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Eroica Fenice

Food

Pizza a’ Street in via Merliani 51: Luciano Sorbillo raddoppia al Vomero

Dopo l’apertura nel locale di vico Acitillo avvenuta nel settembre del 2016, Luciano Sorbillo raddoppia la sua presenza al Vomero, approdando con il marchio “Pizza a’ Street” in via Merliani 51, nel cuore dell’aria pedonale del quartiere napoletano. Una tradizione di famiglia che continua nel tempo da quando Luigi Sorbillo, nonno di Luciano e classe 1907, nel 1935 aprì la storica pizzeria di Via dei Tribunali 35, trasmettendo la sua arte e la sua sconfinata passione all’intera prole (ben ventuno figli!). E fu così che Rodolfo, padre di Luciano e terzo dei ventuno figli di Luigi, nel 1959 fu il primo ad introdurre una novità assoluta che rivoluzionò il mondo della pizza napoletana: il cornicione ripieno di ricotta. Erede di tale maestria di famiglia, Luciano Sorbillo decide di creare il marchio “Pizza a’ Street”, che nasce dall’idea dei primi locali piuttosto “stretti” nei quali erano nate le prime attività della famiglia Sorbillo, riprendendo una tradizione trasmessa per generazioni ma con un approccio innovativo che punta ad una sua ulteriore evoluzione. “Pizza a’ Street” e la gustosa “Merliani 51” di Luciano Sorbillo Prodotti di prima scelta e dai marchi made in sud: questa è la filosofia che guida Luciano nella scelta degli ingredienti perfetti per la creazione delle sue pizze a’ street. Dall’olio beneventano dell’oleificio Coppola ai prodotti caseari di provenienza agerolese, profumi e sapori campani si fondono per dare vita ad una pizza dall’impasto leggero e presentata non solo nella sua versione classica, ma anche in gustosi ed inediti accostamenti. È così che nasce la “Merliani 51”, una pizza creata da Luciano proprio in onore del nuovo locale di via Merliani, al gusto di fave, pancetta e fior di latte, il tutto adagiato su un impasto con l’aggiunta di mandorle tritate, che conferiscono un piacevole tocco di delicatezza e rendono tale pizza perfetta per un pranzo o una cena tipicamente primaverile. Ad accompagnare la pizza nella sua versione classica e nelle sue vesti innovative, Luciano Sorbillo propone una scelta di birre artigianali dell’Antico Monastero umbro di San Biagio, immerso nel Parco del Monte Subasio, in cinque versioni dalle note e dai profumi differenti: Monasta, Verbum, Gaudens, Aurum, Ambar, da abbinare alle diverse creazioni di casa Sorbillo. Attraverso una scrupolosa cura dei dettagli ed il sapiente accostamento di ingredienti made in sud, la pizza di Luciano Sorbillo rappresenta un connubio perfetto tra la tradizione della famiglia Sorbillo e la volontà di reinterpretare, in chiave moderna e personale, quella tradizione, con un risultati originali ed assolutamente da provare.

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Recensioni

La strana coppia al Teatro Augusteo: il ritorno di Claudia Cardinale

Grande ritorno di Claudia Cardinale sulle scene, dopo una lunga assenza, con La strana coppia, dal 6 al 15 aprile al Teatro Augusteo, un progetto registico del regista napoletano Pasquale Squitieri, scomparso nello scorso febbraio, ed eseguito da Antonio Mastellone. La strana coppia, spettacolo tratto dall’omonima opera di Neil Simon (The Odd Couple), è presentato nel riadattamento in italiano di Pasquale Squitieri, al quale la Cardinale fu legata sentimentalmente, e sempre affezionata anche dopo il matrimonio del regista con l’attrice e cantante Ottavia Fusco, l’altra metà della coppia protagonista dello spettacolo. La versione originale di Simon, scritta nel 1965, che metteva in scena due uomini divorziati alle prese con i problemi della convivenza quotidiana, è qui ripresa nella sua variante al femminile, realizzata in seguito dall’autore stesso: un mondo di donne nella cornice della New York degli anni ’60. Claudia Cardinale e Ottavia Fusco, una “strana coppia” Tutto si svolge nell’appartamento al dodicesimo piano di Olivia Madison (Ottavia Fusco), una donna di successo che ha ormai accettato la fine del suo matrimonio. Diventata una persona estremamente sciatta e superficiale, Olivia trascorre le sue serate all’insegna del poker con le amiche, tra chiacchiere, gossip e patatine ormai stantie. Ma questo sottile equilibrio faticosamente costruito da Olivia è definitivamente messo in crisi dall’arrivo di Fiorenza Unger (Claudia Cardinale), sua amica di lunga data, la quale, appena lasciata dal marito, è sotto shock e minaccia il suicidio. Spinta dalla solidarietà nei confronti dell’amica, Olivia decide di accoglierla in casa sua ed iniziare con lei una convivenza che porterà questa “strana coppia” sull’orlo di una crisi di nervi degna dei peggiori rapporti coniugali. Uno spettacolo dalla drammaturgia piuttosto semplice e priva di macchinosità, che mette in scena, tuttavia, temi estremamente attuali e complessi, affrontati attraverso un’ottica prettamente femminile: le conseguenze della fine di un matrimonio e, soprattutto, le difficoltà della convivenza tra persone legate da rapporti affettivi. Due care amiche rischiano, infatti, di mandare all’aria il loro rapporto a causa dei loro incompatibili modi di vivere: sciatta e disordinata Olivia, precisa e maniacalmente ordinata Fiorenza. Ed è proprio dall’incontro-scontro tra due personalità così diverse che ha origine la comicità della piece. Situazioni quasi paradossali, eppure estremamente quotidiane e familiari, come la cena con i due vicini di casa spagnoli (Lello Giulivo e Nicola d’Ortona) si susseguono sulla scena, insieme ad una sottile ironia ed un velato sarcasmo che pervade i dialoghi tra le protagoniste ed i loro rapporti con il mondo circostante. Una commedia in due atti dai toni medi e dall’andamento adagio, che si snoda in modo esile ma consapevole, grazie alla statura artistica delle due protagoniste, nelle quattro mura di un appartamento della New York jazz di Neil Simon.

