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Eroica Fenice

Cinema & Serie tv

Napoli velata nell’occhio di Ferzan Özpetek

Il sinuoso vortice della scala del Palazzo Mannajuolo e un movimento ellittico, quasi una vertigine. Un viaggio nei misteri di un delitto e nella mente tortuosa e misteriosa di una donna: Adriana (Giovanna Mezzogiorno). Un’anatomopatologa a disagio con i vivi che, una sera, per caso, incontra lo sguardo seducente e provocatore di Andrea (Alessandro Borghi) con cui vive un’intensa notte di passione in cui sogno e realtà si fondono per poi sfociare in un risveglio spaventoso e destabilizzante. Ritroverà il suo amante sul suo tavolo di lavoro. Proprio dalla morte del fugace amante parte il pretesto per raccontare una città complessa. “Ho raccontato il mio personale viaggio stordito e abbagliato dentro Napoli. L’ho fatto attraverso una donna, perché Napoli, ai miei occhi, è femmina”. Così Napoli è diventata Adriana. Promettenti le premesse di Napoli velata, opera ultima del regista stambuliota Ferzan Özpetek, uscita nelle sale il 28 dicembre 2017, distribuito da Warner Bros. Erotismo e mistero, passato e presente che si intrecciano in una storia di ossessioni, ambientata negli scorci segreti di una Napoli borghese, elegante ed esoterica. Una Napoli viscerale e superba, donna e madre, anzi matrigna che divora i suoi figli. Eppure il risultato finale non convince. Le corde sottili dell’erotismo e del mistero stridono con un eccesso visivo e acustico di ingredienti napoletani. Sanno di troppo le digressioni folkloristiche, sa di troppo poco la caratterizzazione dei personaggi. “Racconto i segreti di una città che conosce oro e polvere, una città profana e sacra allo stesso tempo. E dentro alla cornice del thriller esplode una potente storia d’amore”. Ozpetek attinge a un campionario di immagini davvero suggestivo: il chiostro del Museo di San Martino, dove si gioca alla tombola vajassa, la Cappella del Principe di San Severo, dove è esposto il Cristo velato, la scalinata della Farmacia degli Incurabili, il Museo Archeologico e i tanti vicoli di Napoli. Fotogrammi potentissimi di una città che anche da sola, priva di vivi, presunti morti e fantasmi, ha tanto da raccontare. Napoli velata, una personale interpretazione del regista turco Tante le parole che si sono spese intorno a Napoli velata. Tanta la curiosità e l’aspettativa prima. Tante le reazioni e le opinioni divergenti poi, tra gli amanti di Özpetek, pronti a difenderlo sempre e comunque e quanti storcono il naso fissando i titoli di coda di un film che, alla pretesa di addentrarsi nei misteri di Napoli, risponde con una scrittura approssimativa e abusando, forse, di troppi clichè.

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Cinema & Serie tv

La ruota delle meraviglie, l’ultimo film di Woody Allen

Alvy Singer in Io e Annie raccontava la sua infanzia illuminata dalle montagne russe del mitico parco di divertimenti di Coney Island. Proprio a Coney Island, all’ombra della ruota panoramica, trascorre l’intera vita di Ginny e Humpty, i protagonisti dell’opera ultima di Woody Allen, La ruota delle meraviglie-Wonder Wheel. 1950. La lunga spiaggia di Coney Island, la ruota panoramica, le insegne colorate dei negozi, la folla di bagnanti, gli ombrelloni e quattro vite che si intrecciano calcando il tipico canovaccio sentimentale del regista newyorkese, invariato da Manhattan in poi. È Kate Winslet a dare il volto alla frustrazione e al cuore di Ginny, un’ex attrice sulla quarantina, i cui sogni di gloria sono spariti, rimpiazzati da un grembiulino sbiadito  e dall’odore pungente di fritto e pesce del ristorante in cui lavora. Afflitta dai rimpianti del passato e dai sogni sul futuro, Ginny è sposata con il giostraio Humpty (Jim Belushi), ma è nel bagnino Mickey (Justin Timberlake), che trova una via di fuga e riscopre la sua parte passionale, ricordandosi di tutto l’amore che è ancora capace di dare, finchè non rompe il fragile equilibrio l’arrivo di Carolina, figlia di Humpty, fuggita dall’entourage del marito mafioso.   Magistrale l’interpretazione di Kate Winslet, che, in uno scambio mutevole di ruoli e di umori, si comporta come i gangster che braccano Carolina, si ubriaca come il marito, vive di arte come l’amante drammaturgo. Una Kate Winslet che, inevitabilmente, richiama alla memoria la Cate Blanchett di Blue Jasmine. Certo, in versione proletaria. La ruota delle meraviglie, un lento moto rotante  Il film ripercorre le ossessioni ricorrenti nella recente produzione di Allen: la giostra della vita, il libero arbitrio, il resoconto dei propri fallimenti e delle scelte sbagliate, la colpa. Meravigliosa la fotografia di Vittorio Storaro (alla seconda collaborazione con Allen dopo Cafè Society), ipnoticamente seduttiva, che alterna colori sfavillanti e grigi cupi per raccontare la dolorosa discrepanza tra sogno e realtà di questi personaggi. Distanza incolmabile con cui, ognuno a suo modo, sarà costretto a fare i conti.  Scena madre il monologo finale. Uno scenario desolante in cui non c’è più spazio per la speranza, spazzata via dalla rassegnazione. La rassegnazione di dover imparare a convivere con i fallimenti e quella tragedia che a volte sa essere la vita. Una scrittura, quella di Allen, che si fa sempre più asciutta e affilata, meno propensa alla battuta e alla leggerezza, ma sempre portavoce di una personalissima visione della vita che difficilmente lascia indifferenti. 

