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Eroica Fenice

Teatro

“Gli uccelli migratori” di Francesco Lagi, dal 20 al 25 febbraio al Piccolo Bellini

Si è aperta ieri la settimana de Gli uccelli migratori, lo spettacolo scritto e diretto da Francesco Lagi, con Anna Bellato, Francesco Colella, Leonardo Maddalena e Mariano Pirrello, in scena dal 20 al 25 febbraio al Teatro Piccolo Bellini. Francesco Lagi, autore e regista, ha raccontato che uno degli spunti che nutre l’idea dello spettacolo si muove attorno a questo paradosso: il viaggio reale, visibile e aperto degli uccelli che attraversano chilometri di cielo. Gli uccelli migratori appaiono, dunque, come un viaggio nascosto che si propone di raccontare e scoprire, il viaggio di una donna che sta per mettere al mondo una persona. E in quella casa il tempo è sospeso in un’attesa. C’è una persona che sta per arrivare e delle persone che la stanno aspettando. Ci sono una tutina azzurra e l’invenzione di un’app. Una casa in mezzo a una pineta, dove una ragazza aspetta la nascita della propria figlia circondata da tre uomini: il fratello, uno scrittore inconcludente nonché programmatore fallito; il padre della nascitura (amante di una notte), per il quale la paternità rappresenta un’occasione per combinare qualcosa di buono nella vita; e un ornitologo, che parla con gli uccelli, preso dalla ricerca di Yoda, un uccello migratore sparito. Con il tipico linguaggio della compagnia, dall’incedere lieve e poetico, Teatrodilina ci insegna ad osservare la vita, la quale scorre attraverso una serie di personaggi che ne affrontano i cambiamenti e che, come dice lo stesso regista, “ruotano intorno a un centro, si affaticano distrattamente cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro motivo di stare al mondo. Cercando di trovare una grammatica emotiva, una lingua comune che possa svelarne la loro identità”. “Gli uccelli migratori” di Francesco Lagi: uno spettacolo pieno di luce Un ricordo di bambini, Yoda che è sparito e non si trova più. L’arrivo di un padre, il linguaggio degli uccelli, una bussola rimasta in tasca. La paura di cambiare e la vita che prima bussa alla porta e poi improvvisante si rivela. I personaggi ruotano intorno a un centro, si affaticano distrattamente cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro motivo di stare al mondo, cercando di trovare una grammatica emotiva, una lingua comune che possa svelarne loro un cambiamento. La pratica in Gli uccelli migratori è l’indagare su quel periodo misterioso che riguarda la fine di una gravidanza e l’inizio di un parto, quell’intercapedine di tempo nella quale, come dichiarato da Francesco Colella, si muovono tra le persone dei sentimenti speciali. 

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Teatro

Donne che sognarono cavalli di Daniel Veronese al Piccolo Bellini

Donne che sognarono cavalli, lo spettacolo di Daniel Veronese su adattamento e regia di Roberto Rustioni, interpretato da Valeria Angelozzi, Maria Pilar Perez Aspa, Michela Atzeni, Paolo Faroni, Fabrizio Lombardo, Valentino Mannias e Federico Benvenuto, continua la sua settimana al Piccolo Bellini, che lo vedrà in scena fino a domenica 11 febbraio. Nato l’8 novembre del 1955 a Buenos Aires, Daniel Veronese è una delle figure di riferimento del teatro argentino nel periodo della post­‐dittatura. Donne che sognarono cavalli: storie di violenza in contesti familiari Mujeres soñaron caballos, uno dei testi più riusciti e rappresentativi dell’opera di Daniel Veronese, presenta una qualità di ambiguità e di mistero nella scrittura ed un andamento strutturale abbastanza particolare, tali da richiedere una breve esplicazione per facilitarne la lettura. Innanzitutto l’architettura dell’opera contiene uno sfasamento temporale: le scene o quadri sono cinque. Lucera, il personaggio più giovane, con i suoi monologhi che provano a ricostruire dolorosamente la sua memoria, aiuterà anche a ricostruire l’intera vicenda: è chiaramente una figlia di desaparecidos, una dei tanti figli di dissidenti tolti di mezzo durante la feroce dittatura militare che ha coinvolto l’Argentina tra il ’76 e l’83. Questa verità terribile è nascosta dietro ad una situazione ordinaria e familiare apparentemente normale: tre fratelli si ritrovano con le loro rispettive mogli per un improvvisato pranzo che li riunisce. Bugie, tradimenti, sospetti reciproci, competizioni continue e ridicole si alternano in un’atmosfera contemporaneamente torbida e tragicomica, fino ad arrivare ad un finale inaspettato e catartico. Un’opera teatrale inizia ad accadere sulla scena. Non succede nella testa dell’autore né in quella del regista e nemmeno in quella degli attori. Accade proprio lì, sulla scena. Il teatro è quello che succede, non quello che si dice Il teatro è accadimento. E noi non siamo abituati a vedere questo. Siamo abituati a vedere cose finte. La gente va a vedere delle falsità. Siamo abituati a essere molto comprensivi con il teatro. Non sto dicendo che sia facile o che io riesca ad ottenerlo, però la mia intenzione è riuscire a creare un tipo di realtà che ha a che fare con questo. Stando nell’aria in disequilibrio costante, a cosa ci esponiamo? Fino a che punto possiamo arrivare? Che cambiamenti profondi possiamo generare dentro di noi? C’è un nuovo tipo di violenza nell’aria, la si vede, la si sente dentro di noi e nelle persone che ci stanno accanto. “Mujeres” parla di diversi tipi di violenza che vivono dei personaggi facilmente riconoscibili all’interno di contesti familiari, in un’opera nella quale gli enigmi non vengono risolti e i nodi non sono mai sciolti. Del resto, ci sono risposte alla crudeltà? All’ineluttabilità della violenza? Nel mistero della vita forse ne troveremo qualcosa.