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Recensioni

Ora di pranzo di Giulia Lombezzi: l’io, l’altro e l’incomunicabilità

Dal 23 al 25 marzo in scena alla Sala Ichòs – Teatro di drammaturgia moderna e di ricerca, di San Giovanni a Teduccio, nella zona orientale di Napoli, il tema dell’incomunicabilità e della difficoltà delle relazioni interpersonali in Ora di pranzo di Giulia Lombezzi, con la regia di Pietro Juliano. Una famiglia qualunque si ricongiunge a tavola ogni giorno, ad ora di pranzo, in un momento di convivialità tradizionalmente dedicato al dialogo, alla comunicazione ed al reciproco confronto. Ma ogni aspettativa è subito delusa. Prigionieri dei propri mondi ed egoismi personali, ciascuno dei membri della famiglia volge le spalle all’altro, intorno ad un tavolo sul quale incombe la presenza costante del gatto di famiglia, immobile spettatore del turbine di deliri e fraintendimenti che intorno a lui prendono vita. Sulle tre sedie, un padre distratto (Giuseppe Giannelli), assorbito dal lavoro e dai social network, una madre stanca e insoddisfatta (Teresa Addeo), una figlia ribelle (Angela Rosa D’Auria) che continuamente interferisce nel rapporto tra i genitori. A completare il quadro, una nonna affetta da demenza senile (Cinzia Annunziata), che rimbalza da una parte all’altra della scena, mettendo a dura prova l’equilibrio psichico già precario dei membri della famiglia. Ora di pranzo di Giulia Lombezzi: egoismi quotidiani di un microcosmo familiare Impossibile qualsiasi tipo di comunicazione: domande senza risposte, accuse reciproche, telefoni che squillano ed il mondo esterno che irrompe prepotentemente in una sala da pranzo in cui delle persone si ritrovano sedute intorno ad un tavolo contemporaneamente, ma non insieme. La giovane drammaturga Giulia Lombezzi affronta un tema da sempre centrale nella riflessione letteraria e drammaturgica, eppure sempre di grandissima attualità, quello della mancanza di comunicazione e della tendenza all’isolamento, riflesso di una società sempre più schiava dei propri bisogni personali ed incapace di ascolto ed apertura verso l’altro. E lo fa osservando, con estrema lucidità e momenti di spontanea comicità, una delle situazioni più comuni ed usuali della quotidianità di ciascuna famiglia, attraverso il buco della serratura di una casa qualunque, in cui, come un ciclo che continuamente si ripete, equilibri e dinamiche interpersonali si infrangono e si ricompongono ogni ora, ogni giorno. Ora di pranzo rappresenta, mediante un rituale semplice come quello dell’ora di pranzo in famiglia, quei muri che ogni giorno ciascun individuo costruisce intorno a sé, seppure inconsciamente, ponendo se stesso al centro del mondo e perdendo la percezione di tutto ciò che c’è intorno. Ed il microcosmo familiare non è altro che una cartina di tornasole che rivela in piccolo una tendenza costante della società attuale, ulteriormente acuita e stigmatizzata dall’avvento dei social network. Proprio come un cerchio che sembra chiudersi, ma sempre si riapre, lo spettacolo si conclude con la ripresa di una domanda che, durante le battute iniziali, la figlia pone al padre sul significato del termine lapalissiano. Un quesito che resta lì, sospeso a mezz’aria, e chiude momentaneamente il turbine degli eventi, ma per il quale è impossibile dire se arriverà mai una risposta.

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Concerti

Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè: Le rondini e la Nina al Festival Mann

Con un evento all’insegna della grande musica d’autore, il Festival Mann 2018 ha ospitato, venerdì 23 marzo, un concerto dal titolo Le rondini e la Nina, una serata in onore di due delle personalità che più hanno segnato il panorama della musica italiana, Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè. Da un’idea di Gaetano Curreri (voce e leader degli Stadio) e del trombettista Paolo Fresu, sulle note del sax di Raffaele Casarano e del pianoforte di Fabrizio Foschini, nasce Le rondini e la Nina, un concerto che porta insieme sulla scena due dei più grandi artisti italiani attraverso le loro più famose canzoni, rivisitate e riproposte al pubblico nella suggestiva cornice della sala della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli. Due figure apparentemente lontane, eppure così vicine, rivivono attraverso le parole di Gaetano Curreri, il quale, tra una nota e l’altra, ricorda il suo straordinario rapporto con Lucio, «un amico, un maestro, un padre amato e odiato» e la sua ammirazione per Fabrizio, conosciuto soprattutto grazie ai racconti di Vasco. E così, attraverso un viaggio che ripercorre i racconti e le storie messe in musica dai due grandi autori, si passa dai sogni di Anna e Marco alle languide viole de La canzone dell’amore perduto, fino all’amore che scoglie ‘o sang’ dint’ e vene su quella terrazza del golfo di Sorrento descritta nella straordinaria Caruso. Volando con Le rondini e la Nina Segue poi il racconto di Curreri dell’esperienze a Sanremo con Lucio, un genio «intuitivo, brillante e sempre pieno di idee», anche severo ed esigente, ma da sempre un punto di riferimento. Un uomo semplice, attento alle piccole cose e capace di planare sulla vita dall’alto, come racconta ne Le rondini, alla quale fa da contraltare la Nina di De Andrè in Ho visto Nina volare, i due capolavori che hanno dato il titolo a questo evento e che meglio ne racchiudono  l’essenza. Ma la caratteristica che forse più avvicina Dalla e De Andrè è sicuramente la sensibilità unica con la quale i due cantautori hanno dato la parola agli umili e ai perdenti, raccontando storie di emarginazione con la naturalezza e la semplicità di cui solo loro erano capaci. Ed ecco che ci si trova a passeggiare per la Via del Campo di Fabrizio, tra figure di donne che si materializzano davanti ai nostri occhi e descrizioni impressionistiche che accompagnano lungo una strada che arriva fino a La sera dei miracoli di Lucio, per concludere con una delle ultime storie da raccontare, Una storia sbagliata, quella dedicata a Pier Paolo Pasolini, la cui morte segnò profondamente i cantautori del tempo ed in particolare De Andrè, «quasi come fosse mancato un parente stretto». Una serata del Festival Mann all’insegna della rivisitazione in chiave jazz di capolavori senza tempo, in accordo con uno dei desideri che Lucio ebbe nell’ultima parte della sua vita e che confessò a Gaetano Curreri: abbandonare il panorama attuale della musica leggera e ritornare al jazz.

