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Eroica Fenice

Libri

Le Macerie prime di Zerocalcare e i nostri demoni

Edito da Bao Publishing, Macerie prime è il nuovo libro di Zerocalcare che torna in vetta alle classifiche dopo i successi di Dimentica il mio nome e Kobane calling. Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è uno dei fumettisti italiani più apprezzati. Negli ultimi anni, grazie ai suoi lavori, migliaia di lettori si sono avvicinati ai “disegnini”, come li definisce lo stesso autore, capendo che le tavole di una graphic novel possono essere belle quanto le pagine di un romanzo. Il successo di pubblico è stato poi consacrato dal riconoscimento della critica quando Dimentica il mio nome è stato preso in considerazione per il Premio Strega. Chi ha letto tutti i lavori di Zerocalcare sa bene quanto le opere siano progressivamente migliorate negli anni constatando una crescita artistica notevole. Dopo aver dimostrato una maturità artistica, Zerocalcare torna al racconto della quotidianità per riflettere su quanto sia difficile crescere e cambiare. Cosa sono le Macerie prime? «Se penso che le persone con le quali sono cresciuto – persone migliori di me che ancora adesso, quando parlano, prendo appunti per segnarmi le cose da dire nelle interviste – fanno l’inventario di notte nei supermercati, l’unico modo che ho di rappresentare le loro vite è questo: un mondo di macerie». Sebbene l’intento dell’autore non sia quello di comporre un ritratto generazionale, Macerie prime è il miglior modo per capire la precarietà di chi ha dai venti ai quaranta anni. Non si pensi però ad una lettura noiosa ed angosciante, perché Zerocalcare non si sofferma su stereotipi o complesse dinamiche sociali ma propone dialoghi semplici e diretti. Il punto di forza di Macerie prime sono i personaggi che, esprimendo desideri e aspirazioni individuali, intercettano  sentimenti, paure e gioie che sono universali. A tal proposito l’autore ha dichiarato: «Ho intervistato i miei amici per fare questo libro ed è stato imbarazzante. Ho il pallino di non voler mettere in bocca alle persone cose arbitrarie o che non pensano o che non dicono. Poi i personaggi sono stati mescolati, alcuni racchiudono anche tre personaggi insieme, oppure ho cambiato dei dettagli in modo tale che tutti possano dire alla loro madre, “Ahò, guarda che questo non sono io!”». Mentre nelle opere precedenti la presenza di un narratore che filtrava gli eventi era costante, in Macerie Prime Zerocalcare fa un passo indietro per dare vita ad un’opera corale. Finalmente il lettore ha la possibilità di capire chi sono realmente Secco e Cinghiale, personaggi storici che in questi anni sono cresciuti e cambiati. Il pretesto per conoscere meglio tutti gli amici di sempre è il matrimonio di uno di loro che porterà Zerocalcare a riflettere su quanto il successo e gli impegni rendano difficile dedicare le dovute attenzioni agli affetti più cari. È difficile trovare un equilibrio tra persona e personaggio soprattutto a causa delle aspettative altrui. Tra le Macerie si aggirano i demoni che Zerocalcare vuole affrontare Macerie prime è il racconto dei demoni che ognuno di noi deve costantemente affrontare per crescere. Ma di cosa si nutrono i nostri […]

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Libri

La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento di Leonardo Bianchi

Edito da Minimum Fax, La Gente – Viaggio nell’Italia del risentimento è il primo libro di Leonardo Bianchi, giornalista e blogger che, oltre ad essere news editor di Vice Italia, ha collaborato con Valigia Blu e Internazionale. Che cosa è il gentismo di cui parla Bianchi nel suo libro? Nel capitolo introduttivo l’autore propone diverse definizioni di “gentismo” che evidenziano aspetti differenti di un fenomeno difficilmente inquadrabile. Non a caso l’autore scrive che il gentismo è «un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che ha accompagnato la Seconda Repubblica come un’ombra. Ed è proprio fissando questa ombra che si possono capire meglio le ambiguità, le contraddizioni e le pulsioni profonde della politica e della società italiana». Dunque, quali sono le caratteristiche del gentismo? Sono sostanzialmente tre: la contrapposizione tra la Gente e la Kasta, l’indignazione o l’esasperazione come fattori primari di mobilitazione del «cittadino indignato» e la creazione di “realtà parallele” che non solo strutturano una visione del mondo antitetica alla “realtà ufficiale”, ma hanno la capacità di provocare effetti concreti. Secondo Leonardo Bianchi le origini del gentismo vanno ricercate nei primi anni novanta. In quel frammento di storia la Piazza inizia a prevalere sul Palazzo e salta qualsiasi tipo di mediazione. La Gente, per la prima volta nella storia repubblicana, inizia a non riconoscere alcun tipo di autorevolezza nelle forze partitiche tradizionali mentre le trasmissioni televisive e gli spettacoli teatrali (si pensi a quelli di Beppe Grillo degli anni ‘90) che danno voce alla Piazza acquistano progressivamente consenso. Nel giro di vent’anni anche la mediazione dei giornali e delle televisioni verrà messa in discussione dando vita ad un fenomeno per cui chiunque può mettere in discussione tutto. Come si è visto il gentismo parte da lontano e tanti sono i passaggi che contribuiscono alla sua evoluzione: l’uscita del libro La casta di Stella e Rizzo, la crisi economica, l’emergere del Movimento 5 Stelle. Tra i tanti fattori ce n’è però uno particolarmente importante: l’apparente uscita di scena di Berlusconi. Questo punto è fondamentale perché, al di là dei giudizi di valore che si possono attribuire al berlusconismo, è un dato di fatto che un tratto caratterizzante dello stesso sia stata la forte polarizzazione tra sostenitori e detrattori. Con il momentaneo arretramento di Berlusconi una parte del Paese si è ritrovata senza un nemico da combattere e ha spostato le attenzioni verso altri fenomeni. La caratteristica principale de La Gente è che l’autore parte da fatti di cronaca recenti per tracciare i contorni di un fenomeno più vasto che sarebbe altrimenti difficile da comprendere. Le definizioni non riescono ad inglobare le molteplici sfaccettature del gentismo che, infatti, va spiegato dalle sue manifestazioni più concrete. È esattamente quello che fa Bianchi. Attraverso una narrazione scorrevole e precisa viene tracciata una linea che collega idealmente il movimento dei Forconi, le periferie italiane, l’associazionismo cattolico, le teorie complottiste e l’emergere di una Alt-Right italiana. Da cosa sono legati questi eventi? Dal risentimento di un segmento della società che schiacciato dalla […]