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Teatro

White Rabbit, Red Rabbit: l’interpretazione di Iaia Forte al Piccolo Bellini

Il teatro Bellini ha accolto, per il terzo lunedì, White Rabbit, Red Rabbit: un esperimento sociale in forma di spettacolo. Per 6 lunedì di fila il pubblico potrà vivere un momento unico, di forte empatia e condivisione, in cui un attore porterà in scena un testo che non ha mai letto, senza regia e senza aver mai fatto prove. Ieri sera è stata la volta di Iaia Forte, l’attrice napoletana, infatti, solo dopo essere salita sul palco, ha potuto aprire la busta sigillata contenente il copione che ha poi letto ed interpretato al pubblico. Una sedia, un leggìo e due bicchieri sono stati gli unici elementi concessi all’interprete che, accettando di partecipare, ha accettato anche una sfida, armandosi di ironia e leggerezza e senza aver mai visto lo spettacolo in cui è arrivata in punta di piedi e ha iniziato a giocare con il testo ripettandone alcune regole, tra le quali, c’era anche quella, da parte dei giornalisti, di non svelarne il contenuto, potendone condividere solo le impressioni percepite. Ciascun artista può quindi inseguire White Rabbit, Red Rabbit solo una volta e la sua performance non può essere documentata da video che andrebbero a svelarne il contenuto dello spettacolo. White Rabbit, Red Rabbit: l’analisi improvvisata ma quantomai sincera dei giorni nostri Il progetto White Rabbit, Red Rabbit è di Nassim Soleimanpour; l’autore iraniano che impossibilitato a lasciare il suo paese per motivi politici, ha creato uno spettacolo che gira il mondo al suo posto, durante il quale gli spettatori si uniscono all’attore di turno per intraprendere, insieme, un viaggio verso l’ignoto, una vertiginosa caduta verso una destinazione sconosciuta dove soltanto il teatro è in grado di condurre. Iaia Forte e il White Rabbit: non ho mai affrontato sul palcoscenico un testo di cui non so nulla White Rabbit, Red Rabbit attraversa il mondo dal 2011, anno in cui ha debuttato all’Edinburgh Fringe Festival; da allora è stato tradotto in 20 lingue e ha fatto più di mille repliche: da New York a Tokyo, da Città del Messico a San Paolo del Brasile, passando per Francia, Belgio, Svezia, Olanda. Ad oggi, è stato portato in scena da grandi attori: Sinead Cusack, Whoopi Goldberg, Ken Loach e in Italia da Lella Costa e Federica Fracassi, solo per citarne alcuni. Finalmente, quest’esperienza teatrale, unica nel suo genere, arriva a Napoli con Iaia Forte, al Teatro Bellini, con la complicità degli attori che si sono prestati all’esperimento: seguiranno il coniglio bianco per esplorare, insieme al pubblico, il paese delle meraviglie.  

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Musica

James Senese e Napoli Centrale al Teatro Sannazaro

Si avvicina il concerto di James Senese e Napoli Centrale al Teatro Sannazaro, rinviato a mercoledì 31 gennaio alle ore 21, nell’ambito della rassegna “Sound of The City”, a cura dell’etichetta Jesce Sole. L’icona del Neapolitan Power torna a calcare il palco dopo il live-recording in occasione del festival “Sorrento Incontra – M’Illumino d’Inverno 2017/18”, che lo ha visto impegnato nella registrazione dal vivo del nuovo disco prossimo all’uscita. In scaletta, tanti brani cari ai suoi fan che hanno segnato le tappe fondamentali della carriera di un artista che, a distanza di cinquant’anni, continua a stupire ed emozionare con il suo inconfondibile groove. Napoletano nato a Miano. Figlio di James Smith, soldato statunitense afroamericano e di Anna Senese, giovane ragazza napoletana. Inizia da giovanissimo la sua carriera di sassofonista, nel 1961, insieme a Mario Musella. Un sodalizio che proseguirà dando vita alla nascita degli Showmen. Insieme ai Napoli Centrale, gruppo formato insieme all’amico Franco Del Prete, incide gli album “Mattanza” e “Qualcosa ca nun mmore”, distinguendosi per il suo jazz-rock dalla forte e innovativa connotazione popolare. Insieme a Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Joe Amoruso e Rino Zurzolo, ha preso parte ad uno dei più grandi gruppi che il panorama partenopeo abbia mai ricevuto in dote, collaborando ai dischi d’esordio del cantautore partenopeo. Testimone e protagonista assoluto di uno spaccato della musica napoletana, precursore di un sound d’innovazione, capace di entusiasmare e dare spunti alle nuove generazioni di musicisti che sempre più a fatica tentano di scalare il gradimento di un pubblico il quale sembra aver già ascoltato tutto. Uno stile inimitabile, quello di Senese. Lo stesso che, oltre ai Napoli Centrale e agli Showmen, ha regalato tante emozioni insieme al suo grande amico Pino Daniele, di cui è stato accompagnatore fidato in quei brani che ancora oggi riecheggiano a tutto volume per i vicoli del centro storico. James Senese e Napoli Centrale: nel ricordo di Pino Daniele, o’sanghe di un nero a metà sulle note del Sax più amato dai napoletani Di ritorno da un lunghissimo tour di oltre 150 date in due anni, James Senese ha girato  l’Italia e l’Europa per promuovere “O’ Sanghe” (Ala Bianca/Warner), album uscito nel 2016 e vincitore della Targa Tenco. L’instancabile musicista partenopeo si prepara quindi alla pubblicazione – nella primavera 2018 – di un doppio disco celebrativo per i 50 anni della sua carriera, a cui farà seguito un fitto calendario di concerti. La formazione attuale dei Napoli Centrale, la stessa che ha registrato “Nero a metà” di Pino Daniele, vedrà Senese alla voce e al sax, Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria.  

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Food

Chiaia, la Pizzeria 1000 Gourmet ospita la solidarietà

Martedì 19 dicembre, alle ore 21, la nuova pizzeria 1000 Gourmet, in via San Pasquale a Chiaia 41, ha ospitato i ragazzi della “Bottega dei Semplici pensieri” in una serata che ha saputo unire ricerca gastronomica e impegno sociale. Con un percorso di degustazione, il maestro pizzaiolo Giuseppe Maglione ha presentato al pubblico le sue pizze gourmet, frutto di una ricerca attenta e rigorosa sia sulle farine che sulle materie prime. La “Bottega dei Semplici Pensieri”, la Onlus che propone opportunità ai ragazzi diversamente abili,  ha affiancato il personale di sala nella speciale veste di esperti sommelier. Un’associazione costituita nel 2012 e finalizzata a formare professionalmente i ragazzi affetti da sindrome di down o lieve deficit intellettivo, restituendo loro un inserimento sociale concreto. Alle sei pizze presentate in sala, sono state abbinate le birre artigianali del marchio napoletano KBirr: la lager “Natavot”, la Scotch Ale “Jattura” e la Imperial “Stout Paliat”, tutte ispirate, anche nella grafica delle etichette, ad icone e tradizioni del panorama partenopeo. Ad accompagnare il finale, i dolci e le creazioni all’avanguardia della pasticceria di Mario Di Costanzo, che da anni combina esperienza e sperimentazione. La Pizzeria 1000 Gourmet è il nuovo indirizzo di Chiaia che si propone di raccontare una pizza diversa: dalle farine non raffinate, gluten free, senza lattosio, fino alla sperimentazione di impasti aromatizzati, serviti a spicchi per una innovativa forma di consumo. Un progetto che nasce per soddisfare nuovi segmenti di mercato e un pubblico sempre più consapevole, curioso ed esigente. 1000 Gourmet, l’incontro tra i vari sapori territoriali  Il disco della pizza diventa la base di sperimentazioni gastronomiche, di incontri tra territori diversi e i loro sapori: la patata viola con lo speck dell’Alto Adige Igp, i fichi bianchi del Cilento con il lardo e il Gorgonzola Dop, ed ancora il Fior di latte di Agerola e la ‘nduja di Spilinga. Il tutto racchiuso nella ricerca e selezione di materie prime di eccellenza: ingredienti freschi, certificati e di qualità Il menù di 1000 Gourmet si presenta come una continua scoperta delle migliori produzioni italiane, dalla Sicilia alle Alpi: un invito alla degustazione e alla sperimentazione di nuovi abbinamenti. Da qui l’idea di servire a spicchi le pizze su eleganti dischi di pietra lavica, per consentire l’assaggio di più pizze e un vero e proprio percorso gastronomico. Una delle innovazioni dello Chef Giuseppe Maglione, insieme agli impasti gluten free cotti in forni appositi e senza rischio di contaminazione, si è dimostrata essere quella degli impasti aromatizzati. Tre tipi diversi (al limone, alle noci e al cacao) che spingeranno il palato ad una nuova percezione di sapore.

