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Eroica Fenice

Dheepan

Dheepan, paese che vai, guerra che trovi

Un uomo organizza la fuga dal suo paese. Trova lungo il cammino una bambina e una donna con i quali prende il posto di una famiglia sterminata dalla guerra (grazie a questa messinscena essi ottengono i passaporti dei defunti). Il paese è lo Sri Lanka, e l’uomo che prenderà il nuovo nome di Dheepan, è stato un combattente delle Tigri Tamil, un’organizzazione politica nata negli anni Settanta con lo scopo di ottenere l’indipendenza di una parte del paese e divenuto uno degli eserciti che si sono contrapposti nella sanguinosa guerra civile dello Sri Lanka durata decenni e non del tutto finita.

Una banlieue a nord di Parigi lo accoglie con il suo carico di degrado e disperazione. Dheepan trova un posto da guardiano presso il suo caseggiato, un lavoro che lo fa ben presto entrare in contatto con le contraddizioni di un microcosmo-ghetto dove c’è poco spazio per l’integrazione.

È lo scenario del film che ha vinto la palma d’oro a Cannes lo scorso maggio: Dheepan – Una nuova vita.

La regia è felicemente comunicativa e riesce ad esprimere tanto il senso di isolamento dei personaggi quanto la loro confusione emotiva di fronte ad un mondo che non concede punti di riferimento né lascia intravedere vie di fuga. La sceneggiatura è asciutta, e gioca sull’incomunicabilità linguistica, attraverso dialoghi misti di francese e cingalese che trovano quasi sempre la giusta misura, anche grazie all’ottima prova degli attori

Il regista è Jacques Audiard, premiato a Cannes ripetutamente ed autore apprezzato di Un prophète. Dheepan è un film abbastanza diverso rispetto ai suoi precedenti lavori.

Allora Dheepan è un film sociale e il suo tema portante è l’immigrazione? No. Il film, soprattutto nella seconda parte, rivela l’ambizione di parlare di qualcosa di diverso e di più profondo. E il risultato dello sforzo non è un completo successo. Dheepan ritrova nella sua banlieue l’inferno che voleva lasciarsi alle spalle: la guerra. Una guerra nascosta, che la società non riconosce fino in fondo, quella dei signori della droga e della malavita. Quello che sembra a tutti uno stranito guardiano cingalese che non capisce il francese, sarà costretto a richiamare alla coscienza il suo passato, con un finale che prende una strada ambigua, tanto ambigua da prestarsi ad interpretazioni oniriche.

La guerra la si porta dentro, e il proprio corpo, oltre che la propria anima, ne diviene schiavo. Dheepan ne prenderà atto, forse in tempo per liberarsi, forse troppo tardi (in ogni caso, un po’ in ritardo rispetto ad una storia del cinema che proprio sul tema del “reduce” ha già calato i propri assi secoli fa). 

Dheepan è un film che offre alcuni spunti interessanti, ma che resta a metà del guado, privo della forza che, anche attraverso un certo modo di raccontare la violenza, aveva avuto Un prophète.

Post scriptum

Anche alla luce del premio della giuria a The lobster,  è facile pronosticare che il palmarès di Cannes 2015 cadrà nel dimenticatoio molto prima rispetto a quello di alcune edizioni recenti.

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