Seguici e condividi:

Eroica Fenice

De Crescenzo

Così parlò De Crescenzo, un documentario sui popoli d’amore

Per un napoletano nato a Napoli, a Mergellina, di Domenica, a Mezzogiorno, non è mai semplice scrivere di Luciano De Crescenzo.

Mammà ti aveva appena messo al mondo, si era fatta una nottata di combattimenti e aveva speso una cosa di soldi per partorirti vista mare. Sapeva già, insieme al babbo, che il figlio sarebbe nato sotto l’aura di un popolo d’amore, ma voleva farglielo capire da subito con un occhio alla zizza e l’altro a Marechiaro.

Neanche il momento di staccare il cordone ombelicale, che già ne nasceva un altro. Ti portavano via dall’abbraccio materno e nelle ore in cui dovevi stare per forza da solo, affianco alle culle degli altri bambini, con i parenti ad osservarti dietro ad un vetro, sostituivi l’abbraccio più bello con quello del golfo.

Mia madre, infatti, ha sempre preferito il mare al Vesuvio. Perché uno, prima o poi, finirà per alzare la voce con te che ci rimarrai male. L’altro, invece, a parte qualche mareggiata, non ti abbandonerà mai.

Insomma, la mamma di un bambino che nasce a Napoli può ritenersi mediamente tranquilla: suo figlio avrà sempre una madre di riserva a disposizione.

Potrai andartene a Milano, a vivere all’estero, ma quell’abbraccio lo porterai sempre con te, definendolo “napoletanità”. Ce ne hanno trasmesse di vari tipi i nostri autori concittadini. A volte litigavano tra loro su chi fosse il più bravo, il più giusto, il più vero.

Negli anni la “napoletanità” è stata usata con accezioni positive e negative a seconda del messaggio che si voleva far passare. Il contrabbando, il mandolino, i pastori, le stese di panni nei vicoli, le stese di camorra. Ma se c’è una cosa che si deve a quel genio di Luciano De Crescenzo, è proprio quella di metterle insieme e rimescolarle in chiave comica, sotto la straordinaria luce dell’ironia.

Oggi, i napoletani, in particolare i giovani, hanno acquisito una diversa coscienza sociale, ma resta immutato il carattere di questo popolo, il quale, mentre copre con uno velo di humor la sua tragicità del quotidiano, riesce a rivelare sempre uno stato di profonda malinconia.

Siamo malinconici e ce lo portiamo dentro. Abitiamo a Milano, ci trasferiamo in Germania, ma continueremo sempre a ricordare quella volta che mettemmo tremila lire di benzina al Parco della Rimembranza, tappezzammo la macchina di vestiti e, sotto le luci di una Nisida illuminata dai botti di qualche festeggiamento e le luci delle case in lontananza, facemmo l’amore con l’unica ragazza capace di illuminarci il cuore. Non bisognerebbe mai innamorarsi ma continuare per sempre a volersi bene. L’amore può degenerare nell’odio, il bene è destinato a crescere per sempre.

Poi ci sono quelli che diventano milanesi convinti, magari arrivano a votare pure Salvini perché hanno la “fede incrollabile” del punto esclamativo.  Quello è però un caso più unico che raro. Probabilmente saranno nati a Villa Literno, con il primo impatto su una bufala al posto del mare e tanta voglia di scappare fin dalla nascita.

Quello che si percepisce in “Così parlò De Crescenzo”, il documentario girato da Antonio Napoli e prodotto da Bunker Hill sullo scrittore e regista partenopeo, sembra voler essere un ausilio a tutti quei milanesi che non hanno il mare a portata di mano, o quei napoletani che vogliono emozionarsi ancora con i fattarielli della loro città e tutti i vuoti allo stomaco che si porta appresso.

Gli occhi di De Crescenzo, azzurri come il mare che bagna Napoli, risultano essere sempre gli stessi: s’illuminano come un napoletano qualunque quando parla della sua città. Del resto, un ingegnere dell’IBM, che dopo aver ottenuto il posto fisso, saluta l’azienda con una lettera di dimissioni scritta con lo stile di Bellavista, deve necessariamente aver partorito la decisione con la coscienza recatagli da un mandato del Padreterno su raccomandazione scritta di San Gennaro.

Luciano racconta, a tratti si emoziona. Perché se c’è una cosa che si deve a questa raccolta di momenti e pensieri poetici è proprio l’apertura a descriverne il carattere, intervallata dagli aneddoti degli amici di sempre: Lina Wertmuller, Renzo Arbore, Carlo Pedersoli, Marina Confalone, Marisa Laurito e quell’intramontabile breccia nel suo cuore chiamata Isabella Rossellini. L’unica donna per la quale, pare capire, il regista sembra essere davvero capitolato dopo la moglie.

De Crescenzo: “Isabella è una donna bellissima, ma troppo indipendente per un innamorato”

Un personaggio che nella vita privata è stato capace di trovare nell’amicizia un surrogato dell’amore, proprio perché consapevole di essere un uomo libero.  Le persone davvero libere, a pensarci bene, sono sempre quelle che in fondo finiscono per restare da sole. Non hanno bisogno di qualcuno sul quale scaricare necessariamente le proprie angosce, perché gli attimi fugaci dell’amore autentico li conservano dentro se stessi, facendoli riapparire attraverso i pensieri tutte le volte che ne sentono davvero il bisogno.

Uno stile di vita fatto di valori semplici e la consapevolezza di viverli appieno. Della fragilità di chi, con il suo estro completo e disarmante, potrebbe conquistare qualsiasi persona, ma è consapevole di potersi arrendere davanti ad una bellezza speciale. Quella “stuppola”, che magari si chiama pure Angelica, nella quale ognuno di noi finisce per imbattersi almeno una volta nella vita.

Tutte le volte che penso a De Crescenzo, rivedo la mia professoressa del liceo. Quella faccia appesa dalla spocchia di chi sa di sapere più degli altri e deve spiegarlo in aramaico per potersi ergere sempre sul piedistallo. Si può restare sul piedistallo anche con lo sguardo frivolo, perché è proprio quella frivolezza a difenderci dalla vita.

La semplicità con la quale De Crescenzo spiegava i classici greci non è mai piaciuta alla mia professoressa e nemmeno a molti intellettuali del suo tempo. Dovevi dire che li spiegava meglio Umberto Eco perché usciva poco la sera e aveva sempre lo sguardo serio.

Poi ho capito che non essere presi in considerazione, solo perché capaci di far sorridere, seppur dicendo cose intelligenti, è una dote che non si addice  a molte insegnanti di Greco.

L’ha sempre capito Luciano e adesso l’ho capito pure io.

Ringrazierò per sempre la mia professoressa ma il libro di Letteratura Greca non l’ho mai aperto.

Forse perché non mi bastava un professore ma avrei avuto bisogno solo di un Maestro.