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Recensioni

Il genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante

Il 7 Dicembre è andato in scena il processo di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante. In tempi in cui accuse, tabù sociali e violenze non cedono ancora il passo ai valori dell’accettazione, dell’inclusione e del rispetto reciproco, l’ironia dissacrante e lo spirito di Oscar Wilde rimarcano l’importanza della libertà e della salvaguardia dei diritti civili. Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, il processo Il primo di questi fu intentato da lui stesso ai danni del Marchese di Queensberry che, scoperta la relazione tra suo figlio Alfred e lo scrittore, l’aveva accusato di “posare a sodomita”. A causa delle notizie sulla sua vita privata emerse in questo primo processo, Oscar Wilde verrà  giudicato colpevole dei reati di “sodomia” e “gravi indecenze”e condannato a due anni di lavori forzati. I verbali dei processi non vennero mai resi pubblici perché ritenuti scabrosi e compromettenti. Solo nel 2000, l’eccezionale ritrovamento di un manoscritto presso la British Library consente oggi di rivivere, parola per parola, l’interrogatorio in cui Wilde diede prova del suo famigerato acume. Roberto Azzurro, in scena nel ruolo di Oscar Wilde, e Pietro Pignatelli in quello dell’avvocato Edward Carson, ripercorrono i momenti salienti di un interrogatorio in cui Wilde è costretto a rispondere dei suoi rapporti con omosessuali e ragazzi di vita; e lo fa di volta in volta negando, mentendo, scherzandoci sopra. In questo folle ma reale dialogo si intrecciano le note di Chopin, eseguite da Rebecca Lou Guerra, che accompagnano questo acrobatico battibecco come fosse una voce dell’anima dei personaggi e dello spettatore contemporaneamente. E diventa quasi un miracolo poter assistere al genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, al genio dell’umorismo del poeta inglese, nelle vere risposte date al suo inquisitore, nell’espressione massima della grande ironia di un gigante della letteratura mondiale. Azzurro in questo spettacolo riesce a far sorridere quella giuria, composta dagli spettatori, che Wilde non riuscì a sensibilizzare ad inizio secolo. Un processo in cui le battute tra l’imputato e l’avvocato, condite dalla straordinaria ironia di un genio della letteratura, si rivelano come l’eterno scontro tra l’illuminato e il bigottismo che, mai come in quei tempi, aleggiava nelle aule dei tribunali. L’insieme degli eccessi che diventano un capolavoro Una libertà d’intenti che non poteva essere compresa e in cui, in uno straordinario monologo finale, Roberto Azzurro lascerà trasparire tutti i conflitti che l’autore britannico si portava dietro nella sua ossessiva, ma naturale, ricerca dell’eccesso a tutti i costi. I dialoghi del processo di Wilde, se ne volessimo fare un paragone meramente scolastico, riescono a racchiudere tutto il vocabolario della lingua, arricchendolo con l’uso impeccabile degli aggettivi, dei sinonimi e dei contrari: una vera e propria arma, tirata fuori con il ritmo impeccabile e la maestria di un personaggio che più parlava, più riusciva a rendersi accattivante agli occhi di chi lo ascoltava. Uno spettacolo che Roberto Azzurro è riuscito a portare in giro per l’Italia, dai teatri più defilati, fino ad arrivare a Parigi. Parigi. La città in cui Oscar Wilde, dopo due anni di prigionia […]

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Eventi/Mostre/Convegni

World Press Photo, Napoli ospita il fotografo turco Burhan Ozbilici

Dopo il grande successo dello scorso anno, torna a Napoli, nella suggestiva location di villa Pignatelli, il World Press Photo. Ad ospitare quello che è il più grande concorso di fotogiornalismo al mondo, sarà la Casa della Fotografia (Riviera di Chiaia 200). Ieri, alle 13.30, si è svolta la cerimonia di inaugurazione nella cornice neoclassica del Museo Pignatelli, alla presenza del vincitore assoluto Burhan Ozbilici, il fotografo turco autore dello scatto “An Assassination in Turkey” in cui, ad Ankara, il 19 Dicembre 2016, il poliziotto attentatore Mevlut Mert Altintas uccise l’ambasciatore russo Andrey Karlov, immortalato da quella serie di scatti che sconvolsero l’Europa. Uno scatto irripetibile, capace di suscitare sensazioni altalenanti. Lo spavento, la rabbia e l’impotenza davanti ad un mondo che sembra legittimare sempre di più la sua permanenza cospargendola dal sentimento dell’odio. La grandezza del Primo Premio ad Ozbilici risiede nella potenza visiva di chi è riuscito, con un solo scatto, a scatenare un vero e proprio conflitto politico. La libertà d’informazione come diritto inalienabile, quello sguardo sulla realtà che solo il fotogiornalismo di qualità riesce ad alimentare. Una serie di 150 scatti, selezionati da una giuria internazionale presieduta da Stuart Franklin. Le fotografie arrivano nel capoluogo campano grazie all’impegno dell’organizzazione Cime, in collaborazione con il Polo Museale della Campania e il patrocinio della Regione Campania e del Comune di Napoli, come sottolineato dalla presenza del Sindaco Luigi De Magistris. Istanti di realtà quotidiana, immagini da tutto il Mondo, selezionate da una giuria che si rinnova ad ogni edizione, e, riunita ad Amsterdam, con scrutinio segreto (finché una foto non ottiene sei preferenze) aggiudica il premio. Una selezione fotografica che racchiude momenti di vita che spesso risultano vissuti al limite, altre volte emozionano perché non te ne aspetti la straordinaria bellezza di quell’inconfutabile paradiso chiamato natura. World Press Photo, il trionfo del  fotogiornalismo Grazie al World Press Photo, il fotogiornalismo riesce ad arrivare, senza restrizioni, a quel processo di conoscenza al quale tante volte i media non danno spazio, che fa tanto breccia nelle nostre menti proprio perché troppo lontano dal nostro immaginario. Scatti che affascinano, racchiudono al loro interno tutta quella serie di opinioni raggruppate nei nostri pensieri e che, spesso, finiscono per essere archiviate in un post al quale si voglia dare l’ormai onnipresente tocco di solidarietà. Tra i vincitori del World Press Photo anche quattro italiani: Antonio Gibotta con il suo scatto “Infarinati”, Francesco Pomello con “L’isola della salvezza”, Alessio Romenzi nella sezione General news con “Non prendiamo prigionieri” e Giovanni Capriotti per la categoria Sport sezione “Storie”. Come negli anni precedenti, la mostra, aperta fino al 7 Gennaio, si ripropone come un vero e proprio festival, arricchendosi di appuntamenti che vedranno impegnati in interessanti public lecture i fotoreporter nazionali ed internazionali protagonisti del concorso.

