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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

The Place: Paolo Genovese indaga nell’animo umano

Dopo il successo di Perfetti Sconosciuti, Paolo Genovese torna nelle sale italiane con “The Place“, film particolare e sicuramente ambizioso (qui il trailer). Innovativo quanto basta, sebbene la sceneggiatura non sia tutta “farina del sacco” di Genovese: alla base, infatti, c’è la serie tv statunitense The Booth and the End, disponibile su Netflix ma che in Italia non ha avuto grande visibilità.  Sebbene non sia, comunque, una scrittura originale, la pellicola ha la sua forza nel voler portare sotto i riflettori l’abisso dell’animo umano, attraverso i ben nove protagonisti. Il cast eccezionale, formato da Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwaker, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D’amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli e Giulia Lazzarin, dà vita a personaggi sfaccettati e dilaniati. Tutto il film, infatti, è permeato da un’aura di disperazione profonda, emanata dai diversi personaggi che, di volta in volta, siedono al tavolino del The Place. Sì, perché il luogo che dà il titolo al film è, in effetti un dinner, abbastanza anonimo se non fosse per un uomo misterioso, interpretato da Valerio Mastrandrea. L’uomo senza nome mangia, scrive continuamente su una enorme agenda e parla con le persone. O meglio, le persone parlano con lui e gli chiedono di realizzare dei desideri. Il misterioso personaggio può farlo, può avverare  qualunque desiderio, a patto di ottenere qualcosa in cambio. Con un tipico meccanismo “azione-reazione” deve infatti assegnare una missione da svolgere, mettendo a dura prova la moralità di ciascuno. La domanda che muove tutta la sceneggiatura è, infatti, “cosa saresti disposto a fare per ottenere ciò che desideri?”. E, per dare una risposta, ognuno deve guardarsi dentro, capire quali limiti è pronto a valicare pur di essere felice. The Place è quel posto, nell’anima, dove tutto può cambiare The Place racconta una storia che porta a riflettere. Per tutta la durata del film, lo spettatore non può far altro che chiedersi “Io cosa sarei disposto a fare? Mi sarei seduto di fronte all’uomo senza nome?”. E, mentre trascorrono i minuti, la mente si spoglia del facile perbenismo a cui siamo abituati e si inizia a provare empatia per quegli uomini e quelle donne che, più o meno egoisticamente, si dimostrano disponibili a far del male agli altri per vivere meglio. Man mano che il film procede, allora, ci si rende conto che l’uomo misterioso non è il diavolo del Faust e neppure un demone. È, piuttosto, il daimon neoplatonico, quella sorta di scintilla divina che guida le azioni umane.  Esso non rappresenta l’abisso peccaminoso in cui si cade se si vuole troppo, ma uno specchio. Attraverso gli occhi di Valerio Mastrandrea, gli otto protagonisti scoprono sé stessi, penetrano nella loro stessa anima, andando ad indagare senza eccessivi moralismi il loro lato oscuro e a decidere autonomamente. Perché nel mondo di The Place non c’è Fato ma Libero Arbitrio. E allora devi essere tu a scegliere la tua strada, devi essere tu a decidere fin dove vuoi spingerti. L’uomo senza nome lo sa, e lo sanno anche i suoi interlocutori. Alla fine, lo sa […]

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Libri

Il Paradiso che vorrei, il viaggio eterno verso mondi infiniti di Pier Giorgio Lelli

Come sarà il Paradiso? Questa è la domanda che si pone Pier Giorgio Lelli, autore del romanzo-saggio ‘‘Il Paradiso che vorrei”. Edito da Aracne, il romanzo propone una diversa idea di Aldilà, totalmente differente rispetto a quella radicata nell’immaginario collettivo. L’idea da cui parte l’autore è quella della morte come un viaggio eterno verso mondi infiniti, popolati da creature terrestri e provenienti da universi differenti. A metà tra i racconti di esperienze premorte e il celeberrimo viaggio intrapreso dal Piccolo Principe di Saint-Exupéry, questo romanzo apre a nuovi scenari filosofico-religiosi, andando a prefigurare una vita ultraterrena piena di gioia e luce: il romanzo può, infatti, essere idealmente diviso in due sezioni, che potremmo chiamare “il viaggio” e “l’approdo”. Nella prima parte, che più ricorda il girovagare del Piccolo Principe, Lelli vaga di pianeta in pianeta, descrivendo ciò che vede; la seconda parte, invece, rappresenta il raggiungimento della meta ultima di queste peregrinazioni, ovvero il ricongiungersi con Dio. Questa è la sezione più spirituale, quella in cui si avverte maggiormente lo spirito da credente dell’autore, il quale immagina di essere ammesso al cospetto del Creatore, ascendendo a Lui accompagnato da cori angelici. Il paradiso che vorrei. Molti pregi e qualche pecca  Con il suo linguaggio scorrevole e colloquiale, “Il Paradiso che vorrei” mostra l’amore di Dio verso tutti i suoi figli, ai quali anche dopo la morte concede la possibilità di vivere e aspirare alla crescita interiore, seppure in una forma diversa. L’Aldilà di Pier Giorgio Lelli ha poco a che vedere con quello biblico: niente distinzione tra Inferno e Paradiso, né tra peccatori e santi. Anche con Dante ha poco a che vedere, dal momento che “Il Paradiso che vorrei” non fa accenno alle terribili punizioni divine di cui è pregna la Commedia. L’idea – o meglio il desiderio – di Lelli è innovativa e fortemente intrisa di religione, ma di una religiosità genuina, non intaccata dai retaggi culturali medievali cui la Chiesa è ancora troppo legata. Lelli parte dal presupposto che Dio è amore e, in quanto amore, non può praticare altro che il perdono verso tutti i suoi figli. Ecco perché “Il Paradiso che vorrei” non contempla l’esistenza del Purgatorio, né tanto meno dell’Inferno: Dio perdona tutti e, per coloro che hanno commesso dei peccati, l’unica punizione è quella di non poter godere della vista del Signore fino alla loro completa purificazione. In questo senso, il viaggio immaginato dall’autore si presenta come una metafora del percorso che bisogna compiere sulla Terra: un viaggio come percorso di conoscenza e di auto-miglioramento, così da vivere pienamente ogni secondo. Il pregio fondamentale del romanzo è proprio quello di portare una visione dell’Aldilà che, non essendo strettamente ancorata a una specifica religione, riesce ad arrivare al cuore di tutti, credenti e non credenti, per infondere la speranza che vi sia un mondo migliore dopo la morte. Nonostante l’estrema brevità del testo, “Il Paradiso che vorrei” è un romanzo scorrevole e ben scritto. Anzi, l’unica pecca potrebbe essere proprio la troppa concisione, soprattutto nella prima metà dell’opera che […]