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Recensioni

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” di Altan Ahmet

“Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria” è un pamphlet dello scrittore e giornalista turco Ahmet Altan, arrestato in seguito al fallito colpo di stato in Turchia del 15 luglio 2016. Il pamphlet è uscito con il numero speciale di Internazionale in edicola il 29 settembre. Ahmet Altan, classe 1950, è un giornalista e scrittore turco. Nel novembre del 2007 fonda “Taraf” (“Lato” in turco), un quotidiano liberale di sinistra che tratta problemi spinosi come il genocidio degli armeni, la questione curda e si oppone all’ingerenza dei militari turchi nella vita politica e sociale. Si dimette dall’incarico di direttore ed editorialista nel dicembre del 2012.  È autore di cinque romanzi di successo nel suo paese e in Italia, nel 2016, le Edizioni E/O hanno pubblicato Scrittore e assassino. Ahmet Altan è in galera dal settembre 2016 e rischia l’ergastolo per “la conoscenza di uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato”: se non si trattasse di una questione giudiziaria che potrebbe rovinare la vita di un uomo si potrebbe avere l’impressione di trovarsi dinanzi ad una farsa dai contorni grotteschi. L’intera accusa si basa su testimonianze contraddittorie, se non chiaramente false, e opinioni che divengono prove. L’autore definisce l’atto d’accusa come una “nebbia indistinta di bugie” e afferma che il sistema giudiziario turco è divenuto un “mattatoio del diritto”. «Stando alla legge, non è possibile imbastire un processo senza prove, basandosi unicamente sulle impressioni di un pubblico ministero. Eppure è ciò che sta accadendo qui. E ci troviamo costretti a controbattere a queste sciocchezze». Quella di Altan è una risposta forte e necessaria che scaturisce dalla volontà di lasciare una testimonianza per i giorni in cui l’oppressione finirà e la legge farà ritorno. L’autore risponde alle accuse con una contraccusa al pubblico ministero che dimostra la sospensione dello stato di diritto. Non potendosi tutelare attraverso la legge, lo scrittore turco usa la penna per difendersi. È sicuramente un modo per far sapere al resto del mondo ciò che accade in Turchia ma è anche, come spiega lo stesso autore, un modo per documentare tutto “in vista del giorno in cui la legge si risveglierà”. La lettura di questo pamphlet è, però, interessante perché nel difendersi lo scrittone ripercorre una serie di eventi che sono cruciali per la comprensione dell’attuale situazione turca e offre anche una chiave di lettura per ciò che potrebbe accadere in futuro. Secondo lo scrittore «la Turchia si sta rapidamente avviando verso il crollo totale» e questo porterà Erdoğan a perdere le prossime elezioni. Tuttavia, l’analisi che riguarda la Turchia è valida per molti altri contesti. «Nelle nazioni prive di credibilità e in cui non vige lo stato di diritto gli investimenti interni e stranieri si interrompono. L’economia comincia ad arretrare. L’inflazione e la disoccupazione vanno fuori controllo. La gente non riesce a mettere nel piatto un po’ di carne […] Alla fine non riescono più a sopportare gli occhi affamati dei loro figli e votano contro i politici che hanno provocato […]

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Attualità

Il post-referendum in Catalogna tra Rajoy e Puigdemont

Domenica primo ottobre, guardando le immagini che giungevano da Barcellona, si aveva l’impressione di essere spettatori di un momento storico. La folla che nel martedì successivo al voto ha inondato le strade di Barcellona ha confermato tale presentimento: trecentomila  persone sono scese in piazza nella giornata dello sciopero generale mostrando tutta la forza di un popolo che continua a lottare per raggiungere il suo obiettivo. Tuttavia, le spinte indipendentiste catalane devono fare i conti con il governo centrale di Mariano Rajoy. Il referendum ha portato alle urne più di due milioni di persone con una vittoria schiacciante del sì: 2,02 milioni di voti favorevoli all’indipendenza contro i 176mila no. Sebbene abbiano votato solo due milioni di persone su oltre cinque milioni di elettori, si tratta comunque di dati importanti date le difficili condizioni in cui si sono svolte le operazioni di voto. Quella di domenica è stata una giornata convulsa in cui si sono susseguiti gli scontri tra le forze dell’ordine e i cittadini, le contrapposizioni con Mossos e Vigili del Fuoco da un lato e l’esercito dall’altro. È evidente che il primo ministro Rajoy non può permettere che la catalogna dichiari l’indipendenza e questo per una serie di motivi. In primo luogo, perdere la Catalogna significherebbe perdere il 20% del Pil nazionale e una delle regioni economicamente più rilevanti del Paese. In secondo luogo, le spinte indipendentiste catalane, qualora andassero in porto, potrebbero scatenare un effetto domino che non riguarderebbe la sola Spagna. In Europa sono molte le regioni che rivendicano l’indipendenza. Tra le tante, basti pensare alla questione della Scozia, dell’Irlanda del Nord e degli stessi Paesi Baschi. Probabilmente il governo di Madrid teme proprio una totale disgregazione dell’unità nazionale causata prima dalla perdita della Catalogna e poi dei Paesi Baschi. Anche l’Europa, in constante tensione tra derive populiste e correnti anti-europeiste, guarda con preoccupazione ai fatti di Barcellona senza prendere una posizione netta: la commissione europea ha parlato di “questione interna” in cui l’Europa non può intervenire. Osservando gli eventi attraverso le lenti del diritto appare evidente che il referendum catalano non ha alcuna validità perché incostituzionale. Ciò che però è necessario evidenziare è che il referendum è stato indetto dopo molteplici richieste di dialogo da parte delle autorità catalane. In realtà nel 2006 l’allora presidente Zapatero e Maragall, sindaco di Barcellona, avevano trovato un accordo: una legge regionale catalana ratificata dallo Stato centrale che conferiva maggiore autonomia alla Catalogna. Nel 2010 il governo guidato da Rajoy ha portato lo statuto alla Corte Costituzionale che lo ha bocciato. È da questo momento in poi che quelle che fino ad allora erano state richieste di maggiore autonomia, complice la crisi economica, si sono trasformate in spinte autonomistiche. Inoltre, come ha spiegato in modo eccellente Martín Caparrós sulle pagine del The New York Times, Barcellona non aveva e non ha alcun interesse ad ottenere un’indipendenza che implica inevitabilmente l’uscita dall’Europa e la costruzione di un nuovo Stato con tutte le fatiche che ciò comporta. È stata la “cocciutaggine” di Rajoy […]

