Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Teatro

Prometeo, il titano in catene che sfidò Zeus

Agli estremi confini eccoci giunti già della terra, in un deserto impervio tramite de la Scizia. Ed ora, Efesto, compier tu devi gli ordini che il padre a te commise: a queste rupi eccelse entro catene adamantine stringere quest’empio, in ceppi che non mai si frangano: ch’esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco padre d’ogni arte, t’involò, lo diede ai mortali. Ai Celesti ora la pena paghi di questa frodolenza, e apprenda a rispettar la signoria di Giove, a desister dal troppo amor degli uomini. Il mito di Prometeo si colloca agli albori del mondo, quando Chrònos e Zeus si contendevano il regno. Sopravvissuto al diluvio mandato dagli dei per punire la tracotanza dei suoi fratelli, Prometeo è accolto da Zeus sull’Olimpo. Per volontà di questo diventa demiurgo, dando origine all’uomo dal fango, nel quale instilla la vita con il fuoco divino, soffiandoci dentro. Fatali saranno la sua generosità e compartecipazione al destino umano. Fatale sarà il furto del fuoco dall’officina di Efesto per donarlo agli uomini, come mezzo di innalzamento dalla barbarie. Si scatenerà su di lui l’ira di Zeus.  Prometeo sarà, infatti, incatenato ad una roccia ai confini del mondo, sotto la custodia di Efesto, di Kratos e Bìa. Con questa scena ha inizio la tragedia eschilea. In tutta l’opera è costante la centralità del personaggio di Prometeo, un ribelle incapace di accettare l’ordine imposto da Zeus e dalle nuove divinità. Centrale è il punto di vista del protagonista, portatore di un valore che non può non suscitare simpatia nello spettatore: la solidarietà verso gli uomini e la volontà di aiutarli a progredire facendo loro conoscere il fuoco. Prometeo, dunque, come portatore di luce e di progresso, anche a costo di sfidare la volontà di Zeus, metafora del pensiero libero, svincolato dal mito e dalle false e bugiarde mitologie. È l’eroe che insegue “virtute e canoscenza”. Il dramma del titano, dopo il grande successo riscosso durante la prima edizione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi, torna al Teatro Mercadante, dal 4 al 15 aprile, interpretato da Luca Lazzareschi, che, nei toni sofferti della sua voce, lascia ben scorgere il dolore dell’eroe solitario che, pur mostrandosi altezzoso al cospetto dei suoi torturatori, si abbandona ai lamenti quando è solo. Emerge il suo carattere ribelle nei dialoghi con Oceano (Tonino Taiuti), con Ermes (Gigi Savoia), a suo avviso, servo di Zeus. Durate la sua prigionia, incontra anche Io (Alessandra D’Elia), alla quale profetizza un futuro di  sofferenze, ma anche di riscatto. Non saranno le catene a placare la sua indole, seppur consapevole di poter nulla contro la necessità. «Tutto quanto il futuro io conosco perfettamente fin d’ora, né mi giungerà inatteso alcun dolore. Bisogna sopportare il meglio possibile la porzione di sorte che ci è assegnata, sapendo che invincibile è la forza della necessità». Prometeo, il dramma di un eroe romantico Facile per lo spettatore identificarsi in Prometeo, trascinato nel suo dolore anche dalla voce ipnotizzante del coro (Flo), in quanto il titano, come l’uomo aspira ad un di più che non gli è concesso. Prometeo appare così […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

La casa di carta, la seconda stagione dal 6 aprile su Netflix

Tokyo, Berlino, Rio, Nairobi, Denver, Mosca, Oslo ed Helsinki. Otto criminali, già braccati dalle autorità che non hanno nulla da perdere, vengono reclutati da una figura carismatica e geniale, il Professore (Alvaro Morte). Unico obiettivo svaligiare la zecca di Stato spagnola. Scavare tunnel, stampare banconote, tenere a bada numerosi ostaggi: una partita a scacchi con la polizia. È questa la trama della serie La casa de papel, La casa di carta, nata dalla penna di Alex Pina, andata in onda in Spagna la scorsa primavera e portata in Italia e nel resto del mondo da Netflix, dal 20 dicembre. Inizialmente composta da 15 episodi della durata di 75 minuti, è stata frazionata in puntate di 40 minuti e divisa in due parti: 13 episodi la prima, forse 10 la seconda. Nonostante la speranza di una terza parte della serie, Alex Pina smentisce, non ci sono intenzioni di continuare la storia per un’ulteriore stagione, facendo aggiunte superflue.  Pur partendo dal più classico dei cliché del genere, La casa di carta si distingue nel panorama serial-stream, riuscendo a trasformare un evento banale, visto e rivisto in un’occasione per delineare e mettere a fuoco i tratti spigolosi e affascinanti di chi una rapina si prepara a farla e poi la compie davvero. Numerosi i riferimenti diretti che i personaggi fanno ai film di Tarantino e gli omaggi degli sceneggiatori ai film di genere, dai poliziotti problematici alle storie d’amore inaspettate, dalle intuizioni geniali ai ribaltamenti di prospettiva. Convincenti i personaggi, che risultano veri, scandagliati nel loro passato necessario a capire cosa li ha portati a impugnare armi e assecondare le dure regole di un gioco in cui il rischio di compromettere l’intera operazione aleggia costantemente. Ognuno ha dei punti deboli, paure, ferite, speranze. Così si finisce a empatizzare con i rapinatori, stravolgendo le categorie di bene e male, giusto e ingiusto; a fare il tifo per loro, anche se mai ci sogneremmo, si spera, di rapinare una banca, figuriamoci la zecca nazionale. La casa di carta: nulla è giusto, nulla è sbagliato Dopo un intenso periodo di formazione, gli otto eccentrici artisti della rapina, mascherati da Salvador Dalì, irrompono nella zecca, lì dove pezzi di carta diventano denaro, guidati dal capo della banda, il Professore, che opera dall’esterno dell’edificio per depistare le indagini e preparare il piano di fuga. Sempre un passo avanti rispetto alle autorità. Autorità che veste i pantaloni di una donna: Raquel Murillo (Itziar Ituño), inviata sul posto come negoziatore, che resterà molto coinvolta, più del dovuto, nella vicenda. Ancora una volta nulla è giusto, nulla è sbagliato. Interessanti anche gli ostaggi e le loro diverse reazioni alla cattività e alle costrizioni fisiche e psicologiche. La scrittura della parte crime non sempre è impeccabile, troppo spesso piegata alle esigenze emotivo-sentimentali dei personaggi, richiedendo una sospensione dell’incredulità non indifferente. Eppure, se una serie può dirsi ben riuscita quando incolla lo spettatore allo schermo in attesa della prossima mossa, sicuramente Pina ha vinto questa sfida. Infatti in molti sono già partiti con il countdown… Il 6 aprile ritorna […]