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Libri

Il castello Rackrent, epopea di una generazione

Irlanda, terra di castelli. Uno di questi è scenario del romanzo “Il castello Rackrent” di Maria Edgeworth, pubblicato per la prima volta agli inizi dell’Ottocento e riedito dalla casa editrice Fazi. Corredato anche da un glossario, voluto dall’autrice stessa per agevolare i lettori non irlandesi, Il castello Rackrent è, di fatto, il primo romanzo storico europeo. Un romanzo storico sui generis però, dal momento che le vicende del castello e dei suoi abitanti non sono raccontati con l’occhio critico e imparziale dello storico, bensì da quello, ben più inaffidabile, del “vecchio Thady”, servitore dei Rackrent. Thady descrive i Rackrent uno dopo l’altro, seguendo l’albero genealogico ereditario: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un “grande avvocato” che rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick; Sir Kit, giocatore incallito che, alla fine, è costretto a vendere la proprietà proprio al figlio di Thady che diviene, alla fine, il nuovo signore del castello. Ambientato “prima del 1783”, il castello Rackrent tratteggia sapientemente vizi (tanti) e virtù (poche) della società Irlandese di fine Settecento, nel periodo immediatamente precedente all’unione politica tra Irlanda ed Inghilterra. Attraverso il linguaggio colorito e, a tratti, arcaico del vecchio inserviente, l’autrice riporta alla luce una società ormai decaduta, con valori ben differenti rispetto a quelli dell’Inghilterra del suo tempo. il castello Rackrent e le sue storie di altri tempi Gli abitanti del castello di Rackrent fanno parte di un mondo in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, un mondo in cui si spende più di quanto si guadagna, si beve fino a svenire e si fa festa per tutta la notte. In questo mondo, il castello Rackrent è scenario e simbolo di un passaggio sociale: è il suicidio di una certa aristocrazia che disperde denaro e salute correndo dietro alle perversioni più disparate mentre un nuovo ceto più povero ma più istruito tenta il sorpasso. Il castello, descritto dal vecchio Thady, unico caso in tutto il romanzo, porta su di sé gli effetti del passare del tempo e rappresenta, anche visivamente, la decadenza sociale dei suoi abitatori: attraverso piccoli dettagli come il crollo delle pietre sull’ingresso principale, il soffitto fatiscente, il teatro smantellato per avere legna da ardere mostra la mutevolezza del mondo e il passaggio del testimone dalla vecchia alla nuova società. Il castello diventa, agli occhi del lettore, il simbolo della parabola discendente del potere arcaico basato sulla proprietà terriera e su un impianto economico di tipo medievale: prima lo sfarzo, l’abbellimento per le feste, sotto il regno di Sir Patrick; poi la ristrettezza e il risparmio, con Sir Murtagh; infine la miseria e il crollo definitivo. Come sottolinea la stessa autrice nella prefazione originale all’opera, ”le Nazioni, come gli individui, perdono a poco a poco ogni attaccamento alla loro identità, e l’attuale generazione trova divertente, invece che offensivo, che vengano ridicolizzati i suoi antenati”. Ed è proprio in questa ironia tragicomica, che permea il racconto, che troviamo la cifra più identificativa del romanzo della Edgeworth […]

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Libri

Tè Verde, J.S. Le Fanu: viaggio in una mente instabile

Tè Verde è indubbiamente riconosciuto come uno dei migliori racconti del mistero scritti dall’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Pubblicato per la prima volta nel 1869, e riedito oggi dalla Marsilio Editori,  il romanzo si muove tra il giallo psicologico e i racconti di fantasmi e spiriti tanto in voga nell’Ottocento. Non si tratta, come farebbe pensare il titolo, di un saggio sulle virtù della bevanda orientale, ma di un racconto a cavallo tra ambientazioni gotiche e riflessioni psichiatriche. Voce narrante del romanzo è Martin Hesselius, “dottore psichico” con una passione per il sovrannaturale. Precursore di Van Helsing, altro famoso medico della letteratura gotica ottocentesca, Hesselius è una sorta di psicanalista prima che la psicanalisi venisse inventata, ma anche anticipatore dei tanti investigatori e Ghost-finder della letteratura anglosasone di primo ‘900, da Sherlock Holmes in poi. Te’ verde si configura quindi come il resoconto degli studi compiuti da questo singolare medico sullo “strano caso” del reverendo Jennings. Sin dalle prime pagine si percepisce la sfuggevolezza di questo parroco all’apparenza così cortese con tutti i suoi fedeli ma che nasconde un oscuro segreto. L’incontro tra i due avviene in casa dell’amica comune Lady Mary Heyduke e sin da subito l’autore, attraverso le riflessioni di Jennings, mette in evidenza il comportamento singolare del reverendo, con il suo “modo inconfondibile di guardare in tralice, come se stesse seguendo con la coda dell’occhio qualcosa lungo la bordatura del tappeto”. Nel corso del romanzo i due stringeranno un’amicizia basata sul reciproco rispetto e, da parte del reverendo, sulla speranza che Hesselius fosse in grado di guarire la sua psiche malata.  Veniamo così a conoscenza che il parroco  è costantemente turbato dalla demoniaca presenza di una scimmia parlante, che lo spinge a “compiere azioni malvagie”, incitandolo persino al suicidio. Ecco dunque che la missione di Marin Hesselius diviene quella di salvare la vita del tormentato amico. Tè Verde e il pensiero involontario.  Ciò che salta subito all’occhio di questo romanzo è la sua modernità: Le Fanu si fa precursore di tendenze letterarie e di pensiero che, assolutamente all’avanguardia per i suoi tempi, diverranno punto di partenza per riflessioni ben più mature. La ricerca psichica e il lavorio di una mente in confusione sono il fulcro di Tè Verde, in cui largo spazio è lasciato alla descrizione dello stato psicologico in cui versa il reverendo Jennings. L’elemento onirico-fantastico è preponderante, nonostante Le Fanu cerchi di attribuire una spiegazione scietifico-medica allo stato metale del suo paziente, ricollegando lo stato di confusione e malessere proprio all’abuso di Tè fatto dal reverendo. Simbolo della precarietà psicologica dell’uomo è la diabolica scimmietta, che appare, quindi, il frutto di un’attività allucinatoria e paranoica di una mente malata. Presentata come un “demone”,la scimmia è la rappresentazione visibile di un malessere interiore di un uomo profondamente debole, il tentativo di razionalizzare paure inconsce esternandole e facendole diventare altro da sé. La scimmietta è l’incarnazione degli impulsi autodistruttivi di Jennings ma anche, in qualche modo, l’espressione dei suoi desideri rimossi. Probabilmente, tale malessere è connesso all’inconciliabilità tra il ruolo […]