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Recensioni

Forse non sarà domani: Papaleo omaggia Tenco

Rocco Papaleo porta in scena al teatro Trianon di Napoli lo spettacolo Forse non sarà domani, un racconto della vita e delle opere di Luigi Tenco attraverso canzoni, frammenti di interviste e lettere. Lo spettacolo è parte del Napoli Teatro Festival Italia 2017 che con circa 80 eventi, dal 5 giugno al 10 luglio, sta proponendo spettacoli di qualità a prezzi accessibili. Il suicidio di Luigi Tenco in seguito all’eliminazione dal Festival di SanRemo del 1967 è un atto che irrompe con forza nella liturgia di una manifestazione che coinvolge milioni di italiani. Il gesto di Tenco è un’accusa sia nei confronti del mondo dello spettacolo, sia nei confronti del pubblico. Il suicidio è un atto di ribellione nei confronti dei «Signori benpensanti» come li definirà Fabrizio De André, ma anche un colpo durissimo a tutti quelli che «Si ritrovarono dietro il palco, con gli occhi sudati e le mani in tasca, tutti dicevano: “Io sono stato suo padre!”, purché lo spettacolo non finisca» come canta Francesco De Gregori. Sono passati 50 anni dalla tragica morte di Luigi Tenco, un episodio che l’opinione pubblica italiana sembra non aver ancora elaborato. Il motivo per cui Tenco, a differenza di altri grandi artisti, ancora oggi non viene ricordato e omaggiato adeguatamente è la difficoltà che un intero Paese riscontra nel dover ammettere una colpa. Salvatore Quasimodo nel 1967 scriveva «La gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po’ tutti responsabili dell’atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni? […] Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l’avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell’italiano medio». Rocco Papaleo prova, riuscendoci, a raccontare Luigi Tenco attraverso lettere, interviste e canzoni. Papaleo è conosciuto dal grande pubblico come attore di straordinaria intelligenza comica, caratterizzato da un’ironia tagliente e, infatti, la sua capacità di far sorridere rende ancor più piacevole e scorrevole uno spettacolo già di per sé interessante. Papaleo in scena interpreta le canzoni di Tenco ma legge anche le sue interviste e le sue lettere permettendo di capire a pieno le sue canzoni.  Le parole di Tenco vengono adoperate per introdurre le sue stesse canzoni e ciò mostra quanto Tenco utilizzasse la musica per esprimere ciò che era. Papaleo canta le canzoni rielaborate da Roberto Molinelli e viene accompagnato da brillanti musicisti: Arturo Valiante (pianoforte), Guerino Rondolone (contrabbasso), Davide Savarese (batteria e percussioni) e Marco Sannini (tromba). Nel caso di Tenco l’artista e l’uomo coincidono perfettamente e per capire l’uno bisogna conoscere l’altro. […]

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Concerti

Fabi a Castel Sant’Elmo con Diventi Inventi

Niccolò Fabi celebra i venti anni di carriera col tour Diventi Inventi 1997-2017 e la sua musica si diffonde nella Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo, a Napoli. Sono le 21:30 circa di una sera di fine giugno quando Niccolò Fabi, accompagnato dalla chitarra e dalla band, fa il suo ingresso sul palco. Le luci rivolte verso il pubblico permettono di individuare solo delle sagome ma l’accoglienza è calorosa e continuerà ad esserlo per tutta la serata. Il cantautore romano torna a Napoli dopo l’incontro con Paolo Benvegnù al Museo Archeologico e continua ad emozionare e divertire. Fabi non poteva non iniziare questa tappa napoletana del tour Diventi Inventi 1997-2017 con il pezzo che ha dato il nome all’album d’esordio: Il giardiniere. Sono passati ormai venti anni dall’uscita di quell’album ma la voglia di cantare è la stessa e il numero di spettatore è progressivamente aumentato. Fabi celebra i venti anni di carriera con un tour, Diventi Inventi,  il cui obiettivo non è proporre le canzoni migliori o di maggior successo ma incontrare le persone che hanno reso possibile quel successo, guardali negli occhi e dire grazie per l’affetto ricevuto negli anni. Il pubblico napoletano offre al cantautore romano un abbraccio caloroso che lo avvolge proteggendolo dall’insicurezza e dalla timidezza, come ammette lo stesso Fabi più volte durante la serata. E se la serata inizia con una canzone di venti anni fa, successivamente si alternano canzoni più o meno recenti tracciando una linea immaginaria che lega l’ultimo album ai precedenti.  Si spazia da Una somma di piccole cose a Rosso passando per La promessa, Ha perso la città, Filosofia agricola e Non vale più.  Seguono È non è, Ecco e Le chiavi di casa. Poi i musicisti lasciano la scena a Fabi che, accompagnato dal pianoforte e dal pubblico, esegue Una mano sugli occhi e Il negozio di antiquariato. Fabi canta Offeso, saluta e scende dal palco ma dopo poco risale per concedere il bis: Facciamo finta, Una buona idea, Costruire, Vento d’estate e Lasciarsi un giorno a Roma. C’è anche lo spazio per Mela di Alberto Bianco che col suo gruppo (Damir Nefat, Filippo Cornaglia e Matteo Giai) accompagna egregiamente Fabi sul palco. La fine del concerto viene sancita dalle note di Lontano da me che tutti cantano tributando un lungo applauso non solo al cantautore romano ma a tutti quelli che hanno reso possibile una serata in un luogo di straordinaria bellezza da cui poter osservare una Napoli ancora più bella di notte. Diventi Inventi non è solo un tour ma anche una raccolta di brani che cercherà di sintetizzare 20 anni di musica. Fabi chiude un cerchio e lo fa tornando anche visivamente al punto di partenza La copertina della raccolta sarà un primo piano a colori, esattamente come per il primo album.  È forse il momento migliore per celebrare una lunga carriera dato il successo che ha riscontrato Una somma di piccole cose, un album intimo e semplice che è riuscito ad arrivare in vetta alle classifiche […]

