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Eroica Fenice

Attualità

Fortunata, è sold out al Napoli Film Festival

Si è svolto ieri sera, al cinema Hart, quello che per i nostalgici continua a chiamarsi Ambasciatori, l’ultimo incontro del Napoli Film Festival, dedicato al film Fortunata di Sergio Castellitto, premiato con tre Nastri d’Argento e il riconoscimento a Jasmine Trinca nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Incontro che, oltre ai tanti aneddoti cinematografici, verrebbe da definire come celebrativo di un amore, quello per Margaret Mazzantini, che il regista stesso ha definito come scritto dal destino. Un appuntamento che è riuscito ad andare avanti perché in amore incontrarsi non è mai abbastanza, in quello che diventa un mestiere a tempo pieno e non ha nulla a che vedere con il part-time. E un’intervista, quella rivolta al regista, che ha saputo sorprendere per la piacevole armonia celata dietro così tante diversità. Quelle che contrappongono il mestiere di scrittore a quello di regista. La perfetta antitesi che si inserisce tra caratteri e lavori diversi. La stesura di personaggi come culmine di un gesto di solitudine, contrapposta all’interpretazione cinematografica di chi lavora lo stesso con la fantasia, ma è immerso in una moltitudine di persone che compongono un set. Due anime diverse, che hanno imparato a rispettare i segreti interiori dell’altro. Un cinema, quello di Castellitto, che si nutre di una raccolta di personaggi e di archetipi che sanno resistere nel tempo, in cui, spesso e volentieri, ha rivelato che è difficile tagliare troppo perché portatori quasi sempre di qualcosa di vivente e strettamente necessario. Personaggi dei quali si finisce per avere nostalgia proprio perché diventano figure esistenti, ancor più esistenti di tante persone che fingono di esistere. Fortunata, un cuore grande quanto la periferia È in questa miriade di pagine scritte, di quelle che il regista ha definito “fantasmi” che piano piano prendono vita, che si inserisce Fortunata. Condottiera di un film in cui la vita sembra giri intorno alla frenesia di un mondo in cui tutti “dormono male” le poche ore in cui riescono a farlo. Un universo fatto di personaggi belli e dannati, con la fisionomia scavata dai pensieri. Una figura di madre alle prese con un marito assente, quella di una splendida Jasmine Trinca, che, per certi versi e sicuramente il guardaroba, ricorda Eva Mendes in “Come un Tuono” di Derek Cianfrance. Meches bionde, jeans strappati e quello stile rock che fa da cornice ai sobborghi di Tor Pignattara, nella corrente di verismo che accompagna gli spettatori in una Roma buia e dannata alla quale spesso non siamo abituati. Fortunata, che di mestiere fa la parrucchiera, è il rincorrersi di stati d’animo che fanno a schiaffi con la realtà, che vorrebbero uscire dalla sua pelle per entrare in quella di un’altra, che continuano a tatuarsela per protesta ma che al tempo stesso si rivelano paladini di un grandissimo esempio di libertà, sconosciuta a tutti coloro che vivono una vita tranquilla, con la routine al posto delle pasticche. Un’interpretazione che si mescola con la vita di Chicano (Alessandro Borghi), il suo amico tatuato dall’equilibrio instabile ed una […]

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Napoli & Dintorni

Napoli, un brindisi per Giancarlo Siani in via Chiatamone

Il 19 settembre non è mai stata una data qualunque. Nel giorno di San Gennaro, appena dopo la controra, in una Napoli più rilassata del solito, senza troppi clacson e la frenesia dei motorini che imperversano da una sponda all’altra dei marciapiedi, si è svolta fuori la sede de “Il Mattino”, in via Chiatamone, la sesta edizione di “Buon compleanno, Giancà”, manifestazione organizzata dall’Associazione “Studenti contro la Camorra”. A poche ore dall’ultimo agguato di camorra, nell’ennesima scia di sangue che, silente, continua a sconvolgere la città, c’è una Napoli che non dimentica, che mette il naso fuori dalla Galleria Vittoria e che riesce, animata dal coraggio del giornalista partenopeo, ad affacciarsi sul lungomare di via Partenope con gli occhi di chi vuole continuare a sfidare il titolo di Anna Maria Ortese dicendo che il mare “bagna” Napoli. Paolo Siani: “Un miracolo che Giancarlo continui a vivere nei nostri cuori” Nato sotto la stella di San Gennaro, sotto l’ala protettiva dell’unico Santo che il popolo riusciva a gestirlo davvero, Giancarlo Siani non possedeva la “licenza speciale”, ma voleva denunciarla con l’arma più potente – al tempo stesso indifesa – che aveva a sua disposizione: quella parola che gli costò la vita in quel tragico 23 Settembre dell’85. Una denuncia e quel desiderio di giornalismo così come dovrebbe essere, che non teme la vigliaccheria di ritorsioni fatte da ronde di uomini che ti seguono inferociti per sfogarti addosso la loro vendetta. Giancarlo Siani era il connubio perfetto che metteva la parola al posto delle pistole e la denuncia al posto dell’omertà. La sua figura continua ad essere accompagnata dall’orgoglio di generazioni intere, che pur non avendo vissuto gli anni di quella camorra, per certi versi così diversa da quella odierna, continuano a trovarsela davanti agli occhi tutti i giorni, a spasso sui sellini di un T-Max che non si capisce più se alimentato dalla benzina o da tutta la cocaina che si porta dietro. Un punto di riferimento per gli studenti, per i ragazzi che continuano a non piegarsi a tutte quelle meschine strategie di quartiere che non hanno nulla a che vedere con Palazzo San Giacomo. Un brindisi, quello per Giancarlo, al quale erano presenti il fratello Paolo, il referente della fondazione Pol.i.s., Geppino Fiorenza, che ha sottolineato quanto gli studenti siano anticorpi per la legalità, e l’artista Greta Bartolini, che, dal 20 al 24 Settembre, terrà una mostra al Museo Pan intitolata “14 per non dimenticare”, suddivisa in 14 scatti che racconteranno i luoghi in cui sono state uccise vittime della camorra. Fosse stato tra noi, Giancarlo oggi avrebbe pensato che non serve una cresta per camminare a testa alta. Ma siamo tutti sicuri che lo starà urlando lì, in quel pezzetto di Paradiso destinato a chi se n’è fregato del male, girando le spalle all’omertà. Gli uomini passano, le idee restano. Auguri Giancà.