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Eventi/Mostre/Convegni

Eromata, intervista al fotografo Luca Matarazzo

Luca Matarazzo. Luca Mata. Ma per chiamarlo “Luca” bastano più o meno trenta secondi perchè uno dei pochi reduci a possedere quella qualità innata capace di girare le spalle alla spocchia: l’umiltà. Quando gli chiedi a che ora sia arrivato a Napoli, ti risponde mercoledì. Ma non ti dà il tempo di rifiatare, che comincia a giustificarsi subito dicendo che non ha ancora mangiato il babà. Perchè la forza di Luca è proprio quella di inserirsi nel contesto, in tutti quegli organigrammi che se pure non gli appartengono a leggere il documento d’identità, finiscono per appartenergli dopo pochi istanti. Gira le spalle al superfluo, a tutto quel chiacchiericcio irruento che può sfociare nei pettegolezzi da concorrenza. Classe ’82, professione fotoreporter. Collabora da anni con i principali quotidiani nazionali e da tre anni porta avanti quello che lui detesta definire “progetto”, la sua raccolta di istantanee “Eromata”. Lo abbiamo intervistato ieri, ai Magazzini Fotografici di via San Giovanni in Porta, in uno dei tanti cuori pulsanti della Bella Napoli, tra una birretta e l’andirivieni di motorini 50 che, spumeggianti, scodinzolavano nel vico. intervista a Luca Matarazzo Io non sono un fotografo, ma se c’è una cosa che ho imparato negli anni e di cui vado fiero, è che nascendo nell’87, riesco ancora a percepire il valore romantico di una fotografia conservata in un cassetto, delle raccolte maniacali di una madre che le andava a sviluppare per ritrovarsele negli anni. Quei ricordi nostalgici che talvolta ti fanno scavare i morti, ma anche ammirare la repentina mutazione che negli anni assumono le pieghe dei pantaloni e le cuciture che cambiano. Oggi i giga di uno smartphone hanno sostituito le raccolte di mia madre. E tu? Come mai hai scelto le Polaroid? Le Polaroid nascono poco prima di me e rispecchiano un grande valore nostalgico, ho vissuto la loro epoca e quando i telefoni cellulari non esistevano, anticipavano già i tempi con il carattere dell’istantaneità. La necessità di avere una foto subito e poterla condividere. Per me, che sono un feticista degli oggetti, avere una foto su un pc e non un prodotto fisico da conservare, è come non avere nulla. Sarebbe solo una sequenza di dati che senza stampa non avrai mai davvero. Come è nato il tuo rapporto con la fotografia? E quanto conta, o ha contato, il tuo passato nella scelta di questo lavoro In casa mia c’era mio padre che era un grande appassionato di fotografia. Sono sempre girate tante macchine fotografiche. Io sono una persona molto timida, lo sono sempre stato. Per anni la fotografia è stato il mezzo che mi ha aiutato a comunicare e cominciare ad instaurare rapporti autentici con le persone. In ambito commerciale, il chiacchiericcio che spesso si genera, finisce sempre per gettare un occhio alla concorrenza dandole una visione a volte positiva, a volte negativa. “Questi sono bravi e mi tolgono il lavoro, questi sono incompetenti e quindi non fanno altro che alimentare il mio successo”. Nell’epoca in cui tutti scattano a ripetizione, quanto […]

