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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Zerocalcare: La profezia dell’Armadillo diventa un film

Zerocalcare. Tuttattaccato. Nel 2009, quando uscì La profezia dell’Armadillo, digitando zerocalcaretuttattaccato su Google, bisognava scorrere qualche pagina prima che non si parlasse più della salute delle lavastoviglie e si arrivasse a parlare di fumetti. Pochi mesi dopo la pubblicazione della graphic novel dalla coscienza d’armadillo, la situazione era completamente diversa, opposta. Verrebbe da chiedersi quanti idraulici leggano Zerocalcare. «Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi oggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen.» Così, dopo quasi dieci anni, con il ben volere del mostro del tempo che passa, l’opera prima di Zerocalcare diventa un film. La data di uscita non è certa, ma si ritiene probabile nel corso del 2018. A collaborare con Zerocalcare alla sceneggiatura, Valerio Mastandrea, Oscar Giloti e Pietro Martinelli. Ad interpretare la pellicola troveremo Simone Liberati e Pietro Castellitto (rispettivamente Zero e Secco), insieme a Laura Morante, Claudia Pandolfi, Valerio Aprea, Teco Celio e Diana Del Bufalo. Il compito della regia è stato assunto da Emanuele Scaringi. La profezia dell’Armadillo: semiotica d’amore e di morte Rebibbia. Zero, disegnatore o aspirante tale, si arrangia con illustrazioni per gruppi punk. Arrotonda con ripetizioni di francese e cronometrando le file al check-in negli aeroporti. Vicino a lui, l’amico di sempre, Secco, e la personificazione della sua coscienza: un armadillo. Il cuore – frantumato – del racconto è la morte di una compagna di scuola, Camille, antico amore di Zero. Accanto alla crudele tenerezza a cui ci incatenano i ricordi, si tratteggia il ritratto di una generazione che vive alla periferia del tempo e dello spazio e, come in ogni periferia, viene accusata e ignorata. Il linguaggio di Zerocalcare si costituisce di parole veicolate dal romanesco, dalle linee, da gruppi di significanti che tessono la storia di un’attitudine alla vita, alla realtà, alla morte. Michele Rech è un maestro in questo e crea sulla pagina un microcosmo fatto di mondi interi. Dissacrante e teneramente attento, in ogni tavola si esprimono e nascondono significati di una generazione che dell’instabilità e del dolore ha fatto scrigno, fortezza, armadillo. Con essi e con se stessi si convive, contro di essi e di se stessi si combatte. Per chi è avvezzo alla lettura di Calcare – beato chi non lo è, che potrà godersi tutto il corpus per la prima volta! – La profezia dell’armadillo ha i tratti d’opera non del tutto matura da un lato e, dall’altro, i segni inconfondibili che Zerocalcare porta con sé e consegna al lettore. Tra le pagine si ride, si ride tanto e si piange di dolore sincero che viaggia fra l’amore, la perdita, la decisa rinuncia al disincanto. Si afferma con opportuno sarcasmo la necessità di restare saldamente attaccati alla vita, lottando contro tutto quanto vorrebbe farci mollare la presa, dimostrandoci decisi a resistere, a non cadere. Aspettiamo dunque un film che, per chi conosce Zerocalcare, porta con sé grandi promesse e grandissime premesse. Intanto, dopo il capolavoro che è Kobane Calling, […]

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Interviste vip

Lorenzo Marone. Intervista a chi ha deciso di restare

Quest’anno, per la prima volta, Napoli ospiterà la fiera del libro Ricomincio dai libri, giunta alla sua IV edizione. La kermesse dedicata al libro e all’editoria si svolgerà nella sede dell’ex Ospedale della Pace, sita in via Tribunali 227, che dal 29 settembre al 1 ottobre sarà teatro di incontri, attività, presentazioni e dibattiti. «Sarà un festival scandito da grandi novità – dichiarano gli organizzatori dell’evento -. Saranno presenti i principali scrittori napoletani come Maurizio De Giovanni, Pino Imperatore e Lorenzo Marone.» A pochi giorni dall’inizio di Ricomincio dai Libri, abbiamo raggiunto telefonicamente Lorenzo Marone per un’intervista. Si è parlato dei suoi romanzi, di quant’è bella Napoli quando sovverte lo stereotipo, della voglia di partire, della necessità di restare saldamente attaccati a ciò che si è. Per dieci anni ha fatto l’avvocato, poi Lorenzo Marone è diventato lo scrittore che vaga fra le contraddizioni di Partenope e fra la gente che fra quelle contraddizioni ha deciso di restare. Dopo aver pubblicato Daria e Novanta, è venuto il romanzo La Tentazione di Essere Felici: un uragano. Tradotto in quindici lingue, il romanzo ha consacrato il talento letterario che Marone aveva mostrato nei novanta racconti su Napoli, la sua città. Napoli continuerà a fare da sfondo e diventare co-protagonista dei suoi romanzi: dal Vomero ai Quartieri Spagnoli, da una Napoli borghese a una popolare, Marone, attraverso i suoi personaggi dall’introspezione autentica e complessa, scava le contraddizioni del quotidiano, i difficili legami familiari, la lotta con se stessi per conoscersi e affrontare con coraggio quello che si scopre e si decide di essere. E Marone con i suoi personaggi, vive le antitesi di una città fatta di luci ed ombre, con la convinzione che chi parte senza aver trovato se stesso, porta con sé i propri fantasmi. Intervista a Lorenzo Marone. La sfida di diventare ciò che si è Da avvocato a autore di romanzi di successo, la tua vita è forse un po’ cambiata. La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015) è stata una radicale svolta. Com’è nato questo libro, cosa ti ha mosso a pubblicarlo? C’è stato un momento della mia vita in cui ho deciso di tornare a scrivere, era una cosa che facevo sempre da ragazzo. Così ricominciai a scrivere racconti, partecipare a concorsi letterari per inediti e…vincerli. È stata mia moglie a convincermi a continuare a scrivere, a provare ad andare oltre. È così che sono nati Novanta (Pironti, 2013) e Daria (La Gru, 2012). E sebbene La tentazione di essere felici non sia la prima cosa che ho scritto, è quello che rispecchia a fondo la mia voglia di cambiare. In Magari domani resto (Feltrinelli, 2017) si rintracciano dei leitmotiv: il fronteggiare la scelta fra andarsene o restare, la Napoli che resiste caparbia allo stereotipo e al pregiudizio. Restare è una forma di esistenza, di resistenza? Restare è l’argomento principe. Tutti i personaggi dei miei libri, come tutti noi qui a Napoli, facciamo i conti con la voglia di andare via, sebbene non è qualcosa legato alla città. Bisogna avere […]