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Recensioni

Storie di matti, il nuovo libro di Anna Porcelli Safonov

La casa editrice Fazi non sbaglia un colpo e ci regala un altro splendido libro: Storie di matti, scritto dalla talentuosa Anna Porcelli Safonov, già autrice di Fottuta campagna, pamphlet umoristico sulle gioie e i dolori della vita bucolica. Se nel primo volume la Safonov era stata in grado di smontare l’antico mito della vita campestre senza cadere nella banalità, con la stessa verve si accosta al tema della follia. Il rischio di cadere nello stereotipo ci sarebbe eccome, visto il largo uso che della pazzia si è fatto nella letteratura e al cinema, con personaggi estremi e anomali, che fanno paura proprio per la loro anormalità. Eppure, Storie di matti è tutt’altro che banale e guarda al “problema” attraverso un’ottica completamente diversa. Il libro, infatti, parte da un assunto semplice eppure che spinge alla riflessione: i matti sono tra noi. La loro versione 2.0 è composta per la maggior parte da persone dichiarate normali, pregevoli, da conoscere, imitare o invitare alle feste. I nuovi matti non si trovano nei manicomi, chiusi nel 1978 con la legge Basaglia, ma per le strade, nelle nostre case, alla guida di partiti politici. In linea di massima, si tratta di persone tranquille nelle quali ad un certo punto scatta qualcosa che li porta a denudarsi della maschera sociale. Questo è l’aspetto inquietante del libro, cioè il fatto che le storie di follia raccontate da Anna Porcelli Safonov parlano di persone che potremmo aver incontrato nella vita quotidiana.  Il libro è strutturato come una serie di racconti autonomi tra loro, sebbene legati dal fil rouge della pazzia, nei quali l’autrice associa ogni personaggio ad una città d’Italia, scenario della tragicommedia che di lì a poco si metterà in atto. Andando da Palermo a Voghera, passando per Alghero e Bologna,  a ogni tappa ci racconta la storia di un folle contemporaneo. Per lei sono Patrizio, Tamara, Leonardo e Mimmo. Per noi lettori potrebbero assumere ogni altro nome, senza modificare la sostanza dei fatti. I matti sono tra noi  Attraverso il su romanzo, l’autrice studia il fenomeno sociale della “pazzia 2.0” ponendo l’accento su un elemento fondamentale, sebbene fatto passare in  sordina, come dato di fatto: la pazzia è un prodotto sociale. Cosa vuol dire? Semplicemente che essere folli non dipende solo da fattori genetici. Certo, alcune persone sono più fragili di altre e, come una pentola a pressione, accumulano dentro insicurezze, umiliazioni, rabbia, disperazione, fin quando la maschera della “normalità” inizia a sgretolarsi. Ma è la società,con le sue regole, che determina cosa sia normale e cosa non lo sia: le regole del “vivere civile”, il “non si dice, non si fa” che ci viene ripetuto fin dalla più tenera età, portano l’individuo a reprimere costantemente ogni impulso che non sia standardizzato,   costringendolo a fare costantemente buon viso a cattivo gioco. E la società siamo anche noi, quando guardiamo da un’altra parte, quando abbiamo paura di verità scomode, quando ci nascondiamo dietro un finto perbenismo. Ma quando qualcosa si rompe e l’individuo perde l’equilibrio ottenuto con tanta fatica e con lunghi anni […]

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Attualità

Amazon meal kits, la nuova frontiera della cucina

In Internet, si sa, si può acquistare di tutto ormai, dall’ abbigliamento agli utensili da giardinaggio, ai kit per preparare il vero sushi comodamente a casa propria. Alcuni siti hanno fatto la loro fortuna vendendo i prodotti in giro per il mondo. Tra questi, Amazon cavalca da anni l’onda del successo e pare abbia trovato il modo per restare sulla cresta:  il re degli e-commerce sta infatti per lanciare un nuovo prodotto, i Meal Kits, nuova frontiera del cibo “per chi non sa cucinare”.  Nell’era dei cooking games, da quello condotto da Antonella Clerici a quelli di Benedetta Parodi, tutti vorremmo essere dei cuochi provetti. Riuscirci è una questione più complicata. Per molti è  già tanto riuscire a cucinare la pasta al burro senza scuocerla. Allora, proprio per coloro che sono “negati in cucina”, Amazon ha lanciato la nuova linea di prodotti dall’intuitivo nome Meal Kits. Cosa sono gli Amazon Meal kits Lo slogan, che ha segnato la campagna pubblicitaria messa in piedi dal colosso di Seattle per questo nuovo prodotto, è indicativo: “ We do de prep. You be the chef“. Come a dire che tutti possono cucinare bene con un piccolo aiutino. L’immissione nel mercato culinario da parte di Amazon è avvenuto con l’acquisizione  della catena americana Whole Food e la creazione del servizio Amazon Fresh con il quale l’azienda dà ai propri clienti la possibilità di acquistare on line prodotti alimentari deperibili. Amazon kits rappresenta quindi un ulteriore passo in avanti sul mercato alimentare, proponendo agli acquirenti dei pacchetti contenenti gli alimenti necessari per una determinata preparazione, oltre alle istruzioni da seguire passo per passo.  I kit sono a base di pollame, carni, frutta e verdure fresche, pesce, ma anche surgelati, riso e pasta. I primi, già  immessi sul mercato a Seattle ad un costo che va dagli 8 ai 10 dollari, sono pensati per chi ha poco tempo da dedicare alla cucina o per chi non è  in grado di affrontare preparazioni complesse. Gli ingredienti dei Meal kits infatti sono già  porzionati e tagliati e, in alcuni casi, precotti. Tra le ricette offerte, per ora a Seattle, ci sono il laksa con pollo e noodles, l’hamburger di manzo wagyu e i noodles con salmone, che qualcuno ha già provato, per poi parlare di una “preparazione molto semplice e una qualità eccellente”. I Meal kits rappresentano quindi un nuovo modo di approcciare al mondo della cucina, grazie al quale tutti possono diventare dei veri chef.