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Food

Le Zeppoliadi della Pasticceria Seccia, una golosa maratona fotografica

Dopo il grande successo dell’evento “Chiacchierando ai Quartieri” all’insegna di chiacchiere e sanguinaccio, la Pasticceria Seccia torna con una nuova e golosa iniziativa, le “Zeppoliadi: maratona fotografica ai Quartieri Spagnoli”. Punto di partenza della maratona è stato lo storico locale della pasticceria in via Concordia 66, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, i veri protagonisti di questo evento che ha avuto luogo il 17 marzo, snodandosi per i quartieri Avvocata e Montecalvario, alla ricerca di instantanee, murales e scorci da immortalare. Una giornata rivolta agli appassionati di street photography, alla scoperta di quella miniera antropologica e sociologica che sono i Quartieri Spagnoli, alla cui rivitalizzazione puntano le iniziative della Pasticceria Seccia, combinando arte dolciaria e figurativa. I premi da assegnare a fotoamatori e fotografi amatoriali, infatti, sono stati proprio i fiori all’occhiello dell’arte pasticcera di Casa Seccia, gli Aperisciù, per l’occasione d’oro, d’argento e di bronzo, come ogni vera e propria competizione olimpica. La maratona, con inizio alle ore 10, si è svolta alla ricerca della street art nascosta negli angoli dei famosi quartieri napoletani, con uno spazio dedicato anche al ricordo del grande Pino Daniele, in occasione del suo onomastico e compleanno del 19 marzo. E non sono di certo mancate altre prelibatezze per rinfocillare i maratoneti impegnati nella loro “caccia alle foto”, ma anche foodblogger, cronisti e passanti invitati all’evento: le zeppoline di San Giuseppe, dolce del momento, con una degustazione aperta al pubblico e alla stampa dalle ore 17 presso il locale di via Concordia 66 della Pasticceria Seccia. Zeppole e pastiera semifredda: le novità della Pasticceria Seccia La zeppola di San Giuseppe, tradizionale dolce della festa del papà, è stato presentato dalla famiglia Seccia nelle sue due classiche varianti, fritta e al forno, ma anche in vesti più innovative e golose: al gusto di fragola, pistacchio, kinder ed altri invitanti gusti tutti da provare. Ma le novità di Casa Seccia non finiscono qui. Con la Pasqua alle porte, fa il suo ingresso nella storica pasticceria la pastiera semifredda glassata, un dolce dall’aspetto elegante e sofisticato, che racchiude in sé la tipica tradizione napoletana della pastiera, in una versione innovativa ed in grado di soddisfare anche i palati più fini. Le foto realizzate durante la giornata di sabato 17 marzo saranno pubblicate per un mese negli album della pagina Facebook della Pasticceria Seccia a partire dal 19 marzo, e riceveranno così il loro voto social, mentre, allo stesso tempo, una giuria di qualità si riunirà per assegnare loro un voto tecnico, al quale seguirà un piccolo vernissage fotografico.

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Voli Pindarici

Giuseppe ovvero l’epifania di un pranzo in spiaggia

La pioggia ci sorprese mentre eravamo a pranzo in spiaggia. Non c’erano ombrelloni, solo la sabbia e qualche giocattolo buttato alla rinfusa, vicino ad una buca dissestata. Mia madre aveva portato la frittata di maccheroni e io non vedevo l’ora che fosse ora di pranzo. Quanto mi piaceva! Avevamo messo i teli a mo’ di cerchio, ma io volevo stare vicino a Giuseppe. Giuseppe mi faceva ridere sempre, anche se ogni tanto mi prendeva in giro ed io lo picchiavo. Lui faceva finta di farsi male per farmi vincere, ma non si faceva male veramente. Era forte. Le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere sul secchiello rosso vicino al mio piede, ma io me ne accorsi solo quando vidi tutti che si alzavano e si affannavano, mentre mamma copriva la frittata di maccheroni e Giuseppe si era messo il telo in testa come la Madonna. Allora me lo misi anch’io e iniziammo a correre. Facevo dei passi lunghissimi e affondavo i piedi nella sabbia fresca che però sotto era calda. Sembravamo dei mostri strani con quei mantelli e allora mi misi a ridere, mentre le gocce di pioggia mi andavano negli occhi e in bocca. Era salata. Attraversammo tutta la spiaggia e ci riparammo nella pineta del villaggio turistico. Io avevo ancora le ciabatte in mano, e i miei piedi si erano un po’ sporcati di terra e aghi di pino. Avevo il fiatone per la corsa e iniziai a respirare col naso e con la bocca. Odorava tutto di terra bagnata, mentre gli aghi di pino mi punzecchiavano le dita dei piedi. Ma ora è marzo ed io sono grande. Ed essere grande significa che ogni tanto ti vengono in mente delle scene del passato che sembrano appartenere alla vita di un’altra persona. Tu ti fermi, chiudi lo sportello della lavatrice, ti metti un po’ comoda e te le guardi. E vedi una bambina con i capelli corti come quelli di un maschietto ed un costumino intero di Topolino, che riempie fino all’orlo secchielli di sabbia bagnata e con gesti meticolosi ne livella la superficie per eliminare quella in eccesso. Quando è soddisfatta, li capovolge di scatto, dà un paio di colpetti sul fondo e lentamente sfila via l’involucro di plastica…magia! Poi, in lontananza, vedi Giuseppe che prende la rincorsa e finge di calpestarli tutti, ma solo per farla arrabbiare. Ma ora è marzo, ed anche Giuseppe è grande. Mentre mi rendo conto che ormai non so più niente di lui, ritorno alla realtà ed afferro il cesto vuoto dei panni sporchi. Pensando a come mi sia venuta in mente questa scena, il mio sguardo si ferma sul fondo del cesto azzurrino. Un ago di pino.

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Recensioni

“Sitcom” di Maurizio Capuano: una situation comedy allo ZTN

Dopo il debutto di sabato 24 febbraio, continua il primo esperimento di situation comedy teatrale con Sitcom, in scena allo Spazio ZTN (Zona Teatro Naviganti), in Vico Bagnara 3/A, nei giorni 24, 25 febbraio e 3, 4, 10, 11 marzo. Lo spettacolo, messo in scena dalla compagnia dei Naviganti InVersi e con la regia di Maurizio Capuano, fa parte della stagione teatrale Giù il cappello 2.0, che prende il nome dalla scelta della compagnia di tirarsi giù il cappello e affidarsi alla fiducia del proprio pubblico, libero di decidere, senza l’acquisto di alcun biglietto, la somma con la quale ricompensare gli attori per la loro performance. Un divano rosso al centro della scena ed un susseguirsi di situazioni e battute degne delle più famose sitcom americane catapulta gli spettatori dinanzi ad una TV immaginaria, ma stavolta senza schermo: la situation comedy si materializza sul palco con attori in carne ed ossa, attraverso un esperimento teatrale in cui non servono risate finte per scandire i tempi comici, perché bastano quelle del pubblico, rapito da un turbine di battute ed intrecci dall’irresistibile comicità. Le storie di tre coppie di personaggi si intrecciano sul palco: Liz (Assunta D’Emilio) aspetta due gemelli da Matt (Antonio D’Alessandro), un ragazzo maldestro e imbranato che teme di essere un disastro come padre ed è vittima di una compagna in preda ai deliri della gravidanza; Kyle (Gennaro Monforte) ama Melinda (Adriana D’Agostino) ed i due vivono un meraviglioso rapporto, ma un segreto comprometterà per sempre la loro felicità; Joey (Antonio Fenu), un aspirante attore da strapazzo, è innamorato di Kate (Alessia Migliaccio), una scrittrice single e sognatrice, stregata da una affascinante scrittore spagnolo. “Sitcom” di Maurizio D. Capuano: «perché la vita, in fondo, sa essere meravigliosa!» Accompagnate dalle sigle di famose sitcom come Friends e Scrubs, che segnano il passaggio da una scena all’altra, le vicende dei sei protagonisti si svolgono riproducendo gli stessi ritmi concitati di una serie tv, grazie alla straordinaria abilità degli attori, che, senza sosta, padroneggiano alla perfezione la scena per quasi due ore di spettacolo, tra battute incalzanti, equivoci e colpi di scena. Ma “Sitcom”di Maurizio D. Capuano non è solo una situation comedy di leggera e superficiale comicità. Essa porta sulla scena anche ciò che accade quando la dura realtà irrompe in quel mondo plastico e preconfezionato. E così, da risate di gusto e gags comiche, si passa anche a momenti di grande commozione che portano alla crescita e alla riflessione dei personaggi, ma soprattutto alla consapevolezza che «la vita, in fondo», nonostante le negatività che sono parte integrante dell’esistenza umana, «sa essere meravigliosa!».