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Teatro

Iu sugnu Immacolata, Immacolata Concezione

La chiamavano bocca di rosa metteva l’amore, metteva l’amore. La chiamavano bocca di rosa metteva l’amore sopra ogni cosa. Dopo il loro esordio alla Galleria Toledo, tornano a Napoli i Vucciria Teatro, brillante compagnia siciliana che stavolta calca il palco del Teatro Piccolo Bellini, dal 12 al 17 dicembre, portando in scena Immacolata Concezione, nato da un’idea di Federica Carruba Toscano. Sicilia, anni ’40. Un mercato e urla da banco. Un campanaccio che sfrega sulla pelle di un corpo inaspettatamente nudo. La pelle di Concetta (Federica Carruba Toscano), figlia di un pastore che la baratta con una capra da latte. Lavata, profumata e vestita viene offerta allo sguardo e al desiderio di uomini lussuriosi. Il bordello di Donna Anna (Joele Anastasi, che ha curato anche la regia e la drammaturgia) sarà la sua nuova casa. Le regole del bordello, i suoi nuovi comandamenti. Una dimensione popolare, quasi ancestrale quella di Concetta. Concetta e la sua innocenza. Concetta e la sua purezza più eccitante di un orgasmo. Concetta e la sua incoscienza che seduce gli uomini più del suo seno prosperoso. Lei, che non sa cosa sia l’amore, lo semina. Lei, che non sa cosa significhi fare l’amore, insegna a farlo, pur restando vergine. Ma cosa avrà di tanto speciale questa nuova arrivata che tutti si contendono? Cosa farà mai a questi uomini che, in un viavai continuo, scaldano la sua alcova e la vogliono ancora e ancora e ancora? Proprio lei, una ragazza silenziosa, inconsapevole del suo corpo e ancora estranea ai piaceri dell’età adulta, riesce a dare forma ai desideri inespressi di ogni suo cliente. E anche ai suoi, in una calda sera d’estate, dove, tra musica e vino, si perde tra le braccia di Turi (Alessandro Lui), raccogliendo in un amplesso l’amore di lui, e dimenticando il decimo comandamento del bordello di Donna Anna. Da capra per scannare diventa capra da latte. Ma per le capre da latte non c’è spazio nel bordello, in quelle quattro mura in cui sembrano dissolversi gli schemi sociali e i giochi di potere. In quelle quattro mura in cui anche Don Saro (Enrico Sortino), signorotto locale, padrone di tutto e di tutti, è soggiogato dal candore di questa ragazza che finirà i suoi giorni aggiungendo vita alla vita. E che diventerà santa quando sarà davvero di tutti, di Angelo, del fruttivendolo, di Don Saro, di Padre Gioacchino (Ivano Picciallo), di Turi e di tutti quelli che la ricorderanno, inebriandosi di quell’amore che lei, nutrita di incoscienza e ignoranza, voleva insegnare. Senza voi altri io non sono niente, sono qua e vi aspetto. Senza speranza non ci resto. Voglio tramutare il male, ci voglio insegnare l’amore. E mi ficiru santa perché li ho guardati negli occhi per la prima volta. Perché gli ho detto che cu’ mia potevano piangere e potevano ridere e di nuovo piangere e arrestati uomini. U me nomi è muri. Iu sugnu Immacolata. Immacolata Concezione. Iu sugnu Immacolata. Immacolata Concezione I Vucciria Teatro, che con Immacolata Concezione sono stati tra i […]

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Teatro

Peppino, un masculu e fiammina in un paese del sud

Una scena dal sapore ottocentesco. Un uomo chino sul marmo di un camposanto. Un silenzio rotto dal suono di un dialetto aspro, quello di Peppì, interpretato da un ipnotico Saverio La Ruina che, in un intenso monologo, si racconta alla madre, della quale non resta altro che una foto su di una tomba innevata. Alla madre è rivolto l’incessante flusso di parole del figlio che racconta l’Inferno di una vita segnata da dolori e solitudine, volgendo lo sguardo al passato, ai tempi di scuola, quando l’occhio non cadeva sulle  gambe delle professoresse, ma su quelle dei compagni, sui ragazzini del Lidu Aragosta. Peppì racconta l’inferno di un’omosessualità vissuta in un paese di provincia che gli urla dietro “ricchiù, ricchiù“. In un meridione che non lascia spazio alla libertà di amarsi, come e quando si vuole, ma che costringe a soffocare istinti e pulsioni per non far parlare la gente. Quella gente per cui due masculi che si amano sono solo due ricchiuni. Affiorano alla mente tanti ricordi, anche belli, dei primi incontri, con Vittorio, Angelo e poi finalmente l’amore. Quello con Alfredo, durato dieci anni, che non perde la poesia, anche se è costretto a consumarsi di nascosto, in macchina, nel buio di un parcheggio, dove Alfredo sarà ucciso da bastonate omofobe, per la sola “colpa” di essere un masculu e fiammina. Siamo negli anni Settanta, anni fatti di pregiudizi, ignoranza, di un conformismo che storce il naso al diverso. Dopo vent’anni, Peppì si racconta alla madre, sgranando il rosario dei suoi ricordi. Scatta per lui un tipico confessarsi del sud, al riparo dagli imbarazzi, dal timore di preoccupare la madre, che come tutte le madri, si preoccupa sempre. Una madre che forse aveva già capito, ha sempre saputo, ma ha scelto il silenzio in nome di un amoroso rispetto. Grazie per le cose che non hai mai detto, per le cose che non hai mai chiesto.  Masculu e fiammina, un toccante viaggio nei meandri dell’anima Alle illusioni giovanili, agli occhi che brillano immaginando l’amore, segue la consapevolezza dell’età adulta, la rassegnazione di quel che resta di una vita fatta di zie da accudire, ricordi del passato e una panchina con vista sull’immobile vita di un piccolo paese, dove il tempo sembra scorrere sempre uguale. In un meridione, tra tombe innevate, Peppì va a ricercare la sensazione di libertà, di dire finalmente tutto quello che si è sempre tenuto dentro, rifugiandosi nell’abbraccio della madre, che pur gelido e marmoreo, resta l’unico posto in cui ci si sente al sicuro, sempre.  Lui che porta sulle spalle il fardello di una vita sofferta, di violenze subite, di silenzi, di paure. Lui, che ormai è diventato adulto, non ha perso la forza di sognare, di continuare a sognare, come quando sotto il suo ombrellone rosso, con la scritta Cric Croc, si riscopriva con la pelle d’oca e gli occhi fissi su quel ragazzo biondino del Lidu Aragosta. Confessa alla madre di sognare un mondo migliore, più gentile, che non condanni le persone con etichette […]

