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Eroica Fenice

Libri

Marsilio editori e la “Disinformazia” di Nicodemo

Quello di Francesco Nicodemo, edito da Marsilio editori nel 2017, è uno dei classici libri difficili da recensire proprio perché di classico non ha niente. L’acume e il prezioso criticismo del suo autore rendono questo saggio, spiazzante per le complicate verità che rivela con semplicità, un prodotto atipico. Disinformazia è il solo titolo con cui avrebbe potuto battezzare quello che è un piccolo regno dell’informazione e della disinformazione. Nicodemo farcisce ogni rigo con la sua perizia nella comunicazione e nell’innovazione digitale, in quanto membro dello staff del Presidente del Consiglio. Con scrupolosità immette i suoi lettori nella dimensione labirintica della comunicazione digitale, smascherandone i luoghi comuni, i rischi e le controversie. Diagnostica i tumori della nostra società, planando dall’alto su contraddizioni e nefandezze di un’era assuefatta dai privilegi e dalle condanne del web. Ma è anche un insider, avviluppato in prima persona dai circuiti della comunicazione di massa. La sua analisi puntuale delle menzogne che alimentano il web e che sono alimentate da esso non gli impedisce di cogliere l’indiscussa utilità dell’informazione digitale. Non idealizza né demonizza l’uso del web e dei social media, piuttosto ci insegna come farne un uso lungimirante. Il web sa tanto di noi, noi così poco del web In primo luogo Nicodemo, autore di Marsilio Editori, delucida ai suoi lettori alcuni meccanismi base, come il funzionamento dei motori di ricerca di internet, settati su algoritmi, che orientano le informazioni verso una lettura unilaterale della realtà. Gli algoritmi, strutture fondanti dei social networks, hanno la funzione di catalogare e filtrare i contenuti in base alle preferenze degli utenti, manifestate mediante gruppi o pagine o utenti ricercati. Le notizie vengono disposte nell’ordine ritenuto gradito o utile, con il beneficio di accorciare i tempi di ricerca. Tuttavia la conseguenza più incriminabile – tanto da aver sviluppato la questione della responsabilità algoritmica – è la creazione di un ambiente isolato in cui coesistono solo persone che pensano le stesse cose, con una visione partigiana della realtà. L’effetto collaterale è la formazione di tribù virtuali, all’interno delle quali si compie un errore di generalizzazione poiché si ritiene che il pensiero di una fetta di umanità coincida con quello dell’intera umanità. Il web ci mostra il mondo bianco o nero, polarizzando le nostre percezioni. Adescati da questa trappola sordida, si rischia di abbracciare l’omofilia, ovvero la tendenza umana ad associarsi a chi è simile. Per Nicodemo l’utente è un moderno Narciso: avverso al dissenso, a caccia dell’approvazione altrui – di cui l’emblema più significativo è il like – dà forma a un nuovo tipo di egotismo. Non si cerca più il confronto, ma l’autoconferma. Per combattere la disinformazione… qualche informazione in più Due i concetti fondamentali per potersi tutelare dalle insidie di internet: quello di echo chamber e di filter bubble. Dalle echo chambers, camere di risonanza autoreferenziali dove sono presenti solo persone e attività che rispecchiano le nostre preferenze, dipendono strettamente le filter bubbles, invece definite “ecosistemi informativi personali costruiti dagli algoritmi che ci isolano da ogni cosa che è conflittuale rispetto […]