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Food

“Chiacchierando ai Quartieri” con la Pasticceria Seccia

Con il suo primo evento dell’anno, “Chiacchierando ai Quartieri”, giovedì 8 febbraio la Pasticceria Seccia ha accolto il pubblico nello storico locale di via Concordia n°66 nel cuore dei Quartieri Spagnoli, proponendo una degustazione di chiacchiere e sanguinaccio per attendere in modo gustoso il Carnevale. Accanto ai dolci tipici della tradizione, indiscussi protagonisti della degustazione sono stati gli Aperisciù, bignè rivestiti di craquelin e con tre diversi ripieni al gusto di fresco mojito, delicato daiquiri e dolce pina colada, ciascuno sormontato da una stella di zucchero che riproduce un colore della bandiera cubana: blu, rosso e bianco. Un incontro perfetto tra la pasta choux tipicamente napoletana e le esotiche creme cocktail che rievocano calde spiagge caraibiche, con la grande innovazione del craquelin, la glassatura croccante di mandorle e nocciole che rende gli Aperisciù, disponibili anche al gusto di caramello e cioccolato, irresistibili. Nascono gli Aperisciù della Pasticceria Seccia, un dolce dedicato a Maradona I gustosi Aperisciù, gioielli di Casa Seccia, nascono da un’idea del pasticciere Francesco Seccia per celebrare la visita di Diego Armando Maradona, icona assoluta nei Quartieri Spagnoli, al San Carlo nel gennaio del 2017, diventando, da quel momento, il prodotto di punta della storica pasticceria napoletana, come spiega Vincenzo Seccia: «Da quel momento, abbiamo pensato di regalare questo prodotto al nostro quartiere, perché, in questo periodo soprattutto, Napoli e i quartieri popolari sono conosciuti per brutti episodi». Con i colori e l’allegria del popolo sudamericano, l’Aperisciù diventa anche simbolo del popolo napoletano e dei quartieri popolari, che ne condividono la festosità e la vivacità, costituendo un polo di attrazione non solo per l’affezionata clientela dei Quartieri Spagnoli, che da anni apprezza la maestria di Casa Seccia, ma anche per il pubblico di altre parti della città, in visita ai quartieri per provare questa dolcezza. Gli Aperisciù di Casa Seccia: un’immagine positiva dei quartieri popolari Partire da un dolce per mostrare una nuova immagine dei quartieri popolari è stata l’idea della famiglia Seccia, che ai Quartieri Spagnoli è legata da ben cinque generazioni, come ribadisce Vincenzo Seccia: «Vogliamo dimostrare attraverso un dolce che i quartieri napoletani non sono quelli che vengono raccontati all’esterno ma hanno tantissime bellezze…È chiaro che noi lo facciamo con un dolce, perché questo sappiamo fare…speriamo che gli altri ci seguano in questa iniziativa». “Chiacchierando ai Quartieri” non è che il primo di una serie di eventi pensati in questa prospettiva, come il contest fotografico amatoriale Aperisciù in città, ispirato a Il favoloso mondo di Amélie. Come nel film francese il nano giramondo spediva le polaroid che lo ritraevano davanti a monumenti e paesaggi di ogni continente, così la pasticceria Seccia invita ad immortalare l’hashtag #aperisciù con panorami e bellezze partenopee sullo sfondo, scegliendo come copertina delle sue pagine social la foto più bella e rappresentativa.

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Recensioni

L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi al Teatro Mercadante

Commedia d’autore sul palco del Teatro Mercadante con L’anatra all’arancia, in scena dal 7 al 18 febbraio. Tratta da un’opera del drammaturgo scozzese William Douglas Home dal titolo The Secretary Bird, uno straordinario Luca Barbareschi, nel ruolo di regista e attore, porta in scena una traduzione dell’adattamento francese realizzato da Marc Gilbert Sauvajon, riproponendo, in chiave moderna, uno spettacolo cult del teatro comico. L’opera di Home, nata nella Scozia degli anni Settanta e riadattata per la Francia degli anni Ottanta (con il titolo di Le Canard à l’orange) da Sauvajon, è ripensata da Barbareschi per le quattro mura di una villa di San Vittore Olona, in provincia di Milano, dove prende forma l’intreccio rocambolesco che vede come protagonosta il matrimonio, ormai al capolinea, tra i coniugi Ferrari: Gilberto (Luca Barbareschi), uomo egocentrico ed incline al tradimento, e Lisa (Chiara Noschese), fragile vaso di Murano tra le mani di uomo egoista e bugiardo. Proprio a causa della difficile ed insoddisfacente vita coniugale, Lisa si innamora di Volodia Smirnov (Gerardo Maffei), un russo aristocratico dall’animo romantico, con il quale progetta una fuga amorosa a Parigi ed una vita idilliaca in Lucania, nei poderi della famiglia Smirnov. Ma dinanzi al disastro imminente, Gilberto non si arrende ed architetta un piano perfetto per riconquistare sua moglie: la geniale idea di un week-end a quattro, con la complicità di Chanel Pizziconi (Margerita Laterza), segretaria tanto sexy quanto stupida – seppure con rari picchi di assoluta genialità, che innesca una vorticosa spirale di equivoci ed imprevisti. L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi: un piano geniale L’incontro tra personaggi così diversi, rinchiusi all’interno di un appartamento, dà vita ad una caotica situazione di tutti contro tutti che ricorda Le dieu du carnage di Yasmina Reza (noto anche nella versione cinematografica di Roman Polański, Carnage), ma la personalità poliedrica di Gilberto domina la scena e proprio il suo comportamento da clown – complice l’altare consacrato agli alcolici che la fa da protagonista – mette a nudo tutti i difetti di Livia dinanzi agli occhi di Volodia e, allo stesso tempo, risveglia la gelosia della moglie con la complicità della Pizziconi. Una comicità frizzante e sempre elegante, fatta di dialoghi divertenti e sapientemente conditi da un sottile cinismo, accompagna il susseguirsi concitato degli eventi, che, in due ore ricche di imprevisti e colpi di scena, portano al lieto fine e alla riconciliazione tra Gilberto e Livia, il tutto condito dalle improvvise apparizioni di un’anatra sulla scena, quella che Gennaro (Ernesto Mahieux), fedele domestico dai tratti caricaturali, ha il compito di cucinare per cena, ma che, di fatto, non verrà mai servita. Due universi a confronto: uomini e donne ne L’anatra all’arancia L’anatra all’arancia mette in scena l’universo femminile e quello maschile a confronto, in un incontro-scontro che lascia emergere tutte le nevrosi e gli equilibri precari che ne caratterizzano il rapporto. Con una scrittura che si avvale dell’apporto di «due grandi scienze, la psicologia e l’antropologia, studiando atteggiamenti, movimenti e nevrosi che caratterizzano le nostre abitudini», come spiega Luca Barbareschi, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Il nuovo confetto Maxtris con cioccolato Caffarel: un connubio perfetto

