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Eroica Fenice

Fräulein, buona la prima di Caterina Carone evi

Fräulein, buona la prima di Caterina Carone

“C’era una volta…”

Si apre così Fräulein – Una fiaba d’inverno, film che vede il debutto alla regia della giovanissima Caterina Carone e che ha come protagonisti Christian De Sica e Lucia Mascino. La trama, nella sua semplicità, rivela quelle che saranno le peculiarità di un lungometraggio che si discosta per delicatezza e originalità di intenti dalla commedia romantica canonica, avvicinandosi, piuttosto, alle pellicole d’autore, seppur mantenendo quella genuina visione del mondo che accompagna le opere prime.

Fräulein di Caterina Carone, la trama

Fräulein, termine tedesco che significa “signorina”, nel Sud Tirolo viene utilizzato in senso dispregiativo per indicare una zitella, donna oltre la quarantina non ancora maritata. Fräulein è anche il soprannome di Regina, mascolina proprietaria di un hotel ormai chiuso, che vive nel totale disinteresse per gli uomini e per la vita e le dinamiche del suo paese.

Le sue monotone e ripetitive giornate sono scandite dall’altrettanto monotona e ripetitiva voce di un corso di meditazione in audiocassette che accompagna ogni suo passo fuori dal castello abbandonato. Poche amiche, la gallina Marilyn e l’assistenza domiciliare agli anziani completano il quadro di una esistenza solitaria, nella quale sembra non esserci posto per la gioia.

A rompere questi schemi, talmente consolidati da non subire mutazioni neanche dopo l’annuncio di una imminente tempesta solare che avrebbe colpito la Terra, sarà Walter, viaggiatore fragile ma affascinante, il cui improvviso arrivo all’hotel sarà in grado di risvegliare nella donna la voglia di vivere, rimasta intrappolata fino a quel momento sotto il peso di ricordi troppo ingombranti.

Contrapposizione di anime in fuga

Il soggetto di Fräulein, per quanto di per sé non particolarmente originale, sprigiona la sua forza espressiva attraverso la particolare caratterizzazione dei due personaggi, il cui scontro diventa occasione di incontro. Regina, ruvida e acida, è l’anti-archetipo della donna-tipo che troppo spesso si trova nelle commedie. Non è un brutto anatroccolo in attesa di trasformarsi in cigno, né una fragile principessa che aspetta di essere salvata ma una persona riservata, schiva, e per questo mal vista da un paese che, invece di supportarla, ha finito per ergerle un muro di diffidenza attorno. Muro oltre il quale non sente alcuna necessità di andare, preferendo chiudersi in un microcosmo fatto di piccole abitudini quotidiane, di programmi di cucina e dei pettegolezzi delle uniche due amiche.

Walter, invece, è così legato al suo passato da cercarlo ossessivamente nel presente. Si perde per ritrovarsi e si ritrova perdendosi. È un’anima inquieta in perenne movimento, seppur dagli atteggiamenti esteriori, costantemente gentili e propositivi, non traspaia alcuna sofferenza.

Una così complessa caratterizzazione non sarebbe emersa, probabilmente, se gli attori scelti da Caterina Carone fossero stati altri. E se è inutile tessere nuovamente le lodi di un Chrstian De Sica che, tutte le volte che abbandona i panni del rozzo tamarro da cinepanettone, dimostra un sorprendente quanto innato talento drammatico, menzione va fatta all’ottima Lucia Mascino, sempre perfettamente in ruolo.

C’era una volta, in un paesino senza nome…

A far da cornice alla storia c’è un paesino di montagna senza nome, probabilmente del Sud Tirolo, e una tempesta solare utilizzata come pretesto per i continui sbalzi di corrente e, soprattutto, per lo stravagante atteggiamento degli abitanti che, non potendo usufruire a pieno degli strumenti informatici, si troveranno faccia a faccia l’uno con i problemi dell’altro.

Altro elemento interessante del film è la fotografia, anche questa, come montaggio e regia, firmata da un’esordiente, Melanie Brugger. I colori e il taglio di luce sono specchio dell’umore di Regina, fortezza di ghiaccio che solo le attenzioni di Walter riusciranno gradualmente a far sciogliere. E così quel blu che permea la scena all’inizio e che riflette i suoi occhi tristi, lascia, minuto dopo minuto, il posto al giallo, il colore del sole che ne illuminerà il ritrovato sorriso. In questo processo, lento e non forzato, nulla è lasciato al caso. Ascoltando attentamente i dialoghi si può notare come Regina dia del “lei” a Walter fino alla fase finale, mentre l’uomo non smette di picchiettare su quel muro, con quel “tu”che è un continuo tenderle la mano. Coerente con le scelte narrative è il finale che non rompe l’equilibro raggiunto e non banalizza l’ottimo lavoro fatto fino a quel punto.

In conclusione, non si può che consigliare la visione di Fräulein, film delicato, divertente, emozionante, una piccola grande fiaba moderna, una commedia ben scritta e ben diretta, come non se ne vedevano da anni sugli schermi nostrani.

Marcello Affuso