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Teatro

L’ora di ricevimento del Professor Ardèche

Area metropolitana di Tolosa. Una scena spoglia. Una cattedra, banchi, sedie, una finestra. Spettatore silenzioso, un albero da frutto che impassibile assiste, anno dopo anno, alle vicende degli alunni, di questi piccoli apprendisti della vita, e alla loro vita che scorre dentro e fuori le finestre. “Una scuola di intonaco e ventisei occhi che mi guardano”. Al centro della scena, il signor Ardèche, insegnante di professione, che, come ogni anno, sa che si sentirà un pesce fuor d’acqua, lui che vorrebbe solamente insegnare ai suoi alunni la bellezza e la poesia, sa che sarà chiamato ad altri doveri. E come ogni anno, armato di pazienza, ironia e rassegnazione dovrà fare da paciere, in quel crogiolo di culture e religioni che è la sua classe, nel cuore dell’esplosiva banlieue di Les Izards, ai margini dell’area metropolitana di Tolosa. Un ruolo, quello del Professor Ardèche, che sembra cucito addosso a Fabrizio Bentivoglio, artista di rara intensità e sensibilità, tra i cui capelli, le mani, lo sguardo malinconico, ci sono gli anni ’90, il tempo dei reduci, dei disillusi, dei disorientati. Cucito così bene, che, dopo pochi minuti, non lo vediamo più, vediamo solo Ardèche, che, con un divertente monologo, intriso di cinismo, presenta la sua classe, la sesta C. Tredici alunni, un campionario umano che lui, con affetto e ironia, ribattezza con nomignoli, ogni anno sempre gli stessi: il “Panorama”, con la testa sempre tra le nuvole e il banco con vista su mondo, l’”Invisibile”, anonimo per antonomasia, il “Raffreddore”, il “Boss”, la “Missionaria”. Bambini di undici anni che popolano le sue lezioni, con i cui genitori il Professore si confronta ogni settimana, il giovedì, dalle 11 alle 12: l’ora di ricevimento. Un’ora che sa essere tanto breve, quanto interminabile. Un concentrato di tensioni e stress, contro cui non possono nulla nemmeno le tisane al tiglio. L’ora di ricevimento, storie di incontri-scontri culturali L’ora di ricevimento, nata dall’occhio attento e della straordinaria penna di Stefano Massini, racconta, come osserva Michele Placido, che ne ha curato la regia, i cambiamenti e l’evoluzione del tessuto sociale non solo italiano, ma europeo, in cui diventa naturale e necessaria la messa in discussione del modello educativo di una classe intellettuale borghese sempre più spiazzata dai cambiamenti epocali della recente storia contemporanea.  Un interessantissimo spaccato sociale, in cui ci si sente chiamati in causa, ancora di più se insegnanti lo si è nella vita reale e di fronte a quella scarna scenografia, fatta di sedie e banchi, quasi ci si sente a casa. Viene naturale farsi carico del difficile destino del Professor Ardèche, condannato a una società, a una scuola, a una classe dove sembra non ci sia più posto per la poesia, per la bellezza, sbiadite su uno sfondo dominato da scontri sociali e lotte identitarie. Dove sembra non ci sia posto se non per il disincanto e la sconfitta. “La verità è che alla fine io perdo”. Giù il sipario.   L’ora di ricevimento, in scena al Teatro Bellini, dal 7 al 12 novembre. di Stefano Massini […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Torna l’appuntamento con Artecinema

Si è tenuta ieri, al Teatro San Carlo, l’inaugurazione della 22a edizione di Artecinema, il Festival Internazionale di Film sull’Arte Contemporanea, curato da Laura Trisorio. 25 documentari sui maggiori artisti, architetti e fotografi della scena internazionale saranno proiettati al Teatro Augusteo di Napoli fino al 22 ottobre. Una preziosa occasione per comprendere la poetica degli artisti, vederli al lavoro nei loro atelier e mostrare l’evoluzione dei linguaggi dell’arte contemporanea.  Artecinema è un prezioso tentativo di estendere i confini dell’arte Il focus di quest’anno è dedicato alla figura femminile nel mondo dell’arte. Come afferma Laura Trisorio, “sono tante le donne che hanno abitato e abitano il mondo dell’arte, ma solo poche hanno avuto un riconoscimento immediato , molte altre sono rimaste lontane dai riflettori per ragioni sociali, politica, di convenzione. Artecinema vuole rendere omaggio a tutte le artiste attraverso il lavoro di coloro che sono riuscite a superare le barriere delle disparità lasciando un segno indelebile nella storia dell’arte. Dare spazio alle loro voci, rivivere le loro esperienze, ci aiuta a immaginare un mondo più libero, oltre i generi e ogni tipo di confine”.  I film proiettati alla serata inaugurale sono stati Novantatré miliardi di albe-Francesco Arena di Domenico Palma e The Secret Life of Portlligat – Salvador Dalí’s House di David Pujol.  Il 29 ottobre del 2016 in Gallura (Sardegna), dalle colline che guardano il mare davanti all’isola di Tavolara, un masso di granito rosa ha visto sorgere per l’ultima volta il sole. Il 18 dicembre dello stesso anno, a Capri, nel mezzo di un uliveto affacciato sul mare verso Ischia, il masso sardo ha visto il suo primo tramonto dopo novantatré miliardi di albe. Il film documenta l’ultima alba e il primo tramonto del masso, ci mostra il viaggio che ha affrontato tra macchine sferraglianti ed equilibri sospesi e, soprattutto, il lavoro sapiente degli uomini che, in tre differenti luoghi – Milano, la Gallura e Capri – hanno reso possibile la realizzazione dell’opera site specific di Francesco Arena. La casa che Salvador Dalí fece costruire a Portlligat fa da sfondo alla storia della sua vita che attraversa gran parte del XX secolo. Il documentario fa luce sul legame intimo e forte del pittore con il paesaggio di Cadaqués, Portlligat e Cap de Creus, un paesaggio in cui amava immergersi, che lo ispirava e lo motivava. Al tempo stesso il film esplora aspetti meno noti della sua vita privata, come il rapporto con suo padre e con sua sorella Anna Maria, la sua prima modella: rapporti che a loro volta ci aiutano a comprendere elementi chiave della sua opera.  Seguiranno tre giorni di proiezioni di interessantissimi film contemporanei di registi italiani e internazionali, ma anche biografie, interviste e  documentari su David Hockney, Francesco Arena, Paolo Canevari, Marisa Albanese, Salvador Dalì, Louise Bourgeois, Petr Pavlensky. Nella sezione Architettura tra i film in programma, Tadao Ando: Samurai Architect, sull’architetto giapponese vincitore del premio Pritzker che ha sedotto il mondo intero con le sue costruzioni in calcestruzzo ispirate ai principi di semplicità della filosofia zen. Per la sezione Fotografia tra i film in programma, Picasso et les […]