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Interviste

A tu per tu con i Neri per Caso

Ci sono gruppi che, un po’ come la prima fidanzata o il ricordo del primo bacio dato da bambino sotto un tramonto spensierato che illuminava una spiaggia della costiera amalfitana, continueremo a portare sempre nel nostro cuore. Il 1995 per molti trentenni ha rappresentato l’annata di uno dei pochi Festival passati ad aspettarlo seduti sul divano. Quello che, ancora bambino, ti faceva rompere le scatole alla mamma, la quale, poverina, magari si stava godendo il pezzo di Zarrillo con te che continuavi a chiederle “ma quando tocca a loro, quando vengono i “Neri per Caso?”. Insomma, mentre Pippo Baudo si destreggiava col suo stile inconfondibile e Anna Falchi e Claudia Koll si alternavano per la discesa delle scale del Teatro Ariston, tu aspettavi solo loro. Quel gruppo di Salerno che di lì a poco avrebbe accompagnato le tue sere d’estate e le prime postegge in riva al mare. Abbronzati dal sale e cotti dalle ragazzine. Quelle che avresti tanto voluto invitare a mangiare un gelato da soli, ma eri alle prime armi, impacciato come pochi e brillante manco da lontano e non sapevi come dirglielo. Ti restavano la brillantina nei capelli e la pista che in piazzetta verso le dieci lasciava partire “Le ragazze” e “Sentimento Pentimento”. Abbracciati dalla splendida cornice di Castel Sant’Elmo, in occasione di una tappa del loro tour con il quale stanno portando in giro il loro ultimo disco “NPC 2.0” e tanti altri brani, con una vista su Napoli e una puntatina su Capri che non guasta mai, li abbiamo incontrati e provato a tenerli a bada con Mimì che continuava a dispensare birre in giro per la stanza. Una chiacchierata con i Neri per Caso Ragazzi, come siete cambiati dal ’95? Siamo ringiovaniti di quindici anni. Ma il cambiamento più importante è stato quello che ha visto lasciare il gruppo da un membro storico, Diego, che ha deciso di dedicarsi ad altre attività ed è stato sostituito da questo giovanotto: Daniele Blaquier. Siamo molto legati a voi da quel Festival di Sanremo, perché è successo questo secondo voi? Perché ci sentivamo così, vi sentivamo vicini per appartenenza territoriale o cosa? Dai, però in quell’anno c’erano anche Grignani, Silvestri, Giorgia, i Bluvertigo. Non sei l’unico bambino che si sentiva legato a noi. Non credo sia solo questione di appartenenza, ma di sound. Fa molta presa sui bambini. Anche oggi, durante i nostri concerti abbiamo sempre un gruppo di bambini che vengono sempre davanti e restano, così, a bocca aperta. La voce arriva prima perché credo ci sia anche una spiegazione “scientifica” a tutto ciò: la musica nasce attraversa dalla voce, gli strumenti nascono ad imitazione della voce. Uno strumento primordiale e che attecchisce subito il suo effetto. L’idea di cantare a cappella nasce da un grande film, “Amici miei” di Mario Monicelli e la fantastica interpretazione dei suoi cinque madrigalisti moderni che, maglia a collo alto e vestiti di nero, sconvolgono i prelati in prima fila. Un pezzo che ha fatto la storia del cinema […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Primo premio Italia a colori al Maschio Angioino

Si è svolta ieri, nella magnifica cornice del Maschio Angioino di Napoli, la cerimonia del Primo Premio Nazionale Italia a colori, promossa dallo show di Canale 9 “Mattina 9”. La serata, condotta da Claudio Dominech e Mariù Adamo, ha visto sul palco un susseguirsi di volti e nomi noti del panorama politico, artistico e culturale partenopeo.  Il primo a ricevere il premio, per la valorizzazione del territorio, è stato il primo cittadino di Napoli, Luigi De Magistris, che, con semplicità e il solito carisma, ha raccontato alla platea l’amore per quel paradiso abitato da diavoli che è la sua città, pur senza nascondere le insidie che, giorno dopo giorno, gli si pongono davanti nel corso del suo secondo mandato. Una città che sta rinascendo, dice il Sindaco, come confermato dal continuo viavai straniero che affolla quotidianamente il centro storico e le strade di Napoli, la quale aspira, senza nulla invidiare alle altre metropoli d’Italia, a ritornare capitale. Queste le parole con cui saluta, col premio stretto con orgoglio tra le mani, i suoi concittadini: “Il modo migliore per ringraziare Napoli di avermi dato i natali, è onorarla e amarla”. Sembra quasi un continuum del premio a De Magistris, quello ricevuto nella sezione cultura dal Maestro Peppe Barra. L’artista napoletano, come di consueto, ha ribadito il suo amore per la città, che – in realtà – non gli ha dato i natali, ma è stata scelta come residenza per la sua lunghissima carriera. Uno dei pochi artisti, come ha sottolineato con orgoglio, che ha preferito restare nella sua Napoli, preferendola alla Capitale. Italia a colori: una tavola imbandita di arte, cultura e napoletanità Premiati anche il regista Edoardo De Angelis e la “Scianel” di Gomorra, Cristina Donadio, reduce dalle prove al Teatro San Ferdinando, che la vedranno portare in scena Le Baccanti al Teatro Grande di Pompei, ultimamente, rivalutato nel suo antico splendore. Hanno arricchito la serata l’esibizione musicale di Giovanni Block e una sfilata di moda. 

