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Eroica Fenice

Recensioni

Il genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante

Il 7 Dicembre è andato in scena il processo di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante. In tempi in cui accuse, tabù sociali e violenze non cedono ancora il passo ai valori dell’accettazione, dell’inclusione e del rispetto reciproco, l’ironia dissacrante e lo spirito di Oscar Wilde rimarcano l’importanza della libertà e della salvaguardia dei diritti civili. Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, il processo Il primo di questi fu intentato da lui stesso ai danni del Marchese di Queensberry che, scoperta la relazione tra suo figlio Alfred e lo scrittore, l’aveva accusato di “posare a sodomita”. A causa delle notizie sulla sua vita privata emerse in questo primo processo, Oscar Wilde verrà  giudicato colpevole dei reati di “sodomia” e “gravi indecenze”e condannato a due anni di lavori forzati. I verbali dei processi non vennero mai resi pubblici perché ritenuti scabrosi e compromettenti. Solo nel 2000, l’eccezionale ritrovamento di un manoscritto presso la British Library consente oggi di rivivere, parola per parola, l’interrogatorio in cui Wilde diede prova del suo famigerato acume. Roberto Azzurro, in scena nel ruolo di Oscar Wilde, e Pietro Pignatelli in quello dell’avvocato Edward Carson, ripercorrono i momenti salienti di un interrogatorio in cui Wilde è costretto a rispondere dei suoi rapporti con omosessuali e ragazzi di vita; e lo fa di volta in volta negando, mentendo, scherzandoci sopra. In questo folle ma reale dialogo si intrecciano le note di Chopin, eseguite da Rebecca Lou Guerra, che accompagnano questo acrobatico battibecco come fosse una voce dell’anima dei personaggi e dello spettatore contemporaneamente. E diventa quasi un miracolo poter assistere al genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, al genio dell’umorismo del poeta inglese, nelle vere risposte date al suo inquisitore, nell’espressione massima della grande ironia di un gigante della letteratura mondiale. Azzurro in questo spettacolo riesce a far sorridere quella giuria, composta dagli spettatori, che Wilde non riuscì a sensibilizzare ad inizio secolo. Un processo in cui le battute tra l’imputato e l’avvocato, condite dalla straordinaria ironia di un genio della letteratura, si rivelano come l’eterno scontro tra l’illuminato e il bigottismo che, mai come in quei tempi, aleggiava nelle aule dei tribunali. L’insieme degli eccessi che diventano un capolavoro Una libertà d’intenti che non poteva essere compresa e in cui, in uno straordinario monologo finale, Roberto Azzurro lascerà trasparire tutti i conflitti che l’autore britannico si portava dietro nella sua ossessiva, ma naturale, ricerca dell’eccesso a tutti i costi. I dialoghi del processo di Wilde, se ne volessimo fare un paragone meramente scolastico, riescono a racchiudere tutto il vocabolario della lingua, arricchendolo con l’uso impeccabile degli aggettivi, dei sinonimi e dei contrari: una vera e propria arma, tirata fuori con il ritmo impeccabile e la maestria di un personaggio che più parlava, più riusciva a rendersi accattivante agli occhi di chi lo ascoltava. Uno spettacolo che Roberto Azzurro è riuscito a portare in giro per l’Italia, dai teatri più defilati, fino ad arrivare a Parigi. Parigi. La città in cui Oscar Wilde, dopo due anni di prigionia […]

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Eventi/Mostre/Convegni

World Press Photo, Napoli ospita il fotografo turco Burhan Ozbilici

Dopo il grande successo dello scorso anno, torna a Napoli, nella suggestiva location di villa Pignatelli, il World Press Photo. Ad ospitare quello che è il più grande concorso di fotogiornalismo al mondo, sarà la Casa della Fotografia (Riviera di Chiaia 200). Ieri, alle 13.30, si è svolta la cerimonia di inaugurazione nella cornice neoclassica del Museo Pignatelli, alla presenza del vincitore assoluto Burhan Ozbilici, il fotografo turco autore dello scatto “An Assassination in Turkey” in cui, ad Ankara, il 19 Dicembre 2016, il poliziotto attentatore Mevlut Mert Altintas uccise l’ambasciatore russo Andrey Karlov, immortalato da quella serie di scatti che sconvolsero l’Europa. Uno scatto irripetibile, capace di suscitare sensazioni altalenanti. Lo spavento, la rabbia e l’impotenza davanti ad un mondo che sembra legittimare sempre di più la sua permanenza cospargendola dal sentimento dell’odio. La grandezza del Primo Premio ad Ozbilici risiede nella potenza visiva di chi è riuscito, con un solo scatto, a scatenare un vero e proprio conflitto politico. La libertà d’informazione come diritto inalienabile, quello sguardo sulla realtà che solo il fotogiornalismo di qualità riesce ad alimentare. Una serie di 150 scatti, selezionati da una giuria internazionale presieduta da Stuart Franklin. Le fotografie arrivano nel capoluogo campano grazie all’impegno dell’organizzazione Cime, in collaborazione con il Polo Museale della Campania e il patrocinio della Regione Campania e del Comune di Napoli, come sottolineato dalla presenza del Sindaco Luigi De Magistris. Istanti di realtà quotidiana, immagini da tutto il Mondo, selezionate da una giuria che si rinnova ad ogni edizione, e, riunita ad Amsterdam, con scrutinio segreto (finché una foto non ottiene sei preferenze) aggiudica il premio. Una selezione fotografica che racchiude momenti di vita che spesso risultano vissuti al limite, altre volte emozionano perché non te ne aspetti la straordinaria bellezza di quell’inconfutabile paradiso chiamato natura. World Press Photo, il trionfo del  fotogiornalismo Grazie al World Press Photo, il fotogiornalismo riesce ad arrivare, senza restrizioni, a quel processo di conoscenza al quale tante volte i media non danno spazio, che fa tanto breccia nelle nostre menti proprio perché troppo lontano dal nostro immaginario. Scatti che affascinano, racchiudono al loro interno tutta quella serie di opinioni raggruppate nei nostri pensieri e che, spesso, finiscono per essere archiviate in un post al quale si voglia dare l’ormai onnipresente tocco di solidarietà. Tra i vincitori del World Press Photo anche quattro italiani: Antonio Gibotta con il suo scatto “Infarinati”, Francesco Pomello con “L’isola della salvezza”, Alessio Romenzi nella sezione General news con “Non prendiamo prigionieri” e Giovanni Capriotti per la categoria Sport sezione “Storie”. Come negli anni precedenti, la mostra, aperta fino al 7 Gennaio, si ripropone come un vero e proprio festival, arricchendosi di appuntamenti che vedranno impegnati in interessanti public lecture i fotoreporter nazionali ed internazionali protagonisti del concorso.