Mercoledì 1 febbraio, presso la sede di Confindustria Napoli, Palazzo Partanna (Piazza dei Martiri 58), si è tenuta la conferenza stampa ufficiale di presentazione della nuova linea di confetti Maxtris dal sapore esclusivo e raffinato: il confetto Maxtris con cioccolato Caffarel. Da un connubio perfetto tra l’arte dei Maestri Confettieri Maxtris e la tradizione piemontese del finissimo cioccolato Caffarel nasce un confetto unico, proposto in più varianti e colori, adatto ad ogni tipo di occasione e perfetto per ogni evento. Grazie alla passione e alle materie di altissima qualità scelte dal marchio Italiana Confetti, leader nel settore della confetteria italiana, il confetto torna ad essere il vero protagonista di eventi come matrimoni e feste di laurea, riaffermando il suo ruolo di dolce portafortuna, nonché di goloso sfizio nei momenti conviviali. Il confetto Maxtris con cioccolato Caffarel: un connubio tra nord e sud all’insegna del Made in Italy La presentazione al pubblico del matrimonio tra i due marchi italiani si è aperta con i saluti di Ambrogio Prezioso (Presidente Confindustria Campania), il quale ha sottolineato che “La partership tra imprese di qualità del nord e del sud Italia è un bel segnale a livello produttivo e territoriale”. Durante la conferenza sono intervenuti Dario Prisco (Amministratore delegato di “Italiana Confetti – Maxtris”), Marco A. Villa (Amministratore delegato “Caffarel”) ed Enzo Miccio (Brand Ambassador “Confetti Maxtris”), ribadendo l’entusiasmo per il connubio tra le due aziende leader nel settore, che si configurano come l’eccellenza del Made in Italy. Italiana Confetti, infatti, leader nel settore della confetteria europea, è un’azienda in continua crescita ed evoluzione, che, grazie ai cospicui investimenti degli ultimi anni, è riuscita a decuplicare il suo fatturato e la sua produzione negli ultimi dieci anni. Non da meno, Caffarel, importante realtà dell’industria dolciaria italiana, famosa per aver inventato il celebre Gianduiotto nel 1865, è portavoce di una tradizione che vanta quasi 200 anni, dando vita a prodotti unici e raffinati attraverso l’unione del cacao finissimo delle piantagioni del Ghana e dell’Ecuador con le migliori Nocciole Piemonte IGP. Una comune filosofia unisce, infatti, i due marchi Maxtris e Caffarel: forte legame con il proprio territorio ed apertura verso i mercati esteri, nel rispetto di altissimi standard qualitativi e con una grande attenzione verso l’eco sostenibilità ambientale. Tradizione, passione e qualità al servizio dei palati più raffinati sono elementi ribaditi anche dal Brand Ambassador dei Confetti Maxtris, Enzo Miccio, il quale ha dichiarato: “Ho accettato di rappresentare i confetti Maxtris perché tengo molto alla qualità dei prodotti che scelgo per i miei eventi e questi confetti rappresentano l’eccellenza.”

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Recensioni

Il Pirandello di Tato Russo arriva al Teatro Bellini con “La ragione degli altri”

Grande debutto al Teatro Bellini de La ragione degli altri, commedia di Pirandello in tre atti, riscritta, diretta e interpretata dal regista e attore Tato Russo, in scena dal 2 all’11 febbraio. Una lettura del tutto inedita de La ragione degli altri, titolo attuale della commedia nata dalla novella Il nido, poi diventata Il nibbio ed infine messa in scena nel 1915 come Se non così, è quella proposta da Tato Russo, il quale, filtrando il dramma pirandelliano attraverso la sua idea personale dell’autore, lascia emergere ‘la carne viva‘ dei personaggi, liberandoli dalle maschere borghesi e grottesche nelle quali essi sono intrappolati. La commedia racconta di Livia (Giulia Gallone), ricca donna borghese, che un giorno scopre la relazione che il marito Leonardo (Armando De Ceccon), giornalista squattrinato, ha avuto con Elena (Giorgia Guerra) e come da questo adulterio sia nata una figlia. Nonostante la dolorosa scoperta, tuttavia, la donna decide di perdonare il marito, mentre l’amante Elena, a sua volta, accetta il ritorno di Lorenzo dalla moglie. Ma il corso delle vicende è stato ormai irrimediabilmente compromesso: Lorenzo non sarà mai più solo il marito di Livia, ora che, diventato padre, una parte di lui sarà inevitabilmente legata a sua figlia, e dunque ad Elena. Le ragioni degli altri di Tato Russo: da Maschere nude a ‘Corpi nudi’ Le ragioni degli altri sono le vere protagoniste della commedia pirandelliana, in cui ciascuno dei personaggi, indossando una maschera necessaria per superare inganni ed egoismi reciproci, non è altro che una pedina del mondo retorico e filosofico creato dall’autore stesso. Ma è proprio tali maschere che la rilettura di Tato Russo intende strappare, lasciando emergere umanità, fragilità ed egoismi che dietro di esse si celano. «Più che rileggere in chiave critica o contestuale, metto in gioco la mia idea sull’autore, eliminando le sovrastrutture […] per far emergere, come dicevo, la carne viva dei personaggi.» Una rielaborazione, dunque, che mira alla dimensione concreta e reale dell’uomo, mediante un percorso che, partendo da Maschere nude (titolo della raccolta pirandelliana nella quale è confluita poi la commedia) mira a giungere a ‘Corpi nudi’. Tato Russo e ‘Pirandello contro Pirandello’ Attraverso la scomposizione della commedia con un procedimento metateatrale che, più che teatro nel teatro, si configura come teatro sul teatro, il primo atto mette lo spettatore dinanzi a una rappresentazione scenica in fieri, denudando gli ingranaggi della macchina treatrale e svelandone la lenta ed intricata gestazione, durante la quale gli attori, insofferenti alle maschere con le quali sono costretti a recitare, uno dopo l’altro se ne liberano, squarciando il velo della finzione scenica e rivelando la dimensione umana di ognuno dei personaggi in gioco. Tale umanità esplode finalmente sulla scena con un secondo atto dal forte pathos e coinvolgimento emotivo, nel quale avviene l’incontro tra Livia ed Elena, un momento cruciale in cui le due donne si scontrano faccia a faccia, ognuna portatrice delle proprie ragioni. Un finale inaspettato, tuttavia, suggella la definitiva trasformazione delle maschere pirandelliane in personaggi in carne ed ossa, abbandonati sulla scena […]

