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Eroica Fenice

Culturalmente

Nasce Kaleydoskop, rivista italiana interamente dedicata alla Turchia

Kaleydoskop è il termine turco per caleidoscopio, uno strumento all’interno del quale piccoli oggetti colorati si trovano posti alla rinfusa, e grazie a un sistema di specchi danno vita a immagini simmetriche sempre differenti, che mutano in modo imprevedibile al movimento di ogni singolo, piccolo oggetto. Ognuno di questi piccoli oggetti colorati potrebbe rappresentare un’anima della vivace, ampia e molteplice società turca. Kaleydoskop è una rivista indipendente che si propone di descrivere in senso ampio tutto ciò che avviene nella vita culturale e sociale della Turchia, un paese che, negli ultimi tempi, spesso viene prepotentemente proiettato all’interno delle nostre case tramite tv e giornali, ma la cui rappresentazione, altrettanto spesso, si trova schiacciata esclusivamente tra fatti di politica e di cronaca. Ma la Turchia non è soltanto questo, la Turchia non è soltanto Erdoğan, non è soltanto la repressione, non è soltanto una serie di crisi politiche. La Turchia è una vastissima pluralità di culture e attività culturali i cui frutti si impongono e resistono alla tendenza omologatrice del potere centrale, una società multi-etnica, multi-linguistica, multi-religiosa. E Kaleydoskop vuole raccontare questa molteplicità, concentrandosi sulla “vita culturale e sociale della Turchia, parlando di mostre, di fenomeni culturali, di iniziative, di produzioni musicali, di film, letteratura, storie che raccontano il rapporto con il presente e con il passato, di esperimenti urbani che provano l’esistenza di una società dinamica, attiva, estremamente variegata”. Un crowdfunding per sostenere l’ambizioso progetto di Kaleydoskop Il progetto nasce da un’idea di Lea Nocera, studiosa di Turchia contemporanea e insegnante di Lingua e Letteratura Turca all’Università Orientale di Napoli, autrice di diversi testi sulla storia della Turchia e collaboratrice o coordinatrice di numerose riviste e trasmissioni radiofoniche. Alla realizzazione del progetto contribuiscono inoltre quattro studiose – Fazıla Mat, Valentina Marcella, Giulia Ansaldo e Carlotta De Sanctis – che da anni si occupano di Turchia da diverse angolazioni, parlano correntemente turco e trascorrono regolarmente periodi anche lunghi nel paese. Kaleydoskop è “un progetto che si sviluppa principalmente su un lavoro redazionale di base volontario”: è per questo motivo che è stato lanciato un crowdfunding, per coprire le ingenti spese amministrative, legali e di produzione che sottendono il lancio di una rivista così ambiziosa priva di finanziamenti esterni. Sarà possibile contribuire con una donazione fino al 31 luglio, e sono previste ricompense per chiunque deciderà di partecipare. Le relazioni tra i popoli abitanti quei territori che noi oggi conosciamo come Italia e Turchia si perdono nei secoli. Emblematica è la storia di Galata, quartiere situato nel cuore della zona più turistica di Istanbul, che fu una colonia genovese dal 1268 fino alla fine del XV secolo. L’omonima torre, figura imprescindibile dello skyline cittadino, dalla quale si può godere di un panorama spettacolare sul Corno D’Oro, faceva parte delle fortificazioni della cittadella genovese e si è conservata in buona parte immutata fino ai giorni nostri. Così come dalla la torre si può spaziare con lo sguardo su Istanbul, Kaleydoskop ci permette di spaziare su tutta la Turchia, da Izmir fino a Trabzon, da […]

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Attualità

In mare la nave “identitaria” che vuole respingere i migranti in Libia

Treccani definisce la parola ”emergenza” come “c Allo stesso tempo, l’equilibrio politico italiano si sposta costantemente verso posizioni sempre più intolleranti nei confronti dei migranti. Risale a pochi giorni fa la polemica seguita alla pubblicazione su Facebook da parte del leader del Partito Democratico Matteo Renzi, di un estratto del suo libro che termina con il famoso motto di fattura leghista “aiutiamoli a casa loro”. Generazione Identitaria nasce in Italia nel novembre del 2012 sulla scia della Génération Identitaire francese, poi diffusasi in molte altre nazioni europee. È un movimento che si definisce a-politico, a-partitico, a-nazionalista. Il fulcro della sua attività è la salvaguardia delle identità locali, ritenute ben definite, stabili e immutabili: un glorioso passato da salvaguardare. Il concetto è stato elaborato dallo scrittore francese Renaud Camus – condannato nel 2014 per incitamento all’odio razziale – secondo il quale sarebbe in corso in Francia e in Europa una colonizzazione da parte di migranti islamici provenienti da Medio Oriente e Africa, che minaccia di mutare permanentemente il paese – la Francia – e la sua cultura. Tra le soluzioni proposte dal movimento per la salvaguardia dell’identità, oltre a quella del blocco totale dell’arrivo di migranti sul suolo europeo, vi è il “rimpatrio di tutti gli immigrati extraeuropei attualmente presenti nei nostri territori”. La nave “identitaria” si prepara a respingere i migranti in Libia I migranti, in attesa dell’apertura di sicuri canali di spostamento, si trovano così sempre più stretti tra Scilla e Cariddi: da una parte la povertà, le carceri e le torture della Libia, dall’altra un pericolosissimo viaggio verso un’Europa sempre più restia ad accoglierli.