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Napoli & Dintorni

Il ricordo di Peppino Patroni Griffi al San Ferdinando

Metti, una sera a cena con Peppino, il ritratto di un genio della cultura e dello spettacolo nel film-documentario, diretto da Antonio Castaldo sullo scrittore e regista napoletano Peppino Patroni Griffi, scomparso nel 2005. Hanno introdotto la proiezione: il direttore dello Stabile, Luca De Fusco e Mariano D’amora, membro del comitato artistico del Teatro San Ferdinando. Patroni Griffi e il suo rapporto mai facile con Eduardo, che aveva letto in lui una mutazione nella drammaturgia napoletana. Un Eduardo che, nell’ultimo periodo artistico, andava pian piano eliminando il napoletano e Patroni Griffi che, invece, lo rilanciava. Artista versatile, in grado di passare dalla regia teatrale a quella cinematografica, al ruolo di drammaturgo, scrittore e sceneggiatore, Giuseppe Patroni Griffi è stata una delle voci più innovative e di maggior peso della scena e della Letteratura del secondo Novecento italiano. Il passaggio da una napoletanità popolare ad una borghese, dal femminiello al travestito. Un provocatore, con il costante fiato sul collo della censura di una società più conformista che illuminata. Le sue immancabili cene: un convivio che partiva dalla tavola e si protraeva fino a tarda mattinata dove, insieme ai suoi attori, modificava l’interpretazione delle sue opere;  in quel linguaggio del corpo del quale fu promotore e che tanto gli stava a cuore. Patroni Griffi, la risposta borghese alla Napoli milionaria di Eduardo Il film, diretto da Antonio Castaldo, prodotto da 8 Production e distribuito da Istituto Luce Cinecittà, traccia il ritratto umano e intellettuale di questo grande protagonista e interprete della cultura del secondo Novecento, avvalendosi delle testimonianze e dei contributi, tra i tanti, di amici come l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e lo scrittore Raffaele La Capria; di collaboratori come Vittorio Storaro e Gabriella Pescucci, di attori come Massimo Ranieri e Kaspar Capparoni. Un documentario in cui colpisce il connubio tra musica confortevole e la potenza d’immagine della Napoli del dopoguerra, l’alternanza tra commozione e adorazione affascinata dei personaggi intervistati. Un mirabile confronto dei giovani d’oggi con il passato. Il film nasce con l’obiettivo non solo di conservarne la memoria, ma anche di provare a scoprire dei tratti della sua personalità: «Ho voluto esplorare la vicenda umana di Patroni Griffi attraverso la sua ampia e poliedrica produzione artistica, di cui sfortunatamente si sta perdendo la memoria, ma che offre importanti riflessioni su temi universali quali l’amore e l’amicizia», spiega l’autore che condivide con l’artista le radici napoletane, la lingua e un particolare paesaggio umano. Patroni Griffi: Napoli è un posto all’inferno, ma è il mio posto.

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Teatro

Caviale e lenticchie al Teatro Augusteo

Continua la Rassegna di Teatro Amatoriale al Teatro Augusteo, che ogni anno offre l’opportunità agli artisti non professionisti di mostrarsi al grande pubblico e sognare di vincere il premio più ambito: l’inserimento della loro opera nel cartellone teatrale ufficiale dell’Augusteo. Venerdì 5 Maggio, è stata la volta della compagnia La carretta dell’arte, che ha portato in scena lo spettacolo Caviale e lenticchie di Scarnicci, Tarabusi, Taranto, con la regia di Stefano Taiani e la scenografia a cura di CLPT. Caviale e lenticchie, miseria o nobiltà? La compagnia La carretta dell’arte nasce nel 1976 nella parrocchia di San Nicola alla Carità, a Napoli, nel teatrino sottostante la chiesa dove hanno provato i loro lavori teatrali attori come Corrado Taranto, Tato Russo, Dalia Frediani, Aldo Bufilanti, Paolo Spezaferri, Mario Brancaccio e Giuseppe Sollazzo. Alla rassegna del Teatro Augusteo si presenta con uno spettacolo in tre atti che porterà in scena ben 17 attori. Caviale e lenticchie è una commedia in tre atti e due tempi di Giulio Scarnicci, Renzo Tarabusi e Nino Taranto, scritta nel 1956 e divenuta molto popolare. Liborio Lamanna e Maddalena convivono e hanno una figlia di nome Fiorella. Liborio, che come mestiere fa “l’invitato”, cioè si imbuca alle feste rubando dolci e cibarie per poi mandare il suo amico-nemico Vincenzo nei ristoranti a venderle. Vincenzo fa la corte a donna Maddalena, che però non ricambia. Della famiglia fanno parte anche Caterina Lamanna, sorella di Liborio, e Filippo, altro figlio di Donna Maddalena e Liborio, impegnato in una maratona di danza da 5 giorni. Un giorno la famiglia si vede arrivare a casa un vecchio bersagliere, che comincia a cantare canta se non gli si mette una caramella in bocca e che piange se gli si toglie il cappello da bersagliere. Le donne chiedono spiegazioni di questo arrivo  a Liborio e lui spiega che lo ha affittato per un comitato benefico che aiuti le famiglie più bisognose tra le quali al primo posto figura proprio la loro. L’uomo, quindi, spacciandosi per un ricco capo fondatore, fa entrare in casa una baronessina e una ricca donna di nome Donna Agnese, che si erano prefissate di dare i soldi a quella famiglia di disadattati. Ad un certo punto entrano anche Vincenzo e Liborio, costretto a far credere alle donne sia lui il marito di donna Maddalena. Mentre si stabiliscono le trattative, entrano in scena Roberto, figlio di donna Agnese, e Leopoldo, cugino e tutore del ragazzo. Roberto dice che per sbaglio, dopo aver sparato un colpo di pistola dietro ad una porta, ha colpito un cameriere di nome Alessio. Tutti decidono di farlo nascondere proprio in quella casa in cambio di soldi. Questo comporterà, però, che Liborio non potrà entrare in casa con la sua vera identità. Nel frattempo, Leopoldo si è messo d’accordo con Vincenzo per occultare il cadavere di Alessio, mettendolo dentro un baule custodito in casa Lamanna. Roberto si addormenta, ma durante la notte, Alessio, il cameriere sedicente ucciso, esce dal baule ancora vivo e spaventa Roberto per poi tornare nella sua “cassa”, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