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Recensioni

Gli Equinozi di Cyril Pedrosa – Recensione

Gli Equinozi è l’ultimo lavoro di Cyril Pedrosa, opera edita dalla Bao Publishing che scaturisce da tre lunghi anni di lavoro. Pedrosa propone la sua nuova graphic novel dopo il successo riscontrato con Portugal e non tradisce le aspettative. Gli Equinozi non è il racconto di una storia ma di tante storie che si legano tra loro. La struttura narrativa è caratterizzata dalla presenza di quattro capitoli che si succedono seguendo l’alternanza delle stagioni e in ognuno di essi c’è lo spazio per occuparsi di piccoli frammenti di vita di ogni personaggio. L’autunno, l’inverno, la primavera e l’estate non sono solo funzionali alla costruzione di una cornice per il racconto e per la scansione del tempo ma rimandano alla ciclicità della vita e al passare del tempo: i vari personaggi si distinguono proprio per le diverse stagioni della vita che stanno vivendo. Le vicende raccontante riguardano personaggi differenti tra loro per età anagrafica e per esperienze. Si spazia dal rapporto forse più interessante tra Antonie e Louis, un giovane ragazzo ed un anziano signore, a quello complicato tra madre, padre e figlia ossia Christine, Vincent e Paulline. C’è la storia di Camille che usa la fotografia come filtro attraverso cui osservare il mondo e quella di Damien, fratello di Vincent e sacerdote.  E saranno proprio i dialoghi tra Vincent e il fratello a costituire uno dei punti più interessanti del racconto perché sinceri e toccanti. Le storie che si alternano con ritmo durante il racconto convergono tutte nella stessa direzione, come per sottolineare quell’invisibile filo che lega ogni esistenza alle altre indipendentemente dalla volontà del singolo. A far comprendere il peso di ogni singola vita più che le conseguenze delle azioni, sono le assenze di alcuni personaggi, assenze che lasciano vuoti incolmabili e che fanno cambiare la percezione di un’intera esistenza. L’impercettibile legame tra personaggi che apparentemente non hanno nulla in comune è evidenziato anche dalla scelta di non dividere le storie ma anzi, passare dall’una all’altra sfruttando particolari, oggetti, vedute comuni a personaggi lontani nello spazio ma non nel racconto. Il problema è che quegli stessi personaggi, quegli stessi uomini, riscontrano una difficoltà nel comunicare, nel comprendersi: «La nostra percezione degli altri non arriverà mai a rivelarci cosa essi siano, allo stesso modo in cui quel riflesso di sé restituito dal retrovisore non racconta realmente cosa sia lui. Siamo definitivamente inaccessibili gli uni agli altri». Pedrosa lascia spiegare alle parole i concetti che non possono essere disegnati non perché sia impossibile farlo o per mancanza di strumenti ma per scelta. Infatti, nel racconto non si alternano solo le storie dei personaggi ma anche i lunghi testi e le immagini. Pedrosa sfrutta le fotografie scattate ai protagonisti per catapultare il lettore in una dimensione dove si possono conoscere e comprendere debolezze, gioie, delusioni, sogni e paure dei personaggi. E se la fotografia è lo strumento attraverso cui immortalare l’umanità in tutte le sue sfaccettature, lo scatto che ne scaturisce è impietoso e commovente. Si può prendere atto di ciò che […]

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Attualità

In Venezuela continuano le contestazioni contro Maduro

In Venezuela continuano le manifestazioni di protesta contro il presidente Nicolás Maduro che non riesce a portare in salvo un Paese in cui quasi l’80% della popolazione vive in condizioni di povertà, anche estrema. Le proteste che si protraggono ormai da più di un mese e che hanno causato un bilancio di 31 morti, centinaia di feriti, 1500 arresti e una scia di distruzione e saccheggi sembrano non poter trovare una conclusione. La coalizione d’opposizione, la “Mesa de la unidad democrátaica” (Mud), che nel dicembre del 2015 è riuscita ad ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento, ha dichiarato che le manifestazioni continueranno fin quando il governo non prenderà in considerazione le sue richieste che implicano il convocare nuove elezioni, autorizzare aiuti umanitari nel Paese, rilasciare prigionieri politici e licenziare i giudici della Corte Suprema accusati di voler sciogliere il Parlamento. Ad alimentare il clima di tensione vi sono le guerre propagandistiche tra i giornali che sostengono il governo e quelli che lo accusano di aver creato la crisi. Secondo gli oppositori, Maduro è il responsabile di un accentramento del potere legislativo, esecutivo e giudiziario che, unito al controllo della stampa e dell’esercito, potrebbe innescare reazioni ancor più violente e non risolvibili attraverso modalità democratiche. Il Venezuela di Maduro, un paese allo sbando In Venezuela è diventato praticamente impossibile condurre una vita normale. Il primo problema è legato alla penuria alimentare e, conseguentemente, alla difficoltà nel reperire alimenti come pasta, pane, olio, zucchero o riso. I cittadini sono costretti ad interminabili code e a prezzi che, seguendo le dinamiche del mercato, tendono a crescere in modo smisurato. Alla crisi alimentare si aggiunge quella sanitaria causata dalla mancanza di medicinali e dalle condizioni durissime nelle quali medici ed infermieri sono costretti a lavorare data la mancanza di fondi. La carenza di medicinali è dovuta anche alla presenza di un mercato nero gestito in parte anche dai militari che sfruttano la precarietà della situazione per venderli dopo averli sequestrati o anche rubati. L’impossibilità di curarsi e di trovare cibo ha portato a più di centomila casi di malaria all’anno e anche a casi di peste. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, il tasso di inflazione del Venezuela è il più alto del mondo e l’economia ha fatto registrare una drastica recessione. Le fabbriche non riescono più a produrre e l’esportazione dei beni rende sempre meno, data la svalutazione del Bolivar. Le poche persone che continuano a detenere gran parte della ricchezza sono generali, alti funzionari o grandi imprenditori che sfruttano la corruzione, il contrabbando, gli appalti statali e il riciclaggio di denaro. La violenza dilaga e diviene normalità. In una realtà dove gli stessi poliziotti rubano, le immagini di ladri e stupratori che vengono linciati, denudati e lasciati morire anche nel centro di Caracas diventano ordinarie. I risultati raggiunti dal Chávez durante i suoi 14 anni di governo attraverso un uso strategico della ricchezza petrolifera del Paese avevano portato ad un miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri. L’azione di Chávez però […]

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Culturalmente

Il costo dell’efficienza nell’era della velocità

Oliver Burkeman, sulle pagine del The Guardian, propone una riflessione sul legame tra tempo ed efficienza, legame che sembra caratterizzare inesorabilmente la nostra società. L’articolo, tradotto da Internazionale, si apre con il racconto dell’esperienza di Marlin Mann che in un lunedì dell’estate del 2007 propose ai dipendenti di Google inbox zero, un sistema per evitare l’accumularsi di e-mail, problema fortemente sentito in un settore dove essere al passo coi tempi e ricevere tutte le notizie è fondamentale. Burkeman fa notare come negli ultimi decenni siano stati scritti sempre più libri in cui si dispensano metodi per organizzare il lavoro in modo tale da rendersi più produttivi ed efficienti. Secondo lo scrittore: «Il nostro destino di uomini moderni, è caratterizzato dal fatto che ci sentiamo obbligati a rispondere alla pressione dei vincoli temporali diventando quanto più possibile efficienti, anche se così facendo, a dispetto delle promesse che vi vengono fatte, non riduciamo lo stress». Il problema del tempo a nostra disposizione durante l’esistenza era già stato trattato da Seneca nel De brevitate vitae ma da allora la vita e il modo di lavorare è cambiato. Dalla fine del 1800, da quando Taylor diede vita all’ “organizzazione scientifica del lavoro”, il dover sfruttare il tempo con la massima efficienza per rendere massima la produttività è divenuto il problema principale dei lavoratori e dei dirigenti. Il taylorismo e il fordismo si sono posti alla base di un modello economico che si è evoluto col passare del tempo e ha influenzato sempre di più la vita dei lavoratori e dei consumatori. Durante lo scorso secolo, infatti, in seguito all’introduzione delle catene di montaggio, la produzione è stata caratterizzata da ritmi di lavoro serrati, produzione standardizzata, stipendi alti quanto necessario per garantire l’acquisto dei beni prodotti dagli stessi lavoratori e pubblicità volte a rendere quei beni prodotti appetibili. Tutto ciò nel 1930 aveva portato Keynes a pensare che entro un secolo avremmo lavorato solo quindici ore alla settimana. Le previsioni dell’economista si sono rivelate errate dato che, a differenza di quanto egli riteneva, non ci siamo accontentati della soddisfazione dei bisogni elementari ma abbiamo iniziato a desiderare sempre di più. A tal proposito Burkeman scrive: «A seconda del grado che occupiamo nella scala economica, è impossibile, o almeno ci sembra impossibile, ridurre le ore di lavoro in cambio di più tempo libero». «Ma se questa efficienza non facesse altro che peggiorare le cose?» si chiede Burkeman.  Molti dei metodi di organizzazione del tempo e del lavoro sul lungo termine si rivelano fallimentari perché una volta raggiunti gli obiettivi primari se ne pongono costantemente di nuovi o perché l’incremento di efficienza porta ad una domanda di lavoro maggiore. Lo stesso Mann, creatore del sistema inbox zero, a dieci anni di distanza da quella conferenza afferma: «Ho abbandonato le mie priorità per scrivere di altre priorità. Senza volere ho ignorato il mio stesso consiglio: non permettere mai che il lavoro comprometta le cose più belle». Il problema è che questo modo di pensare ci ha portati a […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Paolo Benvegnù e Fabi: l’incontro al Museo Archeologico di Napoli