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Attualità

Roman Horoberts e i corpi del reato: il suicidio nelle carceri

Il corpo di Roman Horoberts è stato ritrovato da un secondino lo scorso 17 luglio nel carcere di Ferrara: suicidio. Roman aveva trent’anni, si trovava in prigione da meno di 24 ore e si era impiccato alle sbarre della cella con i suoi stessi jeans. Durante la mattinata di domenica 16 luglio, in preda ad uno scatto d’ira, aveva preso a pugni una macchina distributrice di caffè in una palestra del ferrarese. Tanto è bastato per allertare le forze dell’ordine che, giunte sul luogo, hanno arrestato il giovane per i reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate. Il caso di Roman Horoberts: la rabbia, l’arresto, il suicidio. Come hanno sostenuto esperti dell’ambito giuridico, secondo la legge italiana per uno scatto d’ira non sussistono gli estremi per un TSO (trattamento sanitario obbligatorio). L’intervento delle forze dell’ordine sarebbe stato lecito ad una condizione: che, come la legge italiana prevede in tal caso, si sarebbe perlomeno dovuta assicurare al detenuto l’assistenza psicologica necessaria. Il caso di Roman Horoberts è singolare, ma non è un caso isolato. L’anatomia di uno scatto d’ira esula dalla definizione molto più estesa di pazzia. La presunta imprevedibilità del pazzo lo ha fatto per secoli percepire come pericoloso per sé e per gli altri (definizione ancora presente nella legislazione di quasi tutti i paesi, fuorchè l’italia, per giustificare trattamenti coatti a suo carico) e dunque destinatario di provvedimenti allo stesso tempo di cura e custodia.  A patto però che sia dimostrato clinicamente il disturbo psicologico che affligge il soggetto in questione: cosa che nel caso di Horoberts non è accaduta. La stessa rabbia di Horoberts è stata commissariata. Sui pochi giornali locali che hanno parlato della sua morte è stato costantemente apostrofato come “lo straniero”, poiché Roman aveva origini ucraine: che l’ossessione securitaria notamente e abilmente coltivata in tutte le democrazie occidentali, abbia giocato il suo ruolo?  Che ancora un volta la paura sia servita a mascherare le crescenti insicurezze reali dovute alla perdita di coesione sociale, alle inesistenti prospettive di futuro per intere generazioni, alla erosione di reddito, lavoro, diritti? Sappiamo per certo che nell’attesa di conoscere una pena che si è tradotta in suicidio, il suo stesso corpo è diventato corpo del reato. Morti, ammazzati di carcere. Il suicidio nelle carceri italiane. Il 18 luglio, il giorno seguente il suicidio di Roman a Ferrara, nella Casa Circondariale di Avellino anche Luigi Della Valle, 43 anni, ristretto per il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, si è impiccato nella propria cella. I suicidi in carcere non fanno notizia. Forse perchè, sebbene siano 20 volte più frequenti rispetto al complesso della società italiana, sono normalizzati e giustificati dalla “inevitabile sofferenza” della detenzione. Anche tra il Personale di Polizia Penitenziaria la frequenza dei suicidi è 3 volte superiore alla norma: negli ultimi 10 anni quasi 100 poliziotti si sono uccisi. Eppure, ogni anno gli agenti ed i compagni di cella salvano oltre 1.000 persone da morte certa, quasi sempre per impiccagione. Senza questi interventi […]

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Attualità

Muore Pelosi, ma ancora nessuna verità sulla morte di Pasolini

Giuseppe Pelosi è morto a 58 anni, il 20 luglio 2017. Aveva scontato una pena pari a nove anni di reclusione per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Pino Pelosi, in verità, è morto a 17 anni, il 2 novembre 1975. Perché quella notte, insieme a quella di Pasolini, è finita anche la sua vita. Pierpaolo Pasolini fu ucciso da un “ragazzo di vita” per ragioni omosessuali. Sineddoche nella vita e nella morte dell’intellettuale di Casarsa: il sesso, la parte, che diventa il tutto. Perlomeno, così ha stabilito la legge italiana, scevra di giustizia, durante un processo che non ha convinto nessuno e che si è fatto specchio dell’aggravarsi dei sintomi di disagio politico nella società e nelle istituzioni durante gli Anni di Piombo. E, ripercorrendo gli ultimi giorni e le ultime ore di vita di Pasolini, è facile comprenderne il perché. Durante le prime ore del giorno dedicato alla commemorazione dei defunti del 1975, una pattuglia dei carabinieri ferma un’automobile contromano sul lungomare di Ostia. Alla sua guida c’è Pino Pelosi, 17 anni, che viene arrestato per furto d’auto. Infatti quell’Alfa Romeo era l’auto di Pier Paolo Pasolini che, intanto, giaceva a terra sulla sabbia sporca di sangue, accanto ad un campetto di calcio al Molo di Ostia, accerchiato da un gruppetto di curiosi. Pelosi in carcere confessa al suo compagno di cella: “Ho ammazzato Pasolini”. 2 Novrembre 1975: la celebrazione dei morti e la passione di un blasfemo, Pasolini Il corpo martoriato di Pasolini fu ritrovato alle 6:30 da una donna di borgata, che lo aveva scambiato per un mucchio di spazzatura. La polizia giunge sul luogo del delitto e conduce indagini superficiali. Permette alla folla di avvicinarsi al corpo, ai ragazzini di giocare a calcio nel campetto adiacente e rilancia con un calcio il pallone quando giunge nello squallido spiazzo dove giace il corpo. Ironia della sorte, della morte. Crudeltà di tempo e spazio. Pasolini muore nel giorno in cui la chiesa celebra i fedeli defunti. Il suo corpo è dilaniato: un “grumo di sangue”, ha dieci costole rotte, il volto irriconoscibile. Passione di un blasfemo. Nel 1949 era stato cacciato dal PCI per via della sua omosessualità. Nel ‘63 era stato accusato di vilipendio alla religione di Stato per il corto “La Ricotta”, epopea e morte dei poveri cristi contenuta in RoGoPaG. Muore a due passi da un campetto da calcio, ucciso da un ragazzo di vita: ciò che aveva caratterizzato la sua vita, segna la sua morte. Il calcio “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e i ragazzi delle borgate di cui, nella sua vasta opera, ci restituisce la dignità e il dolore. Comincia il processo. Al primo grado di giudizio il giudice, fratello di Aldo Moro, sentenzia che Pelosi è colpevole ma “non ha agito da solo”. La Corte d’Appello conferma la condanna per omicidio, ma non dà credito all’ipotesi dei complici. Nel 1979 la Cassazione conferma la sentenza. Omicidio omosessuale: Pelosi, per difendersi, ha ucciso Pasolini che voleva costringerlo ad avere una prestazione sessuale […]