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Culturalmente

La rivoluzione della Mattel: arriva la Barbie con il velo

Per la prima volta da quando esiste la bambola più amata dall’universo infantile, la Barbie indossa il velo. È la Mattel ad aver progettato una nuova serie denominata Shero (parola costituita da she e da hero) per omaggiare tutte le donne che hanno vinto una battaglia. La Barbie con il velo, che avrà le sembianze della campionessa americana di scherma Ibtihaj Muhammad, si inserisce a pieni voti in questa schiera di nuove Barbie che celebrano la grinta femminile. L’atleta americana ha pubblicato su Twitter una foto in cui sfoggia emozionata la Barbie con il velo con le proprie fattezze, ringraziando la Mattel per aver realizzato un sogno d’infanzia e per averla posta a chiusura della nuova famiglia Shero. Emblema del coraggioso abbattimento di ogni barriera, Ibtihaj Muhammad ha preso parte e conquistato il bronzo alle Olimpiadi di Rio del 2016 indossando l’hijab, che ora ammanta le belle chiome della Barbie. Nella serie Shero, tanto innovativa e rivoluzionaria sul piano culturale, sono state inserite anche la ballerina afroamericana Misty Copeland, la regista di “Selma” Ava DuVernay e la ginnasta Gabby Douglas, memorabile per l’energia con cui si è sobbarcata alcune delusioni sportive. Volti autentici di donne inarrestabili che, plastificandosi, divulgano messaggi solidali e culturalmente innovativi. Volti comuni di donne rese straordinarie per la tenacia con cui sono riuscite a oltrepassare limiti ben radicati e a realizzare i propri progetti. La Mattel ha ringraziato a sua volta la campionessa olimpionica che avendo portato con orgoglio l’hijab nella dimensione sportiva, quasi alla stregua di un vessillo di battaglia, ha ispirato e incoraggiato il mondo femminile di ogni generazione. Perché associare la Barbie a un simbolo come l’hijab? La parola hijab è generalmente riferita al velo islamico che le donne devono indossare secondo le norme della giurisprudenza islamica. Compare in sette versetti del Corano, ma identificata a una qualunque cortina o a una tenda dietro cui si può verificare la rivelazione dello stesso Corano. Tuttavia ci è pervenuta la notizia che Maometto facesse indossare l’hijab (inteso come velo) alle sue moglie, pratica poi estesa a tutte le donne musulmane libere e solo in seguito fatta coincidere con una segregazione sessuale assente alle origini dell’Islam. Oggi l’hijab è inteso, dall’Islam più fedele alla propria tradizione, come manifestazione di un’esistenza di modestia e compassione conforme alle prescrizioni del Corano. Alla base del progetto della Mattel vi è senza dubbio il desiderio di attrarre un pubblico più vasto e eteromogeneo. Desiderio che si è trasformato in necessità appurando il calo del 6% che la vendita di Barbie ha subito negli ultimi tre mesi, un vero e proprio insuccesso per l’azienda dei giocattoli, che teme l’acquisizione da parte della società statunitense Hasbro. Nel 2016 la Mattel ha proposto al mercato anche la Barbie curvy, che esibiva le fattezze della modella plus size Ashley Graham, con l’obiettivo di schiudersi alle nuove esigenze degli acquirenti, che ricercano simboli di diversità e di apertura culturale. La Barbie con il velo, un simbolo culturale La Barbie con il velo che porterà a compimento […]