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Libri

Nuvole di fango, l’esordio di Inge Schilperoord

Nuvole di fango, opera prima della psicologa Inge Shilperoord edito da Fazi, è un romanzo che cattura e travolge il lettore, guidandolo nella mente di un criminale: Jonathan, un pedofilo. Non vi sono altri termini per definire la morbosa attenzione che riserva alle bambine che, a poco a poco, diventano l’oggetto dei suoi pensieri più nascosti ed erotici. Per questo, il ragazzo ha affrontato un periodo in carcere dal quale è uscito per mancanza di prove schiaccianti a suo carico. Eppure, il lettore che si accosti a Nuvole di fango non riesce a odiare davvero questo giovane che ci appare così umile, così spaventato dal mondo tanto da vivere una vita defilata, chiuso in un isolamento autoinflitto che gli permette di innalzare barriere insormontabili tra sé e il resto della comunità in cui vive. Il romanzo ruota tutto intorno a Jonathan o, meglio, intorno al suo tentativo di redenzione da una colpa che non sente davvero sua. Egli è, in fondo, un bravo ragazzo che si è sempre preso cura della madre e della casa, che ha sempre lavorato per portare avanti la famiglia. È un ragazzo che ama pescare in solitudine e prendersi cura del suo acquario. Un ragazzo normale che ha commesso un errore, uno stupido errore e ne ha pagato le conseguenze. Questo è quello che Jonathan si ripete ogni giorno, mentre esegue gli esercizi assegnatigli dallo psicologo del carcere e disegna grafici per tenere il passo dei suoi progressi. Il ritorno di Jonathan al mondo reale è segnato da una serie di tentativi di riabituarsi a vivere secondo quella routine all’interno della quale si sente calmo e protetto, e tutto sembra procedere bene, sebbene un po’ a fatica, fino a che un pesce e una bambina irrompono nella sua quotidianità fatta di gesti e di parole sempre uguali. Nuvole di fango nel cuore e nella mente Jonathan, la tinca ed Elke. Tre elementi fondamentali di Nuvole di fango appaiono intrecciati non solo per il ruolo che essi svolgono nella trama, ma anche a livello più profondo. Jonathan pesca la tinca, quasi morta, in un laghetto nei pressi della sua casa e decide di portarla a casa, nel suo acquario ormai vuoto e desolato come il resto del villaggio. Con il passare dei giorni, si convince che salvando il pesce dalla morte fisica salverà se stesso dalla morte interiore; così si impegna anima e corpo in questo progetto, instaurando un rapporto quasi morboso con la tinca: nel pesce, costretto a vivere lontano dal suo habitat per non morire, Jonathan rivede se stesso, obbligato a restare nell’ambiente triste e claustrofobico del suo paesino per non dover affrontare il mondo di fuori, pronto a puntare il dito contro i suoi errori. L’autrice ci informa su una caratteristica importante della tinca: d’estate si immerge nella melma dei fondali e, quando poi torna a muoversi, inevitabilmente solleva nuvole di fango. Questo, ancora di più, accomuna il pesce a Jonathan, un ragazzo “difettoso” che cerca di rendersi invisibile al mondo ma che solleva nuvole torbide […]

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Libri

Le bambine dimenticate di Eliselund

Le bambine dimenticate è una storia di perdita e di abbandono. È una storia di segreti portati dietro da sempre e di dolori che si vorrebbe non dover provare. È il dolore del diverso che la società emargina, pensando che fingere che non esista equivalga a cancellarlo. È il dolore di chi non ha voce per urlare. Da questo presupposto si sviluppa la trama del nuovo lavoro di Sara Blaedel Le bambine dimenticate, edito in Italia da Fazi. La Bleadel, regina del crime danese, colloca la vicenda in Selandia, regione lussureggiante e dall’atmosfera quasi magica, ricca di boschi e ruscelli. Proprio tra i boschi avviene il ritrovamento di un cadavere, una donna dai tratti bambineschi e senza identità. Le indagini porteranno la detective Louise Rick e il suo collega Eik Nordstrom ad indagare su fatti avvenuti molti anni prima: un’ex infermiera dell’ospedale psichiatrico infantile di Eliselund riconosce, nella donna morta, una paziente dell’istituto di nome Lisemette. L’unico problema è che Lisemette dovrebbe esser morta a 17 anni, insieme alla sorella gemella, anch’essa affetta da menomazione mentale. Le due gemelle, Lise e Mette, abbandonate dai genitori in tenera età, hanno sempre vissuto in perfetta simbiosi. Tanto che, a distanza di anni, nei ricordi di chi le ha conosciute esse si sono fuse in un’unica persona. L’evento condurrà la detective Louise ad indagare nelle pieghe più oscure della mente umana e a fare inaspettate scoperte. Le bambine dimenticate, un mistero lungo una vita. Sebbene la storia de Le bambine dimenticate si svolga tutta nel presente, condensata nei pochi mesi delle indagini, l’autrice dipinge scorci e scenari di tempi remoti, in cui i valori di riferimennto erano altri rispetto a quelli ai quali siamo abituati. Sara Blaedel dimostra, proprio in questi passaggi tra passato e presente, una maturità artistica evidente che le permette di costruire personaggi sfaccettati e realistici. Attraverso Le bambine dimenticate si entra in contatto con la realtà contadina della Selandia, in cui dimenticare è meglio che ricordare. La reticenza è uno dei tratti fondamentali del romanzo, non solo perché proprio intorno al “non detto” gira tutta la trama, ma anche per il modo in cui sono stati tratteggiati i personaggi: tutti gli attori di questo romanzo hanno dei segreti, che accrescono l’alone di mistero di cui tutto il libro si nutre. A poco a poco ci si accorge che le vite di tutti sono intrecciate, in un modo o nell’altro. Così, attraverso flashback abilmente disseminati nel testo, veniamo a conoscenza di episodi particolari nella vita di Louise e Eik, delle gemelle dimenticate e degli abitanti sospettati degli omicidi. L’impianto della narrazione porta, dunque, ad entrare in empatia con i personaggi del romanzo al punto da penetrare nelle loro menti e non riuscire a provare per loro altro che pietà. Tra colpi di scena e atmosfere particolari Le bambine dimenticate cattura il lettore spingendolo a seguire le indagini fino all’epilogo finale, in un’escalation di suspence coinvolgente oltre ogni aspettativa.

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Recensioni

L’arte di morire di Anna Grue: quando la vita e la morte diventano un reality

L’arte di morire dell’autrice danese Anna Grue è il terzo volume della saga del detective Calvo, pubblicato in Italia dalla Marsilio Editore. Come nei due episodi precedenti, Nessuno conosce il mio nome e Il bacio del traditore, ritroviamo come protagonisti il detective Flemming Torp e l’amico-nemico Dan Sommerdhale, impegnati in un nuovo, intrigante caso, che terrà il lettore letteralmente incollato alle pagine. Con questo nuovo volume la Grue crea un prodotto innovativo sia rispetto al genere letterario cui afferisce, sia rispetto alla sua produzione precedente. Ciò che caratterizza L’arte di morire è, infatti, non solo l’estrema originalità della trama ma soprattutto l’attenta costruzione di personaggi e di scene “secondarie” di grande impatto emotivo nel corso della narrazione principale. Tutti i personaggi, infatti, da quelli centrali come Dan e Flemming, a quelli apparentemente seondari sono analizzati nei loro comportamenti e nella loro psicologia. Di tutti loro, Anna Grue porta a galla sentimenti, emozioni, pensieri nascosti. Di tutti racconta la storia, rendendo il lettore in grado di comprenderne il modo di essere anche dietro la maschera che portano. La complessità psicologica dei personaggi è  accentuata dalla particolare situazione in cui l’Autrice decide di inserirli: gran parte del romanzo è infatti ambientato in un particolare  – quanto a suo modo macabro – reality show. Il microcosmo creato dalla moderna macchina dello show-biz funziona nel mondo reale come nel romanzo della Grue come cassa di risonanza per sentimenti ed emozioni, che vengono percepite in maniera estremamente ampliata rispetto alla  vita “fuori”. Ne L’arte di morire la vita sull’Isola dei sospiri diventa teatro di odii, amori, paranoie e morte. La spettacolarizzazione estrema dell’esistenza raggiunge il suo apice non tanto nell’omicidio ma piuttosto nello svolgimento delle indagini alla ricerca del colpevole. Nel loro svolgimento, la realtà assume i contorni della finzione e le due sfere, quella della vita e quella dello show televisivo, si compenetrano fino a disperdersi l’una nell’altra. È in questo frangente che le storie dei tanti personaggi coinvolti si intrecciano in modi imprevedibili, portando alla luce degli scheletri nell’armadio che inducono il Lettore a sospettare di tutti. I numerosi colpi di scena contribuiscono a tenere alta la tensione fino all’epilogo dell’intricata vicenda. Anche lo stile fluido e scorrevole, mai sopra le righe eppure mai noioso, contribuisce a fare de L’arte di morire un’ottima prova letteraria: Anna Grue riesce a tenere avvinto il lettore senza dover necessariamente indugiare su particolari macabri e scene violente, risultando al contempo equilibrata e appassionante. Per questo modo ”leggero” di raccontare e per l’impianto della narrazione emergono numerose le analogie con Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie, a cui la stessa autrice lascia intendere di essersi ispirata. L’arte di morire: la trama Il romanzo ruota intorno alle vicende che vedono protagonista la scultrice danese Kamille Schwerin, donna molto potente e moglie di uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese. Contro di lei sembra rivolgersi l’odio di un misterioso personaggio che, dopo essersi introdotto in casa sua e aver distrutto decine e decine di opere che Kamille avrebbe dovuto esporre di lì a poco, uccide l’anziana […]