Sabato 22 aprile presso la sala Toro Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli si è svolto l’incontro con Paolo Benvegnù e Niccolò Fabi, un’interessante conversazione  che ha riguardato l’arte e il ruolo dell’artista. L’evento è parte del “Festival MANN – Muse al Museo” che dal 19 aprile sta permettendo a vari artisti di esibirsi tra le opere del museo. L’incontro tra Niccolò Fabi e Paolo Benvegnù è stato interessante e, al contempo, atipico: è strano vedere un artista che intervista un collega e, inoltre, se i due si stimano reciprocamente, è probabile che quella che doveva essere un’intervista si trasformi in una piacevole conversazione tra amici dove il pubblico non è osservatore esterno ma parte integrante.  Se a tutto ciò si aggiunge una location d’eccezione quale è la sala Toro Farnese del Museo Archeologico di Napoli e due canzoni cantante da Fabi, il risultato è un’emozionante occasione per riflettere sul ruolo dell’artista in relazione al suo lavoro e al pubblico. Il punto di partenza della conversazione è una considerazione sull’arte intesa come risultato di un processo quasi artigianale attraverso cui costruire un qualcosa che è prodotto di intuizioni e idee. In tal senso la sala Toro Farnese del museo è il luogo più appropriato dove spiegare il concetto, perché le stupende sculture ai lati e alle spalle degli artisti rendono perfettamente l’idea di ciò che significhi trasformare un’intuizione, un’idea, in un qualcosa di concreto che resterà nel tempo e che potrà essere osservato dagli altri. Niccolò Fabi e Paolo Benvegnù tra “peso” e “leggerezza” Da dove arrivino le idee che sono alla base di molte delle sue canzoni lo spiega lo stesso Fabi. Come spiega l’autore, la prima fase della vita, trascorsa tendenzialmente in solitudine, è stata un’opportunità per osservare il mondo ed è proprio da quell’osservazione che scaturiscono molte delle idee alla base delle sue canzoni. È forse questo il momento più interessante dell’evento, perché offre l’opportunità di capire quel passaggio fondamentale che collega l’intuizione alla costruzione di una canzone: l’artista romano spiega come la “leggerezza” della sua voce e la sua statura gli abbiano permesso di affrontare quello che definisce “il peso” senza doversi eccessivamente preoccupare del risultato finale: una contrapposizione funzionale al riuscire a comunicare argomenti intimi senza gravare sull’ascoltatore. Ascoltatore che Fabi non vuole conquistare ma sedurre: il suo primo album, uscito ormai 20 anni fa, Il giardiniere, rimanda all’idea di un’operazione volta a seminare un qualcosa che darà i suoi frutti senza che ciò implichi il voler ottenere immediatamente un risultato. Le domande di Paolo Benvegnù al contempo precise e ricche di spunti di riflessione, che il collega coglie al volo, portano l’attenzione sulla copertina del penultimo album di Niccolò Fabi, Ecco. «Sulla copertina del tuo ultimo album impugni un arco, qual è il bersaglio?» Nella replica il cantautore romano ammette che quell’immagine è riuscita a racchiudere e, in un certo senso, anche anticipare, ciò che sarebbe poi successo: «Nello scoccare quella freccia c’è un aspetto legato alla forza necessaria per riuscirci ma soprattutto c’è […]

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Attualità

Gabriele Del Grande e la libertà da difendere

Gabriele Del Grande, giornalista e regista italiano, è in stato di fermo in Turchia dal 10 aprile senza che alcuna accusa sia stata formalizzata. Gabriele del Grande viene fermato il 9 aprile mentre si trova in una zona militare, non delimitata con filo spinato, nella provincia di Hatay, ai confini della Siria e viene portato in un centro di detenzione amministrativo. Dopo aver informato la compagna dell’accaduto tramite un messaggio, si perdono le sue tracce e dal 10 aprile viene portato e posto in stato di fermo nel centro di detenzione amministrativo turco di Mugla, nonostante la mancata formalizzazione di un’accusa. Il 14 aprile le autorità turche impediscono al console italiano un incontro con Gabriele e, successivamente, lo impediranno anche al legale e al viceconsole. Il 19 aprile Angelino Alfano, Ministro degli Esteri, richiede il rilascio immediato del giornalista italiano senza successo. Nella stessa giornata Gabriele riesce a contattare telefonicamente la famiglia e afferma: «La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me. Da stasera entrerò in sciopero della fame». Il senatore Luigi Manconi, facendo notare una chiara violazione della convenzione di Vienna, ha affermato: «Non esistono prove o conferme che volesse passare dalla Turchia alla Siria, così come non esiste conferma o prova che egli abbia avuto un colloquio con persone sospettate di terrorismo. Sono bufale che circolano, oltretutto in forma non ufficiale, che mirano a screditare la figura di uno scrittore che stava facendo il suo mestiere». Durante una conferenza organizzata presso Palazzo Madama, Valerio Mastrandrea ha letto la lettera che i familiari e la compagna di Gabriele hanno scritto affinché le autorità competenti si attivino. Nella parte finale della stessa i familiari scrivono: «Chiediamo al ministro Alfano, ai parlamentari e ad ogni rappresentante del popolo italiano di mobilitarsi con noi, di fare tutto quello che è in loro potere per riportare Gabriele a casa dalla sua famiglia, dai suoi bambini. Chiediamo di pensare se al posto di Gabriele ci fosse un vostro figlio, un vostro fratello, compagno, sareste disposti a fargli subire una tale angheria? Noi contiamo su di voi, in qualità di nostri rappresentanti. Noi contiamo sulla Vostra volontà di intervenire perché questa brutta vicenda possa risolversi al più presto.  Noi contiamo su di Voi». Chi è Gabriele Del Grande? Chi sia Gabriele Del Grande lo spiega la compagna e madre dei suoi bambini, Alexandra D’Onofrio: «Lui va zaino in spalla e chiacchiera, passa ore a parlare con le persone nella loro lingua senza mediatori, in maniera spontanea. Non va alla ricerca dello scoop, ma di quanto ci può fare riflettere». Gabriele Del Grande, 35 anni, nato a Lucca e laureatosi in Studi Orientali presso l’università di Bologna, è giornalista, blogger e regista. All’interno del suo blog e osservatorio Fortress Europe, documenta tutte le notizie riguardanti i migranti morti in mare durante i viaggi per raggiungere l’Europa dal 1988 al febbraio dello scorso anno. Tra i suoi lavori più importanti […]