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Cucina & Salute

Una mela al giorno toglie il medico di torno: da proverbio a verità scientifica

La parola mela deriva dal latino malum, a sua volta risalente al greco mêlon, con radice –mal probabilmente indoeuropea, portatrice del significato “molle” o “dolce”. La sua etimologia è già indicativa di una delle caratteristiche più apprezzate della mela, cioè l’ottimo sapore zuccherino (fortunatamente) associato a un basso apporto calorico. È il frutto che per eccellenza ci fa compagnia tutto l’anno in quanto è il più destagionalizzato, e anche quello che ci regala più versioni di se stesso, poiché ne esistono circa 2000 varietà. Forse per questo, o anche per il suo essere un prodotto semplice ma assolutamente indispensabile, ha sempre esercitato un grande fascino nell’immaginario collettivo e nella narrativa, caricandosi di connotati simbolici. È proprio la mela il simbolo associato al peccato originale commesso da Adamo ed Eva. È la mela l’icona della città di New York, e anche quella scelta dall’azienda Apple. È proprio una mela, secondo la tradizione, ad essere caduta sulla testa di Isaac Newton facendogli scoprire la gravità, ed è proprio questa, ma ricoperta d’oro, che Paride assegnò ad Afrodite in qualità di dea più bella dell’Olimpo. La mela appartiene alla famiglia delle Rosacee. Ha un pomo definito globoso, è ombelicata e ha un colore che varia solitamente tra il rosso e il verde. Il picciolo è generalmente robusto e fissato alla sua forma tondeggiante in un incavo, alla cui estremità opposta si rintraccia la calicina. È uno dei primi alimenti che si consumano dopo il latte materno. Eppure sono in pochi a conoscere una verità sul suo conto: la mela è un falso frutto, in quanto solo il torsolo è il vero frutto, mentre la sua polpa succosa è il ricettacolo del fiore. Ma perché “Una mela al giorno toglie il medico di torno?” Sembra proprio che l’antichissimo proverbio sia stato convertito in verità scientifica: lo conferma uno studio condotto dal Dipartimento di Farmacia della Federico II, dal quale è stata siglata una collaborazione tra l’Università di Napoli e Il Consorzio della Melannurca. Proprio su questa specifica varietà della mela, la Melannurca, prodotto ortofrutticolo tipico della regione Campania, sono stati condotti studi ed esperimenti. I ricercatori hanno infatti estratto due nuovi prodotti nutraceutici in fase di sperimentazione da un campione selezionato di mele e appurato la loro efficacia terapeutica su diversi piani. In primo luogo la mela produce un significativo aumento del colesterolo buono a discapito di quello cattivo. Inoltre è da tenere in considerazione il suo effetto antidiabetico causato da un basso contenuto di zuccheri, il suo ruolo rinforzante per unghie e capelli, la sua utilità contro i calcoli renali in quanto combatte l’acidità di stomaco, e la sua ricchezza di fibre che svolgono numerose funzioni tra cui quella dello sbiancamento dentale. Non meno fondamentale risulta la sua duplice funzionalità: se consumata cruda è indicata per lenire la dissenteria, se consumata cotta invece è adatta a chi soffre di stipsi. Queste sono qualità tipiche di tutte le varietà della mela? Tutti i tipi di mela sono un farmaco naturale: la vitamina B1 che contiene aiuta a […]