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Teatro

Dentro la tempesta per i Viaggi di Capitan Matamoros

Nato dal laboratorio L’altro nello sguardo dell’altro, condotto dall’Associazione Teatrale Aisthesis con le comunità migranti residenti sul territorio irpino, ieri 28 settembre (e oggi 29 settembre), presso la Sala delle Colonne dell’Annunziata, è andato in scena Dentro la tempesta, pièce teatrale che ha al centro La tempesta di Shakespeare, interpolata con la versione napoletana di Edoardo De Filippo e con le scritture e i racconti personali dei partecipanti al laboratorio;  diretto da Luca Gatta, direttore artistico de I viaggi di Capitan Matamoros. In una cornice maestosa, fatta di marmi e colonne e su una colorata scenografia, resa ancora più vivace dai costumi folkloristici degli attori, si è svolta la vicenda, ambientata su un’isola imprecisata del Mediterraneo, che ha per protagonista Prospero, il vero duca di Milano, che trama per riportare sua figlia Miranda al posto che le spetta, servendosi della magia.  Mentre suo fratello Antonio e il suo complice, il Re di Napoli Alonso, stanno navigando sul mare di ritorno da Cartagine, il mago invoca una tempesta e attraverso l’aiuto del suo servo Ariel, uno spirito dell’aria, riesce a riscattare il Re e a far innamorare e sposare sua figlia con il principe di Napoli, Ferdinando.  Dentro la tempesta, storia di migrazione e identità La tempesta è stata scelta per la grande densità tematica, infatti affronta temi attualissimi, quali il naufragio, l’esclusione, il rapporto con il diverso , il conflitto tra natura e conoscenza; e per il suo forte legame con il territorio campano grazie alla celebre riscrittura di Eduardo De Filippo, pur avendo una struttura drammaturgica diversa, manipolata attraverso le esperienze e le scritture dei partecipanti. Lo spettacolo porta in scena un intreccio linguistico, fatto di  italiano, inglese, francese, napoletano, bambara, mandingo, ewandu ed è  arricchito da canti africani.  Dentro la tempesta – L ‘altro nello sguardo dell’altro è, nelle intenzioni dei suoi ideatori, un progetto pilota avente come finalità l’inclusione scolastica e lavorativa di giovani migranti. Insomma, il primo atto di quella che, si spera, diventerà una vera e propria scuola di teatro per l’integrazione.  

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Eventi/Mostre/Convegni

Marc Chagall e i suoi colori a Villa Fiorentino

Se creo qualcosa usando il cuore, molto facilmente funzionerà, se invece uso la testa sarà molto difficile. Marc Chagall Sul Corso Italia di Sorrento, la splendida cornice di Villa Fiorentino, sede della Fondazione Sorrento, assume le forme e i colori di Marc Chagall (Vitebsk, 1887 – Saint-Paul-de-Vence, 1985). I colori dell’anima, un’importante mostra realizzata in collaborazione con la Imago Art Gallery di Lugano, che propone una straordinaria collezione di uno dei maggiori artisti del XX secolo. Tante opere dell’artista franco-bielorusso nelle dieci sale della Villa, tra cui capolavori assoluti realizzati mediante varie tecniche, dall’olio su tela alla gouache su carta, disegni a matita colorata, litografie, acqueforti, inchiostri di china su masonite e un’area multimediale con splendide vetrate multicolori di destinazione ecclesiastica realizzate dall’artista che, con l’interazione degli spettatori, vanno in frantumi, mostrando vedute panoramiche della costiera sorrentina.  Preziosi pavimenti maiolicati e pareti bianche su cui si stagliano tele raffiguranti il mondo poetico di Chagall, ricordi ed emozioni filtrati attraverso il suo occhio incantato di bambino. Un’infanzia perduta, ma sempre presente. Ritenuto il Pittore-Poeta per antonomasia poiché capace di creare, forse più di chiunque altro, un costante sincretismo tra pittura e letteratura, tra elementi di folklore, fiaba e simbolismo religioso, sospesi aldilà di ogni tempo e corrente del momento, in una lirica assoluta ed impalpabile tra i luoghi onirici più profondi e le realtà quotidiane.  L’arte onirica di Marc Chagall incanta Sorrento 120 opere, un percorso pittorico e grafico che ben rende lo stile unico e sfuggevole a qualsiasi definizione di  questo artista, che reinterpreta in modo del tutto personale le tendenze artistiche del suo tempo: tagli geometrici, scomposizioni, intersezioni, simultaneità di motivi  che mantengono il loro sapore di fiaba e si sovrappongono ai ricordi infantili della terra natìa. Attualità e mito, realtà e invenzione si fondono nell’opera di Chagall, sempre dominata da un’atmosfera idillica, in cui non c’è spazio per inquietudine e sentimenti negativi.  Cardine della mostra quattro opere di grandi dimensioni: La cruche aux fleurs (olio su tela, 1925), opera iconica della ricerca sulle tematiche floreali dell’artista; Russian village (olio su tela, 1929), omaggio alla memoria poetica e realistica del paese natale dell’autore; Le Coq Violet (olio, gouache e inchiostro di china su tela, 1966-72) e L’homme rouge a la casquette (olio e gouache su tela, 1976), entrambe rappresentative del periodo più florido e maturo di Chagall. I colori dell’anima: un viaggio a metà strada tra sogno e realtà che vale davvero la pena vivere, ripercorrendo la produzione di uno degli artisti più affascinanti del Novecento.     Dove: Villa Fiorentino, Corso Italia – Sorrento Quando: dal 15 Luglio al 15 Novembre 2017  