... continua la lettura
Teatro

Delitto/Castigo, lettura a due voci al Bellini con Luigi Lo Cascio e Sergio Rubini

Gli uomini si dividono in ordinari e straordinari. Quelli ordinari devono vivere nell’obbedienza e non hanno diritto di violare la legge, perché essi, vedete un po’, sono appunto ordinari. Quelli straordinari, invece, hanno il diritto di compiere delitti d’ogni specie e di violare in tutti i modi la legge, per il semplice fatto d’essere straordinari.   Delitto e castigo Una città fantasma, San Pietroburgo, e una girandola di ubriachi, pazzi, idioti, suicidi, miserabili e lussuriosi. Uno sfondo buio e un giovane studente intento a scrivere un articolo, Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov. Inizia così il viaggio nella vicenda e nel vortice delirante di ossessioni del personaggio uscito dalla penna di Fëdor Dostoevskij che ieri, al Teatro Bellini di Napoli, aveva le movenze e la voce di un incredibile Luigi Lo Cascio. L’uccisione di Alena Ivànovna, una vecchia usuraia, la premeditazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, fisici e mentali che ne seguono. Delitto/Castigo è un racconto tormentato della presa di coscienza della colpa. Un romanzo polifonico in cui ogni personaggio rappresenta in qualche modo un’idea, un’ossessione, un punto di vista. In cui la realtà, attraverso il racconto in terza persona, è continuamente interrotta e aggredita dalla voce interiore del protagonista. A un altrettanto incredibile Sergio Rubini sono affidate le voci degli altri personaggi. Lo vediamo in scena, con il suo eclettismo e inconfondibile carisma, ora come Marmeladov, ubriacone che beve per affogare i suoi dolori, ora come Aleksàndrovna Raskol’nikova, madre del protagonista, ora come Arkadij Ivanovič Svidrigajlov. Delitto/Castigo, a volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza Una riuscitissima lettura a due voci, che mette a nudo la natura dell’animo umano nei suoi istinti più estremi, eternamente in bilico fra Male e Bene, Giusto e Sbagliato, eternamente incerta fra il dubbio nichilistico e la fede. È evidente il conflitto interiore del protagonista che tenta di convincersi che l’omicidio della vecchia, con cui ha liberato dal giogo molti poveri creditori, non solo non è condannabile e non dovrebbe procurargli alcun pentimento, ma costituisce la dimostrazione della sua appartenenza a una categoria superiore, autorizzata a vivere e ad agire al di sopra della legge comune, perché le sue azioni, anche quelle condannate dalla morale, hanno come fine ultimo il bene collettivo. Eppure in lui affiorano i sensi di colpa e il terrore di essere scoperto e, infine, la rassegnazione di essere non un grande uomo, ma un pidocchio e, come tale, di meritare una punizione. Un conflitto che genera un contagioso stato febbrile, una scissione, uno sdoppiamento e forse la consapevolezza inconscia che Raskol’nikov rappresenta ognuno di noi, o meglio, è nascosto in ognuno di noi. Perdersi tra i capitoli di una delle più grandi opere letterarie mai scritte, accompagnati dalla maestria di due grandi attori, Lo Cascio e Rubini, giganti nel panorama attoriale italiano. Due ore in cui si susseguono parole e gesti, gesti e parole, che, a tratti, hanno connotati onirici, dove è l’arrivo improvviso di un suono, un rumore di passi, una lama di luce, un grido a rendere tutto reale.  Una chiave sensoriale con cui […]

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

Napoli velata nell’occhio di Ferzan Özpetek

Il sinuoso vortice della scala del Palazzo Mannajuolo e un movimento ellittico, quasi una vertigine. Un viaggio nei misteri di un delitto e nella mente tortuosa e misteriosa di una donna: Adriana (Giovanna Mezzogiorno). Un’anatomopatologa a disagio con i vivi che, una sera, per caso, incontra lo sguardo seducente e provocatore di Andrea (Alessandro Borghi) con cui vive un’intensa notte di passione in cui sogno e realtà si fondono per poi sfociare in un risveglio spaventoso e destabilizzante. Ritroverà il suo amante sul suo tavolo di lavoro. Proprio dalla morte del fugace amante parte il pretesto per raccontare una città complessa. “Ho raccontato il mio personale viaggio stordito e abbagliato dentro Napoli. L’ho fatto attraverso una donna, perché Napoli, ai miei occhi, è femmina”. Così Napoli è diventata Adriana. Promettenti le premesse di Napoli velata, opera ultima del regista stambuliota Ferzan Özpetek, uscita nelle sale il 28 dicembre 2017, distribuito da Warner Bros. Erotismo e mistero, passato e presente che si intrecciano in una storia di ossessioni, ambientata negli scorci segreti di una Napoli borghese, elegante ed esoterica. Una Napoli viscerale e superba, donna e madre, anzi matrigna che divora i suoi figli. Eppure il risultato finale non convince. Le corde sottili dell’erotismo e del mistero stridono con un eccesso visivo e acustico di ingredienti napoletani. Sanno di troppo le digressioni folkloristiche, sa di troppo poco la caratterizzazione dei personaggi. “Racconto i segreti di una città che conosce oro e polvere, una città profana e sacra allo stesso tempo. E dentro alla cornice del thriller esplode una potente storia d’amore”. Ozpetek attinge a un campionario di immagini davvero suggestivo: il chiostro del Museo di San Martino, dove si gioca alla tombola vajassa, la Cappella del Principe di San Severo, dove è esposto il Cristo velato, la scalinata della Farmacia degli Incurabili, il Museo Archeologico e i tanti vicoli di Napoli. Fotogrammi potentissimi di una città che anche da sola, priva di vivi, presunti morti e fantasmi, ha tanto da raccontare. Napoli velata, una personale interpretazione del regista turco Tante le parole che si sono spese intorno a Napoli velata. Tanta la curiosità e l’aspettativa prima. Tante le reazioni e le opinioni divergenti poi, tra gli amanti di Özpetek, pronti a difenderlo sempre e comunque e quanti storcono il naso fissando i titoli di coda di un film che, alla pretesa di addentrarsi nei misteri di Napoli, risponde con una scrittura approssimativa e abusando, forse, di troppi clichè.