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Napoli & Dintorni

Torneo antirazzista a Marano, CAS e mala accoglienza

Si è tenuto il 14 maggio, a Marano, il torneo antirazzista organizzato dall’Ex Opg in coordinamento con Casa del Popolo, Laboratorio Politico Kamo e la Scuola di italiano per immigrati di Mugnano. In campo sette squadre: Liberté, Minorités, Permesso di Soggiorno Subito e Castagno, in rappresentanza delle comunità immigrate dell’area nord di Napoli; la squadra degli organizzatori, Socrates, eliminata al primo turno, Il Capone e Napoli, squadre composte dai ragazzini del posto. Socrates, per l’appunto, è anche il nome del luogo che ha ospitato il torneo, ripulito e restituito alla collettività da Kamo, come campo da calcio per i bambini del quartiere. È evidente che il percorso di integrazione socio-territoriale è aneddotico rispetto al sostegno costante che collettivi e associazioni, come i succitati, apportano alle persone che vivono nei CAS (centro d’accoglienza straordinaria) dell’area nord. Parlando con alcuni di loro, infatti, emergono numerose falle nel sistema di accoglienza. In primo luogo, molti dei ragazzi che vivono nei CAS parlano di strutture insalubri, denunciano la totale assenza di assistenza legale e sanitaria, la mancanza della scuola di italiano, la quasi totale assenza di mediazione culturale. Tutti diritti, garantiti per legge, che spesso non vengono tutelati. Inoltre, alcuni di loro vivono nei CAS da quattro anni, sebbene il periodo massimo di permanenza che la legge prevede è 110 giorni. Dopo ben quattro anni nei CAS, quasi nessuno di loro conosce l’italiano, poichè un insegnante per 120 persone è evidentemente insufficiente. C’è di più: dopo questo lungo periodo di permanenza sul territorio, sono totalmente invisibili, persino agli occhi degli abitanti del posto. Così, in occasione del torneo, per la prima volta, hanno avuto modo di conoscersi e confrontarsi, anche sul piano ludico. Mala accoglienza nei CAS: la vera emergenza Molto spesso, sotto la parola “accoglienza” si scopre in Italia un mondo che ha poco a che fare con i diritti umani, mentre ha molto a che fare con l’illecito, con il business dell’immigrazione, con truffe e peculato. Certo, non si deve generalizzare, ma, consultando statistiche, rapporti di associazioni attive nel campo, quasi sempre si arriva alla conclusione che il sistema accoglienza in Italia non funziona, è fonte di business, è pensato in maniera tale da non produrre inclusione sociale, mantenendo gli ospiti in condizioni che non permettono loro di raggiungere l’autonomia. Perchè queste persone, che vivono in CAS totalmente isolati, lontani da tutto, divengono, in alcuni casi, facile preda della criminalità organizzata. Perchè alle volte, gli stessi centri di accoglienza possono essere controllati da organizzazioni criminali, si pensi ai traffici delittuosi nelle provincie di Catanzaro e Crotone sul centro di accoglienza di Capo Rizzuto, uno dei più grandi in Europa. Perchè gli immigrati vengono criminalizzati da discorsi politici e da politiche che li considerano oggetto e mai soggetto, li trattano da agenti patogeni in una società civile che vive picchi di populismi e xenofobia e che li vuole fuori. Si pensi al decreto Minniti, diventato legge pochi giorni fa, che elimina la possibilità di fare ricorso a chi viene negato l’asilo politico. Perchè parlare di accoglienza straordinaria […]