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Recensioni

Il cunto del viaggio dei due nobili gentiluomini: gli Adelphoe secondo Nicola Laieta

Luci, penombre, tuniche svolazzanti. Con un salto indietro nel tempo, debutta mercoledì 31 gennaio sul palco del Piccolo Bellini Il cunto del viaggio dei due nobili gentiluomini (Adelphoe), regia di Nicola Laieta, uno spettacolo (in scena fino al 1 febbraio) che fa parte della programmazione 2018 dell’Associazione Maestri di strada presieduta da Cesare Moreno per raccogliere fondi necessari alla nascita della Fondazione Maestri di Strada. Da una libera rivisitazione della commedia di Terenzio, gli Adelphoe, con contaminazioni shakespeariane, porta sulla scena la complessa rete di relazioni che intercorre tra genitori, figli e fratelli in uno spettacolo dal ritmo concitato e dalla straordinaria quanto spontanea vis comica, grazie al numeroso e giovanissimo cast dell’Associazione Maestri di Strada della periferia est della città, in collaborazione con gli educ-attori dell’Associazione Trerrote. Una scenografia minima e l’assenza del sipario catapultano subito lo spettatore sulla scena, tra le pieghe della storia di due fratelli, Eschino e Ctesifone, entrambi figli di Demea, ma educati secondo modelli e valori del tutto diversi: Eschino, affidato alle cure dello zio Micione, vive un’esistenza da bagordo, assecondando, in totale libertà, ogni capriccio e desiderio della sua indole irrequieta; Ctesifone, allevato dal padre Demea con un’educazione rigida e conforme al mos maiorum, è un giovane dalla condotta irreprensibile che dedica la sua vita allo studio e al rispetto dei valori tradizionali. Gli Adelphoe di Terenzio: due modelli educativi a confronto Ma non appena l’amore fa il suo ingresso sulla scena, tali sottili equilibri, fatti di smodate libertà ed eccessive rinunce, si sgretolano, lasciando emergere tutte le vulnerabilità del complesso legame tra i due fratelli Eschino e Ctesifone, riflesso distorto del difficile rapporto tra i loro rispettivi precettori. Ctesifone incontra Bacchide, una giovane prostituta del soldato Sannione, ma, giovane poco intraprendente, non sa come liberarla. Ecco, dunque, entrare in scena Eschino, ben più avvezzo a risse e malefatte, che decide di fare le veci di suo fratello in questa impresa rocambolesca. Il corso degli eventi, tuttavia, segue un percorso inaspettato: i due fratelli si scontrano per il possesso di Bacchide, mentre le vicende di altri personaggi ed innumerevoli colpi di scena si intrecciano alla loro storia. Due giovani apparentemente molto diversi, eppure così simili, intraprendono un cammino che li porterà alla scoperta di se stessi, dei loro limiti e delle loro forze, evadendo da quella prigione nella quale, da sempre, sono stati intrappolati dalle loro rispettive educazioni. Rapporti familiari e vis comica: gli Adelphoe di ieri e quelli di Nicola Laieta Equivoci, scambi di persona e la presenza del servus callidus sono solo alcuni degli espedienti comici della commedia terenziana, che, brillantemente rielaborati dai giovani attori, garantiscono una fresca e genuina comicità. Il lieto scioglimento della vicenda, con il riconoscimento da parte degli adulti Demea e Micione delle loro rispettive colpe, è infine suggellato dalla conclusione rap (di Ciro Caruso, Luca Esposito, Salvatore Iannaccone, Francesco Morra) in un clima di generale festeggiamento. Temi sempre attuali, come il rapporto tra genitori e figli, l’incontro-scontro tra fratelli ed il percorso di crescita di due giovani uomini sono proiettati all’interno […]

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“Desideri Mortali” di Ruggero Cappuccio al San Ferdinando: il mondo de Il Gattopardo

Sicilia, caldo asfissiante, immobile sterilità. Undici attori sul palco del Teatro San Ferdinando per rievocare il mondo poetico de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa con lo spettacolo Desideri mortali, prodotto dal Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale. Protagonista della scena è un oratorio profano composto e diretto da Ruggero Cappuccio, che torna per il terzo anno consecutivo allo Stabile di Napoli e porta sulla scena atmosfere e suggestioni del mondo de Il Gattopardo, attraverso desideri che ritornano a galla anche dopo la morte. Il romanzo di Tomasi di Lampedusa, pubblicato solo postumo nel 1958, prende forma tra le voci di un coro discorde (composto da Gea Martire, Marina Sorrenti, Nadia Baldi, Antonella Ippolito, Ilenia Maccarone, Rossella Pugliese, Simona Fredella, Martina Carpino, Piera Russo), che si sovrappongono e s’intrecciano l’una all’altra in un ritmo scandito dal pianoforte di Luca Urciuolo e dalle percussioni di Gianluca Scorziello. In un’atmosfera di litania e movenze che ricordano le rappresentazioni dei famosi pupi siciliani, sono portate sulla scena le vicende di Tancredi Falconeri (Claudio di Palma), nipote del principe Fabrizio, e quelle di altri personaggi, tra i quali il sacerdote della famiglia dei Salina (Ciro Damiano), nelle voluttuose dimore di Palazzo Salina e Donnafugata. Esse non sono altro che i teatri di smodate raffinatezze e decadenze, in cui ciascun uomo conduce una vita falsa ed inutile, destinata al fallimento, mentre la commistione tra i dialetti napoletano e siciliano riflette sogni e voluttà del Regno delle due Sicilie, due terre ferme in una condizione di immobilità quasi astorica, in cui “le novità attraggono solo quando sentite ormai defunte”. Sterilità e Desideri Mortali ne Il Gattopardo secondo Ruggero Cappuccio “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. La frase, pronunciata da Tancredi Falconeri, riassume in sé lo spirito siciliano degli anni del Risorgimento italiano, e non solo. Tale immobilità asfissiante non è altro che il frutto di secoli di dominazione straniera che ha spento ogni vitalità di una terra ormai sepolta dall’inerzia e coperta dalla polvere del tempo. Anche con le mutate condizioni storiche, poco dopo lo sbarco in Sicilia di Garibaldi, il popolo siciliano non può e non vuole abbandonare quel sonno di morte in cui giace da secoli, rievocato sulla scena attraverso i pensieri e le voci dei personaggi de Il Gattopardo, rappresentati dopo la loro morte, ancora incapaci di liberarsi dei loro desideri mortali. Vagheggiamenti ormai inutili, la loro rievocazione assume i tratti di un delirio febbrile, accompagnato dai suoni del mare e dall’arsura, due immagini di vita cristallizzate per sempre dall’immobilità della morte.