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Teatro

DuePenelopeUlisse, il mito prende vita al Piccolo Bellini

Un regista e due spettacoli. Un appuntamento per conoscere e osservare il percorso in regia di Pino Carbone attraverso due lavori in scena in contemporanea a Napoli. Due momenti diversi ma uniti da una direzione comune. A Napoli, dal 31 ottobre al 5 novembre, un interessante progetto per conoscere il lavoro del regista napoletano e i suoi ultimi due spettacoli prodotti dalla compagnia Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro. Due spettacoli, diversi tra loro, ma accomunati dall’indirizzo artistico di Carbone, e un incontro con il collettivo di scrittori Wu Ming, autori del romanzo “L’armata dei sonnambuli”. Al Teatro Piccolo Bellini va in scena un dialogo sulla relazione umana e teatrale.  L’incontro tra i due protagonisti dell’Odissea, dopo venti anni di lontananza, è colto nel momento in cui, lontano dalla narrazione pubblica, si trasforma in dimensione privata, intima. Un semplice ma intenso dialogo tra due esseri umani, tra attesa e ritorno, immersi nel desiderio che contemporaneamente muove e paralizza nell’accattivante interpretazione di Anna Carla Broegg e Giandomenico Cupaiuolo. Da Penelope e Ulisse, a Marina Abramović e Ulay, per il regista il passo è stato immediato. Entrambi legati da un amore passionale e provato duramente, entrambi artisti della vita, entrambi ritrovatisi dopo anni. Un legame forte, quello con la Abramović: l’artista statunitense che durante la mostra allestita al MoMa di New York, di fronte a lei, lascia scorrere lacrime ed emozioni all’apparire del suo storico compagno, prima di scambiarsi sguardi carichi di ogni significato. E il teatro prende forma, si fa vita. DuePenelopeUlisse, la trasposizione teatrale di un mito che sa accompagnare anche l’amore dei giorni nostri Il mito e il contemporaneo sono uniti nella performance di Carbone dall’opera musicale di Monteverdi “Il ritorno di Ulisse in patria”, determinandone anche la struttura narrativa. Un melodramma come legame tra antico e attuale, tra invenzione e realtà, tra personaggi e persone. Dalla rivoluzione privata nei sentimenti e nelle emozioni di DuePenelopeUlisse, alla rivoluzione storica de “L’Armata dei Sonnambuli”, in scena al Teatro Nuovo dal 3 al 5 novembre. DuePenelopeUlisse nasce come studio sulla relazione, muovendosi su un asse che va dal mito alla contemporaneità attraverso la letteratura, l’arte performativa, la musica e l’espressione scenica. Due i punti di partenza. Il primo è il momento preciso in cui Penelope e Ulisse, nell’Odissea, si ritrovano dopo venti anni di lontananza, l’attimo in cui il mito si fa dimensione privata e intima. Il secondo è un altro sublime incontro a due: quello avvenuto durante la performance di Marina Abramović “The Artist is Present”. L’artista restò per mesi seduta su una sedia mentre a turno i visitatori, simili ai Proci di Omero, si accomodavano di fronte a lei. Di fronte a lei ci sono le lacrime e le emozioni scaturite dall’apparizione dello storico compagno. E il teatro prende forma, si fa vita. D’un tratto, su quella sedia si è seduto il suo compagno storico, Ulisse, con il quale aveva trascorso gran parte della vita artistica e amorosa. I due non si vedevano da trent’anni, per cui l’impatto emotivo, pur tradendo l’iniziale […]

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Cinema & Serie tv

Così parlò De Crescenzo, un documentario sui popoli d’amore

Per un napoletano nato a Napoli, a Mergellina, di Domenica, a Mezzogiorno, non è mai semplice scrivere di Luciano De Crescenzo. Mammà ti aveva appena messo al mondo, si era fatta una nottata di combattimenti e aveva speso una cosa di soldi per partorirti vista mare. Sapeva già, insieme al babbo, che il figlio sarebbe nato sotto l’aura di un popolo d’amore, ma voleva farglielo capire da subito con un occhio alla zizza e l’altro a Marechiaro. Neanche il momento di staccare il cordone ombelicale, che già ne nasceva un altro. Ti portavano via dall’abbraccio materno e nelle ore in cui dovevi stare per forza da solo, affianco alle culle degli altri bambini, con i parenti ad osservarti dietro ad un vetro, sostituivi l’abbraccio più bello con quello del golfo. Mia madre, infatti, ha sempre preferito il mare al Vesuvio. Perché uno, prima o poi, finirà per alzare la voce con te che ci rimarrai male. L’altro, invece, a parte qualche mareggiata, non ti abbandonerà mai. Insomma, la mamma di un bambino che nasce a Napoli può ritenersi mediamente tranquilla: suo figlio avrà sempre una madre di riserva a disposizione. Potrai andartene a Milano, a vivere all’estero, ma quell’abbraccio lo porterai sempre con te, definendolo “napoletanità”. Ce ne hanno trasmesse di vari tipi i nostri autori concittadini. A volte litigavano tra loro su chi fosse il più bravo, il più giusto, il più vero. Negli anni la “napoletanità” è stata usata con accezioni positive e negative a seconda del messaggio che si voleva far passare. Il contrabbando, il mandolino, i pastori, le stese di panni nei vicoli, le stese di camorra. Ma se c’è una cosa che si deve a quel genio di Luciano De Crescenzo, è proprio quella di metterle insieme e rimescolarle in chiave comica, sotto la straordinaria luce dell’ironia. Oggi, i napoletani, in particolare i giovani, hanno acquisito una diversa coscienza sociale, ma resta immutato il carattere di questo popolo, il quale, mentre copre con uno velo di humor la sua tragicità del quotidiano, riesce a rivelare sempre uno stato di profonda malinconia. Siamo malinconici e ce lo portiamo dentro. Abitiamo a Milano, ci trasferiamo in Germania, ma continueremo sempre a ricordare quella volta che mettemmo tremila lire di benzina al Parco della Rimembranza, tappezzammo la macchina di vestiti e, sotto le luci di una Nisida illuminata dai botti di qualche festeggiamento e le luci delle case in lontananza, facemmo l’amore con l’unica ragazza capace di illuminarci il cuore. Non bisognerebbe mai innamorarsi ma continuare per sempre a volersi bene. L’amore può degenerare nell’odio, il bene è destinato a crescere per sempre. Poi ci sono quelli che diventano milanesi convinti, magari arrivano a votare pure Salvini perché hanno la “fede incrollabile” del punto esclamativo.  Quello è però un caso più unico che raro. Probabilmente saranno nati a Villa Literno, con il primo impatto su una bufala al posto del mare e tanta voglia di scappare fin dalla nascita. Quello che si percepisce in “Così parlò De Crescenzo”, […]