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Eventi/Mostre/Convegni

Eromata, intervista al fotografo Luca Matarazzo

Luca Matarazzo. Luca Mata. Ma per chiamarlo “Luca” bastano più o meno trenta secondi perchè uno dei pochi reduci a possedere quella qualità innata capace di girare le spalle alla spocchia: l’umiltà. Quando gli chiedi a che ora sia arrivato a Napoli, ti risponde mercoledì. Ma non ti dà il tempo di rifiatare, che comincia a giustificarsi subito dicendo che non ha ancora mangiato il babà. Perchè la forza di Luca è proprio quella di inserirsi nel contesto, in tutti quegli organigrammi che se pure non gli appartengono a leggere il documento d’identità, finiscono per appartenergli dopo pochi istanti. Gira le spalle al superfluo, a tutto quel chiacchiericcio irruento che può sfociare nei pettegolezzi da concorrenza. Classe ’82, professione fotoreporter. Collabora da anni con i principali quotidiani nazionali e da tre anni porta avanti quello che lui detesta definire “progetto”, la sua raccolta di istantanee “Eromata”. Lo abbiamo intervistato ieri, ai Magazzini Fotografici di via San Giovanni in Porta, in uno dei tanti cuori pulsanti della Bella Napoli, tra una birretta e l’andirivieni di motorini 50 che, spumeggianti, scodinzolavano nel vico. intervista a Luca Matarazzo Io non sono un fotografo, ma se c’è una cosa che ho imparato negli anni e di cui vado fiero, è che nascendo nell’87, riesco ancora a percepire il valore romantico di una fotografia conservata in un cassetto, delle raccolte maniacali di una madre che le andava a sviluppare per ritrovarsele negli anni. Quei ricordi nostalgici che talvolta ti fanno scavare i morti, ma anche ammirare la repentina mutazione che negli anni assumono le pieghe dei pantaloni e le cuciture che cambiano. Oggi i giga di uno smartphone hanno sostituito le raccolte di mia madre. E tu? Come mai hai scelto le Polaroid? Le Polaroid nascono poco prima di me e rispecchiano un grande valore nostalgico, ho vissuto la loro epoca e quando i telefoni cellulari non esistevano, anticipavano già i tempi con il carattere dell’istantaneità. La necessità di avere una foto subito e poterla condividere. Per me, che sono un feticista degli oggetti, avere una foto su un pc e non un prodotto fisico da conservare, è come non avere nulla. Sarebbe solo una sequenza di dati che senza stampa non avrai mai davvero. Come è nato il tuo rapporto con la fotografia? E quanto conta, o ha contato, il tuo passato nella scelta di questo lavoro In casa mia c’era mio padre che era un grande appassionato di fotografia. Sono sempre girate tante macchine fotografiche. Io sono una persona molto timida, lo sono sempre stato. Per anni la fotografia è stato il mezzo che mi ha aiutato a comunicare e cominciare ad instaurare rapporti autentici con le persone. In ambito commerciale, il chiacchiericcio che spesso si genera, finisce sempre per gettare un occhio alla concorrenza dandole una visione a volte positiva, a volte negativa. “Questi sono bravi e mi tolgono il lavoro, questi sono incompetenti e quindi non fanno altro che alimentare il mio successo”. Nell’epoca in cui tutti scattano a ripetizione, quanto […]

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Teatro

DuePenelopeUlisse, il mito prende vita al Piccolo Bellini

Un regista e due spettacoli. Un appuntamento per conoscere e osservare il percorso in regia di Pino Carbone attraverso due lavori in scena in contemporanea a Napoli. Due momenti diversi ma uniti da una direzione comune. A Napoli, dal 31 ottobre al 5 novembre, un interessante progetto per conoscere il lavoro del regista napoletano e i suoi ultimi due spettacoli prodotti dalla compagnia Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro. Due spettacoli, diversi tra loro, ma accomunati dall’indirizzo artistico di Carbone, e un incontro con il collettivo di scrittori Wu Ming, autori del romanzo “L’armata dei sonnambuli”. Al Teatro Piccolo Bellini va in scena un dialogo sulla relazione umana e teatrale.  L’incontro tra i due protagonisti dell’Odissea, dopo venti anni di lontananza, è colto nel momento in cui, lontano dalla narrazione pubblica, si trasforma in dimensione privata, intima. Un semplice ma intenso dialogo tra due esseri umani, tra attesa e ritorno, immersi nel desiderio che contemporaneamente muove e paralizza nell’accattivante interpretazione di Anna Carla Broegg e Giandomenico Cupaiuolo. Da Penelope e Ulisse, a Marina Abramović e Ulay, per il regista il passo è stato immediato. Entrambi legati da un amore passionale e provato duramente, entrambi artisti della vita, entrambi ritrovatisi dopo anni. Un legame forte, quello con la Abramović: l’artista statunitense che durante la mostra allestita al MoMa di New York, di fronte a lei, lascia scorrere lacrime ed emozioni all’apparire del suo storico compagno, prima di scambiarsi sguardi carichi di ogni significato. E il teatro prende forma, si fa vita. DuePenelopeUlisse, la trasposizione teatrale di un mito che sa accompagnare anche l’amore dei giorni nostri Il mito e il contemporaneo sono uniti nella performance di Carbone dall’opera musicale di Monteverdi “Il ritorno di Ulisse in patria”, determinandone anche la struttura narrativa. Un melodramma come legame tra antico e attuale, tra invenzione e realtà, tra personaggi e persone. Dalla rivoluzione privata nei sentimenti e nelle emozioni di DuePenelopeUlisse, alla rivoluzione storica de “L’Armata dei Sonnambuli”, in scena al Teatro Nuovo dal 3 al 5 novembre. DuePenelopeUlisse nasce come studio sulla relazione, muovendosi su un asse che va dal mito alla contemporaneità attraverso la letteratura, l’arte performativa, la musica e l’espressione scenica. Due i punti di partenza. Il primo è il momento preciso in cui Penelope e Ulisse, nell’Odissea, si ritrovano dopo venti anni di lontananza, l’attimo in cui il mito si fa dimensione privata e intima. Il secondo è un altro sublime incontro a due: quello avvenuto durante la performance di Marina Abramović “The Artist is Present”. L’artista restò per mesi seduta su una sedia mentre a turno i visitatori, simili ai Proci di Omero, si accomodavano di fronte a lei. Di fronte a lei ci sono le lacrime e le emozioni scaturite dall’apparizione dello storico compagno. E il teatro prende forma, si fa vita. D’un tratto, su quella sedia si è seduto il suo compagno storico, Ulisse, con il quale aveva trascorso gran parte della vita artistica e amorosa. I due non si vedevano da trent’anni, per cui l’impatto emotivo, pur tradendo l’iniziale […]