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Food

Pizzeria Giglio ad Acerra, capolavori genuini e tradizionali

In questa fase storica in cui si guarda di nuovo alla pizza come a un vero must, scambiarsi consigli sui luoghi in cui gustarla è diventato quasi uno status sociale. Dopo aver curiosato in rete, ho deciso di fare di persona una capatina alla Pizzeria Giglio ad Acerra, famosa per le sue pizze d’autore, per poter sfatare o confermare il mito che la sua fosse una delle pizze più buone della provincia di Napoli. Sono andata armata di carta, penna e voglia di sperimentare. Al mio ingresso in pizzeria noto subito un forno davanti a cui Gaetano Giglio, il proprietario della Pizzeria Giglio, sta lavorando con dedizione. Lui e sua moglie Claudia mi accolgono affabili e si dimostrano subito alla mano. Formano una famiglia affiatata, che sa relazionarsi al cliente con educazione ma anche tanta discrezione. Più tardi Gaetano mi dice che questo fa parte del loro modus operandi, che non amano girare tra i tavoli e disturbare chi decide di mangiare la loro pizza per convenevoli formali. Lo scopo che si prefissano è quello di offrire al cliente un ambiente rilassante, raccolto, in cui questi sa di poter sempre rivolgersi al personale per essere coccolato ma che esso resterà nel riserbo per permettergli di godersi appieno la serata. Coerente a questa impostazione è la scelta di non trasmettere le partite di calcio nell’unica saletta della pizzeria, per non interferire con la quiete e la genuinità della serata che la pizzeria mira a regalare. Genuinità, la parola più efficace per descrivere le oculate scelte lavorative e l’atmosfera della pizzeria di Gaetano Giglio. Sua moglie mi fa accomodare e ho l’occasione di esaminare la sala. Le dimensioni sono modeste ma adeguate a trasmettere un clima di agio e familiarità. Non punta alla quantità di clienti, ma alla qualità del servizio da offrire, del cibo da servire, della soddisfazione di ognuno. L’arredamento è sobrio e le tavole sono apparecchiate con semplicità ma in modo accurato. La sensazione dominante è quella di mangiare una pizza a casa propria, con la propria famiglia, nel comfort della quotidianità. Lascio carta bianca a Giglio, che cucina personalmente tutte le pizze. Ai tavoli sono seduti parecchi clienti malgrado sia un giorno infrasettimanale, ma la prima pizza mi viene servita rapidamente. Si tratta della Margherita 2.0, con mozzarella di bufala campana e pomodoro San Marzano DOP schiacciato a mano. Sapori amalgamati con sapienza, una cottura perfetta e prodotti freschissimi: il risultato coccola la lingua e non appesantisce per via di un impasto estremamente leggero. Una pizza semplice, che fa guardare con nostalgia a un passato frugale, che fa ricordare la terra natale. Dopo chiedo a Gaetano con quale criterio sceglie i prodotti delle sue pizze d’autore. Non sponsorizza nessun marchio di prodotto, predilige quello più “costante” e che al morso gli lascia un’emozione. Sceglie il prodotto agricolo per le sue tempistiche: solo verdura di stagione. Gli chiederò anche di alcune pizze originalissime presenti sulla sua Pagina Facebook. Lui ammette di non amare il menù cartaceo poiché, se stesse al […]

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Napoli & Dintorni

Circumvesuviana: un anello di fuoco che scotta

Con la stagione autunnale e la ripresa delle attività lavorative o scolastiche è ritornato il calvario per eccellenza di tutti i napoletani che usufruiscono di mezzi di trasporto pubblici per gli spostamenti: la Circumvesuviana. In estate, perlopiù, ce ne dimentichiamo, perché si sa, è il veleno assunto in piccole dosi quotidiane a uccidere. In estate si monta sui mezzi pubblici occasionalmente, per una giornata a mare o una passeggiata a via Toledo. Ma quando si torna a indossare l’abito da pendolare e a dover usufruire ogni giorno di treni malridotti, in ritardo e sovraffollati, l’insofferenza giunge nuovamente a picchi altissimi. E a ragione: i vagoni del nostro trasporto quotidiano sono sempre più simili a carri per il bestiame. Danneggiatissimi, pericolosi, molto al di là di qualunque soglia di sicurezza personale. E ancora, teatro di atti di vandalismo, aggressioni, malesseri fisici, ritardi incresciosi. Rischiano di andare a fuoco in estate e di allagarsi in inverno, sono rottami che continuano a camminare a calci.  L’emblema dell’anti-igiene e dell’antimodernismo. C’era una volta… la Circumvesuviana Come al solito al fine di proporre soluzioni per il futuro è necessario conoscere il passato, le radici dove si è annidato il danno. La linea Napoli-Baiano della Ferrovia Circumvesuviana viene inaugurata nel 1885. È la prima linea interprovinciale della Campania e del Mezzogiorno in generale. Binario unico, trazione a vapore, i caratteristici colori bianco avorio e rosso granata: la Circumvesuviana è una promessa di modernizzazione, di progresso, di benessere sociale ed economico. Nel 1901 le aree servite dalla linea vengono estese fino a Sarno e viene inaugurata una nuova linea che serve i comuni di Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre annunziata e Pompei e che si riconnette alla linea Sarno, creando il caratteristico anello di fuoco che attornia il Vesuvio, da cui scaturisce il nome Circumvesuviana. Quattro anni dopo inizia l’elettrificazione, approdo a un concetto molto più avanguardistico di innovazione. I bombardamenti riconducibili alla seconda guerra mondiale e i danni causati dall’eruzione del Vesuvio del 1944 hanno reso necessari degli interventi di ricostruzione. Dagli anni Settanta del Novecento, la Ferrovia ha conosciuto nuove diramazioni, tratte e fermate, fino a essere inglobata dall’EAV nel 2012. La parola “ammodernamenti” in cui si inciampa diverse volte se si studia la storia della Circumvesuviana non inganni i lettori. I miglioramenti conseguiti sono l’equivalente di un cerotto per una persona con una frattura scomposta e quindi bisognosa di ingessatura. Progressi irrisori in un disegno che dovrebbe essere completamente rifatto perché pieno di falle che si sovrappongo in un solo, perpetuo danno quotidiano. Per rendersene conto basta una rapida occhiata alla Pagina Facebook dell’EAV, che tiene costantemente aggiornati gli utenti circa le micro e macroscopiche tragedie legate a un mezzo di trasporto ormai in avaria. Tragedie narrate come si narra di eventi normali, tutto sommato accettabili. Così si sorvola su lanci di sassi ormai quasi settimanali, aggressioni a controllori che osano chiedere il biglietto del treno, frequentissime rapine. Abusi e ingiustizie di natura diversa, di cui siamo a conoscenza e che sommessamente accettiamo come […]

