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Eroica Fenice

Napoli & Dintorni

GardeNet, una rete di giardini condivisi alla Galleria

Mercoledì 7 giugno, alla Galleria Principe di Napoli, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione pubblica del progetto GardeNet. Una rete di giardini condivisi. Partito dieci mesi fa (era l’agosto del 2016), esso ha coinvolto una pluralità di giovani professionisti che, in questo periodo relativamente breve, hanno ottenuto già risultati sensibili. Gardenet: l progetto Il progetto GardeNet è nato da un’idea di Simona Panaro e Federica Russillo dell’associazione Agritettura 2.0, che vede come partner i Dipartimenti di Agraria e di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Accademia di Belle Arti di Napoli, le associazioni Archintorno, Artèteca, AUSF, Friarielli Ribelli, Parco Sociale Ventaglieri e Punta Corsara. Si tratta del primo progetto selezionato dal Comune di Napoli per il bando nazionale “Meetyoungcities: social innovation e partecipazione per i giovani dei comuni italiani”, promosso da ANCI, IFEL e ANG. Come si può leggere direttamente dal sito, il cui lancio è avvenuto contestualmente alla conferenza stampa: “GardeNet mira a sperimentare un modello di giardino condiviso in tre quartieri della città di Napoli (Ponticelli, Scampia e Avvocata) a partire dalle esperienze esistenti e dai bisogni espressi dai cittadini. Attraverso l’attivazione di un Urban Living Lab, il Progetto sta costruendo una rete tematica tra pubblico, privato e giovani cittadini per instaurare nuove relazioni/collaborazioni sociali e migliorare la fruizione delle aree verdi urbane.” La presentazione Tra le personalità presenti, in rappresentanza degli enti coinvolti: il delegato ANCI Mauro Savini, in qualità di finanziatore del progetto, l’Assessore ai Giovani Alessandra Clemente nonché il nuovo Assessore al Verde Maria D’Ambrosio alla sua prima uscita pubblica. A prendere per primo la parola è Savini, il quale pone forte l’accento sul protagonismo attivo dei giovani cittadini e professionisti in attività di interesse collettivo. Il delegato ANCI si dice entusiasta dell’esperienza vissuta dai giovani progettisti urbani, che hanno potuto acquisire competenze reali spendibili nel mondo del lavoro anche dopo la fine del progetto. In tal senso, il progetto assume anche la funzione di esperienza professionalizzante per gli studenti coinvolti. Per Alessandra Clemente invece è la rigenerazione urbana il vero centro del progetto. Ancor di più se garantita da una rete di giovani, vero capitale di Napoli, risorsa necessaria per lo sviluppo della città. Aggiunge poi l’assessore che GardeNet si colloca perfettamente nelle politiche verdi dell’amministrazione comunale: si tratta non solo di un progetto sulla carta, ma che tocca la vita vera della città e dei suoi cittadini. A fare rete non sono, e non devono  essere, solo i giovani cittadini e professionisti, ma anche e soprattutto le istituzioni politiche e culturali: questo è il messaggio del direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, Giuseppe Gaeta. Il racconto Passata la fase istituzionale, a prendere la parola sono finalmente coloro che materialmente hanno reso e renderanno possibile la realizzazione del progetto. Fanno da apripista gli studenti di architettura. Il gruppo di lavoro non si limita a presentare al pubblico il lavoro di ricerca sul territorio svolto fino a questo momento: i futuri architetti hanno infatti individuato, a seguito anche delle interviste […]