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Tempo che fu di Scioscia al TRAM: le voci degli invisibili

In scena sabato 13 e domenica 14 gennaio al Teatro TRAM (Teatro Ricerca Arte Musica) Tempo che fu di Scioscia, uno spettacolo, tratto dalla recente e omonima raccolta di racconti di Enzo Moscato, che dipinge alcuni affreschi delle Quattro giornate di Napoli. Una produzione NTS Nuovo Teatro Sanità, con la regia di Mario Gelardi, lo spettacolo mette in scena quattro delle undici storie raccontate da Moscato, che rivivono sul palcoscenico attraverso le parole e la voce di Tina Femiano e Carmen Femiano, in una lingua arcaica e modernissima che illumina le zone d’ombra di un mondo dilaniato dalla guerra, ben al di là della distinzione tra buoni e cattivi, vittime e carnefici, oppressi e oppressori. Il tempo che fu di Scioscia: storie quotidiane in un’atmosfera onirica In un’atmosfera rarefatta e quasi onirica, prendono vita i racconti che narrano di scene quotidiane e vicende di quei giorni di rivoluzione. Tutto si svolge nel “tempo che fu” di Scioscia, quel personaggio di cui, per dirla con le parole di Moscato, «tutti sentono dire, sentono parlare, ma che nessuno ha mai conosciuto o visto, concretamente, nella vita. Le gesta di Scioscia sono, di fatto, temporalmente come relegate dentro una distanza siderale. Come ammantate di un fiabesco, leggendario alone. Ma sono anche – e sempre di più, al giorno d’oggi – come circonfuse dalla malinconia di un progressivo, inarrestabile cader nell’oblio». Le note delle romantiche canzonette dell’epoca di quella parte dell’Italia quasi ignara della guerra, come Silenzioso slow, Ma l’amore no, Tornerai e Signora illusione, interpretate da Carmen Femiano, rievocano un mondo lontano e quasi irreale, estraneo alle vicende di quei giorni di rivoluzione e guerriglia. In forte contrasto con tale cornice romantica, i quattro racconti si snodano attraverso le parole dense e commosse di Tina Femiano, ripercorrendo storie partenopee di quotidianità di quei giorni di rivoluzione. La voce degli invisibili Dalla storia di una madre straziata dalla perdita dei propri figli ed imprigionata nell’ossessiva ripetizione dei gesti legati a quei giorni, alla morte di una giovane prostituta a causa di un malinteso, passando per la romantica storia della cantante cieca Zwdi Taiblék Waise e culminando nella vicenda di Tizzano nella cornice di piazza Dante, all’ombra della statua del poeta fiorentino, è la storia la vera protagonista, ma non quella che racconta di guerre e battaglie, vincitori e vinti. La storia di Enzo Moscato è quella di uomini e donne “invisibili” con i loro drammi e le loro fragilità, i veri protagonisti, con le loro piccole rivoluzioni, di quei giorni di guerra e violenza. Volti sconosciuti di quella massa indistinta, da sempre al margine della narrazione storica, prendono finalmente la parola per raccontare episodi di una quotidianità nella quale la realtà bellica irrompe con violenza, e che, tramandati di bocca in bocca, sfuggono all’oblio grazie alla memoria collettiva, nella consapevolezza che «’E libr’, si parlan’ d’a storia, si scordan’ d’a vita».

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Food

Sfogliatelab: Nasce la Sfogliacampanella al gusto “panettone”

Da un connubio perfetto tra la tradizione partenopea della Sfogliacampanella e un dolce tipicamente milanese, il panettone, nasce la versione tutta natalizia della Sfogliacampanella al gusto “panettone”, la nuova arrivata in casa SfogliateLab. Sabato 23 dicembre, nel locale sito in Piazza Garibaldi 82/84, angolo Corso Novara, 1a, lo storico marchio della pasticceria partenopea ha presentato al pubblico la nuova creazione di Vincenzo Ferrieri, una variante della già nota Sfogliacampanella, la sfogliatella riccia a forma di campana con cuore di morbido babà, che coniuga in sé due grandi classici napoletani in una nuova e sorprendente armonia. Dopo la degustazione di golose sfogliatelle salate al gusto di zucchine e gamberetti, aperitivo ideale per le festività natalizie ed ulteriore novità tra le già note sfogliatelle rustiche di SfogliateLab (come quella inimitabile al gusto di salsicce e friarielli), segue la presentazione delle nuove creazioni, sfogliatella e la Sfogliacampanella al gusto “panettone”.  La Sfogliacampanella di Sfogliatelab: un’eccellenza campana Con una contaminazione del tutto inedita la Sfogliacampanella incontra la tradizione milanese del panettone: la croccante sfoglia esterna racchiude un babà mignon, circondato da una morbida mousse di ricotta al gusto di panettone, il tutto condito da cioccolato bianco, canditi ed uvetta.  Un dolce perfetto per le festività natalizie, la Sfogliacampanella al panettone rappresenta solo una delle varianti in cui è possibile gustare un dolce riconosciuto ormai come eccellenza campana per la qualità delle materie prima e per la maestria con la quale esse si sposano tra loro. Con un’antica ricetta di Salvatore Ferrieri e una lunga tradizione di famiglia, essa si colloca ormai a pieno titolo tra i dolci della tradizione partenopea, con una vasta gamma di gusti in grado di soddisfare tutti i palati, da quelli più tradizionalisti a quelli più aperti alla sperimentazione. La Sfogliacampanella tra tradizione e innovazione Ideali per una dolce pausa durante le festività natalizie, ma anche tra i dolci classici, da sempre protagonisti del Natale, per dare un tocco di novità e golosità alle cene tra parenti ed amici, ciò che colpisce della nuova Sfogliacampanella al gusto “panettone” è la perfetta armonia tra sapori e profumi della tradizione, oltre al piacevole contrasto tra la consistenza croccante della sfoglia ed il cuore morbido del babà e della crema alla ricotta, interrotta qui e lì da freschi canditi.  Dopo i classici gusti di cioccolato, cioccolato bianco, caffè, pistacchio, arancia e croccantino, insieme a numerose varianti stagionali tutte da scoprire, la nuova creazione di SfogliateLab rappresenta un esperimento perfettamente riuscito, un delizioso equilibrio tra tradizione e innovazione che lascia piacevolmente sorpresi.