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Cinema & Serie tv

Veleno di Diego Olivares, mosaico di vite nella terra dei fuochi

Veleno, diretto da Diego Olivares, produzione Bronx Film, Minerva Pictures e Tunnel Produzioni, evento speciale di chiusura della Settimana Internazionale della Critica alla 74esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nelle sale da ieri, 14 settembre. Uno sguardo dal basso per raccontare uno squarcio di vita di una famiglia di contadini in un piccolo paese  dove ci si conosce un po’ tutti e dove le storie si incrociano spesso l’una con l’altra. Dai campi coltivati, dalle case di chi vive di terra e dei suoi frutti, la camorra, le ecomafie sembrano lontane, come i roghi che bruciano all’orizzonte e, al contempo, vicinissime, come un fratello che per pochi soldi va a versare rifiuti in quelle campagne che fino a ieri lo hanno nutrito.  Veleno racconta la storia di due fratelli, Cosimo e Ezio Cardano, nati e cresciuti in un piccolo centro del casertano. Un’umile famiglia di agricoltori che vive il dramma di un territorio violato, contaminato dai veleni disseminati da associazioni criminali senza scrupoli nelle campagne, in nome del Dio Denaro. Se Cosimo (Massimiliano Gallo) e sua moglie Rosaria (una straordinaria Luisa Ranieri) non vogliono piegarsi alle minacce della camorra e al mito del guadagno facile, difendendo a tutti i costi i loro terreni e non permettendo che questi diventino una discarica di rifiuti tossici in nome dell’attaccamento alla loro terra, alle loro radici, Ezio (Gennaro Di Colandrea) e sua moglie (Miriam Candurro) diventano complici della devastazione dei loro territori, cedendo alla proposta d’acquisto dell’avvocato Rino Caradonna (Salvatore Esposito), corrotti dal potere mafioso e sognando una nuova vita. A complicare le cose è la grave malattia di Cosimo, causata dal veleno che contamina l’acqua, i raccolti, il bestiame. Quel veleno che dalla terra arriva ai corpi, finendo per corrompere gli animi risucchiati in un vortice in cui si perde il senso di comunità, di appartenenza, di difesa comune. Un vortice in cui si perdono di vista i valori, quelli veri, il bene confluisce nel male e la contaminazione è inevitabile. In Veleno Diego Olivares racconta squarci di vite dannate e condannate dalla terra dei fuochi Diego Olivares punta lo sguardo, con un intento di denuncia, su una problematica bollente, che riguarda non solo il sud Italia, ma lo stivale tutto. Smaschera l’illusione di poter ottenere benefici avvelenando la terra, facendoci vivere il calvario di un uomo al quale il veleno dei rifiuti tossici ha negato la speranza del futuro, relegandolo in un letto, attaccato a una flebo, dove non basta la voglia di “combattere come un leone”. La storia di Cosimo diventa la sintesi delle piccole e grandi contraddizioni di una terra di fatto abbandonata a se stessa, dove lo Stato sembra aver definitivamente abdicato alle sue funzioni, dove l’unico potere riconoscibile e riconosciuto è quello criminale. Solo quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato, ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro

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Teatro

Antigone. Una storia africana al Teatro grande di Pompei

Scenografia austera ed essenziale, luci scure dai toni caravaggeschi, dialoghi in lingua francese e wolof, antico dialetto senegalese. Questi gli elementi costitutivi dell’Antigone di Massimo Luconi, tratta dall’omonima opera del francese Jean Anouilh, andata in scena ieri, 5 luglio, nella suggestiva cornice del Teatro Grande di Pompei, in occasione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi.  Creonte, re di Tebe, vieta di dare sepoltura a  suo nipote Polinice, accusato di tradimento perché ha tentato di assediare la città. Antigone, sorella di Polinice, viola la legge imposta da Creonte, malsopportando che il corpo di suo fratello diventi preda degli avvoltoi e la sua anima vaghi senza tregua per l’eternità. Un conflitto tra due legittime espressioni di diritto. Jean Anouilh reinterpreta il dramma di Sofocle per dare risalto all’opposizione tra individuo e potere pubblico. I suoi protagonisti, però, sono smitizzati, le loro azioni non sono dettate da un’idea di diritto cui appellarsi, quanto da un senso fatalistico degli eventi. Creante e Antigone si abbandonano al loro destino, consapevoli di dover interpretare i ruoli che il dramma dell’esistenza ha loro assegnato. Antigone è poco convinta delle sue azioni, trasgredisce la legge in nome di un impulso individualista, assenti le invocazioni agli dei pronunciate dall’eroina sofoclea. Privata della fede divina, si avvia alla morte con dubbi e paure: “Mi disgustate con la vostra felicità, con la vostra vita che bisogna amare a ogni costo. Si dirà dei cani che leccano tutto quel che trovano. E di quella piccola possibilità che esiste per tutti i giorni se non si è troppo esigenti. Io, io voglio tutto e subito, e che sia esso intero, altrimenti lo rifiuto! Io non voglio essere modesta, io, e accontentarmi di un piccolo morso soltanto se sono stata saggia. Io voglio essere sicura di tutto oggi, e che ciò sia così bello come quando ero piccola, o meglio morire“. Antigone: da Tebe all’Africa Luconi porta in scena un’Antigone dalla pelle nera, elimina ogni riferimento a Tebe per concentrare il suo spettacolo principalmente sul rapporto tra l’identità della persona e della famiglia con lo Stato e le sue regole. I suoi protagonisti hanno origini africane, molti provenienti dal Senegal, dove il rito della sepoltura e degli onori funebri è molto sentito, proprio come un rito sociale di rispetto verso le persone e la loro storia. “Antigone, ovunque vi siano discriminazioni razziali, conflitti, intolleranze religiose, torna ad assumere il ruolo dell’eroina che sfida i regimi totalitari in nome della pietosa universale che si estende a tutti gli uomini sentiti come fratelli. E questa storia, raccontata oggi da giovani africani, ha ancora più senso”.