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Napoli & Dintorni

Guida, Rogiosi e Alessandro Polidoro in piazza con Iocisto e LiberArte

Il 31 Maggio, alle ore 18:00, presso la libreria Iocisto in piazza Fuga, le case editrici Rogiosi, Guida e Alessandro Polidoro hanno presentato, insieme al Comitato Liber@Arte, brillante iniziativa socio-culturale di cui i tre editori si fanno promotori, sei libri di loro edizione (due per casa editrice). Alessandro Polidoro Editore ha presentato al pubblico L’Antica Pizzeria da Michele di Laura Condurro e Fesserie ‘e Cafè di Salvatore Bonavita. Rogiosi Editore ha presentato sia Gli Angeli guerrieri della terra dei fuochi di Amedeo Caramanica che I fantasmi sono innocenti di Maria Gargotta. Infine, Guida Editore ha presentato al pubblico A caccia di unicorni di Bruna Chianese e Mosaico di Virginia Bernardi. Si tratta di sei libri tutti diversi l’uno dall’altro, ma aventi in comune il tema dell’amore, ognuno declinato a proprio modo: c’è l’amore familiare e per le tradizioni di Condurro, l’amore verso la propria lingua di Bonavita, l’amore (spesso negato) verso il prossimo di Caramanica, l’amore violento di Gargotta, l’amore verso sé stessi di Chianese e l’amore positivo/negativo/negato di Bernardi. A introdurre gli autori Federica Flotta, la quale definisce la scuola di scrittura napoletana – intesa come concentrazione geografica – come la più prolifica e apprezzata nel panorama letterario nazionale. Quasi a fare da eco, il rappresentante del Comitato LiberArte annuncia che il prossimo Marzo (2018) anche Napoli avrà, come Torino e, da quest’anno, Milano, il proprio Salone del Libro, che dovrebbe essere ospitato nella magnifica cornice del complesso monumentale di San Domenico Maggiore. Tanto vanto quindi, non solo per le case editrici locali e per gli scrittori – non solo emergenti – partenopei, ma per un’intera città che potrebbe finalmente vedersi restituito il ruolo di punta, di punto di riferimento culturale nazionale, così come lo è stato in passato. Il primo autore a prendere parola è Bruna Chianese per introdurre il suo A caccia di unicorni. Lo fa ponendo una domanda agli ascoltatori: “ma voi vi amate?” Brusio di fondo. Lei non si è mai amata e ha deciso di scrivere questo libro non solo come testimonianza del proprio percorso di crescita, ma anche per invitare il lettore a intraprendere la stessa strada, a scoprire e imparare a esprimere il fascino intrinseco che ognuno di noi possiede e nasconde dentro di sé. A riconoscere, apprezzare, innamorarsi e quindi “appropriarsi” della bellezza altrui per accrescere la nostra. Perché la vera malattia è la tristezza e la tristezza è frutto dell’assenza d’amore che proviamo innanzitutto nei confronti di noi stessi. È stato quindi il turno di Laura Condurro, pronipote del celeberrimo Michele, della cui pizzeria racconta la storia nel suo L’Antica Pizzeria da Michele. Tanta saggezza popolare, devozione e passione non solo nei confronti dei propri cari ma soprattutto verso un’arte antica come quella della pizza. Tutto nasce dalla necessità di eccellere in qualcosa, ci dice Laura. E l’eccellenza si ottiene solo con il duro lavoro, non del singolo ma di una comunità. Di una famiglia, per l’appunto. Perché la passione, senza un certo rigore, non può dare frutti. Totalmente diverso […]

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Libri

La farfalla nell’uragano: primo libro della Heartland Trilogy

Il romanzo La farfalla nell’uragano di Walter Lucius, edito da Marsilio Editore (Venezia, 2017), rappresenta il primo episodio di una trilogia (Heartland Trilogy – in Olanda è già stato pubblicato il secondo volume, Schaduwvechters) ambientata tra Amsterdam, Johannesburg e Mosca: ha vinto lo Schaduwprijs, attribuito nei Paesi Bassi al miglior romanzo poliziesco, ma ben presto ci si rende conto che è molto più di questo. Commento “a caldo”  Complicato. Intricato. Bellissimo. Circolare, ma non chiuso. Autentico. Vero, come la Storia che dal fondo viene alla ribalta e le stesse persone, più che personaggi, presenti nel romanzo. Storia purtroppo familiare, tra loschi affari e ancor più loschi figuri, istituzioni corrotte, degenerazioni xenofobe e manipolazioni populiste. Appena letto l’ultimo rigo, sono queste le prime parole che mi sono venute in mente: complicato e bellissimo. Affiorata dalla lettura ininterrotta come da una lunga apnea, è stato come essere appena ritornata da un ultraveloce giro intorno al mondo, la cui colonna sonora è un infinito telegiornale internazionale. La trama de La farfalla nell’uragano Come si può leggere dalla quarta di copertina: “Nella vita irrequieta di Farah Hafez, brillante reporter dell’Algemeen Nederlands Dagblad, ci sono due punti fermi: il primo è il giornalismo, il secondo è il pencak silat, arte marziale di origine indonesiana che Farah ha appreso dal padre quando viveva a Kabul, prima che arrivasse la guerra e prima di trovare rifugio, ancora bambina, ad Amsterdam. Ormai cittadina dei Paesi Bassi, Farah non ha mai smesso di praticare la nobile arte dei guerrieri di Sumatra, ed è proprio l’esito di un combattimento a far sì che lei si trovi all’ospedale nel momento in cui un bambino dai tratti mediorientali, vittima di un pirata della strada, viene trasportato d’urgenza in sala operatoria. Porta gioielli e campanellini e indossa un abito tradizionale che subito attira l’attenzione della giornalista. Quando le sue labbra formano una parola che nessuno intorno è in grado di capire, Farah riconosce la lingua della propria infanzia, e si rende conto che quell’abbigliamento appartiene a uno dei rituali più detestabili praticati in Afghanistan. Cosa può aver spinto quel bambino tra i boschi intorno alla capitale olandese? È l’inizio di un’indagine ad alto rischio verso il cuore di una potente organizzazione criminale che da Mosca attraversa l’Europa e si estende fino a Johannesburg, alimentata dalla smisurata corruzione che dilaga negli ambienti politici e finanziari. L’ostinata volontà di fare luce sulla drammatica vicenda del piccolo afghano porterà Farah a un duro confronto con un passato che credeva di essersi lasciata alle spalle, e che l’aveva quasi uccisa.” La parola che il bambino pronuncia è Padar. Padre. E la pronuncia in lingua dari, nome ufficiale dato in Afghanistan alla lingua persiana. E il rituale a cui è stato sottoposto il bambino è il bacha bazi: «tradotto letteralmente, giocare con i maschietti» spiega Farah stessa. È l’inizio non solo di un’indagine volta a trovare i pirati della strada, ma anche di un percorso identitario che porterà la protagonista, dalla riesumazione dei fantasmi del passato, a una nuova coscienza e affermazione di […]