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Libri

Il blues del ragazzo bianco di Paul Beatty: tutte le sfumature del colore nero

Romanzo di iniziazione del vincitore del Man Booker Prize 2016 Paul Beatty, tradotto magistralmente da Nicoletta Vallorani, Il blues del ragazzo bianco si potrebbe descrivere come “l’opera del disincanto”. L’autore, con un linguaggio fulminante per la sua carica polemica, cinico quanto basta, traccia i contorni della critica realtà dei ghetti neri e delle tensioni razziali. Con immagini talmente potenti e incisive da risultare spesso crude e, senza mai cedere a idealismi o banalizzazioni, lo scrittore si serve di un’esperienza di vita individuale per fornire un’analisi non convenzionale e profondamente sarcastica di una problematica ancora attuale, ma trattata con una vena tragicomica che trascina anche il lettore più “svogliato” nella narrazione. L’originalità della trama de Il blues del ragazzo bianco La trama verte sulla storia di Gunnar Kaufman, discendente da una famiglia di schiavi neri, che dopo un’adolescenza serena a Santa Monica, lontano dalla cosiddetta negritudine, deve sopravvivere al trauma del suo trasferimento nel ghetto nero di Hillside, a Los Angeles. L’integrazione in un ambiente malfamato, violento, dove non esiste redenzione, gli risulta non poco difficoltosa. Il giovane si rassegna a subire pestaggi e aggressioni, tenta con grinta di adattarsi a una dimensione aberrante, che non conosce Dio e neanche la legge. Si piega ad allucinanti rituali di iniziazione. Non si era mai sentito “nero” prima di allora, e l’impatto con una società che lo obbliga ad abbracciare gli aspetti peggiori di questa identità è doloroso. La sua famiglia non lo aveva mai preparato a vivere in un ghetto: suo padre è un integerrimo ufficiale di polizia, sua madre tesse le lodi di strambi antenati neri ed entrambi peccano un po’ di senso pratico. Gunnar Kaufman, personaggio folgorante che non si lascia circoscrivere da nessuna definizione, sgomita per costruirsi una propria identità e per conquistarsi un ruolo sociale. Non si accontenta mai di se stesso, né si lascia imbrogliare dai luoghi comuni di quella realtà che, suo malgrado, inizia a considerarlo un eroe. Riesce a formare una propria cricca, a sentirsi finalmente nero. È affiancato da due personalità controverse come la sua, quella di Nicholas Scoby, suo primo amico e campione di basket che sceglierà il suicidio, unica possibilità di fuga da un successo che lo strozzava, e Psyco Loco, farabutto dalla personalità esilarante, mai scontata. Con la sua indole coraggiosa e la sua ironia -a volte macchiata di amarezza- Gunnar diviene un osannato giocatore di basket e un poeta capace di caricare le folle bramose di un leader per ottenere il loro riscatto. Un leader che Gunnar non sceglierà di essere, ma che finirà per incarnare con la propria irriverenza e il proprio carisma. Tutte le sfumature del nero Paul Beatty dipinge un universo quasi orgiastico, animato da crimini, matrimoni stipulati su internet come un qualunque acquisto, suicidi di massa improvvisati. E ancora, il parto “pubblico” della moglie giapponese di Gunnar, trasformato intenzionalmente in uno spettacolo di cattivo gusto, oppure il dito che lo stesso protagonista si trancia come atto di protesta. Una tematica tradizionale come quella della piaga del razzismo stravolta […]