San Spiga a Napoli con un nuovo murale di Maradona

Ci sono unioni, gemellaggi, per dirla calcisticamente, che non smetteranno mai di esistere. Semifinali mondiali Italia – Argentina in cui non sai per chi tifare, perché non vuoi mancare di rispetto all’eroe dei due mondi, colui che ad un certo punto della sua carriera decise di caricarsi sulle spalle una città intera e diventare il condottiero più amato dai napoletani. Trent’anni fa Napoli viveva un’annata che sarebbe stata capace di segnarla per il resto della sua vita. Dopo un anno trascorso con il cuore in gola, smorzato dai ruggiti domenicali di Fuorigrotta e accompagnato sul divano dalle leggendarie telecronache di Salvatore Biazzo, Diego Armando Maradona, tra una punizione e un pallonetto, lancia la città in un’apoteosi a forma di Tricolore che unisce per sempre la sua vita al colore azzurro e lo piazza al fianco di San Gennaro, in qualità di condottiero e difensore di una napoletanità di spirito, prima ancora che calcistica. Non poteva che celebrarsi in Vico Lungo Gelso, nella caratteristica location di O’Vascio, del suo ambiente accogliente, intriso di ricordi di una Napoli antica, l’inaugurazione del nuovo murale di San Spiga per celebrare D10S. Arriva dalla Patagonia, tifa per il Boca e dalla sua bocca è difficile percepire una parola che non sia accompagnata dalla continua emozione che sbuchi dagli occhi. Santiago ci chiama fratelli, sembra aggirarsi per i vicoli dei quartieri con la leggerezza di un napoletano che ha ben chiaro lo spirito che lo accompagna dalla nascita, quello di un popolo che da secoli si ribella allo strapotere, calcistico e non, di un Paese che guarda sempre più al Nord e che dal Sud invece avrebbe tanto da imparare. Per la seconda volta in città, Santiago si racconta, partendo dalla sua prima esperienza, un anno fa, quando decise di omaggiare Diego con il primo murale in occasione del trent’anni dal goal di mano più famoso della storia. La sua amicizia con Salvatore Iodice, nata per caso e che da allora non si è più fermata. San Spiga, una vita nel nome di D10S I paragoni con Messi, gli inevitabili confronti che hanno entusiasmato gli ultimi anni della scena calcistica, sono gestiti da Santiago in modo pacato, ma molto chiaro: “oggi c’è Messi, gioca per l’Albiceleste e quindi lo ammiro. Ma Diego è nel mio cuore, quella è un’altra cosa”. Dopo San Giovanni a Teduccio, ove mai ve ne fosse stato bisogno, un nuovo Maradona nasce nei vicoli della città. La sensazione, per fortuna, sembra essere sempre la stessa: fin quando ci saranno persone disposte a trasmettere passione e attaccamento per una maglia dal colore azzurro e persone come San Spiga pronte a recepirlo a braccia aperte, il mito di Diego continuerà ad aleggiare per sempre nel ventre di questa piccola grande città.

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Eventi/Mostre/Convegni

Rione Sanità: alla scoperta dell’Acquedotto Augusteo del Serino

Duecento donatori, 9.900 euro raccolti e il raggiungimento di un traguardo che sembra sempre più a portata di mano. Tutto reso possibile dall’impegno costante, l’amore per il proprio quartiere e dal Donamat, uno strumento innovativo messo a disposizione dalla Fondazione Banco di Napoli, che permette di effettuare donazioni a sostegno di progetti sociali. Si è svolto ieri, martedì 11 Aprile, all’Associazione VerginiSanità, l’incontro di presentazione dei risultati raggiunti dalla campagna di crowdfunding per la riscoperta dell’Acquedotto Augusteo del Serino, che, attraverso la piattaforma “Meridonare” della Fondazione Banco di Napoli, mira alla valorizzazione di uno dei più antichi patrimoni che percorrono il sottosuolo del Rione Sanità. L’idea è quella di recuperare e preservare, migliorare la fruizione attraverso il multimediale, per rendere sempre più plausibile l’accesso al pubblico, garantendo un’apertura del sito fissa, tutti i sabati e le domeniche, già a partire dal mese di Maggio. Un punto di emersione di un acquedotto risalente al 10 d.C., che attraversa le fondamenta del palazzo Peschici-Maresca, di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini. Una discesa nella Napoli sottostante, tra archi romani del I secolo d.C., uniti ad accorgimenti risalenti al 1600, epoca in cui fu edificato il palazzo. Un percorso aperto al pubblico dal 1 Ottobre 2015, che sta lavorando con il Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) alla firma del progetto “OBVIA”, che prevederà un biglietto integrato per la visita dell’acquedotto. Un’esperienza che vuole ampliare la valorizzazione di un quartiere complicato e ricco di storia, proponendo un’alternativa alle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso, già visibili sul territorio e forti di circa centomila visitatori l’anno. Mura antiche delle quali in zona non si sapeva nulla, che si perdono ai Ponti Rossi per poi ricomparire nel “Cavone”, in via Correra. Presenti in sala, accolti dal Presidente dell’Associazione Paola Silveri, Livio Falcone l’Amministratore Delegato di “Meridonare”, Valerio Massimo Minale, membro del Consiglio Generale della Fondazione, e il Primicerio Vincenzo Galgano, i quali, uniti dai numerosi ringraziamenti all’Associazione VerginiSanità, hanno sottolineato l’importanza della raccolta di fondi attraverso il crowdfunding, piattaforma ancora in disuso nel nostro paese, e l’ottimismo attraverso il quale bisogna affrontare la scoperta dei siti archeologici del territorio. Minale: rivalutare i siti archeologici attraverso la mobilitazione sociale Una Napoli, quella del Rione Sanità, che, oltre a riscoprirsi sempre più antica e ricca di storia, vuole offrire alla Scienza materiale su cui lavorare in angoli della città che, troppo spesso, bisogna andarsi a cercare senza la possibilità di un’organizzazione efficace che li renda accessibili e in sicurezza. Galgano: Rione Sanità difficoltoso, ma tutto da scoprire Foto: Antonio Capone