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Libri

Arrestati: uno sguardo alla Turchia dall’interno del carcere

“Tutuklandık” – “Arrestati”: è questo messaggio inviato su twitter nel momento in cui il tribunale ha emesso l’ordine d’arresto, a dare il titolo al libro-denuncia di Can Dündar, ex direttore di Cumhuriyet – il principale quotidiano turco di opposizione – scritto durante i suoi tre mesi di carcere e pubblicato in Italia dalla casa editrice “Nutrimenti”. Non un vero e proprio diario, ma una serie di pensieri e riflessioni in ordine sparso sulle condizioni di detenzione e sugli avvenimenti che sconvolgono il paese, stimolate dall’isolamento imposto nei primi quaranta giorni di carcerazione. Uno sguardo introspettivo, oltre che un racconto minuzioso dei giorni che precedono l’arresto del direttore del quotidiano, fino alla sua scarcerazione in attesa di giudizio, avvenuta – ironia della sorte – proprio il giorno del compleanno di Erdoğan, al quale Can Dündar dedica la sua momentanea libertà. Arrestati per una notizia scomoda Era il maggio del 2015 quando il direttore di Cumhuriyet, dopo una lunga serie di discussioni, e consapevole dei rischi ai quali andava incontro, decideva di pubblicare alcuni fotogrammi tratti da video in possesso del quotidiano che mostrano un tir dei servizi segreti turchi intento a trasportar armi pesanti – presumibilmente destinate alle forze del radicalismo islamico – oltre il confine siriano. I dirigenti del quotidiano ritengono che i cittadini turchi dovrebbero andare alle urne informati e con la consapevolezza dell’importante coinvolgimento del proprio paese nella questione siriana: manca vaappena una settimana alle elezioni presidenziali. Sarà lo stesso Erdoğan, infuriato per la diffusione delle notizie, a chiedere l’arresto dei responsabili della pubblicazione, appellandosi alla fedeltà alla patria. Un’idea di patria che implica l’accettazione silenziosa di qualsiasi regola imposta dall’alto, e l’indifferenza a quelle che si ritengono ingiustizie, un’idea di patria non condivisa da Can Dündar: “Nella tradizione di sinistra nella quale sono cresciuto […] ciò che lega le persone tra loro non sono i paesi, ma i principi: libertà, democrazia, diritti umani, laicità, giustizia. Là dove questi principi mancano, non può essere la nostra patria. […] Siamo legati gli uni agli altri non per razza, colore, nazionalità, che ci appartengono dalla nascita, ma per condivisione di scelte volontarie, idee, coscienza, classe”. Il calore della solidarietà L’arresto ha però un effetto boomerang, e anziché mettere a tacere la notizia, le dà un eco internazionale e scatena un’ondata di solidarietà tanto all’interno del paese quanto oltre confine. Questa solidarietà permetterà al direttore di non sentirsi solo, nemmeno nell’isolamento del carcere, e gli dà la forza di superare, ancora carico di speranza, il periodo di detenzione, oltre a rafforzare la consapevolezza dell’importanza del suo impegno in campo giornalistico. Il suo coraggio gli vale il prestigioso premio di Reporter Senza Frontiere. Scriverà le dichiarazioni per la cerimonia di premiazione in un clima di tensione che viene chiaramente espresso nelle prime righe del discorso: “Nel nostro edificio [la sede del quotidiano] circondato dalla polizia, da una finestra del mio ufficio si vede il Palazzo di Giustizia, dall’altra il cimitero. Questi sono gli indirizzi che un giornalista in Turchia frequenta più spesso…” Nelle […]