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Attualità

Banlieues e rivolte: cronistoria di una sopraffazione

Il termine banlieue non ha un’origine chiara, ma sono due le possibili etimologie: la prima è collegata al significato letterale di ban, «potere di amministrare» e lieu, luogo. La seconda, invece, fa risalire l’origine del termine alla «messa al bando» dal centro della città degli individui più poveri e ritenuti  pericolosi. Questa seconda ipotesi fa pensare al modello spaziale dell’odierna Parigi, ideato da  Georges Eugène Haussmann: il primo a concepire un piano regolatore generale urbano realizzato fra il 1852 e il 1896, durante il governo di Napoleone III. Un innovatore che però si disinteressò assolutamente della questione sociale. La sua azione vide lo sventramento di quartieri popolari considerati insalubri, la creazione di boulevards che cingono la Cité, l’edificazione di palazzi e teatri, caserme e carceri. Il programma di Haussmann, fra apertura all’etica borghese e l’entrata del capitalismo nelle strategie urbane non nasconde, tuttavia, le finalità di controllo poliziesco e sociale. Le pesanti critiche mosse soprattutto da Lefebvre, hanno interpretato lo sventramento dei quartieri operai come l’espulsione delle «classi pericolose» dal cuore di Parigi, respinte ai margini della città. Anche nelle città coloniali francesi le esperienze urbanistiche furono caratterizzate dalla teoria della separazione, il cui fautore fu Hubert Lyautey. Si trattò di separare fisicamente i coloni, residenti nelle cosiddette villes neuves, dalla popolazione autoctona, residente nelle cité indigènes. Tale sperimentazione di segregazione è all’origine delle bidonvilles che accoglieranno il neo-proletariato autoctono urbano. Al tempo della decolonizzazione, le medesime dinamiche si sono prodotte in una Parigi divenuta metropoli migrante. Le masse di immigrati provenienti dalle ex-colonie dell’Africa settentrionale e occidentale furono ben accolte come manodopera necessaria. Durante gli anni ‘60 furono costruiti appositamente per loro casermoni residenziali temporanei lontani dal centro città: una periferia della periferia. Queste abitazioni, però, divennero dimore definitive che oggi conosciamo come banlieues. Un ghetto che è prodotto della metropoli migrante e ad essa si contrappone spazialmente e concettualmente come città aliena e alienata, simbolo del degrado e fucina di criminalità. Rivolte nelle banlieues: all’origine della collera Le rivolte del 2005 in Francia furono preannunciate dagli eventi degli anni Settanta e Ottanta. La crisi energetica nel 1973 ed il consequenziale aumento della disoccupazione contribuirono allo sviluppo di un senso di disperazione ed assenza di legalità. Durante la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 i ripetuti scioperi dei lavoratori, in gran parte persone abitanti delle banlieues, rallentarono l’industria automobilistica francese, della quale gli stranieri erano un quarto dei lavoratori. Nello stesso periodo, durante le presidenziali del 1981, ebbe origine il movimento dei beur (che, nel gergo verlan, significa “arabo”): i giovani migranti sostennero in modo travolgente la candidatura di Mitterand. Quest’ultimo, però, non mantenne le sue promesse in merito alla regolarizzazione, così, ebbero luogo numerose manifestazioni di protesta volte a affermare l’identità e lo spazio dei migranti all’interno della società. Molti dei quartieri che furono il centro dell’attivismo dei beur negli anni Ottanta, sarebbero stati sconvolti dalle rivolte del 2005. Nell’ottobre e novembre di quell’anno furono distrutte 9200 autovetture e ci furono 2888 arresti. Allo Stato, che aveva addirittura […]

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Attualità

Presidenziali francesi: gli indecisi saranno decisivi?

Dopo l’attentato di ieri agli Champs Elysées e nonostante il terrorismo mediatico che ne risulterà, il popolo francese si avvicina, ancora più incerto, a scegliere chi sarà il prossimo presidente della V République. Il primo turno elettorale avrà luogo domenica 23 aprile, mentre il secondo il 7 maggio. Trattandosi di un sistema uninominale a doppio turno, per vincere al primo turno sarebbe necessaria la maggioranza assoluta, ovvero 50% +1, altrimenti si ricorrerebbe a una nuova votazione fra i candidati che hanno superato la soglia di sbarramento. Nella forma più classica, tuttavia, passano il turno solo i due candidati più votati e, così, il secondo turno è un ballottaggio. La lista ufficiale conta undici candidati all’Eliseo, di cui i principali sono cinque: Francois Fillon (Les Républicains, centro destra), Benoit Hamon (Partito Socialista), Marine Le Pen (Front National, estrema destra), Emmanuel Macron (En Marche!, centro sinistra), Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise, sinistra radicale). A queste presidenziali, infatti, gli schemi classici delle elezioni francesi, che vedono fronteggiarsi il partito socialista e quello repubblicano, sono stati stravolti. I sondaggi, che hanno registrato mutamenti considerevoli nel corso della campagna elettorale, mostrano una differenza che si accorcia sempre di più fra ben quattro candidati all’Eliseo. La causa di questa rottura nella continuità potrebbe essere spiegabile prendendo in analisi pochi dati di fatto: da un lato, infatti, si trova un partito socialista ridotto a brandelli dall’impopolarità di Francois Hollande (sebbene dopo gli attentati del novembre 2015 ci sia stata una crescita del favore elettorale nei suoi confronti). D’altro canto, il candidato di destra Fillon è stato fortemente danneggiato dallo scandalo che lo ha coinvolto, riguardante stipendi di stato di milioni di euro erogati alla moglie per un lavoro fittizio. I sondaggi, negli ultimi mesi, hanno conosciuto sbalzi e cambiamenti continui e significativi mentre, d’altra parte, la fiducia nei risultati da essi previsti, in seguito alle destabilizzanti sorprese avute in seguito ai risultati sul referendum della Brexit e alle presidenziali americane, è drasticamente crollata. Il ballottaggio delle Presidenziali sarà in mano agli indecisi Si parla di una storica vittoria di Marine Le Pen, contro l’immigrazione e contro l’UE, affine all’ ascesa delle destre in Occidente – e non solo. Allo stesso modo, è cospicuo il favore riscontrato dal candidato del centro sinistra Macron, ex consigliere di Hollande all’Eliseo ed ex ministro dell’economia, che si pone nel segno del “rinnovamento”. Fillon quest’autunno era in testa ai sondaggi, prima di essere investito dallo scandalo che ha visto crollare le percentuali in suo favore. Benoit Hamon, che aveva registrato 14 punti percentuali di preferenza nei sondaggi di qualche mese fa, vede adesso un netto calo del favore nei suoi confronti all’ 8%. Al contrario, Mélenchon dall’8% di qualche mese fa, è dato al 19% negli ultimi sondaggi, con un programma volto all’integrazione, la rinuncia al nucleare e l’apertura totale alle energie rinnovabili, la diminuzione delle ore lavorative, l’abbassamento dell’età pensionistica. Ad ogni modo, i risultati saranno imprevedibili, anche per il tipico sistema a due turni che rende l’interpretazione impossibile. Di certo, […]