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Eventi/Mostre/Convegni

Casoria Commons in bicicletta per i beni comuni

Una prima tappa di un percorso che mira alla creazione della categoria giuridica di “bene comune“, in modo da tutelarlo dalle speculazioni.  Domani, 9 aprile, dalle 10.00 alle 12.00, la rete Casoria Commons aprirà una biciclettata attraverso gli ecomostri e i beni comuni della città, proponendosi come un osservatorio autogestito di tutti i beni in disuso sui territori comunali. Abitanti di Casoria, della città di Napoli, collettivi e associazioni che hanno deciso di riunirsi attraverso un percorso di rinascita e sensibilizzazione verso il nostro territorio, spesso in disuso. Un laboratorio permanente di progettazione urbana partecipata, un osservatorio ambientale e l’organizzazione di eventi e iniziative per vivere appieno la nostra città: questi gli obiettivi principali della rete Casoria Commons. Casoria Commons, una pedalata per una causa collettiva L’evento partirà da Piazza Cirillo e si concluderà nel verde liberato di Terranostra (ex deposito militare occupato), sito in Via Boccaccio al civico 36. Prima esperienza, al di fuori del comune di Napoli, promotore di A Napoli il bene è comune, campagna promossa dall’Assessorato al diritto alla città, alle politiche urbane, al paesaggio e ai beni comuni per raccontare e far conoscere l’esperienza dei Beni Comuni, intrapresa dall’Amministrazione De Magistris, insieme alle diverse realtà che animano la vita politica cittadina. Il Comune di Napoli, prima città in Italia ad aver istituito un Assessorato ai Beni Comuni per dare forza al tema delle forme d’uso del patrimonio ad interesse collettivo. Nel 2011, infatti, è stato modificato lo statuto comunale ed è stata introdotta, tra le finalità e i valori fondamentali della città di Napoli, la categoria giuridica del “bene comune”. Troppo spesso ci catapultiamo, senza troppe consapevolezze, negli stessi luoghi, quando potremmo alzare gli occhi ed osservare realtà più recondite che avrebbero solo bisogno di essere calpestate per continuare a respirare l’aria di casa loro. La causa è giusta, il meteo promette sole, prendete la bicicletta e…pedalate!

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Voli Pindarici

Napoli, e se la rivincita partisse dal tombino?

Tombino /tom·bì·no/ sostantivo maschile. Elemento di copertura dei pozzetti di fogna; chiusino. Erano gli anni Settanta. Una camorra vintage, così verrebbe definita oggi. Quella che i nostalgici di quartiere non smettono di definire un rimedio all’inefficienza dello Stato, in cui si stava meglio, perché i guappi erano ancora pochi al comando e riuscivano a tenere tutto sotto controllo, prima di scannarsi per dieci anni e cedere il passo al “nuovo che avanza”. E che nuovo, ci verrebbe da dire. Il contrabbando di sigarette, il motoscafo di Pino Mauro, il pulpeggiante andirivieni notturno tra il porto e le grotte di Posillipo per scaricare le Marlboro. Il terremoto, le ricostruzioni, gli appalti, le spartizioni, i semafori e, appunto, i tombini. Giravano tanti soldi, gli ultimi erano sempre gli ultimi e i traffichini si arricchivano sulla loro pelle. Tu mi riempi la città di tombini, li firmi Pomicino, e io ci gioco a pallone, calpestandoli come fosse il prato del San Paolo. Per fortuna è sempre stato così, anche allora. Una rivincita sociale che ha sempre girato le spalle al potere, fregandosene, per quanto le è possibile, del degrado che la circonda. La maggior parte delle persone vede nel tombino un senso dispregiativo, lo accomuna al sistema fognario, quando da quelle partitelle in strada, più che le fogne, spesso e volentieri sono spuntati campioni. Di vita vissuta e anche di pallone. Oggi, a Napoli, nella sua accezione più positiva, il palleggio “a tombino” è quello che riescono a fare i calciatori di Seconda Categoria. Di quartiere, che con il calcio che conta non avranno mai a che vedere, ma che il pallone se lo portano dentro. Un palleggio senza piedi, con lo stinco, senza far cadere mai la palla per terra. Una cosa straordinaria se la si ammira da vicino, un funambolismo per pochi eletti, quasi impossibile da imitare per i comuni mortali. Il tombino è un’eterna cicatrice che ci si porta dentro quando l’unica strada da percorrere sembra essere quella che non corrisponde ad una linea retta. In cui non si trasgredisce per apparire, ma per tirare a campare. Il tombino si porta dietro una serie di usi e costumi, qualche sfregio sulle sopracciglia, una rasata ai capelli, un giubbotto di pelle e una decina di tatuaggi. Una vestaglia tutto l’anno, un paio di pantofole con il calzino incorporato, che si trascinano avanti e indietro per un vicolo. Un anno di domiciliari con il braccialetto e la licenza speciale di parcheggiatore abusivo che non si può abbandonare, perché bisogna mettere il piatto a tavola. Fateci caso, quando chiedete ad un parcheggiatore il motivo della sua licenza è sempre lo Stato il soggetto dell’imprecazione. Lui e il lavoro che non riesce a dare a Carmine, Pasquale, Gennaro. Non lo dà a lui, non lo darà nemmeno ai suoi figli: Nancy, Christian, Sciaron. Quel vittimismo alla napoletana che dà così fastidio ai napoletani che devono parcheggiare oggi attira troppo i milanesi che devono girare. Tutti quelli che a Napoli non devono parcheggiarci la sera, […]

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Teatro

Bello di Papà, Biagio Izzo al Trianon Viviani

Antonio Mecca è un dentista sulla cinquantina, che ha raggiunto una consolidata posizione sociale, che sente però vacillare sotto i colpi del “nuovo che avanza”, ovvero i giovani che vogliono prendere i posti di comando. Un dentista che ha paura di ogni novità, un conservatore incallito di denaro e di affetti. Nella commedia, scritta e diretta da Vincenzo Salemme, Biagio Izzo è un buono che ha paura di essere fregato, che non ha mai voluto sposarsi ed è fidanzato con Marina, una bellissima ragazza ucraina, che lo attrae, ma che, al tempo stesso, lui teme come un ingombrante invasore, sia della casa, ma soprattutto del conto corrente. L’idea della commedia, spiega Salemme, gli è venuta in mente quando in tutto il mondo occidentale arrivavano le prime avvisaglie di crisi economica. Antonio Mecca, in versione comica, vuole rappresentare un travaglio sociale, economico e psicologico di una generazione che, da qualche anno a questa parte, deve rimettersi in discussione a causa delle continue riprogrammazioni della politica. Le aspettative pignole e conservatrici del dentista napoletano si scontrano con il desiderio della fidanzata Marina (Yuliya Mayarchuk) di costruire una famiglia e avere finalmente dei figli, prospettiva bocciata dalla nascita dal compagno.  Bello di papà è una commedia che verte sul paradosso di un uomo che non vuole la paternità e che viene costretto a ricevere in casa un suo coetaneo, alimentato dal desiderio di ritornare ad essere un figlio. Un paradosso, uno scontro generazionale tra uomini della stessa età che porterà a riscoprire la bontà d’animo del protagonista e a riappacificarlo con una vita medio-borghese sudata, ma mai vissuta appieno. Biagio Izzo, un dentista tormentato che fa morire dalle risate Con Biagio Izzo sono in scena Mario Porfito, Domenico Aria, Adele Pandolfi, Rosa Miranda, Arduino Speranza e Luana Pantaleo. Dopo la prima di ieri, 17 marzo,al Teatro Trianon Vivani, repliche sabato 18 (ore 21), domenica 19 (ore 18), mercoledì 22 (ore 17:30) e giovedì 23 (ore 21).