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Attualità

Il panico di Torino e il gioco dei terroristi

Migliaia di persone ammassate, un forte rumore, le grida, il panico, la corsa disperata senza badare a nessuno, le cadute in mezzo ai vetri rotti, persone schiacciate, ambulanze. Quanto accaduto sabato sera in Piazza San Carlo a Torino durante la finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid ha del grottesco. Poche ore prima dell’attentato di Londra che ha causato la morte di sette persone e il ferimento di quasi cinquanta, in Piazza San Carlo, dove decine di migliaia di persone si erano radunate per seguire la finale della competizione calcistica su un maxischermo, senza alcun reale pericolo si è scatenato il panico. Nel fuggi fuggi generale oltre millecinquecento persone sono rimaste ferite – tre delle quali in modo grave – in gran parte a causa dei pezzi di vetro sparsi nella piazza o calpestate dalla folla in fuga. Il bilancio è in continuo aggiornamento e le dinamiche ancora da accertare: tra i testimoni c’è chi ha parlato di un’esplosione o addirittura di spari, ma la circostanza che ha scatenato l’allarme e la fuga disordinata sarebbe da ricercare nel cedimento della ringhiera di una scala di accesso al parcheggio sotterraneo della piazza, che ha provocato un forte rumore e il conseguente panico. Tale episodio non può però da solo spiegare la sproporzionata reazione delle migliaia di persone presenti nella piazza. La causa andrebbe piuttosto ricercata nella sensazione di paura oramai compenetrata alla nostra società. Imprenditori della paura, del panico e del terrorismo mediatico Un imprenditore della paura è una persona che per avere visibilità o per scopi politici, gioca insistentemente su questo sentimento, enfatizzando ogni fatto o avvenimento che la possa provocare. Sono numerosi in Italia, ma non solo. In questo momento storico gli argomenti da loro prediletti sono l’immigrazione e gli attentati terroristici. I mass media, a loro volta, giocano un ruolo di rilievo nella diffusione della paura: quotidianamente veniamo bombardati da notizie riguardanti attentati – riusciti o sventati -, sospetti, arresti, infiltrazioni, minacce. L’agire congiunto in tale direzione di questi due elementi è pernicioso, e quanto successo sabato sera a Torino ne è una dimostrazione. Il processo di diffusione di paura e psicosi ha raggiunto in Piazza San Carlo il parossismo, con conseguenze che potevano essere ben più gravi. La paura, il sentirsi costantemente sotto attacco, porta a scelte azzardate e pericolose, le persone reagiscono d’istinto, sono disposte a rinunciare alla propria libertà pur di sentirsi protetti e i punti di vista si radicalizzano. Proprio questo è il fine ultimo di chi compie attentati terroristici. In un numero della loro rivista ufficiale “Dabiq”, gli strateghi dell’ISIS spiegano chiaramente il loro disegno: l’obiettivo è di eliminare, attraverso la diffusione della paura, la cosiddetta zona grigia, costituita da coloro che non hanno ancora preso una pozione netta e arrivare così a uno scontro diretto e totale, nella convinzione di vincerlo. Chi contribuisce alla diffusione della paura e del timore costante degli attentati è il loro migliore alleato, e ciò che è accaduto a Torino è un chiaro segnale.

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Napoli & Dintorni

House sharing e turismo di massa a Napoli: conseguenze sugli affitti

Finalmente trovo l’annuncio per una camera che non sia per sole ragazze. Telefono per fissare un appuntamento ma è già stata affittata nel giro di pochissime ore. Quasi sempre la stessa storia: è una corsa contro il tempo, nonostante siamo a settembre. Quelle che restano libere più a lungo hanno prezzi da capogiro o si trovano in posizioni estremamente scomode per uno studente universitario. Ricordo di una camera per studenti a Soccavo, lontano da qualsiasi sede universitaria: 300€ al mese, spese escluse. Provo a fare un giro e chiedere alle signore sedute fuori dai vasci (bassi napoletani n.d.r.), una mi consiglia di rivolgermi a un minuto signore che abita là accanto. Lo chiama e lui mi accompagna a vedere le due camere che affitta: si deve passare all’interno di casa sua per poi arrivare in un piccolo “appartamento nell’appartamento” composto da una minuscola cucina e due stanzette senza finestre, dove c’è spazio a malapena per un letto e una scrivania. Il prezzo è di 300€ ognuna, utenze escluse, ovviamente senza contratto. Rifiuto e vado avanti. Chi ha cercato casa a Napoli negli ultimi anni, sa bene che trovare una camera in affitto per un lungo periodo, ad un prezzo accessibile, stia diventando un’impresa sempre più ardua. Se fino a pochi anni fa era abbastanza semplice trovare una singola a 250€, ora è addirittura difficile trovarne una che non superi i 300/350€. Questo fenomeno va di pari passo con un altro che ha caratterizzato Napoli negli ultimi anni: l’esplosione del turismo di massa e la conseguente crescita esponenziale dell’ house sharing, ovvero la possibilità di affittare un appartamento o delle camere a viaggiatori tramite siti dedicati. Non è difficile cogliere una correlazione tra i due fenomeni. Diffusione di Airbnb: emblema dell’house sharing La più famosa tra queste piattaforme, nonché la più importante, è Airbnb. Nata nel 2007 dall’idea di tre ragazzi di San Francisco che cercavano un modo per riuscire a pagare i propri affitti, Airbnb non ha mai messo di crescere. Nel 2016 era già la seconda catena alberghiera del mondo per valore di mercato – circa 30 miliardi di dollari –, preceduta soltanto dalla Marriott. A differenza delle catene alberghiere vere e proprie, però, Airbnb opera in una zona giuridica grigia: la sua attività non si può considerare illegale, ma non è regolamentata. Se sul sito Airdna – che raccoglie le statistiche ufficiali riguardanti Airbnb – si guarda la mappa di Napoli, il centro storico è un tappeto di pallini rossi e blu – un colore per le singole camere, l’altro per gli interi appartamenti – dalla stazione centrale a Chiaia, dal porto a via Foria, per poi diradarsi man mano che ci si allontana dalle zone di interesse turistico. Se alla fine del 2014 le proprietà elencate nella piattaforma erano 974, attualmente sono circa 4200. Il prezzo medio di una camera è di 52 dollari a notte – poco meno di 50€. Ammettendo che, mediamente, il costo di una singola a Napoli sia di 300€ al mese, con un […]