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Teatro

Eccoci…la nuova stagione del Teatro Stabile

Il Teatro Stabile come anima della città. Mi piace pensarlo così, come un luogo della cultura e della legalità, ma come uno spazio dove va in scena l’anima di Napoli. Tutta la programmazione della nuova stagione teatrale è densa di pathos. Non solo quello tragico. Si ride, si piange, si riflette, perché l’anima di Napoli ha mille colori. Una pluralità di registri e di messaggi, un mix di culture e di scuole di pensiero. In una parola, va in scena l’inclusione. In una città di marcata identità storica e culturale, popolata da cittadini del mondo, anzi, per dirla con Erri de Luca, da N-apolidi, cittadini di nessun mondo. Queste le parole spese per la presentazione di ECCOCI, titolo con il quale il Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale, presieduta da Filippo Patroni Griffi e diretto da Luca De Fusco, annuncia alla città la sua nuova Stagione Teatrale. Una Stagione ricca di testi che spaziano dai grandi classici ai moderni, ai maestri del Novecento, ai contemporanei fino ai giorni nostri. Tra produzioni, coproduzioni e ospitalità, sono oltre venti le opere che animeranno il Mercadante e il San Ferdinando, presentate ieri, 29 giugno, che vedranno sul palco volti e voci di interpreti straordinari, diretti dai registi Luca De Fusco, Andrea De Rosa, Peter Stein, Claudio Tolcachir, Andrea Renzi, Mimmo Borrelli e tanti altri. 18 ottobre-5 novembre Uscita d’emergenza, di Manlio Santanelli, interpretato da Mariano Rigillo e Claudio Di Palma, che ne firma anche la regia (Teatro San Ferdinando). 25 ottobre- 12 novembre Sei personaggi in cerca d’autore, di Luigi Pirandello, diretto da Luca De Fusco e interpretato da Eros Pagni, Angela Pagano, Gaia Aprea, Paolo Serra, Enzo Turrin, Giacinto Palmarini (Teatro Mercadante) 22 novembre-3 dicembre Le Baccanti, di Euripide, nell’adattamento e nella regia di Andrea De Rosa (Teatro Mercadante). 5-10 dicembre Riccardo II, di William Shakespeare, diretto da Peter Stein e interpretato da Maddalena Crippa (Teatro Mercadante). 12-17 dicembre Emilia, di Claudio Tolcachir e interpretato da Giulia Lazzarin (Teatro San Ferdinando). 20 dicembre- 7 gennaio Ragazze sole con qualche esperienza, di Enzo Moscato, messo in scena dal regista Francesco Saponaro e interpretato da Veronica Mazza, Carmine Paternoster, Salvatore Striano e Lara Sansone. 10-21 gennaio Il Servo, dal romanzo omonimo di Robin Maugham, con la regia di Pierpaolo Sepe e Andrea Renzi (Teatro Mercadante). 24 gennaio-4 febbraio Desideri mortali, oratorio profano per Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diretto da Ruggero Cappuccio e interpretato da Claudio Di Palma (Teatro San Ferdinando). 27-28 gennaio  Masquerade, dramma del poeta russo Mikhail Lermontov, diretto dal regista Rimas Tuminas, vincitore del prestigioso premio teatrale russo, la Maschera d’Oro (Teatro Mercadante). 30 gennaio-4 febbraio Intrigo e amore, di Friedrich Schiller, con la regia di Marco Sciaccaluga (Teatro Mercadante). 6-8 febbraio Dieci storie proprio così, progetto teatrale dedicato alle vittime conosciute e sconosciute della criminalità organizzata, nato da un’idea di Giulia Minoli, con la regia di Emanuela Giorndano (Teatro San Ferdinando). 7-18 febbraio L’anatra all’arancia, dal testo The Secretary Bird di William Douglas-Home, versione francese di Marc-Gilbert Sauvajon, con regia e interpretazione di Luca […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Jan Fabre e il suo eclettismo allo Studio Trisorio

Ogni vera bellezza è scomoda. Jan Fabre. Anversa, 31 dicembre 1991 Avreste mai immaginato di vedere il cervello, quel gelatinoso groviglio di vene e arterie, di circa 1500 grammi, imbellettato e lucidato su un piedistallo? Lo ha fatto Jan Fabre, eclettico artista belga, la cui personale, My Only Nation is Imagination, è stata inaugurata il 26 giugno, presso lo Studio Trisorio, in via Riviera di Chiaia, 215. Se il corpo è senza dubbio centrale in tutto l’universo artistico di Fabre, questa mostra raccoglie un nucleo di opere che indagano la natura del cervello, definito dall’artista “la parte più sexy del corpo umano“. Sculture in silicone, che riproducono con estremo realismo vene e arterie, pieghe e curve, sulle quali la fantasia dell’artista, con bizzarre associazioni, posiziona oggetti dalle forti valenze simboliche: un bruco nella mela, simbolo del peccato (Brain of an atheist); una nocciolina, emblema del piacere (The sweet and satisfied brain of the lab-monkey); un paio di forbici, oggetto di superstizioni e credenze religiose, connesso al ricordo materno (Brain with star).   Il cervello, uno strumento tanto affascinante quanto misterioso, diventa nella mente e nelle mani di Jan Fabre, oggetto di culto, di esposizione. Come un marmo di Carrara, si presenta, strano a dirsi, bello da vedere, e quasi invoglia a toccarlo, vista la sua consistenza lucida e colorata.  Oltre a calchi cerebrali, proiettato anche un video, Do we feel with our brain and think with our heart?, film-performance in cui Fabre si confronta con il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, scopritore dei neuroni-specchio, responsabili dell’empatia tra gli individui. E disegni, nei quali l’artista combina carta fotografica e frasi, descrittive, evocative o ironiche. Non si esaurisce allo Studio Trisorio il sodalizio tra Jan Fabre e Napoli Il 29 giugno, al Museo Madre, l’inaugurazione della scultura The man measuring the cloud (American version, 18 years old), un inno alla capacità di continuare a sognare, di trascendere il tempo e lo spazio attraverso l’immaginazione, ispirata dall’affermazione che l’ornitologo Robert Stroud pronunciò nel momento della liberazione dalla prigione di Alcatraz, quando dichiarò, appunto, che si sarebbe d’ora in poi dedicato a “misurare le nuvole”. Infine, sabato e domenica, 1 e 2 luglio, presso il Teatro Politeama di Napoli, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, l’artista presenterà l’avant-première della nuova produzione teatrale Belgian Rules/Belgium Rules, un omaggio teso a velerebbe il volto complesso del suo “pazzo paese”. Jan Fabre è in città, non lasciatevelo scappare! 