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Teatro

Neapolis Mantra, un treno per Lisbona al Teatro Augusteo

Un’unità di spirito che precede quella d’intenti a cospetto della propria terra. Questo il messaggio che, con Neapolis Mantra, Gragnaniello ha voluto lanciare al proprio pubblico nello spettacolo svoltosi ieri sera, 14 marzo, al Teatro Augusteo. Un connubio musicale in cui il cantautore partenopeo si è esibito con Dulce Pontes, abbracciando Lisbona e paragonandola a Napoli, con due voci unite dalla passione viscerale che li rende caratteristi del nostro panorama musicale. Napoli e Lisbona unite dal canto e dalla morfologia, dall’affaccio sul mare e una collina alle spalle. Dalla visione ottimistica, che solo chi possiede il mare riesce ad avere grazie all’orizzonte che gli si profila davanti in ogni giorno della sua esistenza. Neapolis Mantra, oltre che il lancio del nuovo disco, è un’occasione di fratellanza che si è rivelata essere un piacevole racconto musicale delle origini, con uno sguardo al futuro e la rappresentazione in musica di una speranza dal sapore mediterraneo, fatto di suoni e musiche che sono capaci di esaltarne l’essenza incontaminata. Neapolis Mantra è quel mare dentro di chi si sveglia e guarda l’orizzonte Gragnaniello, cappello immancabile e chitarra alla mano, ha accompagnato il pubblico con brani inediti che ripercorrono la sua infanzia ed altri che non eseguiva da tanti anni, come “Notte sera e matina”, scritto in memoria di un suo amico morto suicida sulle impalcature. Un artista duttile che parte dal basso, talvolta dagli ultimi. Che gli rende omaggio trasformando la frustrazione di una fabbrica in una giornata di sole attraverso la napoletanità di spirito. Uno spettacolo reso ancor più prezioso dalla performance di un’orchestra impeccabile, come nel caso dei testi “Passione”, “Cu mme” e “Senza voce”, accompagnate da soli archi, diretti da Erasmo Petringa. Quelle dell’Augusteo sono state tre ore di musica in cui Gragnaniello non ha risparmiato messaggi a Matteo Salvini e al corteo di sabato scorso, rispondendo alle opinioni del leader leghista con “L’Erba Cattiva” e l’ironia di sempre, intervallata dagli applausi degli spettatori. I ringraziamenti al pubblico e agli amici presenti in platea, tra i quali figurava il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, al quale il cantautore, dopo essersi definito personaggio “senza filtri”, ha dispensato complimenti per l’impegno svolto per la sua città. “Ne ho visti tanti di sindaci nella mia vita. E lui è un grande sindaco“.

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Teatro

Enzo Gragnaniello e Dulce Pontes presentano Neapolis Mantra

È un racconto onirico basato sulla sua esperienza quello che, il 14 Marzo, accompagnerà Enzo Gragnaniello sul palco del Teatro Augusteo. Proprio lì, nella sua Napoli, definita essenziale ma, così carica di energia, da resistere ad ogni singolo dramma esistenziale che le appare davanti. Neapolis Mantra, che prende nome dall’omonimo album pubblicato dal cantautore partenopeo negli anni Novanta, sarà un concerto multimediale attraverso il quale Gragnaniello, al di là degli schemi del palcoscenico e i formalismi musicali del folk d’autore a tutti i costi, cercherà di esprimere le emozioni della terra. Accompagnato dall’artista portoghese Dulce Pontes, interprete e autrice del moderno fado, dalla sua band e dall’aggiunta di un quartetto d’archi, verremo catapultati in un’altalena tra presente e retrò, che accompagnerà gli spettatori alla ricerca di uno sciamanismo senza rituali, che abbia l’intento di rappacificarne l’anima e lo spirito. Enzo Gragnaniello trasforma in musica le affinità di spirito del mondo mediterraneo Una raccolta di emozioni mediterranee, storie di passione, ma anche di crudeltà, espresse in quel realismo che contraddistingue il cantautore. L’invenzione di un nuovo ritmo attraverso l’incontro con l’animo portoghese, tanto lontano sulle mappe geografiche, ma così vicino nell’elaborare intuizioni capaci di sfociare insieme in ritmi armonici e paralleli alla nostra Partenope. Tra i brani che Gragnaniello proporrà all’Augusteo, verrano riproposte: ’E creature, L’erba cattiva, Heraklion, Il canto II, ‘O mare tu, Vasame e La città delle razze. Reduce dalla composizione della colonna sonora del film Veleno, diretto da Diego Olivares, Gragnaniello eseguirà in anteprima assoluta la canzone Lo chiamavano vient’ ‘e terra, e il ripercorrere se stesso “quando faceva i guai in città”. Enzo Gragnaniello in concerto al Teatro Augusteo Luogo:Piazzetta Duca d’Aosta 263 Sede:Teatro Augusteo Orario:21:00 I biglietti per l’evento del 14 marzo possono essere acquistati a qui. 