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

La ruota delle meraviglie, l’ultimo film di Woody Allen

Alvy Singer in Io e Annie raccontava la sua infanzia illuminata dalle montagne russe del mitico parco di divertimenti di Coney Island. Proprio a Coney Island, all’ombra della ruota panoramica, trascorre l’intera vita di Ginny e Humpty, i protagonisti dell’opera ultima di Woody Allen, La ruota delle meraviglie-Wonder Wheel. 1950. La lunga spiaggia di Coney Island, la ruota panoramica, le insegne colorate dei negozi, la folla di bagnanti, gli ombrelloni e quattro vite che si intrecciano calcando il tipico canovaccio sentimentale del regista newyorkese, invariato da Manhattan in poi. È Kate Winslet a dare il volto alla frustrazione e al cuore di Ginny, un’ex attrice sulla quarantina, i cui sogni di gloria sono spariti, rimpiazzati da un grembiulino sbiadito  e dall’odore pungente di fritto e pesce del ristorante in cui lavora. Afflitta dai rimpianti del passato e dai sogni sul futuro, Ginny è sposata con il giostraio Humpty (Jim Belushi), ma è nel bagnino Mickey (Justin Timberlake), che trova una via di fuga e riscopre la sua parte passionale, ricordandosi di tutto l’amore che è ancora capace di dare, finchè non rompe il fragile equilibrio l’arrivo di Carolina, figlia di Humpty, fuggita dall’entourage del marito mafioso.   Magistrale l’interpretazione di Kate Winslet, che, in uno scambio mutevole di ruoli e di umori, si comporta come i gangster che braccano Carolina, si ubriaca come il marito, vive di arte come l’amante drammaturgo. Una Kate Winslet che, inevitabilmente, richiama alla memoria la Cate Blanchett di Blue Jasmine. Certo, in versione proletaria. La ruota delle meraviglie, un lento moto rotante  Il film ripercorre le ossessioni ricorrenti nella recente produzione di Allen: la giostra della vita, il libero arbitrio, il resoconto dei propri fallimenti e delle scelte sbagliate, la colpa. Meravigliosa la fotografia di Vittorio Storaro (alla seconda collaborazione con Allen dopo Cafè Society), ipnoticamente seduttiva, che alterna colori sfavillanti e grigi cupi per raccontare la dolorosa discrepanza tra sogno e realtà di questi personaggi. Distanza incolmabile con cui, ognuno a suo modo, sarà costretto a fare i conti.  Scena madre il monologo finale. Uno scenario desolante in cui non c’è più spazio per la speranza, spazzata via dalla rassegnazione. La rassegnazione di dover imparare a convivere con i fallimenti e quella tragedia che a volte sa essere la vita. Una scrittura, quella di Allen, che si fa sempre più asciutta e affilata, meno propensa alla battuta e alla leggerezza, ma sempre portavoce di una personalissima visione della vita che difficilmente lascia indifferenti. 

... continua la lettura
Teatro

Iu sugnu Immacolata, Immacolata Concezione

La chiamavano bocca di rosa metteva l’amore, metteva l’amore. La chiamavano bocca di rosa metteva l’amore sopra ogni cosa. Dopo il loro esordio alla Galleria Toledo, tornano a Napoli i Vucciria Teatro, brillante compagnia siciliana che stavolta calca il palco del Teatro Piccolo Bellini, dal 12 al 17 dicembre, portando in scena Immacolata Concezione, nato da un’idea di Federica Carruba Toscano. Sicilia, anni ’40. Un mercato e urla da banco. Un campanaccio che sfrega sulla pelle di un corpo inaspettatamente nudo. La pelle di Concetta (Federica Carruba Toscano), figlia di un pastore che la baratta con una capra da latte. Lavata, profumata e vestita viene offerta allo sguardo e al desiderio di uomini lussuriosi. Il bordello di Donna Anna (Joele Anastasi, che ha curato anche la regia e la drammaturgia) sarà la sua nuova casa. Le regole del bordello, i suoi nuovi comandamenti. Una dimensione popolare, quasi ancestrale quella di Concetta. Concetta e la sua innocenza. Concetta e la sua purezza più eccitante di un orgasmo. Concetta e la sua incoscienza che seduce gli uomini più del suo seno prosperoso. Lei, che non sa cosa sia l’amore, lo semina. Lei, che non sa cosa significhi fare l’amore, insegna a farlo, pur restando vergine. Ma cosa avrà di tanto speciale questa nuova arrivata che tutti si contendono? Cosa farà mai a questi uomini che, in un viavai continuo, scaldano la sua alcova e la vogliono ancora e ancora e ancora? Proprio lei, una ragazza silenziosa, inconsapevole del suo corpo e ancora estranea ai piaceri dell’età adulta, riesce a dare forma ai desideri inespressi di ogni suo cliente. E anche ai suoi, in una calda sera d’estate, dove, tra musica e vino, si perde tra le braccia di Turi (Alessandro Lui), raccogliendo in un amplesso l’amore di lui, e dimenticando il decimo comandamento del bordello di Donna Anna. Da capra per scannare diventa capra da latte. Ma per le capre da latte non c’è spazio nel bordello, in quelle quattro mura in cui sembrano dissolversi gli schemi sociali e i giochi di potere. In quelle quattro mura in cui anche Don Saro (Enrico Sortino), signorotto locale, padrone di tutto e di tutti, è soggiogato dal candore di questa ragazza che finirà i suoi giorni aggiungendo vita alla vita. E che diventerà santa quando sarà davvero di tutti, di Angelo, del fruttivendolo, di Don Saro, di Padre Gioacchino (Ivano Picciallo), di Turi e di tutti quelli che la ricorderanno, inebriandosi di quell’amore che lei, nutrita di incoscienza e ignoranza, voleva insegnare. Senza voi altri io non sono niente, sono qua e vi aspetto. Senza speranza non ci resto. Voglio tramutare il male, ci voglio insegnare l’amore. E mi ficiru santa perché li ho guardati negli occhi per la prima volta. Perché gli ho detto che cu’ mia potevano piangere e potevano ridere e di nuovo piangere e arrestati uomini. U me nomi è muri. Iu sugnu Immacolata. Immacolata Concezione. Iu sugnu Immacolata. Immacolata Concezione I Vucciria Teatro, che con Immacolata Concezione sono stati tra i […]