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Cinema & Serie tv

Così parlò De Crescenzo, un documentario sui popoli d’amore

Per un napoletano nato a Napoli, a Mergellina, di Domenica, a Mezzogiorno, non è mai semplice scrivere di Luciano De Crescenzo. Mammà ti aveva appena messo al mondo, si era fatta una nottata di combattimenti e aveva speso una cosa di soldi per partorirti vista mare. Sapeva già, insieme al babbo, che il figlio sarebbe nato sotto l’aura di un popolo d’amore, ma voleva farglielo capire da subito con un occhio alla zizza e l’altro a Marechiaro. Neanche il momento di staccare il cordone ombelicale, che già ne nasceva un altro. Ti portavano via dall’abbraccio materno e nelle ore in cui dovevi stare per forza da solo, affianco alle culle degli altri bambini, con i parenti ad osservarti dietro ad un vetro, sostituivi l’abbraccio più bello con quello del golfo. Mia madre, infatti, ha sempre preferito il mare al Vesuvio. Perché uno, prima o poi, finirà per alzare la voce con te che ci rimarrai male. L’altro, invece, a parte qualche mareggiata, non ti abbandonerà mai. Insomma, la mamma di un bambino che nasce a Napoli può ritenersi mediamente tranquilla: suo figlio avrà sempre una madre di riserva a disposizione. Potrai andartene a Milano, a vivere all’estero, ma quell’abbraccio lo porterai sempre con te, definendolo “napoletanità”. Ce ne hanno trasmesse di vari tipi i nostri autori concittadini. A volte litigavano tra loro su chi fosse il più bravo, il più giusto, il più vero. Negli anni la “napoletanità” è stata usata con accezioni positive e negative a seconda del messaggio che si voleva far passare. Il contrabbando, il mandolino, i pastori, le stese di panni nei vicoli, le stese di camorra. Ma se c’è una cosa che si deve a quel genio di Luciano De Crescenzo, è proprio quella di metterle insieme e rimescolarle in chiave comica, sotto la straordinaria luce dell’ironia. Oggi, i napoletani, in particolare i giovani, hanno acquisito una diversa coscienza sociale, ma resta immutato il carattere di questo popolo, il quale, mentre copre con uno velo di humor la sua tragicità del quotidiano, riesce a rivelare sempre uno stato di profonda malinconia. Siamo malinconici e ce lo portiamo dentro. Abitiamo a Milano, ci trasferiamo in Germania, ma continueremo sempre a ricordare quella volta che mettemmo tremila lire di benzina al Parco della Rimembranza, tappezzammo la macchina di vestiti e, sotto le luci di una Nisida illuminata dai botti di qualche festeggiamento e le luci delle case in lontananza, facemmo l’amore con l’unica ragazza capace di illuminarci il cuore. Non bisognerebbe mai innamorarsi ma continuare per sempre a volersi bene. L’amore può degenerare nell’odio, il bene è destinato a crescere per sempre. Poi ci sono quelli che diventano milanesi convinti, magari arrivano a votare pure Salvini perché hanno la “fede incrollabile” del punto esclamativo.  Quello è però un caso più unico che raro. Probabilmente saranno nati a Villa Literno, con il primo impatto su una bufala al posto del mare e tanta voglia di scappare fin dalla nascita. Quello che si percepisce in “Così parlò De Crescenzo”, […]

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Teatro

La Morte della Bellezza in scena al Ridotto del Mercadante

Ritorna in scena, nella sala dove debuttò con successo nel 2015, l’allestimento teatrale di La Morte della Bellezza di Giuseppe Patroni Griffi, in scena dal 24 al 29 Ottobre al Ridotto del Mercadante. Uno spettacolo che approccia il testo secondo le regole del “teatro nel teatro” di Pirandello, autore caro a Patroni Griffi, presentato in contemporanea in sala grande con Sei personaggi in cerca d’autore. Un allestimento curato da Benedetto Sicca, che ne è anche interprete, insieme a Francesco Aricò. La Morte della Bellezza, il piacevole ricordo di Patroni Griffi La Morte della Bellezza, romanzo capolavoro di Patroni Griffi, narra la storia romantica e al tempo stesso crudele di Lilandt ed Eugenio, in uno spettacolo che celebra l’amore di due ragazzi il cui segno distintivo è la bellezza, nella cornice di quella Napoli che ha la stessa caratteristica e che, devastata dai bombardamenti, riuscirà a diventare ugualmente culla del loro amore. Un amore omosessuale, raccontato con un linguaggio che riesce a rendere lirica la sodomia di un’irresistibile attrazione fisica, in cui Patroni Griffi si interroga con se stesso, approcciando le paure e i complessi di inferiorità rispetto a coloro che sembrano vivere quell’amore definito da tutti “normale”, con una vera e propria apologia, in cui alla fine risulterà la tenerezza a farla da padrone. La paura di accettarsi, l’imbarazzo del primo incontro e il non sapere cosa dire, il mistero del primo bacio ad un uomo del quale, però, saresti capace di riconoscere quegli occhi in mezzo a milioni di persone. Nell’interpretazione dei due protagonisti c’è tutto il pathos nel quale potrebbe inserirsi una storia d’amore autentica, raccontata da quel “verismo” letterario di un autore che nella sua vita ha fatto a calci con la censura, cercando di togliere innumerevoli pregiudizi ad una società sempre più conformista che illuminata. “Il Mondo poteva andare in rovina, e si sarebbero rovinati con esso perchè della loro salvezza e della salvezza del mondo, a loro, in quel tempo felice di loro due, non gl’importava niente” Un’altalena di emozioni. Dai minuti di silenzio in cui piangere diventa la sola rappresentazione fisica per comprendere davvero il dolore; quegli istanti in cui il corpo si stanca a tal punto che l’unica cosa da fare resta dormire sotto le coperte; fino alle notti passate insieme abbracciati, così speciali perché ci si può addormentare parlando, negli istanti che precedono lo scambio del primo “ti amo”. L’analisi dei propri errori davanti allo specchio della propria coscienza, in cui Lilandt si renderà conto che il più grande errore è stato quello di non confidarsi con Eugenio, quel liceale smarrito capace di offrirgli la propria verginità per collocarla nell’inventario della propria vita. L’amore descritto da Patroni Griffi è talmente completo da racchiudere tutte le insidie che ne rivelano la sua essenza, fatta di armi a doppio taglio. Quell’inizio che sembra scritto nel destino, la leggerezza d’animo, la costante ricerca dell’unico abbraccio capace di completarti, fino alle ansie generate dall’insicurezza di non essere in grado di mantenerlo sullo stesso livello per più […]