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Eventi nazionali

Parco Conocal: luogo di memoria e impegno, luogo di speranza

Ci sono dei luoghi in cui è difficile vivere “normalmente”. Luoghi in cui ai bambini rubano l’infanzia, agli adulti rubano i sogni. Sono queste le periferie delle grandi metropoli, dove la degradazione ambientale è la regola, dove le strade non sono sicure e la violenza criminale è all’ordine del giorno. Il Parco Conocal di Ponticelli è una delle tante periferie in cui “non si vive” perché l’intero quartiere è stato trasformato in una grande piazza di spaccio, dove anche i bambini girano armati e non esistono luoghi sicuri dove possano davvero vivere la propria età. Proprio  il Parco Conocal, luogo simbolo della violenza criminale in Campania, farà  da  scenario alla XXII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Parco Conocal, scenario per la memoria e il ricordo delle vittime della mafia L’evento, che si terrà  il prossimo 21 Marzo, ha come obiettivo non solo ricordare le 900 vittime innocenti di agguati a stampo camorristico, ma soprattutto far riflettere sulla necessità  di alzare  la testa dinanzi agli oppressori. La giornata è  organizzata in collaborazione con l’associazione  Libera, associazione nata nel 1995 allo scopo di sensibilizzare le masse sul problema, quanto mai attuale, della massiccia presenza delle mafie sul territorio italiano. La malavita è un’entità che prolifera nell’ombra, gode dell’ignoranza e si nutre di paura. Dove c’è malavita non può esserci crescita, né culturale né morale, tanto meno economica. Libera, attraverso la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, vuole ricordare l’unico mezzo per ribaltare il paradigma dominante è sperare nella rinascita. Ecco perché, per celebrare la speranza sceglie il 21 Marzo, primo giorno della primavera, rinascita della natura e, simbolicamente, della verità e della giustizia sociale. Questo spirito di rinnovamento è ancora più evidente quest’anno, visto che il fil rouge della manifestazione è “Luoghi di speranza, testimoni di bellezza”. Come si legge sulla pagina facebook dedicata all’evento, l’intento dell’associazione è quella di testimoniare la bellezza di chi ogni giorno, nel Parco Conocal come in altre realtà simili, reagisce, di chi non sta fermo e non abbassa la testa. Attraverso i colori, i suoni e gli odori di questa nuova primavera delle coscienze, la manifestazione mira a riscoprire la speranza là dove le mafie hanno cancellato ogni colore, lasciando solo il grigio delle pistole e il rosso del sangue, spesso versato da vittime innocenti. Libera chiede a tutti di scendere in piazza al fianco dei tanti familiari testimoni ogni giorno di come dal dolore possa nascere la speranza, l’impegno, gli unici strumenti che conosciamo per cambiare il volto e il destino delle nostre città. L’impegno quindi è quello di essere lì il 21 Marzo, per far sì che i luoghi di morte diventino davvero luoghi di speranza. 

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Libri

Nuvole a Occidente di Robin Waterfield

«Se lascerete che le nuvole che ora si stanno addensando a occidente incombano sulla Grecia, temo che ci ritroveremo a implorare gli dei di concederci questo diritto, di fare la guerra e la pace gli uni con gli altri a piacimento e, in generale, di gestire  da noi le nostre dispute interne.» Da queste parole, pronunciate  secondo lo storico Polibio da Agesilao di Naupatto, ha origine Nuvole a Occidente, saggio storico di Robin Waterfield, edito in Italia dalla 21Editore.  Il volume si incentra sulla narrazione dell’espansione di Roma in quel lasso di tempo che andò  dalla Prima Guerra Illirica (229 a.C.) al rovesciamento della monarchia macedone (167 a.C). Il saggio, composto da 13 capitoli, non soltanto permette di ricostruire in maniera puntuale tutti i principali momenti bellici dell’ascesa di Roma, ma cala il lettore in un mondo nuovo, fornendogli tutti gli strumenti per comprendere a fondo la crescita non solo militare, ma soprattutto culturale e civile che ha portato Roma a diventare la più  grande potenza del mondo allora conosciuto. Nuvole a Occidente, la storia delle nostre origini Nuvole a Occidente non è solo una cronaca storico-militare, ma è anche il racconto di come la società romana sia mutata per sempre dopo essere venuta a contatto diretto con la cultura greca: quando i romani incominciarono la loro espansione, infatti, di certo non erano all’altezza dello spessore culturale del mondo ellenico, che aveva alle spalle un bagaglio artistico, letterario e di tradizioni già molto ampio e ben sviluppato. I romani, al contrario, erano un popolo ancora per certi aspetti rozzo, o meglio, acerbo, e proprio l’incontro con l’Ellade fornì loro gli strumenti per creare una identità più netta e per giocare un ruolo determinante nel Mediterraneo. Non a caso, Orazio coniò la frase, ormai celebre: “Graecia capta ferum victorem cepit” (“La Grecia conquistata conquistò il selvaggio vincitore“), proprio a sottolineare come i romani fossero stati influenzati e quasi idealmente sottomessi dalla civiltà e dalla società greca, culturalmente assai più sofisticata, facendo di ciò  il loro punto di forza. Ciò  che è  importante nell’approccio a questo volume, è  che capire la realtà della Roma antica vuol dire scoprire le origini dell’Occidente. Se, infatti, è  vero che gli eventi del passato non si ripeteranno mai allo stesso modo, è  anche vero che essi costituiscono il sostrato culturale e sociale del mondo moderno. L’Europa tutta è debitrice a Roma per diversi aspetti, che vanno dall’arte ai modi di dire. Scoprire, o riscoprire, la caparbietà di questo popolo che dal nulla ha creato un immenso impero, porta il lettore più vicino alla rivalutazione di valori propri dei nostri avi, che oggi sembrano messi da parte. La bravura di Waterfield sta, appunto, nello spingere il lettore verso questa direzione: attraverso le battaglie, ma non solo, fa venire voglia di conoscere e capire l’universo morale e sociale della Roma antica. Saggio storico o letteratura? Nuvole a Occidente è  indubbiamente un saggio e, in quanto tale, si avvale di una scrittura puntuale, ricca di rimandi alle fonti storiografiche, non solo moderne ma anche […]