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Teatro

La Morte della Bellezza in scena al Ridotto del Mercadante

Ritorna in scena, nella sala dove debuttò con successo nel 2015, l’allestimento teatrale di La Morte della Bellezza di Giuseppe Patroni Griffi, in scena dal 24 al 29 Ottobre al Ridotto del Mercadante. Uno spettacolo che approccia il testo secondo le regole del “teatro nel teatro” di Pirandello, autore caro a Patroni Griffi, presentato in contemporanea in sala grande con Sei personaggi in cerca d’autore. Un allestimento curato da Benedetto Sicca, che ne è anche interprete, insieme a Francesco Aricò. La Morte della Bellezza, il piacevole ricordo di Patroni Griffi La Morte della Bellezza, romanzo capolavoro di Patroni Griffi, narra la storia romantica e al tempo stesso crudele di Lilandt ed Eugenio, in uno spettacolo che celebra l’amore di due ragazzi il cui segno distintivo è la bellezza, nella cornice di quella Napoli che ha la stessa caratteristica e che, devastata dai bombardamenti, riuscirà a diventare ugualmente culla del loro amore. Un amore omosessuale, raccontato con un linguaggio che riesce a rendere lirica la sodomia di un’irresistibile attrazione fisica, in cui Patroni Griffi si interroga con se stesso, approcciando le paure e i complessi di inferiorità rispetto a coloro che sembrano vivere quell’amore definito da tutti “normale”, con una vera e propria apologia, in cui alla fine risulterà la tenerezza a farla da padrone. La paura di accettarsi, l’imbarazzo del primo incontro e il non sapere cosa dire, il mistero del primo bacio ad un uomo del quale, però, saresti capace di riconoscere quegli occhi in mezzo a milioni di persone. Nell’interpretazione dei due protagonisti c’è tutto il pathos nel quale potrebbe inserirsi una storia d’amore autentica, raccontata da quel “verismo” letterario di un autore che nella sua vita ha fatto a calci con la censura, cercando di togliere innumerevoli pregiudizi ad una società sempre più conformista che illuminata. “Il Mondo poteva andare in rovina, e si sarebbero rovinati con esso perchè della loro salvezza e della salvezza del mondo, a loro, in quel tempo felice di loro due, non gl’importava niente” Un’altalena di emozioni. Dai minuti di silenzio in cui piangere diventa la sola rappresentazione fisica per comprendere davvero il dolore; quegli istanti in cui il corpo si stanca a tal punto che l’unica cosa da fare resta dormire sotto le coperte; fino alle notti passate insieme abbracciati, così speciali perché ci si può addormentare parlando, negli istanti che precedono lo scambio del primo “ti amo”. L’analisi dei propri errori davanti allo specchio della propria coscienza, in cui Lilandt si renderà conto che il più grande errore è stato quello di non confidarsi con Eugenio, quel liceale smarrito capace di offrirgli la propria verginità per collocarla nell’inventario della propria vita. L’amore descritto ne La Morte della Bellezza da Patroni Griffi è talmente completo da racchiudere tutte le insidie che ne rivelano la sua essenza, fatta di armi a doppio taglio. Quell’inizio che sembra scritto nel destino, la leggerezza d’animo, la costante ricerca dell’unico abbraccio capace di completarti, fino alle ansie generate dall’insicurezza di non essere in grado di mantenerlo […]

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Attualità

Fortunata, è sold out al Napoli Film Festival

Si è svolto ieri sera, al cinema Hart, quello che per i nostalgici continua a chiamarsi Ambasciatori, l’ultimo incontro del Napoli Film Festival, dedicato al film Fortunata di Sergio Castellitto, premiato con tre Nastri d’Argento e il riconoscimento a Jasmine Trinca nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Incontro che, oltre ai tanti aneddoti cinematografici, verrebbe da definire come celebrativo di un amore, quello per Margaret Mazzantini, che il regista stesso ha definito come scritto dal destino. Un appuntamento che è riuscito ad andare avanti perché in amore incontrarsi non è mai abbastanza, in quello che diventa un mestiere a tempo pieno e non ha nulla a che vedere con il part-time. E un’intervista, quella rivolta al regista, che ha saputo sorprendere per la piacevole armonia celata dietro così tante diversità. Quelle che contrappongono il mestiere di scrittore a quello di regista. La perfetta antitesi che si inserisce tra caratteri e lavori diversi. La stesura di personaggi come culmine di un gesto di solitudine, contrapposta all’interpretazione cinematografica di chi lavora lo stesso con la fantasia, ma è immerso in una moltitudine di persone che compongono un set. Due anime diverse, che hanno imparato a rispettare i segreti interiori dell’altro. Un cinema, quello di Castellitto, che si nutre di una raccolta di personaggi e di archetipi che sanno resistere nel tempo, in cui, spesso e volentieri, ha rivelato che è difficile tagliare troppo perché portatori quasi sempre di qualcosa di vivente e strettamente necessario. Personaggi dei quali si finisce per avere nostalgia proprio perché diventano figure esistenti, ancor più esistenti di tante persone che fingono di esistere. Fortunata, un cuore grande quanto la periferia È in questa miriade di pagine scritte, di quelle che il regista ha definito “fantasmi” che piano piano prendono vita, che si inserisce Fortunata. Condottiera di un film in cui la vita sembra giri intorno alla frenesia di un mondo in cui tutti “dormono male” le poche ore in cui riescono a farlo. Un universo fatto di personaggi belli e dannati, con la fisionomia scavata dai pensieri. Una figura di madre alle prese con un marito assente, quella di una splendida Jasmine Trinca, che, per certi versi e sicuramente il guardaroba, ricorda Eva Mendes in “Come un Tuono” di Derek Cianfrance. Meches bionde, jeans strappati e quello stile rock che fa da cornice ai sobborghi di Tor Pignattara, nella corrente di verismo che accompagna gli spettatori in una Roma buia e dannata alla quale spesso non siamo abituati. Fortunata, che di mestiere fa la parrucchiera, è il rincorrersi di stati d’animo che fanno a schiaffi con la realtà, che vorrebbero uscire dalla sua pelle per entrare in quella di un’altra, che continuano a tatuarsela per protesta ma che al tempo stesso si rivelano paladini di un grandissimo esempio di libertà, sconosciuta a tutti coloro che vivono una vita tranquilla, con la routine al posto delle pasticche. Un’interpretazione che si mescola con la vita di Chicano (Alessandro Borghi), il suo amico tatuato dall’equilibrio instabile ed una […]

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Napoli & Dintorni

Napoli, un brindisi per Giancarlo Siani in via Chiatamone

Il 19 settembre non è mai stata una data qualunque. Nel giorno di San Gennaro, appena dopo la controra, in una Napoli più rilassata del solito, senza troppi clacson e la frenesia dei motorini che imperversano da una sponda all’altra dei marciapiedi, si è svolta fuori la sede de “Il Mattino”, in via Chiatamone, la sesta edizione di “Buon compleanno, Giancà”, manifestazione organizzata dall’Associazione “Studenti contro la Camorra”. A poche ore dall’ultimo agguato di camorra, nell’ennesima scia di sangue che, silente, continua a sconvolgere la città, c’è una Napoli che non dimentica, che mette il naso fuori dalla Galleria Vittoria e che riesce, animata dal coraggio del giornalista partenopeo, ad affacciarsi sul lungomare di via Partenope con gli occhi di chi vuole continuare a sfidare il titolo di Anna Maria Ortese dicendo che il mare “bagna” Napoli. Paolo Siani: “Un miracolo che Giancarlo continui a vivere nei nostri cuori” Nato sotto la stella di San Gennaro, sotto l’ala protettiva dell’unico Santo che il popolo riusciva a gestirlo davvero, Giancarlo Siani non possedeva la “licenza speciale”, ma voleva denunciarla con l’arma più potente – al tempo stesso indifesa – che aveva a sua disposizione: quella parola che gli costò la vita in quel tragico 23 Settembre dell’85. Una denuncia e quel desiderio di giornalismo così come dovrebbe essere, che non teme la vigliaccheria di ritorsioni fatte da ronde di uomini che ti seguono inferociti per sfogarti addosso la loro vendetta. Giancarlo Siani era il connubio perfetto che metteva la parola al posto delle pistole e la denuncia al posto dell’omertà. La sua figura continua ad essere accompagnata dall’orgoglio di generazioni intere, che pur non avendo vissuto gli anni di quella camorra, per certi versi così diversa da quella odierna, continuano a trovarsela davanti agli occhi tutti i giorni, a spasso sui sellini di un T-Max che non si capisce più se alimentato dalla benzina o da tutta la cocaina che si porta dietro. Un punto di riferimento per gli studenti, per i ragazzi che continuano a non piegarsi a tutte quelle meschine strategie di quartiere che non hanno nulla a che vedere con Palazzo San Giacomo. Un brindisi, quello per Giancarlo, al quale erano presenti il fratello Paolo, il referente della fondazione Pol.i.s., Geppino Fiorenza, che ha sottolineato quanto gli studenti siano anticorpi per la legalità, e l’artista Greta Bartolini, che, dal 20 al 24 Settembre, terrà una mostra al Museo Pan intitolata “14 per non dimenticare”, suddivisa in 14 scatti che racconteranno i luoghi in cui sono state uccise vittime della camorra. Fosse stato tra noi, Giancarlo oggi avrebbe pensato che non serve una cresta per camminare a testa alta. Ma siamo tutti sicuri che lo starà urlando lì, in quel pezzetto di Paradiso destinato a chi se n’è fregato del male, girando le spalle all’omertà. Gli uomini passano, le idee restano. Auguri Giancà.