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Voli Pindarici

Il lento viaggiare nel mare di Istanbul

Per chi come me è nato e cresciuto su un isola, il mare assume un significato particolare: attraversarlo non significa soltanto spostarsi tra due punti geografici più o meno lontani, ma significa lasciare la propria casa, la propria terra. Non è come prendere una macchina o salire su un treno, anche se per migliaia di chilometri. Il mare segna un confine geografico netto, senza vie di mezzo: o sei dentro o sei fuori; circonda tutto ciò che ti ha cresciuto e ha formato la tua personalità. Da quando vivo a Napoli mi capita spesso di attraversare il mare. Non con un aereo, che a tutta velocità ti porta a destinazione senza lasciarti il tempo di concepire lo spazio che stai attraversando, ma con una nave, lentamente, cosicché il viaggio diventa molto più affascinante e per certi versi malinconico. Lasci il porto di Cagliari e, man mano che ti allontani, riesci ad abbracciare tutta la città con un solo sguardo, poi, pian piano, la città diventa sempre più piccola, fino a scomparire del tutto, insieme alla terra, e a lasciarti circondato da un’infinita distesa di blu fino a quando, la mattina successiva, vedi di nuovo la terra, vedi di nuovo la città; ma sono un’altra terra e un’altra città, che puoi amare tanto quanto ami quelle da cui sei partito, ma rappresentano comunque un netto distacco da ciò che hai lasciato il giorno precedente. Istanbul e/è il mare A Istanbul, il rapporto col mare è molto diverso da quello di un isolano. Così come Napoli, Marsiglia, Barcellona, è il mare ad aver forgiato la città, ad averla fatta nascere e crescere, ad averle concesso di essere attraversata e modellata da una miriade di popoli e culture differenti. Tra Asia e Europa, tra Mar Nero e Mar Mediterraneo, divisa in due da un grosso canale d’acqua salata, ha rappresentato per secoli, e ancora oggi rappresenta, il cuore pulsante di una fitta rete di scambi di merci e culture, di persone e di idee. Ma ad Istanbul attraversare il mare non significa lasciare la propria terra. Ad Istanbul attraversare il mare su una nave, passare da una sponda all’altra del Bosforo o del Corno d’Oro, è un gesto quotidiano. Lo fai per incontrare i tuoi amici che vivono sull’altro lato della città, per andare all’università, per vedere un concerto, per andare a lavoro. E attraversando il mare vedi e rivivi la storia della città: vedi la Torre di Galata, avamposto della Repubblica marinara di Genova edificata nel 1384; vedi la Moschea ottomana di Solimano il Magnifico, risalente alla seconda metà del 500; vedi la Torre di Leandro, costruita da un generale greco su un isolotto nel 408 d.C. e utilizzata in epoca bizantina per sbarrare l’ingresso del Bosforo con una catena di ferro tesa tra questa e un’altra torre; e vedi ancora decine e decine testimonianze di una storia ricca e variegata. Un concentrato di mondo sul mare Sul battello incontri tutti i volti della città e le sue contraddizioni: incontri il giovane che […]