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Napoli & Dintorni

Follow the Shape per vedere Napoli

Vedi Napoli e poi muori. Così Murat si espresse riguardo la bellezza della città partenopea, come a dire che è così bella, così affascinante -sotto tutti i punti di vista- che, dopo aver goduto di essa, nessun’altra esperienza potrà mai essere uguale. La particolare atmosfera che si respira camminando sul lungomare, con il Vesuvio che domina il golfo, è qualcosa che non si può spiegare appieno con le parole. C’è bisogno di vedere. E chi non può farlo? Proprio pensando alle esigenze dei non vedenti, è nata l’opera Follow the shape di Paolo Puddu. L’installazione permanente ha vinto il primo premio del contest artistico “Un’opera per il Castello”, giunta alla sua quinta edizione. Questa volta, si chiedeva agli artisti di guardare l’arte da un diverso punto di vista. E Puddu, con Follow the Shape lo ha fatto in maniera tanto innovativa quanto delicata. Follow the shape… of fantasy Letteralmente, “follow the shape” significa “segui la linea” . E, in effetti, l’opera d’arte di Puddu non è altro che questo, una linea da seguire. Si tratta di una balaustra, con scritte in braille, che illustra il panorama di Napoli. Installata a Castel Sant’Elmo, si snoda da Piazza d’armi fino al punto più panoramico,  guidando il fruitore attraverso un viaggio sensoriale. La particolarità dell’opera di Puddu risiede, infatti, in ciò che essa comunica.   La “linea” che l’utente è invitato a seguire non è quella dello sterile- per quanto elaborato- racconto puntuale della veduta che si gode da Castel Sant’Elmo. Piuttosto, si tratta di “visioni”, scorci, sensazioni: le scritte sul corrimano compongono una vera e propria Ode a Napoli attraverso le parole dei grandi scrittori, dei poeti, degli artisti che vi hanno soggiornato e che, irrimediabilmente, sono rimasti vittime del fascino ambiguo della città, fra cui Giuseppe De Lorenzo, geologo e geografo che nel 1919 pubblicò “La Terra e l’uomo”. Follow the shape, quindi, usa le parole. Parole per per ricreare immagini, colori, sensazioni. Parole per dare anche ai non vedenti la possibilità di guardare. Gli spalti panoramici divengono il luogo d’incontro tra esperienze sensoriali differenti, trasferendo le sensazioni visive all’ambito tattile e immaginifico. Follow the Shape è un regalo che Paolo Puddu ha voluto fare agli uomini: ha donato emozioni, quelle emozioni che si provano nel guardare il panorama di Napoli e che rafforzano l’amore per questa città.

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Libri

Una speranza ostinata: la vita dopo la morte

1963. Max Mannheimer, ricoverato in ospedale ed erroneamente convinto di essere prossimo alla fine, decise di scrivere un breve diario, per raccontare alla figlia la sua esperienza nei Lager nazisti. Nacque così Una speranza ostinata, solo ora pubblicato in Italia da Add Editore. Mannheimer racchiude in poco più  di cento pagine tutto l’orrore vissuto a vent’anni e che, da allora, ha continuato a portare con sé, inciso sulla pelle e nel cuore. Come in un diario, o in un libro di memorie, Mannheimer racconta la sua esperienza a partire dall’infanzia a Neutitschein, quando la percezione della propria “diversità” era labile e appena accennata. Ricorda le prime esperienze lavorative, l’amore, il matrimonio, ma lo fa senza soffermarcisi troppo, come se il riportare alla mente quei giorni tutto sommato felici fosse per lui fonte di una sofferenza, forse, ancora più grande della vita nei lager. Questi ricordi, dai contorni sfumati quasi come dei sogni, si oppongono a quelli, ben più vividi, che occupano tutta la seconda metà di Una speranza ostinata, in cui Mannheimer racconta del suo Olocausto personale, un orrore con dei volti e un nome. Il nome fu Nazismo e i volti furono quelli degli aguzzini nei Lager, in cui Max e tutta la sua famiglia furono deportati nel 1943. Lui soltanto, insieme al suo fratello più piccolo, usciranno vivi dal campo di concentramento nel 1945, nello stesso giorno in cui Hitler si suicidò. Una speranza ostinata, ovvero, la lotta per restare uomini È stato scritto tanto sull’Olocausto, dai saggi storico-antropologici ai romanzi, passando per i memoriali. Tutti hanno dei denominatori comuni: la percezione che la corruzione dell’umanità abbia, in quel periodo storico, toccato il fondo; la consapevolezza che, a farne le spese, siano stati degli uomini innocenti, la cui unica colpa fu quella di essere ciò che erano. Questi elementi si ritrovano anche in Una speranza ostinata, in quanto presupposti e risultati di esperienze di vita difficili da dimenticare. Non riusciamo neppure ad immaginare davvero cosa può essere stata la vita, lì dentro. Una speranza ostinata, così come altri testi che trattano lo stesso argomento, ci permette di avere una qualche percezione, per quanto vaga e lontana, di quella realtà terribile e disumana che ha  caratterizzato gli anni della dominazione nazista. Max Mannheimer racconta, con parole semplici e chiare, cosa ha significato tutto questo per lui, che nei Lager ha visto morire amici, genitori, fratelli. Racconta la lotta per la sopravvivenza, la sistematica organizzazione degli spazi, l’economia burocratica del campo, con le sue interminabili marce senza motivo, le punizioni, gli stenti, la fame. La morte. I forni. Tutti elementi che si ritrovano negli innumerevoli esempi di letteratura sullo sterminio, tra i quali sicuramente il più famoso è Se questo è un uomo. Leggendoli, tuttavia, si percepisce tutto il peso del dolore, un peso così forte che schiaccia, che mozza il respiro. Questo senso di pesantezza al cuore è ciò che caratterizza persino il solo pensare all’Olocausto ed è anche, in parte, ciò che si prova leggendo il memoriale di Mannheimer. Cosa, dunque, rende questo libro diverso dagli […]