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Attualità

Fortunata, è sold out al Napoli Film Festival

Si è svolto ieri sera, al cinema Hart, quello che per i nostalgici continua a chiamarsi Ambasciatori, l’ultimo incontro del Napoli Film Festival, dedicato al film Fortunata di Sergio Castellitto, premiato con tre Nastri d’Argento e il riconoscimento a Jasmine Trinca nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes. Incontro che, oltre ai tanti aneddoti cinematografici, verrebbe da definire come celebrativo di un amore, quello per Margaret Mazzantini, che il regista stesso ha definito come scritto dal destino. Un appuntamento che è riuscito ad andare avanti perché in amore incontrarsi non è mai abbastanza, in quello che diventa un mestiere a tempo pieno e non ha nulla a che vedere con il part-time. E un’intervista, quella rivolta al regista, che ha saputo sorprendere per la piacevole armonia celata dietro così tante diversità. Quelle che contrappongono il mestiere di scrittore a quello di regista. La perfetta antitesi che si inserisce tra caratteri e lavori diversi. La stesura di personaggi come culmine di un gesto di solitudine, contrapposta all’interpretazione cinematografica di chi lavora lo stesso con la fantasia, ma è immerso in una moltitudine di persone che compongono un set. Due anime diverse, che hanno imparato a rispettare i segreti interiori dell’altro. Un cinema, quello di Castellitto, che si nutre di una raccolta di personaggi e di archetipi che sanno resistere nel tempo, in cui, spesso e volentieri, ha rivelato che è difficile tagliare troppo perché portatori quasi sempre di qualcosa di vivente e strettamente necessario. Personaggi dei quali si finisce per avere nostalgia proprio perché diventano figure esistenti, ancor più esistenti di tante persone che fingono di esistere. Fortunata, un cuore grande quanto la periferia È in questa miriade di pagine scritte, di quelle che il regista ha definito “fantasmi” che piano piano prendono vita, che si inserisce Fortunata. Condottiera di un film in cui la vita sembra giri intorno alla frenesia di un mondo in cui tutti “dormono male” le poche ore in cui riescono a farlo. Un universo fatto di personaggi belli e dannati, con la fisionomia scavata dai pensieri. Una figura di madre alle prese con un marito assente, quella di una splendida Jasmine Trinca, che, per certi versi e sicuramente il guardaroba, ricorda Eva Mendes in “Come un Tuono” di Derek Cianfrance. Meches bionde, jeans strappati e quello stile rock che fa da cornice ai sobborghi di Tor Pignattara, nella corrente di verismo che accompagna gli spettatori in una Roma buia e dannata alla quale spesso non siamo abituati. Fortunata, che di mestiere fa la parrucchiera, è il rincorrersi di stati d’animo che fanno a schiaffi con la realtà, che vorrebbero uscire dalla sua pelle per entrare in quella di un’altra, che continuano a tatuarsela per protesta ma che al tempo stesso si rivelano paladini di un grandissimo esempio di libertà, sconosciuta a tutti coloro che vivono una vita tranquilla, con la routine al posto delle pasticche. Un’interpretazione che si mescola con la vita di Chicano (Alessandro Borghi), il suo amico tatuato dall’equilibrio instabile ed una […]

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Napoli & Dintorni

Napoli, un brindisi per Giancarlo Siani in via Chiatamone

Il 19 settembre non è mai stata una data qualunque. Nel giorno di San Gennaro, appena dopo la controra, in una Napoli più rilassata del solito, senza troppi clacson e la frenesia dei motorini che imperversano da una sponda all’altra dei marciapiedi, si è svolta fuori la sede de “Il Mattino”, in via Chiatamone, la sesta edizione di “Buon compleanno, Giancà”, manifestazione organizzata dall’Associazione “Studenti contro la Camorra”. A poche ore dall’ultimo agguato di camorra, nell’ennesima scia di sangue che, silente, continua a sconvolgere la città, c’è una Napoli che non dimentica, che mette il naso fuori dalla Galleria Vittoria e che riesce, animata dal coraggio del giornalista partenopeo, ad affacciarsi sul lungomare di via Partenope con gli occhi di chi vuole continuare a sfidare il titolo di Anna Maria Ortese dicendo che il mare “bagna” Napoli. Paolo Siani: “Un miracolo che Giancarlo continui a vivere nei nostri cuori” Nato sotto la stella di San Gennaro, sotto l’ala protettiva dell’unico Santo che il popolo riusciva a gestirlo davvero, Giancarlo Siani non possedeva la “licenza speciale”, ma voleva denunciarla con l’arma più potente – al tempo stesso indifesa – che aveva a sua disposizione: quella parola che gli costò la vita in quel tragico 23 Settembre dell’85. Una denuncia e quel desiderio di giornalismo così come dovrebbe essere, che non teme la vigliaccheria di ritorsioni fatte da ronde di uomini che ti seguono inferociti per sfogarti addosso la loro vendetta. Giancarlo Siani era il connubio perfetto che metteva la parola al posto delle pistole e la denuncia al posto dell’omertà. La sua figura continua ad essere accompagnata dall’orgoglio di generazioni intere, che pur non avendo vissuto gli anni di quella camorra, per certi versi così diversa da quella odierna, continuano a trovarsela davanti agli occhi tutti i giorni, a spasso sui sellini di un T-Max che non si capisce più se alimentato dalla benzina o da tutta la cocaina che si porta dietro. Un punto di riferimento per gli studenti, per i ragazzi che continuano a non piegarsi a tutte quelle meschine strategie di quartiere che non hanno nulla a che vedere con Palazzo San Giacomo. Un brindisi, quello per Giancarlo, al quale erano presenti il fratello Paolo, il referente della fondazione Pol.i.s., Geppino Fiorenza, che ha sottolineato quanto gli studenti siano anticorpi per la legalità, e l’artista Greta Bartolini, che, dal 20 al 24 Settembre, terrà una mostra al Museo Pan intitolata “14 per non dimenticare”, suddivisa in 14 scatti che racconteranno i luoghi in cui sono state uccise vittime della camorra. Fosse stato tra noi, Giancarlo oggi avrebbe pensato che non serve una cresta per camminare a testa alta. Ma siamo tutti sicuri che lo starà urlando lì, in quel pezzetto di Paradiso destinato a chi se n’è fregato del male, girando le spalle all’omertà. Gli uomini passano, le idee restano. Auguri Giancà.