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Interviste

A tu per tu con i Neri per Caso

Ci sono gruppi che, un po’ come la prima fidanzata o il ricordo del primo bacio dato da bambino sotto un tramonto spensierato che illuminava una spiaggia della costiera amalfitana, continueremo a portare sempre nel nostro cuore. Il 1995 per molti trentenni ha rappresentato l’annata di uno dei pochi Festival passati ad aspettarlo seduti sul divano. Quello che, ancora bambino, ti faceva rompere le scatole alla mamma, la quale, poverina, magari si stava godendo il pezzo di Zarrillo con te che continuavi a chiederle “ma quando tocca a loro, quando vengono i “Neri per Caso?”. Insomma, mentre Pippo Baudo si destreggiava col suo stile inconfondibile e Anna Falchi e Claudia Koll si alternavano per la discesa delle scale del Teatro Ariston, tu aspettavi solo loro. Quel gruppo di Salerno che di lì a poco avrebbe accompagnato le tue sere d’estate e le prime postegge in riva al mare. Abbronzati dal sale e cotti dalle ragazzine. Quelle che avresti tanto voluto invitare a mangiare un gelato da soli, ma eri alle prime armi, impacciato come pochi e brillante manco da lontano e non sapevi come dirglielo. Ti restavano la brillantina nei capelli e la pista che in piazzetta verso le dieci lasciava partire “Le ragazze” e “Sentimento Pentimento”. Abbracciati dalla splendida cornice di Castel Sant’Elmo, in occasione di una tappa del loro tour con il quale stanno portando in giro il loro ultimo disco “NPC 2.0” e tanti altri brani, con una vista su Napoli e una puntatina su Capri che non guasta mai, li abbiamo incontrati e provato a tenerli a bada con Mimì che continuava a dispensare birre in giro per la stanza. Una chiacchierata con i Neri per Caso Ragazzi, come siete cambiati dal ’95? Siamo ringiovaniti di quindici anni. Ma il cambiamento più importante è stato quello che ha visto lasciare il gruppo da un membro storico, Diego, che ha deciso di dedicarsi ad altre attività ed è stato sostituito da questo giovanotto: Daniele Blaquier. Siamo molto legati a voi da quel Festival di Sanremo, perché è successo questo secondo voi? Perché ci sentivamo così, vi sentivamo vicini per appartenenza territoriale o cosa? Dai, però in quell’anno c’erano anche Grignani, Silvestri, Giorgia, i Bluvertigo. Non sei l’unico bambino che si sentiva legato a noi. Non credo sia solo questione di appartenenza, ma di sound. Fa molta presa sui bambini. Anche oggi, durante i nostri concerti abbiamo sempre un gruppo di bambini che vengono sempre davanti e restano, così, a bocca aperta. La voce arriva prima perché credo ci sia anche una spiegazione “scientifica” a tutto ciò: la musica nasce attraversa dalla voce, gli strumenti nascono ad imitazione della voce. Uno strumento primordiale e che attecchisce subito il suo effetto. L’idea di cantare a cappella nasce da un grande film, “Amici miei” di Mario Monicelli e la fantastica interpretazione dei suoi cinque madrigalisti moderni che, maglia a collo alto e vestiti di nero, sconvolgono i prelati in prima fila. Un pezzo che ha fatto la storia del cinema […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Primo premio Italia a colori al Maschio Angioino

Si è svolta ieri, nella magnifica cornice del Maschio Angioino di Napoli, la cerimonia del Primo Premio Nazionale Italia a colori, promossa dallo show di Canale 9 “Mattina 9”. La serata, condotta da Claudio Dominech e Mariù Adamo, ha visto sul palco un susseguirsi di volti e nomi noti del panorama politico, artistico e culturale partenopeo.  Il primo a ricevere il premio, per la valorizzazione del territorio, è stato il primo cittadino di Napoli, Luigi De Magistris, che, con semplicità e il solito carisma, ha raccontato alla platea l’amore per quel paradiso abitato da diavoli che è la sua città, pur senza nascondere le insidie che, giorno dopo giorno, gli si pongono davanti nel corso del suo secondo mandato. Una città che sta rinascendo, dice il Sindaco, come confermato dal continuo viavai straniero che affolla quotidianamente il centro storico e le strade di Napoli, la quale aspira, senza nulla invidiare alle altre metropoli d’Italia, a ritornare capitale. Queste le parole con cui saluta, col premio stretto con orgoglio tra le mani, i suoi concittadini: “Il modo migliore per ringraziare Napoli di avermi dato i natali, è onorarla e amarla”. Sembra quasi un continuum del premio a De Magistris, quello ricevuto nella sezione cultura dal Maestro Peppe Barra. L’artista napoletano, come di consueto, ha ribadito il suo amore per la città, che – in realtà – non gli ha dato i natali, ma è stata scelta come residenza per la sua lunghissima carriera. Uno dei pochi artisti, come ha sottolineato con orgoglio, che ha preferito restare nella sua Napoli, preferendola alla Capitale. Italia a colori: una tavola imbandita di arte, cultura e napoletanità Premiati anche il regista Edoardo De Angelis e la “Scianel” di Gomorra, Cristina Donadio, reduce dalle prove al Teatro San Ferdinando, che la vedranno portare in scena Le Baccanti al Teatro Grande di Pompei, ultimamente, rivalutato nel suo antico splendore. Hanno arricchito la serata l’esibizione musicale di Giovanni Block e una sfilata di moda. 

