella che riguardò il Presidente Franklin D. Roosvelt, costretto a spostare la data del Giorno del Ringraziamento al quarto giovedì di novembre invece dell’ultimo, per poter venire incontro a questa nuova festività e allungare il periodo di compere natalizie. Black Friday 2016 e le elezioni americane Una particolarità del Black Friday 2016 riguarda la questione che quest’anno negli USA, a causa delle elezioni presidenziali, si è verificato un curioso insediamento della sfera politica all’interno di questa festività. L’esempio principale riguarda le proteste che molti supporter di Donald Trump hanno mosso contro Pepsi lanciando l’hashtag #BoycottPepsi. La protesta è stata scatenata da alcune presunte frasi, non proprio lodevoli, nei confronti di Trump e dei suoi […]

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