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Teatro

Nella gioia e nel dolore per un matrimonio senza favola al Teatro Elicantropo

In scena al Teatro Elicantropo dal 26 al 29 Gennaio  lo spettacolo “Nella gioia e nel dolore”. Si tratta della prima produzione del Contromano Teatro (2014), nato, come la pièce, da un’idea dei due giovani e talentuosi autori, registi e attori Elio Colasanto e Alessia Garofalo. La scenografia è opera, descrittiva e evocativa pur nel suo essere minimalista, di Riccardo Mastropasqua; mentre le luci, che scandiscono i tempi teatrali, completando con la loro presenza/assenza la scenografia stessa, è frutto del lavoro di Alessandro Grasso. Nella gioia e nel dolore: il matrimonio al Sud Entriamo in sala. Scatola nera. Una grande struttura a forma di torta nuziale, bianca, a tre piani, è l’unico elemento presente: insieme oggetto di scena e scenografia, torreggia al centro del palco. Buio. Applausi. Ancora buio. Voci fuori campo: “vieni via con me” esordisce lui. Botta e risposta a base di citazioni d’autore di ieri e di oggi: Baglioni, Venditti, Zarrillo, Tiziano Ferro, tra i più immediatamente riconoscibili. Poi la chiusura con la Rettore, che tocca sempre a lui, imbarazzato dai toni (pseudo) romantici raggiunti: “il cobra non è un serpente”. Il pubblico ride. Si accendono le luci. Vestito bianco in pizzo per lei, Nunzia, la sposa. Smoking nero per Sabino, lo sposo. Un marcato accento pugliese colloca subito gli eventi nel profondo sud fatto di tradizioni secolari, nuove mode e ansie senza tempo. La scelta della chiesa: la parrocchia del quartiere oppure la cattedrale del paese? La sala del ricevimento: barocca, come da tradizione, oppure di design, in linea con i gusti moderni? Le bomboniere – spedite da Gino Strada in persona! Il menù, o meglio, i menù: per chi non mangia la carne, per chi non mangia il pesce, per chi mangia solo a chilometro zero/biologico, per il vegano, per il celiaco, … Il buffet di dolci. I tavoli. Gli invitati. La famiglia. Le foto con la famiglia. I balli di gruppo. Le foto degli sposi, anzi, della sposa. La makeup artist. L’hairstylist. L’estetista – per lei che si limita a “tirare i peli” l’etichetta inglese non è ancora arrivata probabilmente. Mimmo il “photographer”. Il rituale di bellezza dello sposo, l’unico: la barba. Le buste. Gli incubi della sera prima. Il tradimento dell’ultimo giorno di “libera uscita”. Ci sono tutti i cliché dell’evento “matrimonio” come lo intendiamo dalle nostre parti, riportati con un’ironia tale da rendere la pièce estremamente gradevole e godibile. Sullo sfondo di questo “circo” un amore – quello dei due giovani protagonisti – fatto dell’ottima posizione di lui e della docile personalità di lei. Sabino è un buon partito e Nunzia è l’immagine della perfetta donnina di casa. Un amore assai diverso da quello che nutrono in segreto da anni Tonio, padre di Sabino, e Lina, madre di Nunzia, l’uno per l’altra: un amore, il loro, che non ha mai potuto essere coronato. Un amore che vorrebbe far riflettere, abbandonando così i toni leggeri per lanciare un messaggio di un certo calibro: siamo noi a scegliere l’amore o è l’amore a scegliere (per) noi? Nella gioia e […]

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