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Napoli & Dintorni

Il ricordo di Peppino Patroni Griffi al San Ferdinando

Metti, una sera a cena con Peppino, il ritratto di un genio della cultura e dello spettacolo nel film-documentario, diretto da Antonio Castaldo sullo scrittore e regista napoletano Peppino Patroni Griffi, scomparso nel 2005. Hanno introdotto la proiezione: il direttore dello Stabile, Luca De Fusco e Mariano D’amora, membro del comitato artistico del Teatro San Ferdinando. Patroni Griffi e il suo rapporto mai facile con Eduardo, che aveva letto in lui una mutazione nella drammaturgia napoletana. Un Eduardo che, nell’ultimo periodo artistico, andava pian piano eliminando il napoletano e Patroni Griffi che, invece, lo rilanciava. Artista versatile, in grado di passare dalla regia teatrale a quella cinematografica, al ruolo di drammaturgo, scrittore e sceneggiatore, Giuseppe Patroni Griffi è stata una delle voci più innovative e di maggior peso della scena e della Letteratura del secondo Novecento italiano. Il passaggio da una napoletanità popolare ad una borghese, dal femminiello al travestito. Un provocatore, con il costante fiato sul collo della censura di una società più conformista che illuminata. Le sue immancabili cene: un convivio che partiva dalla tavola e si protraeva fino a tarda mattinata dove, insieme ai suoi attori, modificava l’interpretazione delle sue opere;  in quel linguaggio del corpo del quale fu promotore e che tanto gli stava a cuore. Patroni Griffi, la risposta borghese alla Napoli milionaria di Eduardo Il film, diretto da Antonio Castaldo, prodotto da 8 Production e distribuito da Istituto Luce Cinecittà, traccia il ritratto umano e intellettuale di questo grande protagonista e interprete della cultura del secondo Novecento, avvalendosi delle testimonianze e dei contributi, tra i tanti, di amici come l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e lo scrittore Raffaele La Capria; di collaboratori come Vittorio Storaro e Gabriella Pescucci, di attori come Massimo Ranieri e Kaspar Capparoni. Un documentario in cui colpisce il connubio tra musica confortevole e la potenza d’immagine della Napoli del dopoguerra, l’alternanza tra commozione e adorazione affascinata dei personaggi intervistati. Un mirabile confronto dei giovani d’oggi con il passato. Il film nasce con l’obiettivo non solo di conservarne la memoria, ma anche di provare a scoprire dei tratti della sua personalità: «Ho voluto esplorare la vicenda umana di Patroni Griffi attraverso la sua ampia e poliedrica produzione artistica, di cui sfortunatamente si sta perdendo la memoria, ma che offre importanti riflessioni su temi universali quali l’amore e l’amicizia», spiega l’autore che condivide con l’artista le radici napoletane, la lingua e un particolare paesaggio umano. Patroni Griffi: Napoli è un posto all’inferno, ma è il mio posto.

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Teatro

Caviale e lenticchie al Teatro Augusteo

  Caviale e Lenticchie, la recensione. Continua la Rassegna di Teatro Amatoriale al Teatro Augusteo, che ogni anno offre l’opportunità agli artisti non professionisti di mostrarsi al grande pubblico e sognare di vincere il premio più ambito: l’inserimento della loro opera nel cartellone teatrale ufficiale dell’Augusteo. Venerdì 5 Maggio, è stata la volta della compagnia La carretta dell’arte, che ha portato in scena lo spettacolo Caviale e lenticchie di Scarnicci, Tarabusi, Taranto, con la regia di Stefano Taiani e la scenografia a cura di CLPT. Caviale e lenticchie, miseria o nobiltà? La compagnia La carretta dell’arte nasce nel 1976 nella parrocchia di San Nicola alla Carità, a Napoli, nel teatrino sottostante la chiesa dove hanno provato i loro lavori teatrali attori come Corrado Taranto, Tato Russo, Dalia Frediani, Aldo Bufilanti, Paolo Spezaferri, Mario Brancaccio e Giuseppe Sollazzo. Alla rassegna del Teatro Augusteo si presenta con uno spettacolo in tre atti che porterà in scena ben 17 attori. Caviale e lenticchie è una commedia in tre atti e due tempi di Giulio Scarnicci, Renzo Tarabusi e Nino Taranto, scritta nel 1956 e divenuta molto popolare. Liborio Lamanna e Maddalena convivono e hanno una figlia di nome Fiorella. Liborio, che come mestiere fa “l’invitato”, cioè si imbuca alle feste rubando dolci e cibarie per poi mandare il suo amico-nemico Vincenzo nei ristoranti a venderle. Vincenzo fa la corte a donna Maddalena, che però non ricambia. Della famiglia fanno parte anche Caterina Lamanna, sorella di Liborio, e Filippo, altro figlio di Donna Maddalena e Liborio, impegnato in una maratona di danza da 5 giorni. Un giorno la famiglia si vede arrivare a casa un vecchio bersagliere, che comincia a cantare canta se non gli si mette una caramella in bocca e che piange se gli si toglie il cappello da bersagliere. Le donne chiedono spiegazioni di questo arrivo  a Liborio e lui spiega che lo ha affittato per un comitato benefico che aiuti le famiglie più bisognose tra le quali al primo posto figura proprio la loro. L’uomo, quindi, spacciandosi per un ricco capo fondatore, fa entrare in casa una baronessina e una ricca donna di nome Donna Agnese, che si erano prefissate di dare i soldi a quella famiglia di disadattati. Ad un certo punto entrano anche Vincenzo e Liborio, costretto a far credere alle donne sia lui il marito di donna Maddalena. Mentre si stabiliscono le trattative, entrano in scena Roberto, figlio di donna Agnese, e Leopoldo, cugino e tutore del ragazzo. Roberto dice che per sbaglio, dopo aver sparato un colpo di pistola dietro ad una porta, ha colpito un cameriere di nome Alessio. Tutti decidono di farlo nascondere proprio in quella casa in cambio di soldi. Questo comporterà, però, che Liborio non potrà entrare in casa con la sua vera identità. Nel frattempo, Leopoldo si è messo d’accordo con Vincenzo per occultare il cadavere di Alessio, mettendolo dentro un baule custodito in casa Lamanna. Roberto si addormenta, ma durante la notte, Alessio, il cameriere sedicente ucciso, esce dal baule ancora vivo e spaventa Roberto […]

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