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Cinema & Serie tv

T2 Trainspotting: l’eterna giovinezza di Mark Renton

Rispolverare, sotto forma di spoiler, la storia di quattro personaggi che da vent’anni aleggiano a mo’ di poster nelle camere di mezzo mondo, sarebbe un affronto a chi questo film merita di goderselo adrenalina alla mano. D’altronde, oggi è molto difficile entrare in un cinema carichi a mille prima della visione di un sequel di una pellicola che ha fatto storia ed uscire dalla sala convinti di quello che si è visto, perché le attese, si sa, giocano brutti scherzi e si caricano da sole di meraviglia. Non è il caso di Trainspotting 2, non è il caso di Danny Boyle. Un film che, insieme a “Requiem for a Dream” di Darren Aronofsky, è riuscito a rappresentare, come pochi, quella che è la visione distorta della realtà creata dal mondo della tossicodipendenza. Piombati in una Edimburgo che, a differenza del ’96, appare per forza di cose marcatamente futuristica, in cui il degrado delle case-topaia, delle moquettes ovunque e della sporcizia di una vita buttata per strada, sembra tenere perfettamente il confronto con i led, le luci psichedeliche e i mega palazzi di vetro, rigorosamente minimal e open space dei giorni nostri. Danny Boyle riesce nella non semplice impresa di coniugare il suo stile visionario, fatto di luci accecanti e flashback sconnessi con la trama che si sta seguendo, ad uscire dalla drammaticità feroce di alcune scene del primo film e aggiungere tanta nostalgia, rappresentata dal mito di una giovinezza vissuta nell’eccesso, che ha lasciato il segno, ma che viene osannata sempre dai racconti fieri e malinconici dei quattro protagonisti. Trainspotting: un vero amico è meglio della fidanzata che non riesci a trovare Trainspotting 2 è il ripercorrersi di un’amicizia, l’analisi tragicomica degli errori del passato e il desiderio incondizionato di raccontarli al prossimo con la tenerezza di Spud (Ewen Bremner). Quel racconto di chi non sa scrivere, che nella vita ha collezionato solo sconfitte, ma ha talmente tanto da trasmettere che riempie la sua casa vuota con i post-it, gli appunti di una giovinezza, attaccati qua e là manco fossero dei quadri. L’analisi di un mondo che, più di altri, riesce ad essere egoista, cattivo e pronto a girarti le spalle al solo scopo di una dose di eroina. Boyle ripercorre le strade di Edimburgo e tutti gli scorci diventatine cult grazie ad una delle sue pellicole meglio riuscite con la spensieratezza di sempre, puntando sulla forza delle immagini, alcuni monologhi e colonne sonore che, a intervalli regolari, esaltano lo spettatore nostalgico che rivive il mito di Mark Renton. Un personaggio reso ancor più affascinante proprio perché a braccetto con l’eccesso che ci piacerebbe possedere ogni mattina quando usciamo di casa per andare a lavoro e torniamo la sera appollaiati davanti al maxi televisore del cazzo. Dopotutto, a chi non piacerebbe avere la sfrontatezza di Begbie (Robert Carlyle) nel dire tutto quello che si pensa ad una persona, poterla trascinare in una rissa e godere degli sgabelli che si frantumano sulla sua schiena. Affascina Begbie, è sempre lo stesso. E […]

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Teatro

Buccirosso presenta una famiglia quasi perfetta al Trianon Viviani

Comincia dallo studio dell’avvocato Percuoco, un Azzeccagarbugli che prova a districarsi tra la sua segretaria incapace e l’infinità di carte che la legislatura italiana gli pone davanti, l’avventura di Salvatore Troianiello alla riconquista del suo passato, alto un metro, che gli è stato sottratto da ventiquattro anni di galera. Un passato che porta il nome di Pinuccio, il suo unico figlio, abbandonato all’età di tre anni, quando in preda ad un raptus di follia, Salvatore decise di ammazzare sua moglie, destinando il bambino ad un affidamento da parte dei Terracciano, famigliola borghese che da più di vent’anni, ormai, si prende cura del bambino affetto dal morbo di Matusalemme e che, a ventinove anni, si appresta ormai a diventare un “giovanotto” a tutti gli effetti. Carlo Buccirosso, accompagnato dalle brillanti interpretazioni della sua compagnia, ci apre, in chiave comica e mai banale, ad uno dei temi più delicati ai quali la vita può porci davanti: il richiamo del sangue paterno o la scelta di continuare a vivere con i genitori adottivi. Una tragedia quotidiana cui la nostra esistenza ci ha ormai tristemente abituati. È dunque l’alternanza tra lo spirito violento di Troianiello e il calore familiare dell’accogliente casetta residenziale dei coniugi Terracciano, la diversità degli ambienti a confronto, dai quali Buccirosso trae spunto per rendere le gag di questa commedia ancora più incalzanti, ridicole e buffe, proprio perché forti di una diseguaglianza in cui il comico napoletano imperversa, grazie al suo stile inconfondibile fatto di ritmo e tempi comici serrati. Buccirosso, un padre sconclusionato che vuole fare il padre a tutti i costi Accompagnato dalla tenera interpretazione di Davide Marotta, da Rosalia Porcaro nei panni dell’insoddisfatta coniuge Terracciano, Gino Monteleone e Peppe Miale, Buccirosso, dopo un primo atto quasi “tranquillo”, in cui sembra quasi voler studiare la situazione, si carica di una forza recitativa che solo il teatro comico napoletano sa dare e ci accompagna all’epilogo della vicenda, in un crescendo di battute esilaranti in cui non risparmia nessuno dei personaggi in scena. In scena al Teatro Trianon Viviani, Una famiglia… quasi perfetta, scritta e diretta da Buccirosso, è un intelligente percorso sulle difficoltà di costruzione di un nucleo familiare. Sul desiderio di paternità e il pentimento represso di chi vuole a tutti i costi recuperare l’amore di un figlio, gettato alle ortiche da errori del passato. È quel presente che si vuole rendere “normale” a tutti i costi, la ricerca di una vita tranquilla, in cui il comico napoletano non risparmia attacchi velati ad una burocrazia, quella italiana, fatta di scartoffie e corruzione, e che, quindi, poco tiene conto del sentimento. Una visione ironica, ma non troppo, sull’accettazione di una disabilità di un figlio cui solo un genitore sa tenere capo. È un ruolo insolito quello di Buccirosso, padre inconsapevole di una tenerezza, che parte da lontano e che per ventiquattro anni aveva tenuto nascosta.