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Teatro

L’Orestea, intreccio di colpe ataviche

“Il mattino porta buone notizie se a farlo nascere è stata una buona notte”. Orestea, Eschilo.   Ad Argo, sul tetto della reggia degli Atridi, una sentinella attende il segnale di fuoco che deve annunziare la presa di Troia. Il fuoco appare sulle vette dei monti, Troia è caduta. La regina, Clitemnestra, felice della buona notizia, accoglie con parole falsamente gioiose, il ritorno vittorioso di Agamennone, marito, le cui mani sono ancora macchiate dell’orribile assassinio di sua figlia Ifigenia, sacrificata ad Artemide per concedere una navigazione propizia alla flotta greca. Accompagna il re Cassandra, figlia di Priamo, principessa troiana e bottino di guerra, che, in preda a un delirio profetico, rivede le colpe antiche di quella casa, e predice le tinte macabre dei giorni che verranno. Una grande porta metallica che si apre e si chiude sul fondo nero della reggia di Argo. Un palcoscenico in pendio ricoperto di sabbia lavica che, spazzata, oltre a rivelare resti di colonne, oggetti, e una testa di cavallo per il ritorno di Agamennone, mostrerà, al centro, un lungo schermo di volta in volta tappeto, striscia di sangue, tomba. Nel nero e nella terra, dunque, in una dimensione che sembra irrimediabilmente lontana, nasce l’Agamennone, primo dramma di una trilogia, scritta da uno dei più grandi tragediografi che la storia conosce: Eschilo (525 – 456 a.C.). E sono stati proprio i versi di Eschilo ad aprire Pompeii Theatrum Mundi, Pompei palcoscenico del mondo, 22 giugno – 23 luglio, prima edizione della rassegna di drammaturgia antica, nel suggestivo teatro Grande di Pompei. Dall’Orestea al Prometeo, dall’Antigone a Le Baccanti, nelle regie di Luca De Fusco, Massimo Luconi, Andrea De Rosa. Immaginato per  il Teatro Grande del più imponente sito archeologico del mondo, quello di Pompei, Pompeii Theatrum Mundi è un progetto triennale, nato dalla collaborazione del Teatro Stabile di Napoli e della Soprintendenza di Pompei. “Dal 2014 – dichiara il Soprintendente Massimo Osanna – le scene del Teatro Grande sono state restituite al pubblico internazionale, dove la rassegna del Teatro Stabile di Napoli si inserisce in modo naturale. Nel celebrare e far rivivere al pubblico l’unicità e la sacralità di questi luoghi, Pompei ancora una volta si profila come laboratorio di arte e cultura, palcoscenico del mondo, aperto alla tradizione e all’innovazione“. Un appuntamento assolutamente imperdibile per gli amanti del genere. Il potere evocativo dello stile di Eschilo trova nell’Orestea la sua massima espressione. Grandiosa la sua istintualità, soprattutto nello scontro tra dimensione privata e dimensione pubblica, tra razionalità e sentimenti lividi, tra giustizia e legge statale.  Orestea, contenitore di passioni e crimini Sangue, violenza, dimensione primigenia: il vero volto dell’uomo di sempre, che trova il coraggio di uscire allo scoperto. L’Orestea di Eschilo, unica tragedia giuntaci completa, rappresenta un viaggio alle radici della nostra civiltà. Con essa si inaugura il primo tribunale della storia, nasce il Diritto, ponendo fine all’atavica pratica della vendetta di padre in figlio, di generazione in generazione.   ORESTEA Agamennone, Coefore, Eumenidi di ESCHILO regia di LUCA DE FUSCO con MARIANO RIGILLO […]

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Recensioni

Filumena Marturano e i suoi figli tutt’ egual’

“A vita è tosta e nisciuno ti aiuta, o meglio, ci sta chi t’aiuta, ma ‘na vota sola, per poter dire t’aggio aiutato… poi ti saluta e nun se ne parla più.” Eduardo De Filippo Prosegue l’VIII Edizione della Rassegna di Teatro Amatoriale al Teatro Augusteo di Napoli con la compagnia Scacciapensieri, che ha portato in scena lo spettacolo in tre atti Filumena Marturano di Eduardo De Filippo.  In piedi, quasi sulla soglia della camera da letto, le braccia conserte in atto di sfida, sta Filumena Marturano. Indossa una candida e lunga camicia da notte, capelli in disordine e ravviati in fretta, piedi nudi nelle pantofole scendiletto. I tratti del volto di questa donna sono tormentati: segno di un passato di lotte e tristezze. Non ha un aspetto grossolano Filumena, ma non può nascondere la sua origine plebea: non lo vorrebbe nemmeno. I suoi gesti sono larghi e aperti, il tono della sua voce è franco e deciso da donna cosciente, ricca di intelligenza istintiva e di forza morale, da donna che conosce le leggi della vita a modo suo e a modo suo le affronta. Intenso il monologo in cui racconta la sua infanzia, la sua gioventù consumatasi in Vico San Liborio fatta di miseria, nu piatt’ gruosso e non so quante forchette. Filumena Marturano, una storia di miseria e riscatto Filumena Marturano, scritta nell’immediato dopoguerra, è l’unica commedia di Eduardo in cui il protagonista non sia un uomo ma una donna. Filumena Marturano è la protagonista, non solo perché la commedia ha il suo nome, non solo perché obiettivamente il suo ruolo è quello fondamentale nello svolgimento della storia, ma anche e soprattutto per la caratura del personaggio che si eleva di una spanna rispetto a quella di Mimì Soriano. Filumena Marturano è una donna complessa, con una vita tormentata e faticosissima alle spalle, capace di tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi. Una donna che, costretta dalla miseria e dalla sua famiglia, si dà alla prostituzione, perdendo la sua dignità ma non la sua voglia di riscatto, che la porterà a dare ai suoi figli, quei figli che so’ figlie e so’ tutt’egual, la famiglia che a lei è sempre mancata e che ha cercato in ogni modo e con tutte le sue forze. Filumena Marturano, che non sa piangere, perché si piange solo quando si conosce il bene e non lo si può avere, e lei il bene non lo ha mai conosciuto. Filumena Marturano, che alla fine si abbandonerà a un pianto sommesso, quando è giunto il tempo di fermarsi e non è più tempo di correre. Prendendo spunto da un fatto di cronaca, Eduardo disegna e costruisce questa figura di donna, la  più cara delle sue creature.

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Recensioni

Giorgio Pasotti a spasso tra secoli di letteratura

Da Shakespeare a Pirandello, uno spettacolo di Davide Cavuti, nato per un pubblico giovane con l’intento di avvicinare al Teatro e alla parola ricca di significato, sgravandola di ogni forma di pedanteria. Giorgio Pasotti, al Festival MANN Un viaggio che attraversa secoli di letteratura e teatro, atmosfere disegnate dalla penna di grandi uomini, in cui Giorgio Pasotti, con un tono colloquiale e ironico ed estrema originalità, si cala nei panni di Marco Aurelio, interpretando il celebre monologo del Giulio Cesare shakespeariano, e ancora fa suoi i dubbi di Amleto, To be or not to be?  Affronta temi esistenziali, come l’amore, la morte, la vita e ancora la morte, con una leggerezza che, come dice lui stesso, non è superficialità. Ad accompagnare le sue parole, le coreografie di Loredana Errico, danzate da una ipnotizzante Claudia Mariangeli. Un teatro che parla di teatro, momenti di colloquio informale con il pubblico e spiegazioni che contestualizzano testi e personaggi. Tra questi, la maschera di Arlecchino della Commedia dell’arte, un inestimabile patrimonio culturale che ha attraversato secoli, al quale è dedicato un capitolo cinematografico, impreziosito da sequenze del film Io, Arlecchino, dello stesso Pasotti. Non sono mancati momenti poetici, preziose parole in versi, pronunciate in modo semplice, scivolate in modo lieve, pur essendo intrise di temi profondi, quali la guerra e la sua irragionevolezza. Intensa l’interpretazione de L’uomo con il fiore in bocca, straordinario testo di Luigi Pirandello, monologo-dialogo sulla morte prevista. Dopo poco più di un’ora, trascorsa tra risate e velate riflessioni, l’attore saluta il pubblico, affidandosi alle parole di Madre Teresa di Calcutta. La vita è un’opportunità, coglila. La vita è bellezza, ammirala. La vita è beatitudine, assaporala. La vita è un sogno, fanne realtà. La vita è una sfida, affrontala. La vita è un dovere, compilo. La vita è un gioco, giocalo. La vita è preziosa, abbine cura. La vita è ricchezza, valorizzala. La vita è amore, vivilo. La vita è un mistero, scoprilo. La vita è promessa, adempila. La vita è tristezza, superala. La via è un inno, cantalo. La vita è una lotta, accettala. La vita è un’avventura, rischiala. La vita è la vita, difendila.   Grazie, Giorgio.     FESTIVAL MANN Muse al Museo 24 Aprile, sala Teatro regia Davide Cavuti voce fuoricampo Edoardo Siravo ballerina Claudia Mariangeli produzione Stefano Francioni