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Recensioni

Il suono del mondo a memoria, l’intenso viaggio di Giacomo Bevilacqua

Il suono del mondo a memoria, edito da Bao Publishing, è la prima graphic novel di Giacomo Bevilacqua, classe 1983 e noto al grande pubblico grazie al suo A Panda piace. New York durante il mese di dicembre è una città caotica, tutti corrono per raggiungere un luogo, qualcosa o qualcuno. Tra le strade affollate della metropoli si aggira un ragazzo che cerca di lasciarsi alle spalle il dolore causato dalla fine di un amore. Poche azioni semplici e da ripetere con cura maniacale per evitare qualsiasi tipo di contatto umano, per rifugiarsi nel proprio dolore, per non dover affrontare la realtà. Qualcosa però irrompe con impeto nelle giornate di Sam, qualcosa che scardinerà le sue regole. La storia de Il suono del mondo a memoria inizia durante una splendida giornata di sole newyorkese: dopo essere stato svegliato dalle vibrazioni del suo cellulare, Sam si prepara per uscire. Un paio di cuffie, una macchina fotografica, la voglia di isolarsi dal mondo e i numeri da contare per sfuggire all’ansia provocata dalla casualità. Sì, contare perché “la casualità è la cosa più spaventosa del mondo perché contro di lei non esistono regole e l’unica cosa che puoi fare è contare”. Sam deve trascorrere due mesi a Manhattan per scrivere un articolo rispettando una semplice regola: non parlare con altre persone.  Tuttavia, New York non è una città che si lascia usare, ti punisce se infrangi le regole ed è capace di cambiare il tuo destino obbligandoti a guardare la realtà. Il suono del mondo a memoria: un viaggio nell’anima di Manhattan L’impianto narrativo de Il suono del mondo a memoria ruota attorno a pochissimi personaggi tra cui spicca la figura di Sam, tipico fotografo introverso che attraverso le sue fotografie diventa tutt’uno col mondo che lo circonda. Tuttavia, ciò che caratterizza la graphic novel di Bevilacqua è la costante presenza di una città che attraverso i suoi colori e le sue atmosfere accompagna sia il lettore che il protagonista. Il suono del mondo a memoria è un racconto che si legge d’un fiato e che regala al lettore un sorriso sincero e colmo d’affetto. Leggerlo una sola volte è praticamente impossibile: appena finito viene voglia di rileggerlo, magari con un pezzo di Chet Baker in sottofondo. Ed è proprio rileggendolo che ci si accorge di quei piccoli particolari che ritornano più volte e che dimostrano l’accuratezza del lavoro. Col progredire della lettura si finisce col dimenticare che si sta leggendo un fumetto perché si ha l’impressione di guardare un cortometraggio: le parole guidano il lettore lungo un viaggio in una città che si evolve attimo dopo attimo, città in cui è possibile immergersi grazie a delle immagini curate nei dettagli a tal punto da sembrare dei veri e propri scatti fotografici. Attraverso le avventure di Sam capiremo che il mondo può essere visto in bianco e nero o a colori ma non si può distogliere lo sguardo dalla realtà. Il suono del mondo a memoria è disponibile su Amazon. Clicca qui […]

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Fun & Tech

WikiLeaks: la Cia spia attraverso Smartphone e Smart Tv

WikiLeaks ha pubblicato “Vault7”, 8761 documenti sottratti alla Cia che dimostrano come le attività di spionaggio siano state condotte attraverso Smartphone, Smart Tv e qualsiasi altro dispositivo collegato alla rete. Secondo quanto affermato da WikiLeaks, il consolato americano a Francoforte è stato usato dalla Cia come base sotto copertura per hackerare l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. La Cia aveva perso il controllo su parte del materiale che circolava tra dipendenti a contratto, hacker e dipendenti federali e, probabilmente, è stata proprio una di queste persone a consegnare i documenti all’organizzazione di Assange. Se un tempo l’attività di spionaggio richiedeva microspie o lunghi appostamenti, oggi qualsiasi dispositivo connesso alla rete e dotato di microfono o videocamera può diventare uno strumento attraverso cui controllare la vita delle persone. La Cia ha sviluppato software malevoli che, installandosi nei dispositivi, sono in grado di spiare, registrare e controllare tutto. Il caso più eclatante è sicuramente quello di “Weeping Angel”, software in grado di infettare le Smart Tv per spiare gli individui.  Tuttavia, è importante sottolineare che la maggior parte dei dispositivi possono essere hackerati solo se si ha accesso fisico al dispositivo o se l’utente inconsapevolmente lo consente. In particolare, sembra che gli agenti della Cia si servissero di chiavette USB e di Floppy disk. WikiLeaks : l’influenza sulla politica e il giornalismo Le rivelazioni di WikiLeaks arrivano in un momento cruciale date le tensioni tra l’agenzia di intelligence e il presidente americano Donald Trump. Tra l’altro, la pubblicazione dei documenti getta nuove ombre sull’attività di spionaggio che c’è stata durante l’amministrazione Obama a discapito dei partner europei che tanto lo rimpiangono. Inoltre, tralasciando per un attimo le rivelazioni dell’organizzazione di Assange, è interessante notare come tutti i maggiori giornali abbiano riportato le informazioni rivelate da WikiLeaks senza poterle verificarle, proprio mentre si combatte una guerra spietata alle cosiddette Fake News. La vicenda ripropone un’importante questione: può esservi equilibrio tra la tutela della sicurezza nazionale e il rispetto della privacy dei cittadini? Trattandosi di operazioni di spionaggio è ovvio che non si possono rendere pubbliche troppe informazioni ma, tuttavia, forse è arrivato il momento di stabilire con chiarezza quando le operazioni sono legittime e quando si sta invadendo uno spazio invalicabile perché privato e legato alla persona nella sua dimensione più intima. La necessità di regolamentare il fenomeno non scaturisce da esigenze di tipo morale ma da pericoli concreti: chi può garantire che il materiale raccolto non venga catalogato e archiviato per poter essere successivamente utilizzato per colpire un individuo che lede gli interessi delle agenzie di spionaggio ? Come fa notare Ian Bremmer, politologo fondatore di Eurasia, è «Inutile stupirsi perché questa è la realtà nella quale viviamo: l’intelligenza dell’Internet delle cose può essere usata anche contro di noi. La tecnologia può diventare un’arma e gli Stati costruiscono i loro arsenali. Arsenali che non contengono bombe e cannoni ma software impalpabili, facili da rubare. Dobbiamo prepararci. Il rischio più grosso è il terrorismo che fin qui, proselitismo online a parte, si è dimostrato […]

