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Eroica Fenice

Due euro l’ora di Andrea D’Ambrosio

Uscito in troppe poche sale il film di Andrea D’Ambrosio, Due euro l’ora è un naturalistico spaccato di realtà, che denuda l’ipocrisia e l’omertà della società della nostra epoca. Con molto coraggio il regista, partendo da un fatto di cronaca nera che vide morire in un garage-fabbrica due operaie, si cimenta in un’analisi sociale, nella quale il piccolo paese dove si svolgono i fatti diventa paradigma di un disagio “muto” dell’Italia intera. Ecco che riesce, però, a prendere voce in questo pulviscolo filmico. Siamo in un paese del Sud situato in montagna. L’ambientazione rustica certamente cozza con le solite ambientazioni hollywoodiane che sovente ritroviamo nelle sale cinematografiche.

Due euro l’ora: una vicenda vicina a tutti noi 

La protagonista è una giovane donna alle prese con l’adolescenza, con il suo primo amore e con la voglia di andare via. Leitmotiv dominante è proprio l’evasione, forse il motore principale della narrazione: infatti molto spesso la giovane protagonista dirà “me ne voglio andare”, piangerà affermando “mi manca l’aria”, ed è proprio per racimolare i soldi per andare via,  che troverà lavoro non per due euro l’ora, come è il salario solito della fabbrica di Materassificio, ma per 1,50 euro poiché ha meno esperienza. In un buco situato sotto un palazzo, stretto e angusto, al cento per cento abusivo, in condizioni inumane, che potremmo ben definire un lager dei tempi moderni, la narrazione ci allieterà con la nascita di una forte amicizia. La giovane protagonista, Rosa, conoscerà Gladys, di origine Sud-Americana. All’inizio si scontrano, poi, come succede sempre nell’amore (poiché amicizia è amore) si ritroveranno in un sentimento di rara amicizia. Rosa, adolescente inerme nei confronti dell’asfissia di un piccolo paese, vuole andare via. Il suo ragazzo, il primo amore, va a lavorare in Svizzera, spesso meta di troppi giovani operai, e lasciandola sola a combattere nella speranza di poterlo raggiungere. Proprie di questo rapporto amoroso, la cui cruda realtà taglia le gambe ai “borghesi” amori che ci ritroviamo di solito nei cinema, sono due scene. La prima in cui fanno per la prima volta l’amore. L’intento è far risaltare all’occhio l’abbigliamento fortemente quotidiano e realistico dei due ragazzi: lei in un pigiama rosa e lui in tenuta casual da ragazzino. Niente tatuaggi, nessun cliché. Il tutto si muove nella più pura spontaneità. Quasi si potrebbe dire di conoscere quei ragazzi, quasi come se fossimo noi stessi o come se essi  uscissero fuori dallo schermo.

La sera prima della partenza di lui è un’altra scena che colpisce. I due, seduti su un gradino del portone, guardano la Luna. “Si è rotta la Luna” dice Rosa, alludendo a quando da piccolina vedendo la mezza luna credeva che l’altra metà si fosse rotta e facendo riferimento all’impossibilità di riuscire a sognare. Si è rotta la luna, possiamo ben ripetere anche noi rabbrividendo all’agghiacciante bellezza di questa espressione.

Rispetto alla protagonista, Gladys è invece una donna dalla bellezza latina che fa girare gli uomini quando passa e fa spettegolare le comare dei vicoli. Ma lei vuole solo trovare l’Amore. Un amore che troverà proprio nell’amicizia con la giovane Rosa, ritrovando in lei quello che lei stessa è stata un tempo. Incoraggiandola, sostenendola quando il padrone della fabbrica prima la picchia e poi la licenzia, combatterà per lei e con lei. Quasi a sdebitarsi di un epilogo già intuito. Altra figura fondamentale è il padrone della fabbrica interpretato da Peppe Servillo. Una figura molto complessa: va a rappresentare sia il padrone austero e manesco, ma è anche l’unico in grado di procurare un lavoro. 

In italia nel panorama cinematografico, letterario e culturale, si ha un estremo bisogno di questi racconti che, vivisezionando la realtà, la denuncino e la analizzino, dando vita a un’opera d’arte che anche al più cieco non può non dare un brivido.

Antonio Setola