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Napoli & Dintorni

Rimessa Laterale: il gioco ricomincia dai Quartieri Spagnoli

La rimessa laterale è utilizzata nel calcio per riprendere il gioco quando il pallone ha oltrepassato la linea. Rimessa Laterale è anche l’iniziativa di due giorni, lanciata da Cyop & Kaf, che ha preso vita nel cuore dei Quartieri Spagnoli,in Vico della Tofa, dove il terremoto dell’80 danneggiò irrimediabilmente un palazzo che, poi, nel 1993 crollò. Per 22 anni le macerie del palazzo sono rimaste lì, la spazzatura si è accumulata sopra i detriti e la malerba ha cominciato a crescere. Già due anni fa, nel 2015, Salvatore Iodice, insieme a poche altre persone, ha cominciato a ripulire lo spazio per ridarlo alla città, agli scugnizzi, come campetto da calcio. Ce n’era e ce n’è di lavoro da fare. È così che è nata Rimessa Laterale: un’iniziativa di due giorni mirata al lavoro partecipato al fine di terminare i lavori con l’aiuto e l’intervento attivo della popolazione che, dal lato del campo/città, rimette il pallone in gioco, una volta che lo squallore e la desolazione l’hanno buttato fuori dal campo della storia. Il gioco è lotta continua, in questo caso, anche perchè sul palazzo grava la proprietà virtuale di chi, di tanto in tanto, in questi anni, ha continuato ad abbandonare vaghe promesse di una ricostruzione, ma anche spazzatura e detriti per rivendicare il possesso dello spazio. Spazio che ha continuato, fino a ieri, ad essere luogo di incuria, rovine e degrado. Per due giorni, in seguito alla richiesta di collaborazione, in Vico della Tofa, ha cominciato a giungere gente di ogni età, per portare a termine il progetto di riappropriazione dello spazio,man-tenendo (tenendo per mano) un progetto che ha la forza delle possibilità. Rimessa Laterale: un’azione partecipata e un atto non solo simbolico Perché la rimessa laterale è spesso sottovalutata, ma può costituire un fattore di vantaggio nella costruzione delle azioni offensive.In questo caso, l’azione offensiva è metafora di un atto di presenza, simbolico e semiotico: ridando allo spazio un linguaggio nuovo, fatto di parole diverse che possano produrre una realtà diversa. Un’azione del territorio sul territorio: opposto  alla sistematica assenza dello Stato, un investimento nel futuro che prende vita da un passato che finalmente agita e fa fremere il presente, un’affermazione del rapporto del popolo con lo spazio e col tempo. Rigenerazione urbana che non è mossa da dinamiche neoliberiste, come sempre più spesso accade, ma lotta tacita, rivolta silenziosa che dal ventre della città lancia un urlo di sfida e di sollievo. Da Vico della Tofa si vedono le navi ancorate nel porto, il luogo da cui si ha l’abitudine di partire e lasciarsi con dolore alle spalle la città che vive alle pendici del vulcano attivo, stuprata dai bombardamenti e dal dopoguerra, dal terremoto, fatta di un popolo che sempre ha trovato la forza di rialzarsi, pur sempre a fatica. Che non può redimersi e vuole salvarsi riconoscendo il passato e, facendo leva su quello, rivolgere fortissimo lo sguardo al futuro. Ridare ai bambini, attivissimi ed entusiasti nel lavoro di questi ultimi due giorni, uno spazio […]

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Attualità

Aborto e 194: gli obiettori incoscienti

Ha fatto scalpore in Italia, alla fine del mese scorso, il concorso indetto dall’ospedale San Camillo di Roma sull’assunzione di due medici non obiettori di coscienza. Come al solito, l’opinione pubblica si è divisa fra radicali, conservatori e sciacalli da prima pagina. Bisogna, però, tenere presente alcuni dati: il concorso indetto dalla Regione Lazio è un caso unico in Italia, oltre che l’assunzione di soli due ginecologi non obiettori non muterebbe il panorama della Sanità. È legittimo chiedersi cosa la legge italiana stia tutelando: il diritto ad abortire o l’obiezione di coscienza stessa? È legittimo porsi tale domanda in questo caso, poichè Fabrizio D’Alba, direttore generale del San Camillo, ha dichiarato che dopo sei mesi dall’assunzione i due ginecologi possono “cambiare idea” passando dalla parte degli obiettori. Dunque, è chiaro come il problema inerente l’ivg (l’interruzione volontaria di gravidanza) e l’obiezione di coscienza sia l’applicazione in sè della 194. I dati, relativi al 2013, della relazione annuale al Parlamento sulla legge 194 del Ministero della Salute parlano di 7 ginecologi obiettori su 10 sul territorio italiano. Nel 2016 questi numeri sono cresciuti. Come fatto notare durante il convegno su “Gravidanza e disagio sociale”, organizzato a Milano nell’ottobre 2016: una sentenza del Consiglio d’Europa ha riconosciuto che, a causa del numero già alto ed ascendente di medici obiettori, l’Italia viola i diritti previsti per legge in tema d’aborto. Oltre che – dice una seconda sentenza – quelli dei medici non obiettori, costretti a svantaggi professionali tra un lavoro appiattito sulle sole interruzioni e la riduzione delle prospettive di carriera. Ancora, il fulcro della questione, ovvero le ragioni per cui una donna ricorre a ivg continuano ad essere tralasciate: tutela della salute della madre, malformazione del feto, violenza carnale subita, istanze psicologiche, economiche e sociali. Basti pensare che fino agli anni ‘70 le ragazze madri erano viste come criminali: la scoperta degli 800 cadaveri di bambini nei pressi del Bon Secour, attivo dal 1925 al 1961 in Irlanda, ne è esemplificativo. Inoltre, gli aborti diminuirebbero al diminuire dell’indigenza economica, determinata, per le donne, dallo stesso mercato del lavoro. Aspetti determinanti che restano marginali, mentre noi continuiamo a vivere sulla schiena di un grande mostro che dorme. Uno sguardo fuori: aborto e diritti delle donne In India, per cause legate alla povertà estrema soprattutto nelle zone rurali, ad una società patriarcale ed al sistema delle doti, ci sono casi di aborti selettivi per genere. Di fatti, il Governo indiano già nel 1991, per arginare il fenomeno, introdusse un sistema di incentivi finanziari a lungo termine. In Cina, per contrastare l’aborto selettivo, è vietato fare analisi per scoprire il sesso del feto. Alla radice, ragioni soprattutto culturali: in regime di figlio unico, avere una femmina significava interrompere la discendenza; inoltre, poichè per tradizione dopo il matrimonio le ragazze diventano parte della famiglia del marito, i genitori temevano che, una volta anziani, non ci sarebbe stato nessuno ad occuparsi di loro. I test genetici sono, invece, legali a Hong Kong. Città, fondata dalla Gran Bretagna, che prolifera di solito ciò che è […]