... continua la lettura
Teatro

Peppino, un masculu e fiammina in un paese del sud

Una scena dal sapore ottocentesco. Un uomo chino sul marmo di un camposanto. Un silenzio rotto dal suono di un dialetto aspro, quello di Peppì, interpretato da un ipnotico Saverio La Ruina che, in un intenso monologo, si racconta alla madre, della quale non resta altro che una foto su di una tomba innevata. Alla madre è rivolto l’incessante flusso di parole del figlio che racconta l’Inferno di una vita segnata da dolori e solitudine, volgendo lo sguardo al passato, ai tempi di scuola, quando l’occhio non cadeva sulle  gambe delle professoresse, ma su quelle dei compagni, sui ragazzini del Lidu Aragosta. Peppì racconta l’inferno di un’omosessualità vissuta in un paese di provincia che gli urla dietro “ricchiù, ricchiù“. In un meridione che non lascia spazio alla libertà di amarsi, come e quando si vuole, ma che costringe a soffocare istinti e pulsioni per non far parlare la gente. Quella gente per cui due masculi che si amano sono solo due ricchiuni. Affiorano alla mente tanti ricordi, anche belli, dei primi incontri, con Vittorio, Angelo e poi finalmente l’amore. Quello con Alfredo, durato dieci anni, che non perde la poesia, anche se è costretto a consumarsi di nascosto, in macchina, nel buio di un parcheggio, dove Alfredo sarà ucciso da bastonate omofobe, per la sola “colpa” di essere un masculu e fiammina. Siamo negli anni Settanta, anni fatti di pregiudizi, ignoranza, di un conformismo che storce il naso al diverso. Dopo vent’anni, Peppì si racconta alla madre, sgranando il rosario dei suoi ricordi. Scatta per lui un tipico confessarsi del sud, al riparo dagli imbarazzi, dal timore di preoccupare la madre, che come tutte le madri, si preoccupa sempre. Una madre che forse aveva già capito, ha sempre saputo, ma ha scelto il silenzio in nome di un amoroso rispetto. Grazie per le cose che non hai mai detto, per le cose che non hai mai chiesto.  Masculu e fiammina, un toccante viaggio nei meandri dell’anima Alle illusioni giovanili, agli occhi che brillano immaginando l’amore, segue la consapevolezza dell’età adulta, la rassegnazione di quel che resta di una vita fatta di zie da accudire, ricordi del passato e una panchina con vista sull’immobile vita di un piccolo paese, dove il tempo sembra scorrere sempre uguale. In un meridione, tra tombe innevate, Peppì va a ricercare la sensazione di libertà, di dire finalmente tutto quello che si è sempre tenuto dentro, rifugiandosi nell’abbraccio della madre, che pur gelido e marmoreo, resta l’unico posto in cui ci si sente al sicuro, sempre.  Lui che porta sulle spalle il fardello di una vita sofferta, di violenze subite, di silenzi, di paure. Lui, che ormai è diventato adulto, non ha perso la forza di sognare, di continuare a sognare, come quando sotto il suo ombrellone rosso, con la scritta Cric Croc, si riscopriva con la pelle d’oca e gli occhi fissi su quel ragazzo biondino del Lidu Aragosta. Confessa alla madre di sognare un mondo migliore, più gentile, che non condanni le persone con etichette […]

... continua la lettura
Teatro

L’ora di ricevimento del Professor Ardèche

Area metropolitana di Tolosa. Una scena spoglia. Una cattedra, banchi, sedie, una finestra. Spettatore silenzioso, un albero da frutto che impassibile assiste, anno dopo anno, alle vicende degli alunni, di questi piccoli apprendisti della vita, e alla loro vita che scorre dentro e fuori le finestre. “Una scuola di intonaco e ventisei occhi che mi guardano”. Al centro della scena, il signor Ardèche, insegnante di professione, che, come ogni anno, sa che si sentirà un pesce fuor d’acqua, lui che vorrebbe solamente insegnare ai suoi alunni la bellezza e la poesia, sa che sarà chiamato ad altri doveri. E come ogni anno, armato di pazienza, ironia e rassegnazione dovrà fare da paciere, in quel crogiolo di culture e religioni che è la sua classe, nel cuore dell’esplosiva banlieue di Les Izards, ai margini dell’area metropolitana di Tolosa. Un ruolo, quello del Professor Ardèche, che sembra cucito addosso a Fabrizio Bentivoglio, artista di rara intensità e sensibilità, tra i cui capelli, le mani, lo sguardo malinconico, ci sono gli anni ’90, il tempo dei reduci, dei disillusi, dei disorientati. Cucito così bene, che, dopo pochi minuti, non lo vediamo più, vediamo solo Ardèche, che, con un divertente monologo, intriso di cinismo, presenta la sua classe, la sesta C. Tredici alunni, un campionario umano che lui, con affetto e ironia, ribattezza con nomignoli, ogni anno sempre gli stessi: il “Panorama”, con la testa sempre tra le nuvole e il banco con vista su mondo, l’”Invisibile”, anonimo per antonomasia, il “Raffreddore”, il “Boss”, la “Missionaria”. Bambini di undici anni che popolano le sue lezioni, con i cui genitori il Professore si confronta ogni settimana, il giovedì, dalle 11 alle 12: l’ora di ricevimento. Un’ora che sa essere tanto breve, quanto interminabile. Un concentrato di tensioni e stress, contro cui non possono nulla nemmeno le tisane al tiglio. L’ora di ricevimento, storie di incontri-scontri culturali L’ora di ricevimento, nata dall’occhio attento e della straordinaria penna di Stefano Massini, racconta, come osserva Michele Placido, che ne ha curato la regia, i cambiamenti e l’evoluzione del tessuto sociale non solo italiano, ma europeo, in cui diventa naturale e necessaria la messa in discussione del modello educativo di una classe intellettuale borghese sempre più spiazzata dai cambiamenti epocali della recente storia contemporanea.  Un interessantissimo spaccato sociale, in cui ci si sente chiamati in causa, ancora di più se insegnanti lo si è nella vita reale e di fronte a quella scarna scenografia, fatta di sedie e banchi, quasi ci si sente a casa. Viene naturale farsi carico del difficile destino del Professor Ardèche, condannato a una società, a una scuola, a una classe dove sembra non ci sia più posto per la poesia, per la bellezza, sbiadite su uno sfondo dominato da scontri sociali e lotte identitarie. Dove sembra non ci sia posto se non per il disincanto e la sconfitta. “La verità è che alla fine io perdo”. Giù il sipario.   L’ora di ricevimento, in scena al Teatro Bellini, dal 7 al 12 novembre. di Stefano Massini […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Torna l’appuntamento con Artecinema