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Interviste

A tu per tu con i Neri per Caso

Ci sono gruppi che, un po’ come la prima fidanzata o il ricordo del primo bacio dato da bambino sotto un tramonto spensierato che illuminava una spiaggia della costiera amalfitana, continueremo a portare sempre nel nostro cuore. Il 1995 per molti trentenni ha rappresentato l’annata di uno dei pochi Festival passati ad aspettarlo seduti sul divano. Quello che, ancora bambino, ti faceva rompere le scatole alla mamma, la quale, poverina, magari si stava godendo il pezzo di Zarrillo con te che continuavi a chiederle “ma quando tocca a loro, quando vengono i “Neri per Caso?”. Insomma, mentre Pippo Baudo si destreggiava col suo stile inconfondibile e Anna Falchi e Claudia Koll si alternavano per la discesa delle scale del Teatro Ariston, tu aspettavi solo loro. Quel gruppo di Salerno che di lì a poco avrebbe accompagnato le tue sere d’estate e le prime postegge in riva al mare. Abbronzati dal sale e cotti dalle ragazzine. Quelle che avresti tanto voluto invitare a mangiare un gelato da soli, ma eri alle prime armi, impacciato come pochi e brillante manco da lontano e non sapevi come dirglielo. Ti restavano la brillantina nei capelli e la pista che in piazzetta verso le dieci lasciava partire “Le ragazze” e “Sentimento Pentimento”. Abbracciati dalla splendida cornice di Castel Sant’Elmo, in occasione di una tappa del loro tour con il quale stanno portando in giro il loro ultimo disco “NPC 2.0” e tanti altri brani, con una vista su Napoli e una puntatina su Capri che non guasta mai, li abbiamo incontrati e provato a tenerli a bada con Mimì che continuava a dispensare birre in giro per la stanza. Una chiacchierata con i Neri per Caso Ragazzi, come siete cambiati dal ’95? Siamo ringiovaniti di quindici anni. Ma il cambiamento più importante è stato quello che ha visto lasciare il gruppo da un membro storico, Diego, che ha deciso di dedicarsi ad altre attività ed è stato sostituito da questo giovanotto: Daniele Blaquier. Siamo molto legati a voi da quel Festival di Sanremo, perché è successo questo secondo voi? Perché ci sentivamo così, vi sentivamo vicini per appartenenza territoriale o cosa? Dai, però in quell’anno c’erano anche Grignani, Silvestri, Giorgia, i Bluvertigo. Non sei l’unico bambino che si sentiva legato a noi. Non credo sia solo questione di appartenenza, ma di sound. Fa molta presa sui bambini. Anche oggi, durante i nostri concerti abbiamo sempre un gruppo di bambini che vengono sempre davanti e restano, così, a bocca aperta. La voce arriva prima perché credo ci sia anche una spiegazione “scientifica” a tutto ciò: la musica nasce attraversa dalla voce, gli strumenti nascono ad imitazione della voce. Uno strumento primordiale e che attecchisce subito il suo effetto. L’idea di cantare a cappella nasce da un grande film, “Amici miei” di Mario Monicelli e la fantastica interpretazione dei suoi cinque madrigalisti moderni che, maglia a collo alto e vestiti di nero, sconvolgono i prelati in prima fila. Un pezzo che ha fatto la storia del cinema […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Primo premio Italia a colori al Maschio Angioino

Si è svolta ieri, nella magnifica cornice del Maschio Angioino di Napoli, la cerimonia del Primo Premio Nazionale Italia a colori, promossa dallo show di Canale 9 “Mattina 9”. La serata, condotta da Claudio Dominech e Mariù Adamo, ha visto sul palco un susseguirsi di volti e nomi noti del panorama politico, artistico e culturale partenopeo.  Il primo a ricevere il premio, per la valorizzazione del territorio, è stato il primo cittadino di Napoli, Luigi De Magistris, che, con semplicità e il solito carisma, ha raccontato alla platea l’amore per quel paradiso abitato da diavoli che è la sua città, pur senza nascondere le insidie che, giorno dopo giorno, gli si pongono davanti nel corso del suo secondo mandato. Una città che sta rinascendo, dice il Sindaco, come confermato dal continuo viavai straniero che affolla quotidianamente il centro storico e le strade di Napoli, la quale aspira, senza nulla invidiare alle altre metropoli d’Italia, a ritornare capitale. Queste le parole con cui saluta, col premio stretto con orgoglio tra le mani, i suoi concittadini: “Il modo migliore per ringraziare Napoli di avermi dato i natali, è onorarla e amarla”. Sembra quasi un continuum del premio a De Magistris, quello ricevuto nella sezione cultura dal Maestro Peppe Barra. L’artista napoletano, come di consueto, ha ribadito il suo amore per la città, che – in realtà – non gli ha dato i natali, ma è stata scelta come residenza per la sua lunghissima carriera. Uno dei pochi artisti, come ha sottolineato con orgoglio, che ha preferito restare nella sua Napoli, preferendola alla Capitale. Italia a colori: una tavola imbandita di arte, cultura e napoletanità Premiati anche il regista Edoardo De Angelis e la “Scianel” di Gomorra, Cristina Donadio, reduce dalle prove al Teatro San Ferdinando, che la vedranno portare in scena Le Baccanti al Teatro Grande di Pompei, ultimamente, rivalutato nel suo antico splendore. Hanno arricchito la serata l’esibizione musicale di Giovanni Block e una sfilata di moda. 

