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Eroica Fenice

Blancanieves di P. Berger: sorprendente bianco e nero d’autore

L’opera cinematografica “Blancanieves” autentico capolavoro diretto da Pablo Berger è ritornata sul grande schermo per un’unica proiezione in occasione della XVI rassegna cinematografica “Napolifilmfestival” tenutasi dal 29 Settembre all’8 Ottobre, proprio in chiusura dell’evento che da molti anni viene ospitato nel capoluogo partenopeo promuovendo i nuovi talenti e il cinema d’autore attraverso un ampio circuito di multisale, istituti, teatri, università e centri culturali.

P. Berger con Blancanieves ha saputo reinventare in chiave iberico/retrò e in modo spettacolare un dramma anacronistico riadattato da una fiaba dei fratelli Grimm “Biancaneve”, personaggio ormai inflazionato negli ultimi anni dai media. Berger, a differenza di altri registi, è riuscito a contestualizzare bene i suoi personaggi ambientando la sceneggiatura in un’Andalusia degli anni ‘20 del secolo scorso, quando a dominare le emozioni quotidiane c’erano le arene popolate di tori e di toreri. Il talentuoso regista pertanto ha saputo abilmente creare qualcosa di nuovo, attraverso ambientazioni andaluse alternate a scenari gotici di chiaro riferimento al cinema dei maestri dell’espressionismo tedesco (C. T. Dreyer, A. Gance, J. Vigo e W. Murnau ), godendo inoltre, come parte integrante dell’opera cinematografica, di una colonna sonora variabile (note romanze e flamenchi) in base ai cambi di scena, e di altissimo spessore musicale curata dall’autore Alfonso Vilallonga. Il film muto, in bianco e nero e correlato di didascalie distribuito nel 2012, in questi anni ha riscosso un’ottima critica aggiudicandosi numerosi premi tra cui 18 nomination per il “Premio Goya” nel 2013 vincendone 10 (spiazzando i film concorrenziali), fra i quali: miglior attrice rivelazione “Macarena Garcìa” , il “Saturn Award” nel 2014, e “La Concha de Plata” alla miglior attrice “Macarena Garcìa” nel 2012 in occasione del “Festival del Cinema di San Sebastian”. Inoltre ha rappresentato la Spagna nell’85° edizione per l’attribuzione degli “Oscar” per il miglior film straniero purtroppo non rientrando tra i cinque finalisti e le mancate opportunità per questo capolavoro cinematografico probabilmente sono state condizionate dalla precedente edizione, quando a partecipare e a vincere tutto si è distinto “The Artist” anch’esso un capolavoro muto e in bianco e nero ma sicuramente meno coinvolgente.   

“Blancanieves” è stato presentato in alcuni teatri con un accompagnamento musicale dal vivo coinvolgendo lo spettatore in un’atmosfera unica e suggestiva, e anche se in Italia non ha ottenuto una buona distribuzione, a distanza di anni, viene ricordato, come è giusto che sia, per la nota rassegna cinematografica “Napolifilmfestival” 2014. Il lungometraggio di P. Berger nei vari passaggi tra una scena e l’altra non dà mai la sensazione di scadere nel banale, anzi rispetto la ben nota “Biancaneve” sembra assumere le connotazioni di tutt’altra storia vagamente ispirata alla favola identificabile solo per alcuni elementi simbolici e di situazioni chiaramente distinte in tre periodi: la nascita e l’infanzia di Carmencita, la sua sottomissione verso la matrigna e la giovinezza e il riscatto con un finale sorprendente senza sconfitti nè vincitori.

La nascita: siamo nella Spagna del sud del secolo scorso, un famoso torero Antonio Villalta (Daniel Giménez Chaco), durante una corrida viene ferito in modo grave da un toro e viene operato, mentre sua moglie Carmen (Inma Cuesta), perde la vita dando alla luce una stupenda bambina, Carmencita (Sofia Oria, Carmencita da bambina). Alle cure di Villalta, ridotto dall’evento su di una carrozzina, si dedica una perfida infermiera, “Encarna” (Maribel Verdù), una donna sadomaso e perversa mentre Carmencita va a vivere con la nonna Dona Concha (Angela Molina) e il gallo Pepe, trascorrendo momenti indimenticabili a ritmo di flamenco. La sottomissione: la matrigna segretamente tiene prigioniero il padre depresso con cui ha contratto matrimonio ed alla morte della nonna, Carmencita le viene affidata, ma la sadica e perversa Encarna la condanna ai lavori più umili, l’atmosfera diventa così più cupa e la serenità appare come un ricordo del passato e, quando Carmencita e il padre si ritrovano di nascosto della subdola matrigna provano una gioia immensa, e l’ex toreador Villalta insegna alla figlia tutti i segreti dell’arte della corrida e su come affrontare un toro, metafora delle difficoltà. Il riscatto: Trascorsi molti anni, Carmencita (Macarena Garcia), è divenuta una stupenda ragazza, ma a sua insaputa la perfida Encarna uccide il padre, e la giovane sfugge alle sue intenzioni omicide venendo salvata da sette nani toreri, con cui ha modo di evidenziare le sue qualità di toreador distinguendosi per bravura attraverso un’atmosfera gitana e a tratti circense, ma un contratto con il manager dell’arena di Valencia la metterà a dura prova e Carmencita riscatta il coraggio e la determinazione del padre mostrandosi come un esperto torero, ma ad aspettarla tra il pubblico dell’arena c’è Encarna che trova il modo per offrirle una mela avvelenata.

Berger con Blancanieves evidenzia grande coraggio nel riproporre il primo cinema muto in modo del tutto singolare, ispirandosi ad atmosfere tipiche del cinema di Luis Bunuel, utilizando l’occhio di bue, attraverso primissimi piani e inquadrature in bianco e nero con contrasti e riprese mobili. Tutti elementi tecnici riconducibili al cinema contemporaneo, mettendo in scena con ineguagliabile abilità iconografica un dramma tragico, nato come una metafora macabra che trova forza nei personaggi e nelle situazioni ben connotati. Un film appassionante, entusiasmante che nel finale trova riferimento a “Freaks” di Tod Browning (1932), attraverso il quale gli eroi delle fiabe finiscono per diventare fenomeni da baraccone, mentre una lacrima sul viso di Carmencita è segno di rassegnazione ma anche di speranza. Una canzone di S. P. Cruz risuona nell’aria: “Blanca, de piel blanca, como nieve, blanca vestida de muerte”.

 -Blancanieves di P. Berger: “sorprendente bianco e nero d’autore”-

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