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Culturalmente

Lascia stare i Santi: il viaggio di Pannone nell’Italia ancestrale

Il culto dei santi, soprattutto nel sud Italia, riflette un atteggiamento che si radica in un arcano paganesimo, nei riti del sole e della terra, del sudore e del peccato. I santi sono memoria dei popoli contadini, fatta di carne ed ossa. Ed i popoli ad essi si rivolgono rassicurati dall’empatia fra peccatori e martiri. In tale empatia, i santi e chi li venera assurgono ad entrambi i ruoli. Il nuovo documentario di Gianfranco Pannone, Lascia Stare i Santi, indaga questo rapporto intrinseco, arcaico e rinnovato in un viaggio a due dimensioni: un viaggio per tutta l’Italia e lungo un secolo intero. Il lavoro del documentarista d’origine partenopea si radica in un’antropologia calda che si erige a baluardo del “nuovo” cinema del reale; il viaggio di Pannone nell’Italia dei santi, delle processioni in onore a madonne bianche e nere, ritualità ancorate al paganesimo e alla natura, al mare e alla terra, si accompagna alla musica popolare, curata per l’occasione da Ambrogio Sparagna, elemento fondamentale dei culti popolari. Lascia stare i Santi: un approccio laico alla tradizione sacra Da Gramsci, uno dei primi studiosi della religione popolare in Italia, a  Rocco Scotellaro e a Pasolini: dal documentario emerge un approccio consapevolmente laico che, a tratti, coincide con l’evoluzione di questa cristianità folkloristica e apparentemente lontana dalla religione quotidianamente professata. L’affidamento, sacro eppur profano, a chi ha esperito le tribolazioni ed ha la faccia della terra, è emblematico della venerazione dei santi. C’è, insomma, una storia del sincretismo pagano-cattolico del Sud, che appartiene al folklore, e una storia istituzionale della pietà, che appartiene foucaultianamente alla Chiesa come luogo di potere. Nel mezzo, la credenza popolare, i riti e i canti, la magia, che ancora si tramandano, vengono colti nei loro aspetti antropologici ed etnografici: una spia della condizione sociale e delle aspirazioni delle popolazioni rurali preoccupate di tutelarsi dall’ignoto. Lascia stare i Santi, ricco di materiale proveniente dal repertorio dell’Istituto Luce, è un excursus testimoniale dell’esigenza del culto devozionale italiano che, se da un primo sguardo appare obsoleta, si consolida in forme non nuove, ma innovate. L’innovazione, come ritiene il regista stesso, non ricade sui culti, ma sulla consapevolezza che, anche un ateo, li ritenga elementi imprescindibili dal riconoscere e rinnovare, ciclicamente, il legame originale e mai esclusivo, con la propria comunità. Si pensi a ciò che Pavese, ne La luna e i falò, faceva dire ad Anguilla: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Spesso, la venerazione dei santi ha rappresentato un conforto per i più umili, di una visceralità disarmante, soprattutto quando, alle feste di paese, si sospendono le differenze fra i ceti sociali. Il giorno dopo la vita riprende con i suoi ritmi vincolanti e le tarantelle rimangono un effimero atto di protesta e illusoria libertà. Ciò che fortemente determina la sopravvivenza di tale devozione è […]

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Culturalmente

San Berillo: del cielo, del mare e dei destini.

Katanè si poggia sull’Etna che tante volte l’ha tolta dal mondo e, altrettante, al mondo l’ha ri-data. La sua storia, sopra e sotto gli strati di lava, brulica di versi scritti in lingue morte, di martiri e di voci che parlano da quando non esisteva il tempo. I flussi che videro i Ciclopi si addormentano dove li cinge il porto. Lì, nel cuore della città vecchia, si trova quello che era il quartiere a luci rosse di Catania, il più vasto del Mediterraneo. Si tratta di San Berillo, adagiato sul porto, a pochi passi dalla Cattedrale di Sant’Agata, vergine e martire. Oggi i suoi vicoli sono ferite che mostrano carne viva e dove finiscono c’è l’inizio -o la fine- del cielo, del mare e dei destini che ci vanno a cercare sollievo. E pare che si riflettano nei tramonti. Rigenerazione urbana e speculazione dei destini Come in molte città siciliane, San Berillo è stato martirizzato dalla speculazione edilizia. Lo sventramento, iniziato nel 1957 lo ha reso una carcassa, un corpo morente che è stato tenuto in vita dalle prostitute e dai «puppi» (omosessuali in dialetto catanese, ndr.) che lo abitavano. Ognuno seduto a fianco alla propria vita, fuori dalla porta: erano l’hard street nel cuore della città. La sedia vuota a significare che si stava lavorando. Nella Sicilia di metà Novecento, come nel resto del meridione, l’omosessualità era considerata peccato mortale. Eppure in quel dedalo di viuzze, vivevano 30.000 persone: artigiani, bottegai, bambini e prostitute, resistendo alle convenzioni borghesi e chiudendo un occhio sulla radicata morale cattolica. Come in molte città italiane, spesso, la lotta al «degrado» non fa che portare degrado. Il decoro urbano è diventato una questione urgente, più dei destini delle persone. Nel 2000, in quello che voleva essere un tentativo di rigenerazione urbana, il sindaco di Catania, Umberto Scapagnini (pessimo sindaco nonchè medico personale di Berlusconi) ha deciso di intervenire sull’area. Così, ha proceduto allo sfratto delle prostitute e ha provvisto a far murare le porte delle loro case e il quartiere, oggi, è preso di mira da gruppi speculativi che puntano a gentrificare l’area. Un storia che ricorda il mito del pastore Aci: il suo amore per la Nereide Galatea non fu tollerato dalla gelosia del gigante Polifemo che lo uccise lanciandogli addosso una grossa pietra. Dal suo sangue, nacque l‘omonimo fiume, a dare fertilità a quelle terre. Altro amore non è stato perdonato a Catina e, altri giganti con altre pietre, l’hanno ammazzato. I muri davanti alle porte delle belle di San Berillo non sono simbolici, poggiano sul valore economico-borghese. Come quelli «anti-migranti», quelli che delimitano i carceri, come le gated-zones statunitensi. Res Publica Temporanea : riqualificazione del quartiere, rigenerazione dei destini Ma anche da questo assassinio, sembra che stia nascendo qualcosa. Sulle pietre che murano le porte di quelle case, l’arte di quattro street artist catanesi ha fatto nascere una protesta silente e vigorosa, che si oppone alla gentrificazione e non passa inosservata. Perchè questa non è una storia grottesca. A sue spese, ha […]