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Napoli & Dintorni

Il ricordo di Peppino Patroni Griffi al San Ferdinando

Metti, una sera a cena con Peppino, il ritratto di un genio della cultura e dello spettacolo nel film-documentario, diretto da Antonio Castaldo sullo scrittore e regista napoletano Peppino Patroni Griffi, scomparso nel 2005. Hanno introdotto la proiezione: il direttore dello Stabile, Luca De Fusco e Mariano D’amora, membro del comitato artistico del Teatro San Ferdinando. Patroni Griffi e il suo rapporto mai facile con Eduardo, che aveva letto in lui una mutazione nella drammaturgia napoletana. Un Eduardo che, nell’ultimo periodo artistico, andava pian piano eliminando il napoletano e Patroni Griffi che, invece, lo rilanciava. Artista versatile, in grado di passare dalla regia teatrale a quella cinematografica, al ruolo di drammaturgo, scrittore e sceneggiatore, Giuseppe Patroni Griffi è stata una delle voci più innovative e di maggior peso della scena e della Letteratura del secondo Novecento italiano. Il passaggio da una napoletanità popolare ad una borghese, dal femminiello al travestito. Un provocatore, con il costante fiato sul collo della censura di una società più conformista che illuminata. Le sue immancabili cene: un convivio che partiva dalla tavola e si protraeva fino a tarda mattinata dove, insieme ai suoi attori, modificava l’interpretazione delle sue opere;  in quel linguaggio del corpo del quale fu promotore e che tanto gli stava a cuore. Patroni Griffi, la risposta borghese alla Napoli milionaria di Eduardo Il film, diretto da Antonio Castaldo, prodotto da 8 Production e distribuito da Istituto Luce Cinecittà, traccia il ritratto umano e intellettuale di questo grande protagonista e interprete della cultura del secondo Novecento, avvalendosi delle testimonianze e dei contributi, tra i tanti, di amici come l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e lo scrittore Raffaele La Capria; di collaboratori come Vittorio Storaro e Gabriella Pescucci, di attori come Massimo Ranieri e Kaspar Capparoni. Un documentario in cui colpisce il connubio tra musica confortevole e la potenza d’immagine della Napoli del dopoguerra, l’alternanza tra commozione e adorazione affascinata dei personaggi intervistati. Un mirabile confronto dei giovani d’oggi con il passato. Il film nasce con l’obiettivo non solo di conservarne la memoria, ma anche di provare a scoprire dei tratti della sua personalità: «Ho voluto esplorare la vicenda umana di Patroni Griffi attraverso la sua ampia e poliedrica produzione artistica, di cui sfortunatamente si sta perdendo la memoria, ma che offre importanti riflessioni su temi universali quali l’amore e l’amicizia», spiega l’autore che condivide con l’artista le radici napoletane, la lingua e un particolare paesaggio umano. Patroni Griffi: Napoli è un posto all’inferno, ma è il mio posto.

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Teatro

Caviale e lenticchie al Teatro Augusteo

Continua la Rassegna di Teatro Amatoriale al Teatro Augusteo, che ogni anno offre l’opportunità agli artisti non professionisti di mostrarsi al grande pubblico e sognare di vincere il premio più ambito: l’inserimento della loro opera nel cartellone teatrale ufficiale dell’Augusteo. Venerdì 5 Maggio, è stata la volta della compagnia La carretta dell’arte, che ha portato in scena lo spettacolo Caviale e lenticchie di Scarnicci, Tarabusi, Taranto, con la regia di Stefano Taiani e la scenografia a cura di CLPT. Caviale e lenticchie, miseria o nobiltà? La compagnia La carretta dell’arte nasce nel 1976 nella parrocchia di San Nicola alla Carità, a Napoli, nel teatrino sottostante la chiesa dove hanno provato i loro lavori teatrali attori come Corrado Taranto, Tato Russo, Dalia Frediani, Aldo Bufilanti, Paolo Spezaferri, Mario Brancaccio e Giuseppe Sollazzo. Alla rassegna del Teatro Augusteo si presenta con uno spettacolo in tre atti che porterà in scena ben 17 attori. Caviale e lenticchie è una commedia in tre atti e due tempi di Giulio Scarnicci, Renzo Tarabusi e Nino Taranto, scritta nel 1956 e divenuta molto popolare. Liborio Lamanna e Maddalena convivono e hanno una figlia di nome Fiorella. Liborio, che come mestiere fa “l’invitato”, cioè si imbuca alle feste rubando dolci e cibarie per poi mandare il suo amico-nemico Vincenzo nei ristoranti a venderle. Vincenzo fa la corte a donna Maddalena, che però non ricambia. Della famiglia fanno parte anche Caterina Lamanna, sorella di Liborio, e Filippo, altro figlio di Donna Maddalena e Liborio, impegnato in una maratona di danza da 5 giorni. Un giorno la famiglia si vede arrivare a casa un vecchio bersagliere, che comincia a cantare canta se non gli si mette una caramella in bocca e che piange se gli si toglie il cappello da bersagliere. Le donne chiedono spiegazioni di questo arrivo  a Liborio e lui spiega che lo ha affittato per un comitato benefico che aiuti le famiglie più bisognose tra le quali al primo posto figura proprio la loro. L’uomo, quindi, spacciandosi per un ricco capo fondatore, fa entrare in casa una baronessina e una ricca donna di nome Donna Agnese, che si erano prefissate di dare i soldi a quella famiglia di disadattati. Ad un certo punto entrano anche Vincenzo e Liborio, costretto a far credere alle donne sia lui il marito di donna Maddalena. Mentre si stabiliscono le trattative, entrano in scena Roberto, figlio di donna Agnese, e Leopoldo, cugino e tutore del ragazzo. Roberto dice che per sbaglio, dopo aver sparato un colpo di pistola dietro ad una porta, ha colpito un cameriere di nome Alessio. Tutti decidono di farlo nascondere proprio in quella casa in cambio di soldi. Questo comporterà, però, che Liborio non potrà entrare in casa con la sua vera identità. Nel frattempo, Leopoldo si è messo d’accordo con Vincenzo per occultare il cadavere di Alessio, mettendolo dentro un baule custodito in casa Lamanna. Roberto si addormenta, ma durante la notte, Alessio, il cameriere sedicente ucciso, esce dal baule ancora vivo e spaventa Roberto per poi tornare nella sua “cassa”, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