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Attualità

Discriminazione nelle scuole britanniche e altri falsi

Ha suscitato un vespaio, alcuni giorni fa, la notizia che alcune scuole inglesi, al momento dell’iscrizione degli studenti, avrebbero fatto una discriminazione su base etnica tra ragazzi italiani, napoletani e siciliani. La notizia è stata ripresa dalle maggiori testate giornalistiche nazionali: il Corriere della Sera ha parlato di schedatura degli studenti napoletani e siciliani e di manifestazione di stupidità e ignoranza; su La Stampa si aggiunge, con un pizzico di amara ironia, che accanto alle diciture mancavano soltanto un ritratto del Padrino e un piatto di spaghetti. Il polverone sollevatosi è stato tanto grosso da spingere l’ambasciatore italiano a spedire una nota verbale al Foreign Office britannico con la quale si chiedeva l’immediata rimozione di tale modulo discriminatorio su basi pseudo-etniche, profondamente offensivo nei confronti dei meridionali, e si denunciava una “grave carenza di conoscenza della realtà italiana”. Nessuna discriminazione ma un importante riconoscimento Nella realtà dei fatti, però, non si trattava affatto di discriminazioni etniche: il documento incriminato è, infatti, un censimento annuale del governo britannico mirato ad una migliore conoscenza delle componenti delle scuole, con l’obiettivo, al contrario, di studiare strategie contro la discriminazione. La distinzione tra italiano, napoletano e siciliano non era affatto di tipo etnico, ma linguistico. Più che di discriminazione, si tratta di un importante riconoscimento del valore delle parlate locali. Lo stesso tipo di distinzione si trova, ad esempio, per quanto riguarda l’arabo, che presenta ben sette varianti, o il rumeno, che presenta la variante rumena e quella moldava. Discorso ancora diverso poi per il sardo, che viene inserito come lingua a sè stante, con nessun legame con l’italiano. Ancora notizie false: il caso Cucchi Per numerosi giornali italiani è stata, però, un’occasione troppo ghiotta per ottenere visualizzazioni e scatenare polemiche, tant’è che la notizia è stata riportata in tutta fretta senza verificarne la fonte. La sete di scandali, di notizie attira-lettori da lanciare in rete a tempi record sta affossando la qualità e la credibilità di buona parte del giornalismo italiano. Questa è, nel giro di una decina di giorni, ben la terza notizia che, rilanciata in rete da più testate giornalistiche, ha scatenato numerose polemiche, per poi rivelarsi falsa nei giorni successivi. La prima è stata la diffusione della perizia sulla morte di Stefano Cucchi nella quale, secondo quanto riportato, si sosteneva che la morte del giovane fosse dovuta ad un attacco di epilessia. È dovuta intervenire la stessa sorella del ragazzo per precisare che, in realtà, la perizia parlava dell’epilessia come un’ipotesi priva di riscontri oggettivi e sottolineava che, per la prima volta, veniva riconosciuta la “duplice frattura della colonna e del globo vescicale che ha fermato il cuore”: insomma, una notizia positiva nel tentativo di dimostrare che la morte di Cucchi sia effettivamente dovuta al pestaggio subito in caserma. La legge anti-gatti nello Stato Islamico La seconda notizia, di pochi giorni fa, riguarda la pubblicazione di una legge anti-gatti da parte dello Stato Islamico, che avrebbe vietato di tenere i felini in casa nei territori sotto il suo controllo e avrebbe […]

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Attualità

Caccia al tesoro nel centro storico di Napoli

Un modo non convenzionale per visitare e scoprire la città, diverso e più coinvolgente degli abituali tour turistici, per far scoprire tanti segreti della città divertendosi. Era questo il proposito e lo spirito della quinta caccia al tesoro organizzata dal movimento “Sii turista della tua città” nel centro storico di Napoli. Il tema scelto per questa caccia al tesoro era “i fantasmi di Napoli”, figure che si racconta essere presenti in numerosi luoghi della città e le cui storie sono spesso ignorate anche dagli stessi napoletani o da chi il centro storico lo attraversa quotidianamente. Le squadre partecipanti, una decina in tutto, giovani e meno giovani, mappa e indizi alla mano, radunatisi alle 19:00 di sabato in Piazza San Domenico Maggiore, dopo un breve aperitivo insieme ai concorrenti e ai volontari dell’associazione, hanno corso tra Piazza del Gesù e la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, tra Palazzo Spinelli e Piazza Borsa, alla ricerca dei fantasmi della città. A ogni “tappa” ad aspettarli c’era un volontario dell’associazione, mascherato come il fantasma presente in quel luogo, che consegnava loro una bustina colorata con dentro la storia e le indicazioni – in versione bilingue, napoletano-inglese, per consentire la partecipazione anche ai turisti – utili a trovare il fantasma successivo. Tappa finale della Caccia al Tesoro, piazza Gerolomini, accanto all’unico murales di Banksy presente in Italia: la Madonna con la pistola, che rappresenta “il contraddittorio legame che unisce la criminalità organizzata alla religione”, come si poteva leggere nella descrizione fornita da Vesuvio Live, che per l’occasione si è occupata delle ricerche e della cura delle storie dei fantasmi di Napoli. Le prime tre squadre che hanno concluso la caccia al tesoro si sono aggiudicate i premi messi in palio dall’associazione, ma anche chi è arrivato più tardi è tornato a casa con il sorriso e con tante nuove storie e curiosità sui “fantasmi” che abitano il centro storico di Napoli da poter raccontare ai propri amici.