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Libri

Così lontana, così vicina di Pier Luigi Razzano

Napoli ha ritmi di contrazioni, intensione di tempo e spazio addossati nell’estensione del Golfo che culmina in cratere e magma. Napoli è intollerabile. Nasce dalle contrazioni del grembo della sirena Partenope, dal suo amore paziente, dal suo dolore furente: elementi che non possono essere trascurati dalle anime che camminano i suoi vicoli, fra le grazie e le miserie. Così lontana, così vicina. Napoli negli occhi e nella mente degli scrittori è l’ultimo libro di Pier Luigi Razzano, pubblicato da IntraMoenia e presentato ieri presso La Feltrinelli. In questo saggio romanzato di uno sguardo altro su Napoli l’Autore viaggia dodici volte nella città partenopea e, per farlo, si lascia condurre dalle suggestioni di alcuni degli autori più autorevoli della letteratura contemporanea occidentale. Attraverso questi sguardi, la città partenopea emerge non come sfondo, bensì come protagonista abietta, viscerale e vanesia di parte delle loro vite. Intervista a Pier Luigi Razzano o di chi, ramingo, vaga i luoghi dell’anima: Napoli Com’è nato questo progetto, da cosa muove e a cosa guarda? Potrei dire che tutto è nato da una frase di Thomas Bernhard che, infatti, si trova all’inizio del libro: «Guardare il Vesuvio è per me una catastrofe, perché così tanti milioni, forse miliardi di persone, l’hanno già fatto». Si tratta di rovesciare il solito sguardo e rivolgerlo ad esperienze esemplari. È una geografia intima, di chi ha viaggiato in un paese ignoto e che, poi, è diventato il luogo che ha assecondato gli stati dell’anima. Il fascino nei confronti di un equilibrio precario, derivante dal vivere alle pendici di un vulcano, si è manifestato sia negli autori che hanno vissuto, per un periodo, Napoli, che in autori che l’hanno solo immaginata, come la Dickinson o Proust. Ho voluto capire perché arrivano: c’è un moto esistenziale e io voglio seguire quella traccia. Questo cammino io l’ho voluto fare insieme a loro, guide illustri, e le storie di questi autori sono storie di fuga verso Napoli. Quindi la fuga è il punto d’arrivo? Esatto. Napoli è una città densa, una terra promessa, ma, soprattutto, Napoli è un luogo mentale. Lo stesso Proust, che non si è mai mosso dalla Francia, descrive Pompei in maniera esemplare… Guardando le rovine di Parigi durante la Prima Guerra Mondiale, Proust pensa a Pompei. Il tema delle rovine si rintraccia anche in Pasolini, che aveva visto in Napoli l’ultima tribù, l’unico luogo in cui un intellettuale omosessuale negli ‘70 si trovasse fisicamente a suo agio. Come ricollocare queste due storie così differenti, eppure affini? Ho pensato a lungo al tema delle rovine. Nel libro è anche possibile trovare un estratto di Thomas Eliot, eminente al riguardo. Quello su Pasolini è il capitolo mancante, che ho scritto, ma che non si trova nel libro. Lo stesso vale anche per il capitolo su Wilde, poiché anch’egli vide in Napoli l’unico luogo in cui sentirsi a proprio agio con la sua omosessualità. È come se questa potesse essere ben vissuta a Napoli. Elementi che possono essere ritrovati anche nell’esperienza di André Gide… Qual’è il […]

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Cinema & Serie tv

Gabo – Il mondo di García Márquez

Gabriel García Márquez aveva un rapporto stretto con la morte, tanto quanto con la vita. Per Gabo la vita non era fatta nient’altro che di se stessa, di se stessa e di quello che serve per raccontarla e fare la rivoluzione. Per uno che ha combattuto la morte come un’ingiustizia, come il dolore di non poter scegliere di non essere vivo, la rivoluzione è stata l’immortalità. La sua rivoluzione, da proletario, da scrittore, da stregone dallo sguardo beffardo, l’ha fatta con parole che hanno il fascino dell’oceano, fra le quali il sole filtra e illumina la polvere delle esistenze, per rapire tutto e ridarlo sottoforma di solipsismo arcaico, alla portata di tutti eppure segreto. Non può essere facile raccontare chi, per eccellenza, ha raccontato. Nel suo documentario, Justin Webster ci ha reso la cronistoria di un uomo trasognato e concreto, ha voluto riferire del suo appoggio alla rivoluzione cubana, senza vanità d’orpelli, con il cuore e lo sguardo strabordanti di ammirazione. Realizzare una celebrazione della vita di Marquez che non guardi alla sua morte, che sia taciuta, dimenticata, cosa vana. Parlare dei suoi amori, poiché ogni romanzo è stato, in fondo, canto d’amore e di morte. Perchè quando Marquez ha scritto la felicità, in una delle sue cronistorie fantastiche di ciò che è stato, ha scritto quanto sia difficile la felicità. Ha insegnato quanto difficile sia raccontarla, raggiungerla. Che a raggiungerla bisogna fare molta attenzione se poi non si vuole andarla a cercare ancora e per sempre, da un’altra parte, più lontano. Un encomio di García Márquez sospeso fra amore e rivolta E parla Gabriel José de la Concordia García Márquez, incantando, come sempre, senza pedanterie. Gabo – la magia de lo real (titolo originale, ndr.) racconta una storia di amore, violenza, superstizioni ataviche, indimenticate paure, resistenza. Scriverne, per l’autore di Cent’anni di Solitudine, è stata un’esigenza ed un modo di vivere, attraverso una riflessione graffiante e paradossale sulla realtà che permette di non impazzire, facendo della parola storia e meraviglia. Ché non servono burattinai, servono equilibristi: sulle cui mani grava il peso del cielo.