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Teatro

El Romancero de Lazarillo e la transcultura tra passato e futuro

Un palco allestito sotto le stelle, un teatro all’aperto inscritto in un’atmosfera paesana in cui sorprendentemente si respira una festosa pluralità culturale, quella degli stand gastronomici di Intrecci, il Festival della cucina mediterranea, che offre la possibilità di degustare abitudini culinarie e tradizioni con cui vari popoli imbandiscono le loro tavole, devolvendo l’intero guadagno all’Associazione SOS Sostenitori Ospedale Santobono. È questo lo squisito scenario in cui, a Città della Scienza, ha avuto luogo lo spettacolo teatrale El Romancero de Lazarillo il 30 settembre 2017, curato dall’Associazione Teatrale Aisthesis e messo in scena dalla rassegna teatrale itinerante I viaggi di Capitan Matamoros. Una rivisitazione modernissima  e un tripudio di esperienze culturali Tutta l’energia di questo banchetto interculturale sembra fatalmente assorbita da Luca Gatta, protagonista indiscusso della scena; e non soltanto perché è l’unico personaggio a librarsi sul palco assumendo voci, facce, ruoli e comportamenti sempre nuovi, ma soprattutto per il connubio tra naturalezza e tragicità che riesce a realizzare con la propria performance. Prende possesso del palco con un’originalissima rivisitazione del cinquecentesco Lazarillo de Tormes, primo romanzo della tradizione occidentale moderna, che verte sulle vicissitudini del servo Lazarillo, che si racconta e si vive mentre vagabonda in cerca di fortuna per la Spagna. Dando prova di un’eccelsa padronanza linguistica ed esibendosi in capriole, giravolte e acrobazie varie (indice di notevoli abilità ginniche) sbandiera a tutti come il vero teatro sia sodalizio tra mente e corpo. Con grande eclettismo Luca Gatta frammenta il proprio io per essere voce di tutte le peripezie a cui il servo Lazarillo si deve sottoporre per ascendere alla dimensione borghese. Le sue disgrazie, il suo tormentato girovagare, il suo vendersi a padroni diversi (portando sulla scena molti topoi medievali) confluiscono in un’esibizione strabiliante, condotta nella totale assenza di quinte. L’attore si identifica in un giullare dal piglio drammatico e inquieto, con una tragicità sempre rispettosa del carattere narrativo dell’opera. Un trionfale ritorno alla commedia dell’arte che disseppellisce il gusto medievale, con quella particolare trasposizione del testo dalla prosa alle ottave. Un linguaggio ibrido, ponte tra modernità e antichità, che aiuta lo spettatore a calarsi nel passato inscenato ma con i piedi ben piantati nel proprio presente. Una commedia che, fedelissima al progresso e alla molteplicità culturale, resuscita la tradizione del romanzo e l’atmosfera medievale. L’attore veste i panni di un impeccabile cantastorie, in un sortilegio quasi inquietante, che lo fa rimanere Lazarillo per tutta la durante dello spettacolo ma lo trasforma anche in tutti i personaggi in cui egli si imbatte. Con pochi oggetti di scena e il suo retroscena culturale, l’esibizione vuole ricongiungere alle origini del teatro. A tu per tu con il protagonista de El Romancero de Lazarillo Alla fine dello spettacolo ho raggiunto la star della sera per congratularmi della sua notevole capacità di immedesimazione. Luca Gatta si dimostra piacevolissimo e professionale anche di persona. “Ho fatto quello che ha fatto Gauguin, che alla fine della sua vita ha ricominciato a dipingere il suo villaggio natale. Ho vissuto tra le montagne avellinesi, dopo ho […]