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Concerti

Sergio Cammariere, un artista d’altri tempi

E volando, superando monti verso cieli bianchi di libertà. E volando finchè tutto il mondo solamente un punto sembrerà  e ora cosa non farò per amare cosa non farò per te tu sola sei l’amore tu sola sei per me. Eleganti affreschi al soffitto e luci soffuse. Un uomo in giacca e un pianoforte. Elementi che basterebbero a rendere affascinante una serata qualunque. Se poi quell’uomo è Sergio Cammariere, la poesia è inevitabile. Un cantautore d’altri tempi, un musicista prima ancora che un cantante, che con le sue mani mosse con maestria sui tasti bianchi e neri a ritmo di jazz e sound americani, è eleganza e seduzione. Lui che con le sue parole scandaglia il senso dell’amore, con una profondità tanto sensuale quanto disarmante, così rara in un mondo assuefatto alla superficialità. La sua musica d’autore si presenta come un viaggio coinvolgente nelle sonorità più raffinate e intense in cui l’artista esprime una forte personalità, tra canzoni e momenti intimi di pianoforte solo, e un’anima jazz che che da sempre è l’impronta riconoscibile di ogni sua composizione. Sergio Cammariere, un concentrato di stile ed eleganza al MANN Ieri, nel salone della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli, in occasione del Festival MANN, che si terrà fino al 25 aprile, accompagnato dalla storica band, Sergio Cammariere ha proposto i brani più amati del suo repertorio, insieme a quelli del suo recente cd in cui trovano spazio nuove esaltanti creazioni, frutto di una ricerca musicale in continua evoluzione. Come in ogni suo concerto, anche stavolta è emerso il calore del grande pianista, la finezza degli arrangiamenti , le sue improvvisazioni estrose e libere e una grande sensualità che pervade ogni nota, rendendolo uno degli artisti più interessanti e affascinanti del panorama musicale italiana. Festival MANN, Muse al Museo Voce e piano Sergio Cammariere Batteria Amedeo Ariano C.basso Luca Bulgarelli Percussioni Bruno Marcozzi Sax Daniele Tittarelli

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Cinema & Serie tv

Vieni a vivere a Napoli, un’amara commedia all’italiana

Ci sedemmo dalla parte del torto, perchè gli altri posti erano tutti occupati. Bertolt Brecht È in un palazzo con affaccio sul mare che si apre Vieni a vivere a Napoli, un film prodotto da Alessandro Cannavale, che racconta Napoli e il suo rapporto con lo straniero attraverso lo sguardo di tre registi campani: Guido Lombardi, Francesco Prisco ed Edoardo De Angelis. Tre episodi che, calcando lo stile della commedia all’italiana degli anni ’60, affrontano la stessa tematica da diverse angolazioni. Di Guido Lombardi il primo episodio, Nino e Yoyo, caricature estreme di due mondi diversi: l’indolenza napoletana e la proverbiale operosità cinese. Nino, interpretato da uno straordinario Gianfelice Imparato, è un portiere che scannerizza i suoi condomini, del civico 26, perchè un vero portiere conosce tutti i segreti del proprio condominio. Che vive nel chiuso del suo mondo, quasi più stretto del suo gabbiotto, e delle sue convinzioni, fatte di stereotipi e fobie, verso l’alluminio e i cinesi, i più grandi produttori di alluminio del mondo. Yoyo è un bambino che non gioca a pallone come i suoi coetanei, ma si diverte a “giocare” con il rastrello, con le bollette da consegnare e le aiuole da potare. Nino, napoletanto pigro. Yoyo, cinese iperattivo, che con la sua voglia di lavorare fa dimenticare i suoi 9 anni. A criatura? Chell’è cines! Una diversità che si ritroverà complice in un finale che fa sorridere.  Luba (Valentina Lapushova), una polacca ucraina, è la protagonista dell’episodio di Francesco Prisco. Una presentatrice caduta in disgrazia, che passa dai tacchi e lustrini della televisione alle cene ipocaloriche e alle medicine di un vecchio burbero napoletano, di cui si ritrova a fare la badante. Che si ritrova a camminare per le strade di una Napoli notturna, sola e costretta a fare i conti con i pregiudizi altrui, dettati dalla sua provenienza. Una satira sociale raccontata con amara ironia, con quel cinismo tipico della commedia che, pur raccontando il reale e il brutto che talvolta lo contraddistingue, non si dimentica di far sorridere. Chiude la terna Magnifico shock, di Edoardo de Angelis, che vede il destino di un cingalese, appena assunto in un bar, incrociarsi con quello di una cantante neomelodica (Miriam Candurro) che sogna di decollare, ma che, nel frattempo, vola basso dando voce a comunioni, matrimoni e feste di camorristi. Un incontro fortuito che si cala in un vortice nevrotico di soldi e potere, attese e frustrazioni. Vieni a Vivere a Napoli, moderno manifesto del cinema partenopeo Un contenitore di storie, di personaggi colti nelle loro fragilità, che, seppur molto diversi tra di loro, sono tenuti insieme da un unico filo conduttore: il carattere multietnico di una città, che, nonostante i suoi limiti, riesce ad essere all’avanguardia più di tante altre. Una città sempre pronta ad offrire una possibilità, anche laddove questa possibilità non c’è, con quella generosità che caratterizza il popolo napoletano, perchè, in fondo, dove mangiano due mangiano anche tre. Tra strade strette e interni poco illuminati, emerge prepotente l’anima contraddittoria di Napoli, in cui convivono poesia e miseria. In cui, nonostante […]

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