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Attualità

Erdoğan e gli attentati che colpiscono la Turchia (II parte)

Le elezioni politiche del giugno 2015 e tutto ciò che è accaduto nei mesi successivi, sono la seconda vicenda che mostra come le politiche del presidente Erdoğan abbiano destabilizzato la Turchia, in questo caso inasprendo le tensioni con la minoranza curda. In quella tornata elettorale il partito di sinistra filo curdo HDP, prese un numero consistente di voti, riuscendo ad entrare nel parlamento, mentre l’AKP, il partito di Erdoğan, uscì si vincitore, ma senza il numero di seggi necessari per formare un governo di coalizione. Questa situazione ha costretto Erdoğan a indire elezioni anticipate, che si sarebbero dovute tenere nel mese di novembre. Tra giugno e novembre la tensione del sud-est del paese è cresciuta esponenzialmente. AKP come unico garante dell’ordine e della sicurezza Oltre alla campagna mediatica volta a demonizzare l’HDP, due attentati hanno mandato in frantumi la fragile tregua tra il governo turco e i militanti curdi antigovernativi. Il primo ha colpito a fine luglio la cittadina di Suruç, dove una giovane kamikaze si è fatta saltare in aria all’interno di un centro che organizzava la raccolta di aiuti per la città di Kobane assediata dall’ISIS, provocando una trentina di morti e centinaia di feriti tra giovani attivisti socialisti turchi e curdi. Il secondo è avvenuto ad ottobre durante una marcia per la pace organizzata ad Ankara dall’HDP e da vari altri gruppi di opposizione di sinistra. Davanti alla stazione, mentre iniziavano a radunarsi i manifestanti, due esplosioni hanno provocato la morte di oltre cento persone. Gli attentati sono stati attribuiti all’ISIS, ma i giovani attivisti e in particolare i militanti del PKK hanno accusato il governo dell’AKP e i servizi segreti, se non di essere responsabili dei due attacchi, quantomeno di aver permesso ai militanti dello stato islamico di organizzarsi indisturbatamente per portarli a termine. In Turchia la fine della tregua tra esercito e guerriglieri curdi Non è ben chiaro chi per primo abbia rotto la tregua tra il governo turco e il PKK, ma da allora, l’esercito ha iniziato una dura campagna militare nel sud-est del paese con l’obiettivo dichiarato di schiacciare la resistenza curda, causando la distruzione di diverse città del Kurdistan turco e la morte di migliaia di persone tra civili e presunti guerriglieri. A quel punto, il partito di Erdoğan, potendo godere di di un controllo pressoché totale dei mezzi di informazione, si è presentato come l’unica forza in grado di garantire sicurezza e stabilità al paese, attirando su di se i voti dei nazionalisti e ottenendo, rispetto alle elezioni di giugno, quasi 10 punti percentuali in più di preferenze. Da allora la campagna militare nel sud-est del paese non si è più fermata, provocando la dura reazione dei gruppi più radicali della guerriglia curda. Tra loro i TAK (Falchi per la libertà del Kurdistan), gruppo che si è distaccato dal PKK ritenendo le strategie di quest’ultimo troppo morbide. I TAK negli ultimi mesi hanno rivendicato l’esplosione di tre autobombe tra Ankara e Istanbul. Gli attentati, essendo avvenute in zone molto frequentate della città, […]

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Attualità

Erdoğan e gli attentati in Turchia (I parte)

Sono passati pochi giorni dall’attentato che ha colpito l’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul, ma la notizia è già caduta nel dimenticatoio di buona parte dei media nostrani, spodestata da altri tristi episodi di cronaca e dai risultati degli Europei di Calcio. La maggior parte delle notizie lette quando l’argomento era ancora caldo si sono spesso limitate al mero richiamo dei fatti di cronaca, senza che questi fossero accompagnati da una analisi, anche breve, che riuscisse a spiegare la spirale di violenza che sta investendo la Turchia, colpita, dall’inizio dell’anno, da almeno 8 attentati che hanno causato centinaia di vittime, in particolare nelle città di Ankara e Istanbul. Due vicende, sviluppatesi nel corso degli ultimi due anni, sono molto significative rispetto agli eventi che stanno scuotendo la Turchia e possono mostrare come, le politiche portate avanti dal presidente Erdoğan, abbiano completamente destabilizzato il paese, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e che cominciano a causare parecchi malumori anche in patria, nonostante la durissima censura che colpisce i media locali. Attentati in Turchia: l’esercito turco e l’accondiscendenza verso lo Stato Islamico Partiamo dal primo: lo scorso novembre, Can Dündar ed Erdem Gul, rispettivamente direttore e caporedattore del quotidiano Cumhuriyet, vengono arrestati con pesantissime accuse, in seguito alla pubblicazione di uno scoop sul loro giornale, nel quale si denuncia, con prove evidenti, il trasferimento di armi da parte dell’esercito turco a non meglio precisati combattenti siriani. Can Dündar è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione e si trova a piede libero in attesa del processo di appello. A inizio luglio a Ischia per ritirare il riconoscimento per la difesa dei diritti umani nell’ambito del “Premio Ischia Internazionale di Giornalismo”, ha rilasciato un’intervista a Repubblica, nella quale denuncia le pesanti responsabilità del governo nel caos che sta investendo la Turchia. I militari, infatti, oltre a far entrare armi nel territorio siriano, hanno sempre chiuso un occhio sul via vai di militanti dello Stato Islamico tra il territorio turco e siriano e sul contrabbando di petrolio a prezzi stracciati che ha rimpinguato le casse dello stato islamico. Gli stessi militari hanno permesso loro di utilizzare la Turchia come base logistica e organizzativa per l’arrivo dei militanti dall’estero e di avere assistenza sanitaria negli ospedali delle città confine, per poi ripartire al fronte una volta terminata la convalescenza. Allo stesso tempo i militari sono stati molto più severi nei confronti dei guerriglieri curdi, che dalla Turchia tentavano di arrivare nelle città siriane proprio per sostenere la lotta per la difesa delle città assediate dal sedicente Stato Islamico. Un atteggiamento controproducente L’atteggiamento verso Daesh da parte del governo turco può, da una parte, essere spiegato proprio con la volontà di limitare la presa di forza e autonomia da parte dei curdi e, dall’altra, dalla volontà di creare grossi problemi con ogni mezzo al regime siriano di Bashar al-Assad, nella convinzione di poter manovrare il gruppo terroristico a proprio piacimento. Questo atteggiamento gli si è però ritorto contro, sopratutto nel momento in […]