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Culturalmente

Il coma farmacologico della tv spazzatura

Giungono per tutti, anche nel corso di una giornata strapiena di impegni, momenti “da coma”, vuoti, ciechi, che è necessario riempire con qualcosa. E capita a tutti, più o meno frequentemente, di dare una sbirciata a quella che è spesso definita “tv spazzatura” proprio in queste fasi fisiologiche di noia immota. C’è chi lo fa vergognandosene, chi lo fa consapevolmente attratto, chi salta da un programma all’altro aspettando solo il momento della cena. Non sono in molti a chiedersi il significato dell’espressione “tv spazzatura” Anzi, sono sempre meno quelli che lo fanno. Nell’ultimo periodo, infatti, simultaneamente all’imperare di internet, dei social network e delle serie TV, i cui astri sono in repentina ascesa, il dibattito sulla tv spazzatura si è decisamente mitigato. Sparito dal baricentro delle tendenze più diffuse e quindi più allarmanti. L’espressione tv spazzatura è stata ideata dai media, dalla critica, dalla stampa, e traduce la parola di matrice statunitense “trash” che significa immondizia o scarto. Infatti molti ritengono che i programmi televisivi etichettati come “spazzatura” o “trash” possano essere descritti come autentici scarti immateriali, prodotti grezzi, gretti, dal valore quasi nullo. La tv, in un’era che si evolve (o involve) a ritmi vertiginosi, è seguita meno ossessivamente di un decennio fa. Oggi si tenta di tenere bambini e adolescenti non tanto distanti da essa quanto dalla dimensione narcotizzante e letale di tablet, pc, smartphone. Nonostante questo, il problema non può ritenersi risolto, ma solo temporaneamente archiviato. È ancora necessario chiedersi cosa rende un programma televisivo “spazzatura” e perché si è ugualmente, o a maggior ragione, indotti a seguirlo con avidità? Dal momento che continuiamo a bombardare i nostri sopracitati momenti da coma, vuoti e cechi con il rumoreggiare assordante del trash, con reality show miseramente privi di qualsiasi contenuto, in cui troneggia fieramente l’assenza di essenza, talento e libero pensiero, è ancora assolutamente necessario chiederselo. Per citare un esempio tra tanti, lunedì 11 settembre è andata in onda la prima puntata del Grande fratello Vip 2, che ha tenuto incollati al piccolo schermo 4,5 milioni di telespettatori, soprattutto giovanissimi. Un tristissimo tripudio di luoghi comuni, sfacciata esibizione e povertà di valori che continua ad attrarre inspiegabilmente. Ma in realtà, una spiegazione c’è. Quello che attrae è l’anestesia: si guardano programmi che non richiedono il faticoso atto del pensare. Ci si deve solo far trascinare comodamente da mode effimere, dal sistema di pensiero dominante, da un genere di tv messo lì appositamente per distogliere le persone. Distoglierle da cosa? Da quello che non si può dire. Da problematiche reali, da loro stesse, da un mondo impegnativo perché bisognoso di cure. È facile piantarsi dinanzi al trash, sgranocchiare patatine e lasciarsi “drogare” da un circo coloratissimo di personaggi narcisisti, stereotipati e truccatissimi. C’è poco da fare: i “vip” piacciono proprio per il loro essere “very important person” grazie a nessun motivo al mondo. Una trappola ordita sapientemente dagli dèi della comunicazione, del commercio, del marketing a discapito dei telespettatori. Pomeriggio 5, Uomini e donne, Geordie shore, Ciao Darwin… pochi nomi […]