Si è tenuta ieri, al Teatro San Carlo, l’inaugurazione della 22a edizione di Artecinema, il Festival Internazionale di Film sull’Arte Contemporanea, curato da Laura Trisorio. 25 documentari sui maggiori artisti, architetti e fotografi della scena internazionale saranno proiettati al Teatro Augusteo di Napoli fino al 22 ottobre. Una preziosa occasione per comprendere la poetica degli artisti, vederli al lavoro nei loro atelier e mostrare l’evoluzione dei linguaggi dell’arte contemporanea.  Artecinema è un prezioso tentativo di estendere i confini dell’arte Il focus di quest’anno è dedicato alla figura femminile nel mondo dell’arte. Come afferma Laura Trisorio, “sono tante le donne che hanno abitato e abitano il mondo dell’arte, ma solo poche hanno avuto un riconoscimento immediato , molte altre sono rimaste lontane dai riflettori per ragioni sociali, politica, di convenzione. Artecinema vuole rendere omaggio a tutte le artiste attraverso il lavoro di coloro che sono riuscite a superare le barriere delle disparità lasciando un segno indelebile nella storia dell’arte. Dare spazio alle loro voci, rivivere le loro esperienze, ci aiuta a immaginare un mondo più libero, oltre i generi e ogni tipo di confine”.  I film proiettati alla serata inaugurale sono stati Novantatré miliardi di albe-Francesco Arena di Domenico Palma e The Secret Life of Portlligat – Salvador Dalí’s House di David Pujol.  Il 29 ottobre del 2016 in Gallura (Sardegna), dalle colline che guardano il mare davanti all’isola di Tavolara, un masso di granito rosa ha visto sorgere per l’ultima volta il sole. Il 18 dicembre dello stesso anno, a Capri, nel mezzo di un uliveto affacciato sul mare verso Ischia, il masso sardo ha visto il suo primo tramonto dopo novantatré miliardi di albe. Il film documenta l’ultima alba e il primo tramonto del masso, ci mostra il viaggio che ha affrontato tra macchine sferraglianti ed equilibri sospesi e, soprattutto, il lavoro sapiente degli uomini che, in tre differenti luoghi – Milano, la Gallura e Capri – hanno reso possibile la realizzazione dell’opera site specific di Francesco Arena. La casa che Salvador Dalí fece costruire a Portlligat fa da sfondo alla storia della sua vita che attraversa gran parte del XX secolo. Il documentario fa luce sul legame intimo e forte del pittore con il paesaggio di Cadaqués, Portlligat e Cap de Creus, un paesaggio in cui amava immergersi, che lo ispirava e lo motivava. Al tempo stesso il film esplora aspetti meno noti della sua vita privata, come il rapporto con suo padre e con sua sorella Anna Maria, la sua prima modella: rapporti che a loro volta ci aiutano a comprendere elementi chiave della sua opera.  Seguiranno tre giorni di proiezioni di interessantissimi film contemporanei di registi italiani e internazionali, ma anche biografie, interviste e  documentari su David Hockney, Francesco Arena, Paolo Canevari, Marisa Albanese, Salvador Dalì, Louise Bourgeois, Petr Pavlensky. Nella sezione Architettura tra i film in programma, Tadao Ando: Samurai Architect, sull’architetto giapponese vincitore del premio Pritzker che ha sedotto il mondo intero con le sue costruzioni in calcestruzzo ispirate ai principi di semplicità della filosofia zen. Per la sezione Fotografia tra i film in programma, Picasso et les […]

... continua la lettura
Teatro

Dentro la tempesta per i Viaggi di Capitan Matamoros

Nato dal laboratorio L’altro nello sguardo dell’altro, condotto dall’Associazione Teatrale Aisthesis con le comunità migranti residenti sul territorio irpino, ieri 28 settembre (e oggi 29 settembre), presso la Sala delle Colonne dell’Annunziata, è andato in scena Dentro la tempesta, pièce teatrale che ha al centro La tempesta di Shakespeare, interpolata con la versione napoletana di Edoardo De Filippo e con le scritture e i racconti personali dei partecipanti al laboratorio;  diretto da Luca Gatta, direttore artistico de I viaggi di Capitan Matamoros. In una cornice maestosa, fatta di marmi e colonne e su una colorata scenografia, resa ancora più vivace dai costumi folkloristici degli attori, si è svolta la vicenda, ambientata su un’isola imprecisata del Mediterraneo, che ha per protagonista Prospero, il vero duca di Milano, che trama per riportare sua figlia Miranda al posto che le spetta, servendosi della magia.  Mentre suo fratello Antonio e il suo complice, il Re di Napoli Alonso, stanno navigando sul mare di ritorno da Cartagine, il mago invoca una tempesta e attraverso l’aiuto del suo servo Ariel, uno spirito dell’aria, riesce a riscattare il Re e a far innamorare e sposare sua figlia con il principe di Napoli, Ferdinando.  Dentro la tempesta, storia di migrazione e identità La tempesta è stata scelta per la grande densità tematica, infatti affronta temi attualissimi, quali il naufragio, l’esclusione, il rapporto con il diverso , il conflitto tra natura e conoscenza; e per il suo forte legame con il territorio campano grazie alla celebre riscrittura di Eduardo De Filippo, pur avendo una struttura drammaturgica diversa, manipolata attraverso le esperienze e le scritture dei partecipanti. Lo spettacolo porta in scena un intreccio linguistico, fatto di  italiano, inglese, francese, napoletano, bambara, mandingo, ewandu ed è  arricchito da canti africani.  Dentro la tempesta – L ‘altro nello sguardo dell’altro è, nelle intenzioni dei suoi ideatori, un progetto pilota avente come finalità l’inclusione scolastica e lavorativa di giovani migranti. Insomma, il primo atto di quella che, si spera, diventerà una vera e propria scuola di teatro per l’integrazione.  