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Culturalmente

La ragionata sregolatezza della pittura di Soutine

«Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. In tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia, egli cerca se stesso: consuma in sé tutti i veleni per non serbarne che l’essenza. Ineffabile tortura, in cui ha bisogno di tutta la fede e di tutta la forza sovrumana e in cui diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto». Sono parole che scrive, nel 1871, il sedicenne Rimbaud, poeta che nel suo delirio razionale,  nel suo Sabba liberatorio, dedicherà la sua poetica agli artisti maledetti. Quando, da Minsk, l’ebreo Chaim Solomonovič Sutin raggiunge il grembo della matrona Parigi a piedi ed arriva fra i maledetti -Rimbaud è già morto da un pezzo, eppure vivo più che mai- ha il corpo ammorbato dai parassiti, è la carcassa di un ragazzo di sedici anni ed emana un afrore d’animale in cattività che si sarebbe portato appresso per tutta la vita – almeno così dicono. Nel suo percorso doloroso e fatto al contrario, di chi, invece di uscire dal ventre e nascere, in quello di Montmartre si chiude e rinasce carcassa, rinasce Chaim Soutine, nasce a pittura di Soutine e incarna le parole del veggente che, sul suo corpo esile, diventano un marchio per carne da macello. Parigi accoglie Soutine e la sua esistenza precaria, sregolata e sgretolata, nel 1913. È lì che il pittore incontrerà quello che sarebbe diventato il suo più grande amico e compagno di viaggio: Amedeo Modigliani. La rivolta contro se stesso Soutine e Modigliani, così, fieri dell’eco ancora intatta dei versi di Rimbaud, non saranno solo bohémiens, ma molto di più. Se l’arte di Modi’, in un primo momento, si era lasciata prendere da poeti poveri, la sua diventerà sempre più forte, silenziosa e nuda, una protesta attraverso la quale la disperazione si fonde ad una volontà autodistruttiva. Una cosa li accomuna: i due volevano rompere con tradizione, arte e società borghesi. Ma le armi che scelgono di rivolgere contro la borghesia, volgono la loro punta contro di loro, e il dio tormento, che essi stessi avevano creato, li rinnega. Lasciandoli affogare. Accade così che la malattia, il delirio, la follia e tutti i demoni che la loro rivolta aveva scatenato, diventano l’unico regno della loro libertà. Ed essi diventano vittime della loro stessa rivolta. È l’epilogo più tragico del decadentismo. Ciò vale soprattutto per quanto riguarda la pittura di Soutine. Nei suoi dipinti, dove rappresenta la carne martoriata della sua spoglia mortale e, allo stesso modo, le carcasse nelle vetrine che ricordano le stragi perpetuate nei ghetti della Francia antisemita, la tenerezza lancinante dei ragazzini dal destino avverso, lancia un urlo di pietà -senza chiedere aiuto-, per un’umanità umile e condannata che offre la sua fragile innocenza ai colpi della sorte. La pittura di Soutine: una sintesi di due guerre Soutine, dal giorno in cui giunge a Parigi, non smette di mai di morire, neanche per un momento. Eppure, quando i nazisti invadono la Francia, […]

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Attualità

Foqus, il labirinto fatto di vie d’uscita

Ieri Foqus ha aperto le porte per lasciarsi conoscere da tutti. Fondazione insediatasi due anni fa nell’ex convento di Montecalvario, nei suoi mille metri quadri, Foqus di porte ne ha molte. Ad esplorarla ci si perde, con la serenità di chi si sta ritrovando in un labirinto fatto di vie d’uscita. Al centro del cortile, messaggio a salutare chi entra e pure chi esce, si innalza l’installazione di Mimmo Paladino, eclettico e multiforme protagonista della Transavanguardia italiana. Scultura sonora, obelisco moderno fatto di numeri, inno ad un linguaggio semplice che indaga il segno antropologico in apotropaici stilemi sintetici che dal cielo, dal mare, vengono. O vanno. Una catena di numeri colorata dai ragazzi di ARGO, progetto di abilitazione rivolto a giovani con disabilità che, a chi si perde nei calcoli, da sola dice “Ho perso il conto”. Moderni argonauti saliti sulla solida nave di Foqus, “perché nessuno presso la madre restasse in disparte a marcire lontano dai rischi della vita, ma trovasse con gli altri coetanei […] il miglior elisir del suo valore”.   Foqus e LiberEtà, lo spazio per riprendersi il proprio tempo I Quartieri Spagnoli sono un luogo difficile e meraviglioso, un microcosmo chiuso in se stesso, la cui entropia nasce dalla multiculturalità, dalla vitalità, dalla verità della miseria, dal malinconico disinganno, dai panni nel cielo dei vicarielli. Ce lo ricorda Uliana Guarnaccia, dell’Università delle LiberEtà di Napoli, una cooperativa al femminile insediatasi nel grembo del progetto Foqus che, con inventiva e ambizione offre corsi e laboratori a tutti. Dall’insegnamento delle lingue, al Rio Abierto, passando per le corde della sapiente chitarra di Massimo Ferrante in un corso che narra i canti del Mediterraneo, camminando il cammino dell’attore con Roberto Errigo, la creatività sagace e accorta dell’Accademia delle belle arti di Napoli e molto altro. Per l’appunto, si perde il conto. A Napoli si invecchia prima, perchè essere vivi è una fatica. Ma la compartecipazione, il credere che questa realtà particolare, particolare in tutti i sensi, possa risollevarsi, dare lo spazio a questa speranza potrà, certamente, nel tempo, divenire solido approdo ad una vita migliore per tutti. È il senso di questo spazio, del tempo impiegatoci dalle persone che con tenacia ci lavorano da due anni, è il senso dello slancio azzurro dell’opera di Paladino. Perchè Napoli è nata dallo strazio d’amore di una sirena e nelle sue vene scorre sangue blu, non a monito di nobiltà, ma di libertà, storia infinita dei flussi del mare, delle onde: poiché “tutto è azzurro a Napoli, anche la malinconia è azzurra”.

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