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Teatro

Ragazze sole con qualche esperienza: solitudini eccentriche al San Ferdinando

Al Teatro San Ferdinando un mix irresistibile di eccentricità e umorismo con Ragazze sole con qualche esperienza, in scena da mercoledì 20 dicembre. Storie di solitudini emarginate, in cui farsa e superstizione popolare si confondono con la realtà della Napoli degli anni ’80, quella dei Quartieri Spagnoli, tra le intercapedini di mura ancora segnate dal terremoto e l’incontenibile vita che esplode tra i vicoli affollati. Storie di solitudini “eccentriche” Da un testo teatrale del 1985 di Enzo Moscato, lo spettacolo, diretto dal regista Francesco Saponaro, ruota intorno a due coppie di personaggi ai limiti della società, dal cui incontro/scontro si sviluppa l’azione teatrale. Grand Hotel e Bolero Film, interpretate rispettivamente da Lara Sansone e Veronica Mazza, sono due femminielli napoletani con atteggiamenti e sogni di dive da copertina. Due ragazze sole con qualche esperienza, che, nella loro fatiscente casa dei Quartieri Spagnoli, attendono un appuntamento d’amore con Gennarino Scialò (Salvatore Striano) e Gennaro Cicala (Carmine Paternoster), un’altra coppia di personaggi fuori dagli schemi, ex detenuti che si sono pentiti ed hanno “fatto l’infamità”, grazie alla quale sono stati rilasciati in anticipo. Galeotto fu un annuncio su Cronache emarginate, che portò all’inizio di un amore epistolare, nell’attesa del fatidico incontro. Ma le cose non andranno come previsto. La scena si trasforma in un microcosmo – con momenti di rottura della quarta parete – animato da caos, eros e violenza. Una sorta di bunker nel quale rifugiarsi dai sicari che vogliono uccidere i due pentiti, mentre le speranze e le attese di Grand Hotel e Bolero Film svaniscono dietro la barricata fatta di sedie, tavoli e suppellettili.  Ragazze sole con quale esperienza: tra la farsa e il delirio Farsa e saggezza popolare si mescolano e sfociano in un umorismo irresistibile, incalzato da situazioni rocambolesche e dalla vivacità del dialetto napoletano che la fa da padrone. Spinte centrifughe, che sembrano condurre verso l’esterno della casa, finiscono per collassare su se stesse sempre nello stesso punto, e segnano il passaggio dalla comicità del primo atto alla maggiore riflessione che caratterizza il secondo. Proprio quella casa, il porto sicuro ed inoppugnabile dentro il quale Gennarino e Gennaro si rifugiano, si trasforma essa stessa in un aguzzino più spietato dei primi. Puniti con un regime di digiuno ed obbligati al sesso, i due pentiti sono ridotti allo stremo dalle due ragazze sole, mentre le scoppiettanti battute lasciano il posto a momenti patetici – e quasi lirici – di delirio e insofferenza. Ragazze sole con qualche esperienza, uno spettacolo tragicomico Ma dietro il travestimento e il comportamento di Grand Hotel e Bolero Film si cela una realtà diversa, fatta di sentimenti e doveri di fronte ai quali non è possibile tirarsi indietro. Quel microcosmo ai margini della società, fatto di oscenità e ridicola ostentazione, costituiva davvero l’unica ancora di salvezza e proprio la fuga verso la realtà esterna sarà la vera causa che porterà alla rovina.  Uno spettacolo tragicomico che mostra, come dal buco di una serratura, storie di emarginazione e solitudini apparentemente diverse, ma affini, nello spaccato sociale di una Napoli di […]

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Food

Il ristorante Iberico approda a Napoli

Siamo stati all’inaugurazione di Iberico, un nuovo ristorante spagnolo a Napoli. Giovedì 14 dicembre 2017 ha aperto le sue porte a Napoli il ristorante Iberico, la novità culinaria spagnola nel quartiere del Vomero-Arenella, situato in Traversa privata San Severino, 10. In uno dei quartieri più ricchi dal punto di vista dell’offerta gastronomica, il ristorante Iberico si propone di diversificare ulteriormente quest’ultima, offrendo un punto di riferimento in città per la tipica cucina spagnola. Attraverso il sodalizio tra la tradizione culinaria della penisola iberica e l’arte della cucina partenopea, Iberico nasce dal progetto ideato dal giovane imprenditore Stefano Scarpa e da Giorgio Maddaluno, chef legato da lungo tempo a questo tipo di cucina, grazie all’esperienza in uno dei ristoranti spagnoli più importanti della Campania. Con una filosofia che va ben al di là del solo interesse culinario, Iberico rappresenta il tentativo di trasmettere una grande passione per la Spagna, non solo dal punto di vista gastronomico, ma soprattutto culturale e tradizionale, unendo due realtà, quella partenopea e quella iberica, storicamente e culturalmente molto vicine tra loro. Circondati dall’ambiente tipico di una taberna española, dall’atmosfera da “osteria” al clima accogliente e conviviale, sarà possibile immergersi in un viaggio attraverso sapori e profumi tipici, declinati secondo la maestria e l’arte della tradizione locale partenopea. Il ristorante Iberico e l’idea di una Spagna unita Al di là dell’aspetto culinario, tuttavia, Iberico si propone di essere ben più di una tradizionale taberna spagnola. Esso rappresenta la volontà di rappresentare una Spagna unita, al di là di separatismi interni, attraverso la riproposizione di un menù variegato ed eterogeneo che comprende piatti tipici castigliani, valenciani, baschi, catalani, andalusi e molto altro. Dalla tradizionale paella al Jamon iberico, prosciutto tipico dell’alta cucina spagnola, passando per formaggi, vini e birre tutti di tradizione iberica, il menù riunisce in sé sapori e colori dell’intera Spagna, proponendo una forte idea di “unione” in un momento storico e politico particolarmente agitato da spinte separatiste. Puntare sulla cucina come possibilità Ma il ristorante Iberico nasce anche come occasione di riscatto e possibilità di investimento in un momento economico delicato, nel quale, tuttavia, è necessario che i giovani propongano nuove idee e progetti, assecondando i loro interessi e le loro passioni. In questa prospettiva, una nuova realtà come quella di Iberico rappresenta l’ottimismo di due giovani che hanno deciso di crederci e darsi una possibilità, mettendo in campo la loro esperienza e la passione per la Spagna, che accomuna entrambi, e coniugandola abilmente con la tradizione e la realtà locale partenopea.

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