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Marc Chagall e i suoi colori a Villa Fiorentino

Se creo qualcosa usando il cuore, molto facilmente funzionerà, se invece uso la testa sarà molto difficile. Marc Chagall Sul Corso Italia di Sorrento, la splendida cornice di Villa Fiorentino, sede della Fondazione Sorrento, assume le forme e i colori di Marc Chagall (Vitebsk, 1887 – Saint-Paul-de-Vence, 1985). I colori dell’anima, un’importante mostra realizzata in collaborazione con la Imago Art Gallery di Lugano, che propone una straordinaria collezione di uno dei maggiori artisti del XX secolo. Tante opere dell’artista franco-bielorusso nelle dieci sale della Villa, tra cui capolavori assoluti realizzati mediante varie tecniche, dall’olio su tela alla gouache su carta, disegni a matita colorata, litografie, acqueforti, inchiostri di china su masonite e un’area multimediale con splendide vetrate multicolori di destinazione ecclesiastica realizzate dall’artista che, con l’interazione degli spettatori, vanno in frantumi, mostrando vedute panoramiche della costiera sorrentina.  Preziosi pavimenti maiolicati e pareti bianche su cui si stagliano tele raffiguranti il mondo poetico di Chagall, ricordi ed emozioni filtrati attraverso il suo occhio incantato di bambino. Un’infanzia perduta, ma sempre presente. Ritenuto il Pittore-Poeta per antonomasia poiché capace di creare, forse più di chiunque altro, un costante sincretismo tra pittura e letteratura, tra elementi di folklore, fiaba e simbolismo religioso, sospesi aldilà di ogni tempo e corrente del momento, in una lirica assoluta ed impalpabile tra i luoghi onirici più profondi e le realtà quotidiane.  L’arte onirica di Marc Chagall incanta Sorrento 120 opere, un percorso pittorico e grafico che ben rende lo stile unico e sfuggevole a qualsiasi definizione di  questo artista, che reinterpreta in modo del tutto personale le tendenze artistiche del suo tempo: tagli geometrici, scomposizioni, intersezioni, simultaneità di motivi  che mantengono il loro sapore di fiaba e si sovrappongono ai ricordi infantili della terra natìa. Attualità e mito, realtà e invenzione si fondono nell’opera di Chagall, sempre dominata da un’atmosfera idillica, in cui non c’è spazio per inquietudine e sentimenti negativi.  Cardine della mostra quattro opere di grandi dimensioni: La cruche aux fleurs (olio su tela, 1925), opera iconica della ricerca sulle tematiche floreali dell’artista; Russian village (olio su tela, 1929), omaggio alla memoria poetica e realistica del paese natale dell’autore; Le Coq Violet (olio, gouache e inchiostro di china su tela, 1966-72) e L’homme rouge a la casquette (olio e gouache su tela, 1976), entrambe rappresentative del periodo più florido e maturo di Chagall. I colori dell’anima: un viaggio a metà strada tra sogno e realtà che vale davvero la pena vivere, ripercorrendo la produzione di uno degli artisti più affascinanti del Novecento.     Dove: Villa Fiorentino, Corso Italia – Sorrento Quando: dal 15 Luglio al 15 Novembre 2017  

... continua la lettura
Cinema & Serie tv

Veleno di Diego Olivares, mosaico di vite nella terra dei fuochi

Veleno, diretto da Diego Olivares, produzione Bronx Film, Minerva Pictures e Tunnel Produzioni, evento speciale di chiusura della Settimana Internazionale della Critica alla 74esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nelle sale da ieri, 14 settembre. Uno sguardo dal basso per raccontare uno squarcio di vita di una famiglia di contadini in un piccolo paese  dove ci si conosce un po’ tutti e dove le storie si incrociano spesso l’una con l’altra. Dai campi coltivati, dalle case di chi vive di terra e dei suoi frutti, la camorra, le ecomafie sembrano lontane, come i roghi che bruciano all’orizzonte e, al contempo, vicinissime, come un fratello che per pochi soldi va a versare rifiuti in quelle campagne che fino a ieri lo hanno nutrito.  Veleno racconta la storia di due fratelli, Cosimo e Ezio Cardano, nati e cresciuti in un piccolo centro del casertano. Un’umile famiglia di agricoltori che vive il dramma di un territorio violato, contaminato dai veleni disseminati da associazioni criminali senza scrupoli nelle campagne, in nome del Dio Denaro. Se Cosimo (Massimiliano Gallo) e sua moglie Rosaria (una straordinaria Luisa Ranieri) non vogliono piegarsi alle minacce della camorra e al mito del guadagno facile, difendendo a tutti i costi i loro terreni e non permettendo che questi diventino una discarica di rifiuti tossici in nome dell’attaccamento alla loro terra, alle loro radici, Ezio (Gennaro Di Colandrea) e sua moglie (Miriam Candurro) diventano complici della devastazione dei loro territori, cedendo alla proposta d’acquisto dell’avvocato Rino Caradonna (Salvatore Esposito), corrotti dal potere mafioso e sognando una nuova vita. A complicare le cose è la grave malattia di Cosimo, causata dal veleno che contamina l’acqua, i raccolti, il bestiame. Quel veleno che dalla terra arriva ai corpi, finendo per corrompere gli animi risucchiati in un vortice in cui si perde il senso di comunità, di appartenenza, di difesa comune. Un vortice in cui si perdono di vista i valori, quelli veri, il bene confluisce nel male e la contaminazione è inevitabile. In Veleno Diego Olivares racconta squarci di vite dannate e condannate dalla terra dei fuochi Diego Olivares punta lo sguardo, con un intento di denuncia, su una problematica bollente, che riguarda non solo il sud Italia, ma lo stivale tutto. Smaschera l’illusione di poter ottenere benefici avvelenando la terra, facendoci vivere il calvario di un uomo al quale il veleno dei rifiuti tossici ha negato la speranza del futuro, relegandolo in un letto, attaccato a una flebo, dove non basta la voglia di “combattere come un leone”. La storia di Cosimo diventa la sintesi delle piccole e grandi contraddizioni di una terra di fatto abbandonata a se stessa, dove lo Stato sembra aver definitivamente abdicato alle sue funzioni, dove l’unico potere riconoscibile e riconosciuto è quello criminale. Solo quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato, ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro