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Libri

Valle rosso sangue di Angelo Vaccariello. La recensione

Valle Rosso Sangue è il nuovo libro di Angelo Vaccariello, giornalista professionista esperto di economia e marketing. Il libro è edito da Graus ed è disponibile in versione cartacea, pdf ed epub. Nelle sue 104 pagine, Valle Rosso Sangue ricostruisce uno scabroso fatto di sangue accaduto nel 1958. Un episodio di una violenza inaudita, che ha il sapore di un noir costruito ad arte, e invece è null’altro che la cronaca puntuale di un vero triplice omicidio. Breve sinossi di Valle Rosso Sangue Siamo a Tufara Valle, un paesino del beneventano, prevalentemente agricolo, dove la vita scorre tranquilla. Anno 1958, l’anno in cui il presidente Eisenhower guida gli Stati Uniti d’America con pugno di ferro; in Russia, Nikita Kruscev fronteggia i conservatori interni e i nostalgici di Stalin; in Italia, invece, vengono definitivamente mandate in pensione le “case chiuse” e Domenico Modugno, a febbraio, vince il festival di Sanremo con un motivetto che nessuno dimenticherà più: “Nel blu dipinto di blu”. Nello stesso anno, a Tufara, spariscono nel nulla Filomena Cavuoto, suo figlio Francesco Izzo e sua nuora Iolanda. Per trentaquattro giorni nessuno ne ha più notizie, nemmeno il marito di Filomena, Agostino Izzo. Agostino, un contadino come ce ne sono molti nella zona, nasconde un passato oscuro, fatto di ricordi mostruosi che non lo lasciano dormire: nel ’44, deportato nel campo nazista di Bergen Belsen, si guadagnò il diritto di vivere lavorando per i nazisti. Addetto allo smaltimento dei cadaveri dei suoi compagni di sventura, morti tra gli stenti di una segregazione forzata e ingiusta, Izzo svolgeva il suo compito con meticolosità e, forse, un pizzico di sadismo, tanto da meritarsi il soprannome di “macellaio”. L’esperienza vissuta nel campo ha sicuramente segnato la psiche di Agostino che, tornato tra le mura domestiche, non riesce più a trovare il suo posto in casa, né in paese. La sua nuova identità di macellaio lo perseguita, così come lo perseguitano i fantasmi del suo passato. La sua fama lo precede e, quando Filomena Cavuoto scompare insieme a suo figlio e sua nuora, le circostanze instillano nella mente del maresciallo Giuseppe D’Amara, alla guida della Caserma di Montesarchio, moltissimi dubbi. Valle Rosso Sangue: un dramma di ieri e di oggi Valle Rosso Sangue è un libro che cattura fin dalle prime pagine. La narrazione procede lineare, seguendo passo per passo le indagini svolte dal maresciallo D’Amara, ricostruite da Vaccariello sulla base dei documenti giudiziari e degli articoli giornalistici coevi. La prima impressione è, quindi, quella di una sostanziale imparzialità, tipica del cronista che ricostruisce i fatti. Eppure, ci si accorge subito che dietro questa apparenza pulsa un cuore da vero scrittore, che ama i suoi personaggi e li caratterizza, scavando a fondo nel loro Io.  I personaggi di Valle Rosso Sangue, tutti, sono studiati nei minimi dettagli. Sono rivestiti di una sorta di umanità tragica, allo stesso tempo carnefici e vittime nella giostra della vita. Come Agostino Izzo, che a Bergen Belsen ha dovuto imparare l’arte della sopravvivenza speculando sulla morte altrui. Agostino si è macchiato persino del sangue dei […]

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Cinema & Serie tv

Un film per Natale: City of Angels, la città degli angeli

Ci sono delle pellicole che vedremmo anche mille volte senza stancarci mai, perché che ci fanno ridere o ci fanno emozionare fino alle lacrime. Ognuno di noi ha dei film preferiti, e uno dei miei è  City of Angels, la città degli angeli, film del 1998 diretto da Brad Silberling, con Nicholas Cage e Meg Ryan. City of Angels, la trama Per chi non lo avesse mai visto, City of angels è principalmente una storia d’amore tra un angelo e una dottoressa. Detto così potrebbe sembrare il solito filmetto romantico, senza alcuna pretesa, senza infamia e senza lode. E probabilmente, potrebbe essere vero se ci si ferma soltanto alla trama in sé. La vicenda si svolge a Los Angeles, città degli angeli di nome e di fatto. Gli angeli, esseri divini, si riversano per le strade della città: invisibili e impalpabili, sono nei porti, nei bar, sui tetti delle case. E negli ospedali. Soprattutto negli ospedali, luogo di sofferenza per antonomasia. Questi esseri eterei, silenziosi e nerovestiti hanno il compito di accogliere le anime nel loro passaggio dalla vita alla morte, aiutandoli a superare serenamente le soglie dell’Aldilà. Per loro natura, essi dovrebbero essere lontani dalle emozioni terrene, ma non sempre le cose vanno come dovrebbero e può capitare che i sentimenti umani, sopiti negli angeli da tempo immemore, possano risvegliarsi. Questo, in sostanza, è ciò che accade all’angelo Seth (Nicholas Cage) quando vede per la prima volta la dottoressa Maggie, disperata per non essere riuscita a salvare dalla morte un suo paziente. Come nelle migliori storie d’amore, Seth comprende che cosa significhi non riuscire a togliere gli occhi di dosso a qualcuno. E così, l’angelo decide di mostrarsi a lei e provare a farsi amare. Decide addirittura di rinunciare a quanto ha di più caro per amore di Maggie, la sua immortalità. Perché “a cosa servono le ali se non puoi sentire il vento sul viso?“. Vuole conoscere il vero amore, molto più raro e prezioso dell’immortalità. L’inno all’amore nella città degli angeli Ciò che mi ha colpito più di ogni altra cosa, la prima volta che ho visto questo film, è stato il modo in cui il regista ha voluto parlare dell’amore. Di solito, siamo abituati a una visione stereotipata dell’amore cinematografico, che viaggia su due binari paralleli: è talvolta presentato come sentimento quasi etereo, altre volte come un fuoco che brucia dentro, qualcosa di estremamente potente ma, il più delle volte, effimero. L’amore, così come è rappresentato in City of Angels, invece, è un sentimento totalizzante, onnicomprensivo. Si respira nell’aria, in ogni gesto e in ogni parola dei personaggi. Non si parla solo del rapporto tra Seth e Maggie, che ha tutto il sapore del primo innamoramento: anche il “lavoro” degli angeli, il loro accompagnare gli umani nel passaggio tra vita e morte è sostenuto da una particolare forma d’amore. Un amore disinteressato e totale, che si esplicita nell’empatia con il dolore altrui e che, tuttavia, non è si ferma a questo. È anche fiducia, speranza, sostegno. Traslando questa idea angelica […]