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Attualità

Starbucks in Italia tra tradizione e innovazione

Howard D. Schultz, presidente e CEO di Starbucks, ha annunciato che l’azienda nel 2017 aprirà il suo primo bar in Italia a Milano. Chi ha avuto la fortuna di viaggiare all’estero sa bene che Starbucks non è un semplice bar ma un luogo caldo e accogliente dove trascorrere piacevolmente del tempo da soli o in compagnia.  Con più di 20.000 locali in giro per il mondo Starbucks offre la possibilità di sedersi su una comoda poltrona, bere un delizioso Frappuccino, ascoltare buona musica, leggere un libro, connettersi gratuitamente ad internet e lavorare o – perché no? – semplicemente parlare con un amico. Sebbene la qualità del caffè sia lontana anni luce dagli standard italiani, la decisione dell’azienda di aprire dei locali in Italia potrebbe essere vincente: del resto, il primo Starbucks venne aperto nel 1983 a Seattle grazie all’idea di Howard Schultz che, dopo essere stato in Italia, voleva esportare in America la filosofia di vita legata al caffè. Come affermato dallo stesso Schultz: «Avvertii la necessità inespressa di romanticismo e senso di comunità [..] gli Italiani avevano trasformato il caffè in una sinfonia, ed era un’esperienza piacevole».  Si tratta di una grande sfida per la multinazionale statunitense dato che l’Italia è la patria del caffè e dato che gli Italiani non sono abituati a sorseggiare lunghi caffè trasportati in enormi bicchieri di plastica. A tal proposito in diverse interviste Schultz ha dichiarato di non avere intenzione di colonizzare il mercato italiano, né di offrire gli stessi prodotti che già si trovano negli altri Paesi ma, piuttosto, di volersi espandere in Italia con «umiltà e rispetto per gli Italiani e per la cultura del caffè». Starbucks in Italia tra tradizione e innovazione Il locale Starbucks che aprirà nel 2017 dovrà competere con i bar dove il caffè non rappresenta solo una bevanda ma un momento di ritrovo con amici, altri clienti e spesso anche con il barista, presenza certa con cui è sempre possibile scambiare qualche parola. Inoltre, i prezzi mediamente più alti dei prodotti Starbucks potrebbero scoraggiare i consumatori. Tuttavia, bisogna tener presente l’importanza dal brand: esattamente come accade per i prodotti Apple, c’è una fetta di mercato che non bada al prezzo o alla qualità ma sceglie sulla base del prestigio sociale che può scaturire dal frequentare il locale. Questo aspetto è particolarmente vero per Starbucks che da anni è parte dei racconti dei viaggi all’estero di migliaia di ragazzi che non possono fare a meno di fermarsi in quella che, in parte, è divenuta una mini attrazione. Dunque la domanda resta: l’arrivo di Starbucks è l’ennesimo trionfo della globalizzazione che farà cambiare le nostre abitudini? Finiremo davvero con l’abbandonare il buon caffè ristretto per il caffè americano? Come per qualsiasi altra previsione non si possono avere certezze ma osservando fenomeni simili come ad esempio McDonald’s si può giungere ad una conclusione. L’arrivo delle grandi multinazionali nel settore alimentare in Italia, fino ad ora, non ha portato alla distruzione delle buone tradizioni culinarie e, sinceramente, sembra difficile che questo possa accadere con l’arrivo […]

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Cinema & Serie tv

Smetto quando voglio – Masterclass

Dopo una lunga attesa il 2 Febbraio è arrivato nelle sale Smetto quando voglio – Masterclass, il secondo capitolo della trilogia diretta da Sydney Sibilia. Si tratta di una commedia innovativa per il cinema italiano: una regia che riesce ad alternare, con il giusto ritmo, scene d’azione con momenti di tensione e comicità e una fotografia caratterizzata da un ottimo uso dei filtri. La storia, che per la tematica trattata rimanda in parte a Breaking Bad (menti eccellenti che si danno alla criminalità), incarna un progetto ambizioso e innovativo per il panorama italiano e non tradisce le aspettative. Smetto quando voglio – Masterclass ha finalmente il coraggio di rompere la monotona routine dell’usato sicuro che ha caratterizzato la commedia italiana degli ultimi anni dimostrando che si può far ridere in modo intelligente. Del resto, che il cinema italiano stesse finalmente imboccando una strada nuova e più interessante era già stato testimoniato da film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, “Suburra”, “Perfetti sconosciuti” e “Non essere cattivo”. Tuttavia, il nuovo film di Sibilia ha una marcia in più, sia  per l’essere parte di una trilogia, sia per la presenza di personaggi a cui ci si affeziona e in cui è facile immedesimarsi grazie ad un cast eccezionale. Mentre nel primo film veniva dedicata molta attenzione alla rappresentazione di una società incapace di sfruttare l’infinito potenziale dei brillanti ricercatori, nel secondo capitolo della trilogia questo aspetto viene messo da parte per lasciare spazio alle scene d’azione e alla costruzione di un impianto narrativo ancora più interessante. Del resto, le competenze della banda nei vari campi del sapere continuano ad essere strumentali alla costruzione di scene che, a tratti, sono esilaranti. La trama di Smetto quanto voglio – Masterclass Dopo l’improbabile avventura nel mondo dell’illegalità, la banda dei ricercatori universitari guidata dal neurobiologo Pietro Zinni (Edoardo Leo) viene riunita per una nuova avvincente missione: collaborare con la giustizia individuando 30 smart drugs e le bande che le producono per ottenere una fedina penale pulita e la libertà. Data la difficoltà dell’obiettivo da raggiungere, alla banda si uniscono un anatomista che sfrutta le sue conoscenza in maniera “creativa” (Marco Bonini), un avvocato specializzato in diritto canonico (Rosario Lisma) e un laureato in ingegneria meccatronica (Giampaolo Morelli). I nuovi personaggi si aggiungono ad un gruppo di menti brillanti, caratterizzato dalla presenza di un chimico (Stefano Fresi), due esperti di semiotica interpretativa e epigrafia latina (Lorenzo Lavia e Valerio Aprea), l’archeologo (Paolo Calabresi), il laureato in macroeconomia dinamica (Libero De Rienzo) e l’antropologo (Pietro Sermonti). Il dialogo ufficioso tra la banda e lo Stato è favorito dall’ispettrice Paola Coletti (Greta Scarano), presenza femminile che si unisce a quella della moglie del neurobiologo (Valeria Solarino). Nel finale si intravede per la prima volta un  insolito nuovo cattivo (Luigi Lo Cascio) che, molto probabilmente,  avrà un ruolo chiave nel capitolo finale della saga. Anche nella promozione Smetto quando voglio – Masterclass si è contraddistinto per l’originalità. La pagina facebook del film ha raccolto immediatamente le razioni social del pubblico, […]