... continua la lettura
Teatro

Antigone. Una storia africana al Teatro grande di Pompei

Scenografia austera ed essenziale, luci scure dai toni caravaggeschi, dialoghi in lingua francese e wolof, antico dialetto senegalese. Questi gli elementi costitutivi dell’Antigone di Massimo Luconi, tratta dall’omonima opera del francese Jean Anouilh, andata in scena ieri, 5 luglio, nella suggestiva cornice del Teatro Grande di Pompei, in occasione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi.  Creonte, re di Tebe, vieta di dare sepoltura a  suo nipote Polinice, accusato di tradimento perché ha tentato di assediare la città. Antigone, sorella di Polinice, viola la legge imposta da Creonte, malsopportando che il corpo di suo fratello diventi preda degli avvoltoi e la sua anima vaghi senza tregua per l’eternità. Un conflitto tra due legittime espressioni di diritto. Jean Anouilh reinterpreta il dramma di Sofocle per dare risalto all’opposizione tra individuo e potere pubblico. I suoi protagonisti, però, sono smitizzati, le loro azioni non sono dettate da un’idea di diritto cui appellarsi, quanto da un senso fatalistico degli eventi. Creante e Antigone si abbandonano al loro destino, consapevoli di dover interpretare i ruoli che il dramma dell’esistenza ha loro assegnato. Antigone è poco convinta delle sue azioni, trasgredisce la legge in nome di un impulso individualista, assenti le invocazioni agli dei pronunciate dall’eroina sofoclea. Privata della fede divina, si avvia alla morte con dubbi e paure: “Mi disgustate con la vostra felicità, con la vostra vita che bisogna amare a ogni costo. Si dirà dei cani che leccano tutto quel che trovano. E di quella piccola possibilità che esiste per tutti i giorni se non si è troppo esigenti. Io, io voglio tutto e subito, e che sia esso intero, altrimenti lo rifiuto! Io non voglio essere modesta, io, e accontentarmi di un piccolo morso soltanto se sono stata saggia. Io voglio essere sicura di tutto oggi, e che ciò sia così bello come quando ero piccola, o meglio morire“. Antigone al Teatro grande di Pompei: da Tebe all’Africa Luconi porta in scena al Teatro grande di Pompei un’Antigone dalla pelle nera, elimina ogni riferimento a Tebe per concentrare il suo spettacolo principalmente sul rapporto tra l’identità della persona e della famiglia con lo Stato e le sue regole. I suoi protagonisti hanno origini africane, molti provenienti dal Senegal, dove il rito della sepoltura e degli onori funebri è molto sentito, proprio come un rito sociale di rispetto verso le persone e la loro storia. “Antigone, ovunque vi siano discriminazioni razziali, conflitti, intolleranze religiose, torna ad assumere il ruolo dell’eroina che sfida i regimi totalitari in nome della pietosa universale che si estende a tutti gli uomini sentiti come fratelli. E questa storia, raccontata oggi da giovani africani, ha ancora più senso”.

... continua la lettura
Teatro

Eccoci…la nuova stagione del Teatro Stabile

Il Teatro Stabile come anima della città. Mi piace pensarlo così, come un luogo della cultura e della legalità, ma come uno spazio dove va in scena l’anima di Napoli. Tutta la programmazione della nuova stagione teatrale è densa di pathos. Non solo quello tragico. Si ride, si piange, si riflette, perché l’anima di Napoli ha mille colori. Una pluralità di registri e di messaggi, un mix di culture e di scuole di pensiero. In una parola, va in scena l’inclusione. In una città di marcata identità storica e culturale, popolata da cittadini del mondo, anzi, per dirla con Erri de Luca, da N-apolidi, cittadini di nessun mondo. Queste le parole spese per la presentazione di ECCOCI, titolo con il quale il Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale, presieduta da Filippo Patroni Griffi e diretto da Luca De Fusco, annuncia alla città la sua nuova Stagione Teatrale. Una Stagione ricca di testi che spaziano dai grandi classici ai moderni, ai maestri del Novecento, ai contemporanei fino ai giorni nostri. Tra produzioni, coproduzioni e ospitalità, sono oltre venti le opere che animeranno il Mercadante e il San Ferdinando, presentate ieri, 29 giugno, che vedranno sul palco volti e voci di interpreti straordinari, diretti dai registi Luca De Fusco, Andrea De Rosa, Peter Stein, Claudio Tolcachir, Andrea Renzi, Mimmo Borrelli e tanti altri. 18 ottobre-5 novembre Uscita d’emergenza, di Manlio Santanelli, interpretato da Mariano Rigillo e Claudio Di Palma, che ne firma anche la regia (Teatro San Ferdinando). 25 ottobre- 12 novembre Sei personaggi in cerca d’autore, di Luigi Pirandello, diretto da Luca De Fusco e interpretato da Eros Pagni, Angela Pagano, Gaia Aprea, Paolo Serra, Enzo Turrin, Giacinto Palmarini (Teatro Mercadante) 22 novembre-3 dicembre Le Baccanti, di Euripide, nell’adattamento e nella regia di Andrea De Rosa (Teatro Mercadante). 5-10 dicembre Riccardo II, di William Shakespeare, diretto da Peter Stein e interpretato da Maddalena Crippa (Teatro Mercadante). 12-17 dicembre Emilia, di Claudio Tolcachir e interpretato da Giulia Lazzarin (Teatro San Ferdinando). 20 dicembre- 7 gennaio Ragazze sole con qualche esperienza, di Enzo Moscato, messo in scena dal regista Francesco Saponaro e interpretato da Veronica Mazza, Carmine Paternoster, Salvatore Striano e Lara Sansone. 10-21 gennaio Il Servo, dal romanzo omonimo di Robin Maugham, con la regia di Pierpaolo Sepe e Andrea Renzi (Teatro Mercadante). 24 gennaio-4 febbraio Desideri mortali, oratorio profano per Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diretto da Ruggero Cappuccio e interpretato da Claudio Di Palma (Teatro San Ferdinando). 27-28 gennaio  Masquerade, dramma del poeta russo Mikhail Lermontov, diretto dal regista Rimas Tuminas, vincitore del prestigioso premio teatrale russo, la Maschera d’Oro (Teatro Mercadante). 30 gennaio-4 febbraio Intrigo e amore, di Friedrich Schiller, con la regia di Marco Sciaccaluga (Teatro Mercadante). 6-8 febbraio Dieci storie proprio così, progetto teatrale dedicato alle vittime conosciute e sconosciute della criminalità organizzata, nato da un’idea di Giulia Minoli, con la regia di Emanuela Giorndano (Teatro San Ferdinando). 7-18 febbraio L’anatra all’arancia, dal testo The Secretary Bird di William Douglas-Home, versione francese di Marc-Gilbert Sauvajon, con regia e interpretazione di Luca […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Jan Fabre e il suo eclettismo allo Studio Trisorio