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Attualità

Il genocidio armeno non è un’opinione

Poche settimane fa, quando ancora stavo a Istanbul, il parlamento tedesco si apprestava a votare una mozione atta a definire “genocidio armeno” le vicende che, tra il 1915 e il 1916, portarono alla deportazione e all’uccisione di circa un milione e mezzo di armeni e altre minoranze cristiane da parte dell’Impero Ottomano. Una mia studentessa mi scrive su Facebook: “Te la posso fare una domanda?” – “Si, dimmi.” – “Credi che i turchi abbiano fatto il massacro degli armeni?”. Sul momento rimango spiazzato. Non sapevo nemmeno che in Germania si stesse portando avanti la discussione, ma conoscendo i pericoli che si corrono in Turchia anche al solo nominare, ad esempio, l’esistenza del Kurdistan, preferisco mantenermi neutrale. Scoprirò successivamente che l’ammissione del genocidio armeno è punibile con tre anni di reclusione. Mi limito a dire che non sono abbastanza informato sull’argomento e a chiedere il perché della domanda. “Perché ho saputo che anche i tedeschi faranno una legge per dire che l’abbiamo fatto. Volevo sapere che ne pensi.” La discussione finisce qui, per evitare incomprensioni dovute anche alle difficoltà linguistiche, ma avrei tanto voluto dirle di stare tranquilla e spiegarle che non ritengo automaticamente tutti i cittadini di un paese responsabili per i crimini commessi dai propri governi, tanto più se questi sono stati commessi in un passato lontano. Non ritengo i miei coetanei tedeschi responsabili per il massacro di rom, omosessuali ed ebrei perpetrato dai nazisti, non ritengo i ragazzi spagnoli responsabili per i crimini commessi dal regno di Spagna in epoca coloniale e così via. Senso di responsabilità collettivo: il genocidio armeno Ciò che però nella risposta della studentessa mi ha colpito e fatto riflettere più di ogni altra cosa, è stato l’utilizzo dell’espressione “abbiamo”. Come se lei, insieme a delle altre persone, avesse commesso direttamente il fatto. Quando è avvenuto il genocidio degli armeni, sicuramente non erano ancora nati i suoi genitori e probabilmente nemmeno i suoi nonni. Ma allora perché “abbiamo”? Perché tanta rabbia da parte della comunità turca tedesca in seguito alla decisione del parlamento di stabilire che si è effettivamente trattato di un genocidio? Il presidente turco Erdoğan, oltre a rinfacciare alla Germania i massacri compiuti in passato in Europa e in Namibia e a minacciare la rottura dei rapporti diplomatici con Berlino, è arrivato a dire che i parlamentari tedeschi di origine turca che hanno votato a favore di questa mozione sono dei terroristi, che hanno sangue impuro e che l’impurezza del loro sangue può essere testata in laboratorio. Pochi giorni fa, alcuni parlamentari sono stati posti sotto scorta in seguito alle minacce di morte ricevute da alcuni ultra-nazionalisti turchi. Questo fervore nazionalista è abbastanza diffuso in Turchia, dove l’educazione scolastica punta molto sullo sviluppo di un forte sentimento nazionale, sulla trasmissione di un senso di appartenenza a un gruppo omogeneo e con comuni radici storiche, sulla venerazione in maniera quasi religiosa della figura di Kemal Ataturk, considerato il padre della moderna Turchia e il fondatore della patria. La creazione del sentimento nazionale e […]