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Cucina & Salute

Sindrome da rientro: tutta colpa degli ormoni…dello stress

Si guarda sempre il mare con spirito romantico e sguardo sognante. L’ultimo sguardo che lanciamo al mare prima di rientrare a casa dalle vacanze, però, è un autentico tripudio di amore e precoce nostalgia. Che quest’anno la scelta delle vacanze sia ricaduta sul mare, sulla montagna o su una città d’arte fa poca differenza; il momento in cui si è costretti a consumare l’ultima colazione in hotel e poi a svuotare gli ultimi cassetti risulta immancabilmente traumatico. Stare in vacanza piace a tutti: ma piace perché è un’esperienza limitata nel tempo (e quindi troppo breve per iniziare a provare l’insofferenza della routine) o perché siamo liberi di organizzare la giornata secondo le nostre preferenze e di svolgere quelle attività a cui spesso non possiamo dedicarci durante l’anno? L’opinione degli esperti Gli esperti rispondono: per entrambi i motivi. Se la vacanza durasse tutto l’anno, risulterebbe un’esperienza alienante e noiosa, così come ci appare la routine lavorativa. Ma è anche vero che è la prospettiva di abbandonare spiagge idilliache, panorami da cartolina, la nuova comitiva, i giri in canoa, le agognatissime visite ai musei, gli aperitivi serali e le nottate con birra e stelle cadenti ad avvilirci. Incatastiamo nelle valigie con indolenza la stessa roba che avevamo piegato con cura e precisione all’andata, ripensiamo all’inflessibile capo messo temporaneamente nel ripostiglio dei pensieri, alle serate in pigiama davanti alla televisione e a quell’esame intenzionalmente dimenticato. In che cosa consiste la sindrome da rientro? Questa strana nostalgia viene definita “sindrome da rientro”, un’espressione mutuata dal disturbo che affligge i soldati di ritorno dalla guerra che devono affrontare problemi psicofisici di riadattamento. Ovviamente eliminando opportunamente i caratteri tragici e patologici, una sindrome del ritorno colpisce anche i vacanzieri che devono accettare il ritorno a un tenore di vita ben diverso da quello goduto durante le vacanze. La sindrome esiste davvero, al di là di ogni diceria, scetticismo e incredulità. Parola degli studiosi: tutta colpa dei surreni, che producono i cosiddetti “ormoni dello stress”, ovvero adrenalina e cortisolo. Il processo ha origine nelle informazioni stressanti che l’organismo mette in circolo e che vanno a sollecitare la risposta dell’ipotalamo, che stimola l’ipofisi, che a sua volta interviene sui già citati surreni. Lo stress generato da eventi esteriori così repentini da poter risultare traumatici è il vero responsabile di questo disagio certamente non grave ma non per questo poco fastidioso. Spesso il nostro corpo, incapriccito, risponde a tono a questo rimpatrio forzato, facendoci sentire spossati, ansiosi, lievemente depressi, insonni o al contrario sempre stanchi e insonnoliti, rendendoci lunatici e facilmente irritabili. È una fase di transizione immancabile, una sorta di limbo dalla cui permanenza temporanea non ci si può astenere: fa parte del gioco, del cambio di stagione. È come tornare a indossare i jeans e riporre per l’anno prossimo le infradito. Quali sono i rimedi più consigliati? I consigli degli esperti per combattere la sindrome del ritorno da veri vacanzieri-soldati sono semplici: prendersi cura della propria alimentazione senza variarla bruscamente, privilegiando frutta, verdura e bevendo almeno un paio di […]

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