Ogni vera bellezza è scomoda. Jan Fabre. Anversa, 31 dicembre 1991 Avreste mai immaginato di vedere il cervello, quel gelatinoso groviglio di vene e arterie, di circa 1500 grammi, imbellettato e lucidato su un piedistallo? Lo ha fatto Jan Fabre, eclettico artista belga, la cui personale, My Only Nation is Imagination, è stata inaugurata il 26 giugno, presso lo Studio Trisorio, in via Riviera di Chiaia, 215. Se il corpo è senza dubbio centrale in tutto l’universo artistico di Fabre, questa mostra raccoglie un nucleo di opere che indagano la natura del cervello, definito dall’artista “la parte più sexy del corpo umano“. Sculture in silicone, che riproducono con estremo realismo vene e arterie, pieghe e curve, sulle quali la fantasia dell’artista, con bizzarre associazioni, posiziona oggetti dalle forti valenze simboliche: un bruco nella mela, simbolo del peccato (Brain of an atheist); una nocciolina, emblema del piacere (The sweet and satisfied brain of the lab-monkey); un paio di forbici, oggetto di superstizioni e credenze religiose, connesso al ricordo materno (Brain with star).   Il cervello, uno strumento tanto affascinante quanto misterioso, diventa nella mente e nelle mani di Jan Fabre, oggetto di culto, di esposizione. Come un marmo di Carrara, si presenta, strano a dirsi, bello da vedere, e quasi invoglia a toccarlo, vista la sua consistenza lucida e colorata.  Oltre a calchi cerebrali, proiettato anche un video, Do we feel with our brain and think with our heart?, film-performance in cui Fabre si confronta con il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, scopritore dei neuroni-specchio, responsabili dell’empatia tra gli individui. E disegni, nei quali l’artista combina carta fotografica e frasi, descrittive, evocative o ironiche. Non si esaurisce allo Studio Trisorio il sodalizio tra Jan Fabre e Napoli Il 29 giugno, al Museo Madre, l’inaugurazione della scultura The man measuring the cloud (American version, 18 years old), un inno alla capacità di continuare a sognare, di trascendere il tempo e lo spazio attraverso l’immaginazione, ispirata dall’affermazione che l’ornitologo Robert Stroud pronunciò nel momento della liberazione dalla prigione di Alcatraz, quando dichiarò, appunto, che si sarebbe d’ora in poi dedicato a “misurare le nuvole”. Infine, sabato e domenica, 1 e 2 luglio, presso il Teatro Politeama di Napoli, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, l’artista presenterà l’avant-première della nuova produzione teatrale Belgian Rules/Belgium Rules, un omaggio teso a velerebbe il volto complesso del suo “pazzo paese”. Jan Fabre è in città, non lasciatevelo scappare! 

... continua la lettura
Teatro

L’Orestea, intreccio di colpe ataviche

“Il mattino porta buone notizie se a farlo nascere è stata una buona notte”. Orestea, Eschilo.   Ad Argo, sul tetto della reggia degli Atridi, una sentinella attende il segnale di fuoco che deve annunziare la presa di Troia. Il fuoco appare sulle vette dei monti, Troia è caduta. La regina, Clitemnestra, felice della buona notizia, accoglie con parole falsamente gioiose, il ritorno vittorioso di Agamennone, marito, le cui mani sono ancora macchiate dell’orribile assassinio di sua figlia Ifigenia, sacrificata ad Artemide per concedere una navigazione propizia alla flotta greca. Accompagna il re Cassandra, figlia di Priamo, principessa troiana e bottino di guerra, che, in preda a un delirio profetico, rivede le colpe antiche di quella casa, e predice le tinte macabre dei giorni che verranno. Una grande porta metallica che si apre e si chiude sul fondo nero della reggia di Argo. Un palcoscenico in pendio ricoperto di sabbia lavica che, spazzata, oltre a rivelare resti di colonne, oggetti, e una testa di cavallo per il ritorno di Agamennone, mostrerà, al centro, un lungo schermo di volta in volta tappeto, striscia di sangue, tomba. Nel nero e nella terra, dunque, in una dimensione che sembra irrimediabilmente lontana, nasce l’Agamennone, primo dramma di una trilogia, scritta da uno dei più grandi tragediografi che la storia conosce: Eschilo (525 – 456 a.C.). E sono stati proprio i versi di Eschilo ad aprire Pompeii Theatrum Mundi, Pompei palcoscenico del mondo, 22 giugno – 23 luglio, prima edizione della rassegna di drammaturgia antica, nel suggestivo teatro Grande di Pompei. Dall’Orestea al Prometeo, dall’Antigone a Le Baccanti, nelle regie di Luca De Fusco, Massimo Luconi, Andrea De Rosa. Immaginato per  il Teatro Grande del più imponente sito archeologico del mondo, quello di Pompei, Pompeii Theatrum Mundi è un progetto triennale, nato dalla collaborazione del Teatro Stabile di Napoli e della Soprintendenza di Pompei. “Dal 2014 – dichiara il Soprintendente Massimo Osanna – le scene del Teatro Grande sono state restituite al pubblico internazionale, dove la rassegna del Teatro Stabile di Napoli si inserisce in modo naturale. Nel celebrare e far rivivere al pubblico l’unicità e la sacralità di questi luoghi, Pompei ancora una volta si profila come laboratorio di arte e cultura, palcoscenico del mondo, aperto alla tradizione e all’innovazione“. Un appuntamento assolutamente imperdibile per gli amanti del genere. Il potere evocativo dello stile di Eschilo trova nell’Orestea la sua massima espressione. Grandiosa la sua istintualità, soprattutto nello scontro tra dimensione privata e dimensione pubblica, tra razionalità e sentimenti lividi, tra giustizia e legge statale.  Orestea, contenitore di passioni e crimini Sangue, violenza, dimensione primigenia: il vero volto dell’uomo di sempre, che trova il coraggio di uscire allo scoperto. L’Orestea di Eschilo, unica tragedia giuntaci completa, rappresenta un viaggio alle radici della nostra civiltà. Con essa si inaugura il primo tribunale della storia, nasce il Diritto, ponendo fine all’atavica pratica della vendetta di padre in figlio, di generazione in generazione.   ORESTEA Agamennone, Coefore, Eumenidi di ESCHILO regia di LUCA DE FUSCO con MARIANO RIGILLO […]

... continua la lettura