Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Creed: il ritorno di un mito

Creed, il settimo capitolo della Saga Rocky Balboa è un film da vedere assolutamente. Soprattutto se, come me, sei un affezionato estimatore del personaggio Rocky, se hai amato le sue scazzottate contro Apollo e Clubber Lang. Se ti sei emozionato guardando il primo appuntamento con Adriana; se, ogni volta che senti quelle poche note iniziali di Eye of the tiger, un brivido ti corre su per la schiena e senti il desiderio di salire di corsa la famosa scalinata di Philadelphia ed esultare una volta in cima.

Ciò che colpisce dritto al cuore di questo Rocky settantenne è la voglia di riscatto, la forza interiore di un uomo che ormai ha perso quasi tutto, ma che trova la forza di andare avanti e di confrontarsi ancora con la vita. È un Rocky combattente ma, stavolta, la sua battaglia non si svolge nel solito posto: deve combattere in un quadrato ben più largo, un ring chiamato vita. Deve lottare contro la solitudine, la morte, la vecchiaia, la malattia. Ad un Adonis che boxa davanti allo specchio, Rocky dice: “Lo vedi questo qui che ora ti guarda? È il tuo avversario peggiore.Secondo me è vero sul ring come lo è nella vita“, e sembra che stia parlando di sé stesso, di quell’uomo anziano e un po’ appesantito che, apparentemente, ha poco e niente a vedere con lo Stallone Italiano che urlava “non fa male”. Per chi è affezionato al Rocky che tira pugni e vince grazie ad una forza rabbiosa che gli viene da dentro, dall’essere cresciuto per strada, fa un certo effetto vederlo così segnato dagli anni, incurvato dal peso della vita. Eppure, la tenerezza verso quest’uomo che ci sembra di conoscere da una vita, si trasforma nel corso del film in ammirazione profonda per la tenacia che dimostra.

Adonis Creed e Rocky Balboa: due generazioni a confronto legate da un filo invisibile

Creed parla di persone che vogliono farcela da sole. Adonis vuole liberarsi dell’ombra del padre, diventare grande senza sentire sulle spalle il peso di un nome così importante. Rocky vuole dimostrare al mondo, ma soprattutto a sé stesso, che può ancora combattere, a modo suo. Due persone che vogliono prendere a pugni la vita. Due persone legate da sempre che si incontrano a metà strada delle loro vite. Il rapporto che si instaura tra Creed e Balboa non è solo quello allenatore-pugile, è un rapporto padre-figlio che va a colmare delle mancanze da entrambi i lati: Rocky è per Adonis il padre che non ha mai conosciuto; Adonis è il figlio che Rocky avrebbe sempre voluto. Per tutta la durata del film i due si sostengono a vicenda, si aiutano, si spronano a non gettare la spugna. Rocky e Adonis crescono insieme, perché non c’è un’età in cui si smette di crescere e la vita va sempre vissuta “un passo alla volta, un pugno alla volta, una ripresa alla volta“.  Creed è anche la storia di tutti quelli che, una volta caduti, si rialzano e si parano dai colpi della vita come possono, braccia attaccate al corpo e sguardo basso, e assestano un bel gancio all’avversario non appena ne hanno l’occasione, sperando di non prenderle.

Ryan Cogler, sceneggiatore e regista di questo nuovo capitolo di Rocky, conosce a fondo i personaggi, li ama. E riesce a trasferire questo amore nel modo in cui li rappresenta, nel modo in cui la telecamera li accarezza portando chi guarda all’interno della mente e del cuore di tutti quelli che sono in scena. I richiami alla saga ci sono, ma poco evidenti,  se non all’occhio di chi ha visto ogni pellicola centinaia di volte e quasi conosce a memoria ogni battuta; in ogni caso, ogni riferimento ad avvenimenti passati è un tributo piuttosto che un tentativo di emulazione. Cogler sa che imitare un mito è praticamente impossibile, oltre che un errore. Al di là delle scazzottate, Creed è una dichiarazione d’amore verso Rocky e verso ciò che rappresenta per ogni spettatore: tutti noi abbiamo qualcosa contro cui lottare e Creed è la dimostrazione che chiunque può farcela

Print Friendly, PDF & Email