San Spiga a Napoli con un nuovo murale di Maradona

Ci sono unioni, gemellaggi, per dirla calcisticamente, che non smetteranno mai di esistere. Semifinali mondiali Italia – Argentina in cui non sai per chi tifare, perché non vuoi mancare di rispetto all’eroe dei due mondi, colui che ad un certo punto della sua carriera decise di caricarsi sulle spalle una città intera e diventare il condottiero più amato dai napoletani. Trent’anni fa Napoli viveva un’annata che sarebbe stata capace di segnarla per il resto della sua vita. Dopo un anno trascorso con il cuore in gola, smorzato dai ruggiti domenicali di Fuorigrotta e accompagnato sul divano dalle leggendarie telecronache di Salvatore Biazzo, Diego Armando Maradona, tra una punizione e un pallonetto, lancia la città in un’apoteosi a forma di Tricolore che unisce per sempre la sua vita al colore azzurro e lo piazza al fianco di San Gennaro, in qualità di condottiero e difensore di una napoletanità di spirito, prima ancora che calcistica. Non poteva che celebrarsi in Vico Lungo Gelso, nella caratteristica location di O’Vascio, del suo ambiente accogliente, intriso di ricordi di una Napoli antica, l’inaugurazione del nuovo murale di San Spiga per celebrare D10S. Arriva dalla Patagonia, tifa per il Boca e dalla sua bocca è difficile percepire una parola che non sia accompagnata dalla continua emozione che sbuchi dagli occhi. Santiago ci chiama fratelli, sembra aggirarsi per i vicoli dei quartieri con la leggerezza di un napoletano che ha ben chiaro lo spirito che lo accompagna dalla nascita, quello di un popolo che da secoli si ribella allo strapotere, calcistico e non, di un Paese che guarda sempre più al Nord e che dal Sud invece avrebbe tanto da imparare. Per la seconda volta in città, Santiago si racconta, partendo dalla sua prima esperienza, un anno fa, quando decise di omaggiare Diego con il primo murale in occasione del trent’anni dal goal di mano più famoso della storia. La sua amicizia con Salvatore Iodice, nata per caso e che da allora non si è più fermata. San Spiga, una vita nel nome di D10S I paragoni con Messi, gli inevitabili confronti che hanno entusiasmato gli ultimi anni della scena calcistica, sono gestiti da Santiago in modo pacato, ma molto chiaro: “oggi c’è Messi, gioca per l’Albiceleste e quindi lo ammiro. Ma Diego è nel mio cuore, quella è un’altra cosa”. Dopo San Giovanni a Teduccio, ove mai ve ne fosse stato bisogno, un nuovo Maradona nasce nei vicoli della città. La sensazione, per fortuna, sembra essere sempre la stessa: fin quando ci saranno persone disposte a trasmettere passione e attaccamento per una maglia dal colore azzurro e persone come San Spiga pronte a recepirlo a braccia aperte, il mito di Diego continuerà ad aleggiare per sempre nel ventre di questa piccola grande città.

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Eventi/Mostre/Convegni

Rione Sanità: alla scoperta dell’Acquedotto Augusteo del Serino

Duecento donatori, 9.900 euro raccolti e il raggiungimento di un traguardo che sembra sempre più a portata di mano. Tutto reso possibile dall’impegno costante, l’amore per il proprio quartiere e dal Donamat, uno strumento innovativo messo a disposizione dalla Fondazione Banco di Napoli, che permette di effettuare donazioni a sostegno di progetti sociali. Si è svolto ieri, martedì 11 Aprile, all’Associazione VerginiSanità, l’incontro di presentazione dei risultati raggiunti dalla campagna di crowdfunding per la riscoperta dell’Acquedotto Augusteo del Serino, che, attraverso la piattaforma “Meridonare” della Fondazione Banco di Napoli, mira alla valorizzazione di uno dei più antichi patrimoni che percorrono il sottosuolo del Rione Sanità. L’idea è quella di recuperare e preservare, migliorare la fruizione attraverso il multimediale, per rendere sempre più plausibile l’accesso al pubblico, garantendo un’apertura del sito fissa, tutti i sabati e le domeniche, già a partire dal mese di Maggio. Un punto di emersione di un acquedotto risalente al 10 d.C., che attraversa le fondamenta del palazzo Peschici-Maresca, di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini. Una discesa nella Napoli sottostante, tra archi romani del I secolo d.C., uniti ad accorgimenti risalenti al 1600, epoca in cui fu edificato il palazzo. Un percorso aperto al pubblico dal 1 Ottobre 2015, che sta lavorando con il Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) alla firma del progetto “OBVIA”, che prevederà un biglietto integrato per la visita dell’acquedotto. Un’esperienza che vuole ampliare la valorizzazione di un quartiere complicato e ricco di storia, proponendo un’alternativa alle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso, già visibili sul territorio e forti di circa centomila visitatori l’anno. Mura antiche delle quali in zona non si sapeva nulla, che si perdono ai Ponti Rossi per poi ricomparire nel “Cavone”, in via Correra. Presenti in sala, accolti dal Presidente dell’Associazione Paola Silveri, Livio Falcone l’Amministratore Delegato di “Meridonare”, Valerio Massimo Minale, membro del Consiglio Generale della Fondazione, e il Primicerio Vincenzo Galgano, i quali, uniti dai numerosi ringraziamenti all’Associazione VerginiSanità, hanno sottolineato l’importanza della raccolta di fondi attraverso il crowdfunding, piattaforma ancora in disuso nel nostro paese, e l’ottimismo attraverso il quale bisogna affrontare la scoperta dei siti archeologici del territorio. Minale: rivalutare i siti archeologici attraverso la mobilitazione sociale Una Napoli, quella del Rione Sanità, che, oltre a riscoprirsi sempre più antica e ricca di storia, vuole offrire alla Scienza materiale su cui lavorare in angoli della città che, troppo spesso, bisogna andarsi a cercare senza la possibilità di un’organizzazione efficace che li renda accessibili e in sicurezza. Galgano: Rione Sanità difficoltoso, ma tutto da scoprire Foto: Antonio Capone

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Eventi/Mostre/Convegni

Casoria Commons in bicicletta per i beni comuni

Una prima tappa di un percorso che mira alla creazione della categoria giuridica di “bene comune“, in modo da tutelarlo dalle speculazioni.  Domani, 9 aprile, dalle 10.00 alle 12.00, la rete Casoria Commons aprirà una biciclettata attraverso gli ecomostri e i beni comuni della città, proponendosi come un osservatorio autogestito di tutti i beni in disuso sui territori comunali. Abitanti di Casoria, della città di Napoli, collettivi e associazioni che hanno deciso di riunirsi attraverso un percorso di rinascita e sensibilizzazione verso il nostro territorio, spesso in disuso. Un laboratorio permanente di progettazione urbana partecipata, un osservatorio ambientale e l’organizzazione di eventi e iniziative per vivere appieno la nostra città: questi gli obiettivi principali della rete Casoria Commons. Casoria Commons, una pedalata per una causa collettiva L’evento partirà da Piazza Cirillo e si concluderà nel verde liberato di Terranostra (ex deposito militare occupato), sito in Via Boccaccio al civico 36. Prima esperienza, al di fuori del comune di Napoli, promotore di A Napoli il bene è comune, campagna promossa dall’Assessorato al diritto alla città, alle politiche urbane, al paesaggio e ai beni comuni per raccontare e far conoscere l’esperienza dei Beni Comuni, intrapresa dall’Amministrazione De Magistris, insieme alle diverse realtà che animano la vita politica cittadina. Il Comune di Napoli, prima città in Italia ad aver istituito un Assessorato ai Beni Comuni per dare forza al tema delle forme d’uso del patrimonio ad interesse collettivo. Nel 2011, infatti, è stato modificato lo statuto comunale ed è stata introdotta, tra le finalità e i valori fondamentali della città di Napoli, la categoria giuridica del “bene comune”. Troppo spesso ci catapultiamo, senza troppe consapevolezze, negli stessi luoghi, quando potremmo alzare gli occhi ed osservare realtà più recondite che avrebbero solo bisogno di essere calpestate per continuare a respirare l’aria di casa loro. La causa è giusta, il meteo promette sole, prendete la bicicletta e…pedalate!