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Viaggi e Miraggi

Hasankeyf: una diga cancella millenni di storia

Il viaggio con il Dolmuş si rivela un po’ più lungo del previsto perché, essendo sera, lungo la strada si incontrano numerosi pastori con le loro greggi che tornano a casa dopo la giornata al pascolo. Arrivati al centro di Hasankeyf, scendiamo di fronte ad alcuni piccoli negozi e subito, un uomo, vedendoci con gli zaini, ci viene incontro per sapere chi cerchiamo e se abbiamo bisogno d’aiuto. Gli diciamo il nome del Couchsurfer che ci ospiterà: “Ramiyar” (nome inventato). “Quale Ramiyar?” ci chiede. In un paese di poche migliaia di anime, tutti più o meno si conoscono. Non sappiamo altro, così gli diamo il suo numero, lo chiama per sapere dove dobbiamo andare e ci indica la via. Ramiyar ci accoglie con del cibo e l’immancabile çay che sorseggiamo insieme sulla terrazza del bar-ristorante dove lavora – e dove passeremo la notte – di fronte a una spettacolare vista sul fiume Tigri e sul minareto della moschea el-Rızk. Questo è soltanto uno dei tantissimi luoghi di interesse storico, culturale, turistico, che conserva il piccolo paese dalla storia millenaria nella Turchia sud-orientale: antiche moschee, palazzi in pietra che osservano dall’alto di pareti rocciose, tombe monumentali, i resti di un grosso ponte costruito nel 1116, un tempo attraversato da chi percorreva la via della seta, e tanto altro ancora. Il triste destino di Hasankeyf e il progetto GAP Tutto ciò, però, è visibile soltanto esternamente: Dal 2012, infatti, il Ministero della Cultura e del Turismo ha chiuso al pubblico tutti i siti, con l’intento di scoraggiare i turisti dal visitare il paese e spingere chi viveva di turismo ad abbandonarlo di propria volontà. Tra non troppo tempo, infatti – secondo alcuni pochi mesi, secondo i più ottimisti qualche anno – Hasankeyf verrà completamente sommersa dalle acque raccolte dall’immensa diga di Ilisu, inseme alla sua storia millenaria. La diga di Ilisu, che con i suoi 138 metri di altezza e 1820 metri di larghezza sarà seconda nel paese soltanto all’immensa diga Atatürk, ha subito numerose critiche: le acque convogliate dalla diga inonderanno una valle lunga 136 km e oltre a sommergere luoghi di immenso valore storico come Hasankeyf e numerosi altri siti archeologici, allagherà oltre 6mila ettari di terre coltivabili e costringerà le circa 60mila persone che abitano nella valle ad abbandonare le proprie case. La diga fa parte inoltre parte dell’imponente progetto GAP, che prevede la costruzione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche – alcune delle quali già ultimate – lungo il corso dei fiumi Tigri ed Eufrate. I due fiumi rappresentano però l’unico freno alla desertificazione di ampie zone della Siria e dell’Iraq. La drastica riduzione del flusso idrico – si calcola che una volta ultimata la diga di Ilisu, la portata del fiume Tigri nel sud dell’Iraq diminuirà di oltre il 50% – causerà problemi probabilmente ancora più grossi di quelli generati dagli attuali conflitti, aumentando drasticamente la povertà e costringendo migliaia di persone ad abbandonare le proprie case con un probabile acutizzarsi dei conflitti in tutta la […]

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Eventi nazionali

Mondiali antirazzisti: un calcio a ogni barriera

Quest’anno i Mondiali, che si svolgeranno dal 6 al 10 luglio nel Campo di Bosco Albergati, in provincia di Modena, spengono 20 candeline. Ai Mondiali Antirazzisti gruppi ultras, attivisti politici, membri di associazioni che quotidianamente lavorano sui territori o anche semplici appassionati di sport, si sfidano in partite nelle quali – come sostiene Carlo Balestri, organizzatore dell’iniziativa, in un’intervista – le squadre non giocano contro, ma insieme. Ai lati dei campi, su dei cartelloni, si possono leggere le regole: “l’arbitro non è un arbitro, segna soltanto tempo e gol”, o ancora “al secondo fallo cattivo ed intenzionale di una squadra verrà decretata la vittoria a tavolino della squadra avversaria”. E le finali dei tornei di calcio si decidono ai rigori, in una grande festa collettiva. Ai Mondiali Antirazzisti non si paga nessun biglietto per entrare – il campeggio è libero e ognuno può seguire le partite che preferisce – non c’è bisogno di nessuna tessera, non è richiesta nessuna autorizzazione per portare un bandierone, uno striscione o per accendere un fumogeno. Così i cori, il colore dei fumogeni e lo sventolio delle bandiere animano le partite e le notti dei mondiali.

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