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Teatro

Iaia Forte nei panni del Tony Pagoda di Paolo Sorrentino

Un ritorno entusiasmante quello di Tony Pagoda. Diretto e interpretato da Iaia Forte, accompagnata da Francesca Montanino, lo spettacolo prende vita su un palcoscenico fatto di luci soffuse, con l’atmosfera intima del Piccolo Bellini e lo sbrilluccicare alle spalle di una vita fatta di paillettes. Un tuffo nel passato per chi quegli anni li ha vissuti, un trasporto disincantato per i più giovani che nel 1980, invece, non erano ancora nati. La ricerca ossessiva del piacere in ogni sua forma, l’eccesso a tutti i costi, una bottiglia di Ballantyne hanno fatto sì che negli anni Tony Pagoda sia entrato a far parte dell’immaginario collettivo. Sembra quasi volersi rivolgere ai nostalgici che avrebbero voluto vivere così, accontentandosi anche di qualche sprazzo e che, invece, hanno trascorso la loro vita dietro la monotonia di una scrivania. Fino ad arrivare ai giovani del duemila, cellulare alla mano e spalle alla vita. Ma di quale vita si tratta? La domanda costante su quale sia il prezzo da pagare per averla vissuta sempre con il piede sull’acceleratore, fatto di tradimenti, una moglie definita come un involtino di ansia e rapporti vissuti in superficie, quando sembrano essere solo le tette a contare dopo uno spettacolo in un night di Ascoli Piceno, in un concerto di Capodanno che saluta gli anni Settanta. Tony Pagoda riparte da qui, dal centro Italia, in quello che ama definire il Medio Evo dei sensi, perché lì, ad Ascoli Piceno, una sola cosa sembra essere di livello superiore alla piccola borghesia che ci vive tutto l’anno: le donne. Pagoda incarna quella sfrontatezza che tutti noi vorremmo avere, quella risposta pronta per ogni circostanza, che elaboriamo solo la sera prima di addormentarci, quando ormai è troppo tardi. In una non semplice interpretazione del personaggio, che ha dato l’incipit alla straordinaria carriera di Paolo Sorrentino, la prima cosa che ci si sente di fare, abbandonato il teatro, sembra quasi essere un ringraziamento per aver assistito, e non più ascoltato, o letto su carta stampata, alla voce rauca, alla cocaina a intervalli regolari, alle risate scroscianti e alla charmante megalomania di un personaggio, che gli amanti dello scrittore e regista napoletano portano nel cuore, idealizzandolo come condottiero di una via d’uscita da una vita borghese e monotona, proprio come quella di Ascoli Piceno. Pagoda è quel personaggio studiato nel dettaglio, che sembra uscito dalla mente di chi avrebbe voluto avere la sua spregiudicatezza nell’affrontare la vita e che invece si limita ad osservarla da vicino nei minimi dettagli. Di tutti coloro che non riescono mai a dimenticare i viali alberati del primo amore, quello che a conti fatti, i conti con la vita, sembra essere stato l’unico vero e spensierato “sprazzo di bellezza”. L’amore. Come quello per Beatrice, l’unica donna con la quale Pagoda ha esitato, ha calcolato tutto, anche la prima frase d’esordio con la quale doveva presentarsi. Lì, dove saltano tutti gli schemi e le tecniche di seduzione spiattellate nel suo spavaldo, quanto esilarante, monologo sulla seduzione indirizzato a chi bello, come lui, non lo […]

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Teatro

Parenti serpenti, Lello Arena al Teatro Cilea

È un Natale che bussa alla coscienza quello rappresentato giovedì 26 Gennaio al Teatro Cilea di Napoli. Uno spettacolo di Carmine Amoroso, con la regia di Luciano Melchionna, interpretato da Lello Arena e basato sulla pellicola del ’92 di Mario Monicelli. Un film che all’epoca non riscosse grande successo al botteghino, ma destinato a diventare un cult negli anni proprio perché i grandi film escono fuori alla distanza. I vicini sono estranei, non sono come i parenti. Con loro ci si può confidare proprio perché spassionati nell’ascoltare i problemi altrui, più “autentici”, perché liberi dal fardello degli interessi, che spesso l’essere consanguinei si porta appresso. Si apre così, con una chiacchierata spassionata tra Saverio, un ex appuntato dei Carabinieri in pensione, e il pubblico in sala. Il tutto, sotto lo sguardo vigile della moglie, Trieste, più intenta a litigare con il marito che a preparare la cena della Vigilia. Un’aria si aggira sul palco in attesa dell’evento più lieto dell’anno: l’arrivo dei quattro figli che saranno accompagnati dai rispettivi consorti nelle tanto agognate vacanze natalizie, unico sprazzo d’amore a spezzare la monotonia della loro vita da pensionati, passata in vestaglia nella loro casa in campagna. Parenti serpenti è un grande intreccio di gag comiche, riadattate in chiave moderna con citazioni ricorrenti su tematiche dei nostri giorni. L’alternarsi di un nervosismo, figlio di un confronto tra epoche diverse. Con l’etica da un lato e la superficialità dall’altro. Della fragilità di un padre visionario, che non sa rassegnarsi all’idea di rinunciare ad una vita che non c’è più e che si aggrappa ai suoi racconti nel costante desiderio di poterla rivivere. Sempre gli stessi, immutati negli anni come l’enfasi che li accompagna, fino alla commozione verso se stesso. Parenti serpenti: una sola vita a disposizione e non sanno nemmeno usarla per volersi bene Con una scenografia semplice, ma che sa essere articolata, rappresentata da una costruzione proiettata verso l’alto e situata al centro del palco, capace di riassumere con estrema lucidità le stanze della casa nelle quali si alimenta lo spettacolo, ciascun personaggio sembra quasi confidarsi con il pubblico, uscendo pian piano dalla tranquillità apparente, fatta di sorrisi e convenevoli, scarti di regali e frasi fatte, che sappiamo tutti non appartenergli fino in fondo in una vita fatta di ansie e insoddisfazioni. L’incapacità di avere un figlio, i tradimenti di un marito o un’omosessualità nascosta, come nel caso del figlio prediletto, Alfredo. Uno spettacolo che riassume in modo preciso la visione mefitica che solo Monicelli sapeva dare all’esistenza moderna. Una passerella di azioni da ripetersi tutti i giorni, imposte da una società che lentamente muore, trascurandone i valori sulla quale dovrebbe essere incentrata. Una pelliccia mai usata, un rossetto mai messo sulle labbra e indossato una volta l’anno nella messa di Natale, per apparire ciò che non siamo davanti a tutto il paese riunito e addobbato a festa. Non a caso, sono ricorrenti gli aneddoti di Saverio sui periodi di guerra tanto amati dal regista italiano, ai quali il protagonista prendeva parte durante la sua […]

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