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Libri

Prossima fermata: Dante Inferno 2.0

Quante volte abbiamo usato l’espressione “Questa vita è un Inferno”  per rappresentare l’eterna lotta del tran tran quotidiano? E se fosse davvero possibile trovare l’Inferno sulla Terra? Se il viaggio che è stato descritto da Dante si potesse vivere oggi, nel 2016? Questo è ciò che ha immaginato Massimo Cannizzaro, autore di Prossima fermata: Dante – Inferno 2.0, pubblicato da Graus Editore .  Nativo di Terracina ma Napoletano di adozione, Cannizzaro è ciò che si definisce “un artista completo”: animatore, imitatore, ballerino, cantante, presentatore, art director di locali e speaker radiofonico. Nel 2008 ha esordito con il suo primo libro, Napoletani si nasce…o quasi!  e nel 2015 pubblica Prossima Fermata: Dante, con la prefazione dell’amico e artista partenopeo Biagio Izzo. Prossima fermata: Dante. L’inferno quotidiano  Novello Dante, accompagnato dal vero Vate della lingua italiana, Cannizzaro racconta un viaggio surreale e satirico, a bordo della Metropolitana Linea 2, in una Napoli dei nostri giorni che, all’occorrenza, diviene scenario per un Inferno di nuova generazione, tra peccatori morti e viventi. L’Inferno di Cannizzaro è una versione riveduta e corretta di quello, ben più famoso, immaginato da Dante, nel quale gli antichi peccati si vestono di modernità. Tanti i luoghi della città che vengono toccati in questo tour infernale, dai grattacieli del Centro Direzionale  allo Stadio San Paolo, dai vicoli di Forcella allo Zoo di Edenlandia. E tanti sono anche i volti noti che popolano questo Inferno 2.0: politici (che a volte ritroviamo persino in più categorie di peccatori), personaggi dello spettacolo, calciatori, attori. Si parte da quelli che, anche nell’opera dantesca, possono essere definiti peccati veniali, per arrivare poi, man mano che ci si addentra nel budello cittadino, a peccati ben più gravi. La lettura di Prossima fermata: Dante Inferno 2.0 è coinvolgente e divertente. Il ritmo serrato con cui l’autore, accompagnato da Dante, passa da un “girone” all’altro e, quindi, da un peccato all’altro, rende l’idea di quanto, nel caotico presente in cui ci troviamo a vivere, anche l’Inferno stesso debba esserlo. Se, infatti, è vero che l’Aldilà è un riflesso, per quanto distorto, della società che lo rappresenta, allora Cannizzaro deve esserci andato molto vicino. D’altronde, come scrive Biagio Izzo nella prefazione al libro, «con il passare del tempo, l’inferno è cambiato e con essa la sua dimensione, il suo impatto sulla gente e probabilmente anche la sua… temperatura! Massimo ci accompagna per mano, nell’Inferno che tutti conosciamo e che molti ormai “tollerano” come fardello quotidiano e zavorra imprescindibile delle proprie giornate». Ecco perché, in questa nuova e moderna visione dell’Inferno, trovano posto categorie che mai ci saremmo sognati di leggere nell’opera dantesca. Qualche esempio? Nel girone degli iracondi, Cannizzaro inserisce due delle categorie di persone, forse, più moleste in assoluto: i guidatori irosi e i parcheggiatori abusivi. Destinati a convivere per l’eternità e ad essere di intralcio reciproco in saecula saeculorum.  Tra i golosi vi è un nutrito gruppetto di persone responsabili di aver spinto il mondo verso piatti elaborati e dal gusto fusion grazie ai loro, ormai diffusissimi, programmi TV e reality a stampo culinario.  Ma nel girone rientrano anche, forse […]

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Attualità

Violenza domestica 2.0: quando è l’uomo a prenderle

Pochi giorni fa televisioni e giornali si sono riempiti di spot contro la violenza sulle donne. La definiscono “violenza di genere”, come se il subire soprusi fisici o psicologici fosse direttamente legato all’essere donna. Eppure, esiste una realtà diversa, quella in cui le donne picchiano e gli uomini subiscono. È l’altra faccia della violenza domestica, quella che troppo spesso si preferisce ignorare, forse perché fa comodo. Fa comodo pensare che la donna sia sempre la vittima, anche quando arriva ad uccidere, o a molestare il proprio compagno. Qualcosa scatta dentro di noi e ci fa pensare  che lui se lo sia meritato, che lui l’abbia fatta soffrire e che sia stato “giustamente” punito. Pensiamo al caso di William Pezzullo, il ventottenne sfregiato con l’acido dalla sua ex ragazza. La sua sola colpa fu quella di averla lasciata. Lui è stato sfigurato, ma la pena per i suoi aggressori è stata minima. La storia di William è una tra le tante, che vengono spesso catalogate come “casi isolati” senza renderci conto che essi sono solo la punta di un iceberg fatto di uomini che ogni giorno vengono “violentati” dalle proprie mogli, fidanzate, compagne, ex. Per avere ancora più chiara l’idea di quanto questo aspetto della violenza tra partners sia snobbato, basti pensare che fino a qualche anno fa non esistevano studi, in Italia, sulla portata di tale fenomeno. Solo nel 2012, infatti, il professor Pasquale Giuseppe Macrì, docente dell’Università di Arezzo, ha realizzato il primo e unico studio sul tema della violenza verso il maschile, partendo dai questionari ISTAT attualmente utilizzati per indagare il fenomeno della violenza sulle donne. Violenza domestica sugli uomini. Qualche statistica per chiarire il problema Dallo studio del prof. Macrì si evince che sono circa 5 milioni gli uomini in Italia che hanno subito violenza fisica per mano femminile. Essi rappresentano circa il 63% del totale della popolazione maschile italiana tra i 18 e i 70 anni. Di questi, 3,8 milioni dichiarano di aver subito, almeno una volta nella vita, violenza sessuale: percentuali altissime (circa il 50%) sono legate a rapporti consumati senza il consenso del partner, che spesso ha dichiarato di essere stato drogato e reso incapace di reagire. Ancora, numerose sono le dichiarazioni  di violenza psicologica subita nell’ambito della coppia, per i motivi più disparati: si va dalle offese riguardanti il carattere, le abitudini o il lavoro del partner, fino ad arrivare a casi di vere e proprie azioni di stalking, con tanto di inseguimenti, pedinamenti, minacce riguardanti l’incolumità propria o delle persone care. La ricerca del prof. Macrì, quindi, getta una nuova luce su una problematica, quella della violenza domestica, che è sempre stata letta in maniera unilaterale. Alla luce di queste percentuali è difficile restare ancorati all’idea che la violenza domestica sugli uomini non sia una realtà altrettanto grave di quella, ben più studiata, della violenza sulle donne. Ma allora perché ancora oggi, nel 2016, se ne parla così poco? Perché la violenza domestica è ritenuta un problema solo femminile? La risposta va ricercata in seno alla società stessa. Il nostro modo di guardare il mondo, infatti, è ancora fortemente […]

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