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Voli Pindarici

Napoli, e se la rivincita partisse dal tombino?

Tombino /tom·bì·no/ sostantivo maschile. Elemento di copertura dei pozzetti di fogna; chiusino. Erano gli anni Settanta. Una camorra vintage, così verrebbe definita oggi. Quella che i nostalgici di quartiere non smettono di definire un rimedio all’inefficienza dello Stato, in cui si stava meglio, perché i guappi erano ancora pochi al comando e riuscivano a tenere tutto sotto controllo, prima di scannarsi per dieci anni e cedere il passo al “nuovo che avanza”. E che nuovo, ci verrebbe da dire. Il contrabbando di sigarette, il motoscafo di Pino Mauro, il pulpeggiante andirivieni notturno tra il porto e le grotte di Posillipo per scaricare le Marlboro. Il terremoto, le ricostruzioni, gli appalti, le spartizioni, i semafori e, appunto, i tombini. Giravano tanti soldi, gli ultimi erano sempre gli ultimi e i traffichini si arricchivano sulla loro pelle. Tu mi riempi la città di tombini, li firmi Pomicino, e io ci gioco a pallone, calpestandoli come fosse il prato del San Paolo. Per fortuna è sempre stato così, anche allora. Una rivincita sociale che ha sempre girato le spalle al potere, fregandosene, per quanto le è possibile, del degrado che la circonda. La maggior parte delle persone vede nel tombino un senso dispregiativo, lo accomuna al sistema fognario, quando da quelle partitelle in strada, più che le fogne, spesso e volentieri sono spuntati campioni. Di vita vissuta e anche di pallone. Oggi, a Napoli, nella sua accezione più positiva, il palleggio “a tombino” è quello che riescono a fare i calciatori di Seconda Categoria. Di quartiere, che con il calcio che conta non avranno mai a che vedere, ma che il pallone se lo portano dentro. Un palleggio senza piedi, con lo stinco, senza far cadere mai la palla per terra. Una cosa straordinaria se la si ammira da vicino, un funambolismo per pochi eletti, quasi impossibile da imitare per i comuni mortali. Il tombino è un’eterna cicatrice che ci si porta dentro quando l’unica strada da percorrere sembra essere quella che non corrisponde ad una linea retta. In cui non si trasgredisce per apparire, ma per tirare a campare. Il tombino si porta dietro una serie di usi e costumi, qualche sfregio sulle sopracciglia, una rasata ai capelli, un giubbotto di pelle e una decina di tatuaggi. Una vestaglia tutto l’anno, un paio di pantofole con il calzino incorporato, che si trascinano avanti e indietro per un vicolo. Un anno di domiciliari con il braccialetto e la licenza speciale di parcheggiatore abusivo che non si può abbandonare, perché bisogna mettere il piatto a tavola. Fateci caso, quando chiedete ad un parcheggiatore il motivo della sua licenza è sempre lo Stato il soggetto dell’imprecazione. Lui e il lavoro che non riesce a dare a Carmine, Pasquale, Gennaro. Non lo dà a lui, non lo darà nemmeno ai suoi figli: Nancy, Christian, Sciaron. Quel vittimismo alla napoletana che dà così fastidio ai napoletani che devono parcheggiare oggi attira troppo i milanesi che devono girare. Tutti quelli che a Napoli non devono parcheggiarci la sera, […]

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Teatro

Bello di Papà, Biagio Izzo al Trianon Viviani

Antonio Mecca è un dentista sulla cinquantina, che ha raggiunto una consolidata posizione sociale, che sente però vacillare sotto i colpi del “nuovo che avanza”, ovvero i giovani che vogliono prendere i posti di comando. Un dentista che ha paura di ogni novità, un conservatore incallito di denaro e di affetti. Nella commedia, scritta e diretta da Vincenzo Salemme, Biagio Izzo è un buono che ha paura di essere fregato, che non ha mai voluto sposarsi ed è fidanzato con Marina, una bellissima ragazza ucraina, che lo attrae, ma che, al tempo stesso, lui teme come un ingombrante invasore, sia della casa, ma soprattutto del conto corrente. L’idea della commedia, spiega Salemme, gli è venuta in mente quando in tutto il mondo occidentale arrivavano le prime avvisaglie di crisi economica. Antonio Mecca, in versione comica, vuole rappresentare un travaglio sociale, economico e psicologico di una generazione che, da qualche anno a questa parte, deve rimettersi in discussione a causa delle continue riprogrammazioni della politica. Le aspettative pignole e conservatrici del dentista napoletano si scontrano con il desiderio della fidanzata Marina (Yuliya Mayarchuk) di costruire una famiglia e avere finalmente dei figli, prospettiva bocciata dalla nascita dal compagno.  Bello di papà è una commedia che verte sul paradosso di un uomo che non vuole la paternità e che viene costretto a ricevere in casa un suo coetaneo, alimentato dal desiderio di ritornare ad essere un figlio. Un paradosso, uno scontro generazionale tra uomini della stessa età che porterà a riscoprire la bontà d’animo del protagonista e a riappacificarlo con una vita medio-borghese sudata, ma mai vissuta appieno. Biagio Izzo, un dentista tormentato che fa morire dalle risate Con Biagio Izzo sono in scena Mario Porfito, Domenico Aria, Adele Pandolfi, Rosa Miranda, Arduino Speranza e Luana Pantaleo. Dopo la prima di ieri, 17 marzo,al Teatro Trianon Vivani, repliche sabato 18 (ore 21), domenica 19 (ore 18), mercoledì 22 (ore 17:30) e giovedì 23 (ore 21).

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