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Libri

Viaggio nell’umano per NarrativAracne

Viaggio nell’umano è il primo romanzo di Enrico Fattizzo, pubblicato da NarrativAracne per la collana Tarantole. Viaggio nell’umano è un romanzo che, partendo dalla descrizione delle molteplici sfaccettature dell’animo umano, offre spunti di riflessione che riguardano la filosofia, l’arte, la politica ma anche l’amicizia e i sentimenti.  La suddivisione in capitoli conferisce ritmo ad una lettura piacevole che diventa sempre più intrigante col progredire della storia. Quest’ultima riesce ad essere credibile e interessante soprattutto grazie alla presenza di personaggi mai scontati o banali e di un omicida seriale che non commette errori. Il viaggio da Bologna verso Lecce di Luisa oltre a dare inizio alla narrazione, porta con sé l’incognita del futuro e del cambiamento. È proprio la descrizione di Lecce che testimonia, fin da subito, le capacità descrittive appunto dell’autore: una città bellissima e magica che con i suoi capolavori e colori regala sensazioni di appartenenza e simbiosi e che chiede solo di essere ammirata. Leggendo l’opera non si intraprende solo una viaggio metaforico ma si ha la possibilità di visitare il Salento, di lasciarsi accarezzare dal sole in estate e di godere delle bellezze architettoniche della città nei mesi più freddi. All’accurata descrizione dei luoghi si accompagna la conoscenza di personaggi a cui ci si affeziona fin da subito. Viaggio nell’umano: una realtà rassicurante bruscamente interrotta Il viso da “bravo ragazzo” di Andrea, le digressioni di Cesare che non possono che suscitare ammirazione, le idee e la voglia di cambiamento di Marco, sono elementi che contribuiscono a rendere la loro indissolubile amicizia interessante, suscitando anche un pizzico di invidia per quel legame speciale reso perfetto dalla presenza di Luisa e Carla. Dalle lunghe discussioni che i personaggi intrattengono non emerge solo una concezione autentica dell’amicizia ma anche una sincera voglia di migliorare il mondo anche attraverso la cultura : “i ragazzi devono essere guidati lungo il percorso che sfocia nella capacità di elaborare pensieri autonomi, sperimentare la capacità critica di vaglio, coltivare senza soluzione di continuità la riflessione, rifuggire ideologie, dottrine dogmatiche e cattivi maestri“. La realtà rassicurante e piacevole che si vive attraverso il gruppo di amici viene però bruscamente interrotta dall’arrivo di un misterioso serial killer caratterizzato da una “freddezza robotica” e da una competenza disarmante che lo porterà a sfidare non solo gli inquirenti, ma anche se stesso. Ma perché un omicida seriale dovrebbe colpire proprio in quella zona? Quali sono i motivi che spingono l’assassino a togliere la vita a ragazzi giovanissimi? Per scoprirlo non resta che intraprendere un Viaggio nell’umano.

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Attualità

La riforma costituzionale spiegata punto per punto

Il 4 dicembre si terrà il referendum sulla riforma costituzionale e il quesito che verrà posto agli elettori sarà il seguente: “Approvate il testo della Legge Costituzionale concernente ‘disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione’, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?” Affinché il referendum sia valido non c’è bisogno di raggiungere il quorum: il risultato sarà valido indifferentemente dal numero dei votanti. Ma cosa prevede la riforma costituzionale? Ecco tutti i cambiamenti spiegati punto per punto La Camera dei Deputati La Camera dei Deputati rimarrà a suffragio universale e diretto, continuerà a essere composta da coloro che hanno compiuto 25 anni potranno votare i cittadini che hanno compiuto 18 anni. I membri della Camera rimarranno gli unici a rappresentare la Nazione ed a votare la fiducia al Governo. I deputati continueranno a percepire l’indennità e a godere delle garanzie dell’immunità parlamentare. Inoltre, la Camera eserciterà la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del governo. Qualora fosse necessario, lo stato di guerra sarà deliberato solo dalla Camera dei Deputati “a maggioranza assoluta” e anche le leggi di amnistia ed indulto saranno approvate solo dalla Camera dei Deputati. La riforma prevede l’introduzione (alla sola Camera) dello statuto delle opposizioni. Infine, il presidente della Camera sarà la seconda carica dello Stato. Il Senato della Repubblica Il Senato sarà composto da 100 senatori : 95 senatori saranno scelti dai consigli regionali che nomineranno con metodo proporzionale 21 sindaci (uno per regione, escluso il Trentino-Alto Adige che ne nominerà due) e 74 consiglieri regionali( minimo due per regione, in proporzione alla popolazione). Potranno essere senatori coloro che hanno compiuto 18 anni e costoro resteranno in carica per la durata del loro mandato di amministratori locali. Inoltre, vi saranno 5 senatori “scelti tra coloro che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti in campo sociale, scientifico, artistico e letterario” nominati dal presidente della Repubblica che rimarranno in carica per sette anni. Solo gli ex presidenti della Repubblica saranno nominati senatori a vita mentre gli attuali senatori a vita ( Mario Monti, Carlo Rubbia, Giorgio Napolitano, Elena Cattaneo e Renzo Piano) resteranno in carica.  I senatori percepiranno esclusivamente lo stipendio da amministratori  ma avranno diritto a diverse forme di rimborso: diaria, rimborso forfettario delle spese generali, rimborso delle spese per l’esercizio di mandato e facilitazioni di trasporto. Ai futuri senatori di nomina presidenziale non sarà corrisposta alcuna indennità  che però resta prevista per i senatori ex Presidenti della Repubblica  e per quelli a vita attualmente in carica. I senatori continueranno a godere della garanzie dell’immunità parlamentare. Il Senato non voterà più la fiducia al governo e rappresenterà le istituzioni locali. I compiti del nuovo Senato saranno i seguenti: -Raccordo tra Stato ed enti costitutivi della Repubblica. -Valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni. […]

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