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Eroica Fenice

Fury, la faccia della guerra

Finché ci saranno gli uomini, ci saranno le guerre“, sentenziò una volta Albert Einstein.
Ed è proprio una profonda indagine sulla natura animale dell’uomo e delle sue varie forme a caratterizzare Fury di David Ayer (Training Day), che ha Brad Pitt e Shia LaBeouf tra i suoi interpreti principali.

Aprile 1945, il terribile scontro tra Alleati e Asse sembra andare dritto verso il suo finale.
I primi, ormai giunti in Germania, si fanno spazio tra le linee nemiche, cercando di schiacciare le ultime resistenze dei tedeschi.
Tra i tanti combattenti impegnati in quest’ultima fase, c’è il Sergente Don “Wardaddy” Collier (Brad Pitt), la sua squadra e il suo carro “Fury”, alla quale, dopo aver perso uno dei suoi elementi, viene assegnato una giovane recluta, ricolma di problemi morali e indecisioni.
A questo team messo assieme all’ultimo istante, viene assegnata una difficile missione: fare da baluardo contro un imminente tempesta armata.

Qualche anno dopo Bastardi senza gloria, di Quentin Tarantino, Brad Pitt indossa nuovamente la divisa e i colori delle armate americane, ritrovandosi nel bel mezzo dello stesso scontro della volta precedente: la Seconda guerra mondiale.
Questa volta, però, dovrà fare i conti con un radicale cambio d’atmosfera, oltre che con i  tedeschi.
Se nell’opera di Tarantino troviamo, anche nei momenti più crudi, una forte verve dissacrante e una natura ironica ben permeata a tenerci compagnia, in Fury si torna ad andare spediti sui binari di un “war movie” basato sulla psicologia dei suoi personaggi e i loro sentimenti di fronte alla peggiore creazione della mente umana.
Gioca molto il regista, David Ayer, con i ruoli principali di Don e Normie, il “navigato” e il “neofita”, perennemente a confronto, perennemente uniti, mostrando scene e dialoghi di livello quasi pedagogico nelle intenzioni.
Per le due ore e passa della sua durata, Fury sembra voler sospingere fuori un’unica domanda, forzando la gola nel far fuoriuscire l’aria sufficiente a farla sentire. 
Cos’è la guerra?
Questo è il quesito che si ritrova lo spettatore a far scivolare con la lingua tra i denti, stando bene attento a non masticarlo, dopo aver visionato un film di questo conosciuto filone.
In passato, molti grandi maestri del cinema hanno provato a farci entrare nella battaglia vera stando comodamente seduti in poltrona, hanno tentato di introdurre il pensiero e l’orrore reale provato da chi il fronte lo ha visto sul serio, e non in foto o attraverso i racconti di altri, attraverso le forti immagini da loro elaborate e registrare su pellicola per chiunque volesse provare a capire.
Quello che ci hanno veramente insegnato, però, è che uno scontro di tale portata non si può apprendere attraverso terzi, bisognerebbe andarci di persona a controllare cosa succede lì per poterlo veramente comprendere.
Quindi, di fronte a film come questo bisogna chiedersi solamente una cosa: qual è la versione dei fatti che sta cercando di darmi quest’opera?
Fury tenta di mostrare uno scontro “umano”, creato e composto da uomini le cui caratterizzazioni variano in maniera opposta e simile l’uno con l’altro, ma che sembrano possedere un’oncia di ognuno di noi in essi.
Da chi, come Don, la guerra prova a farsela solo scivolare addosso, ammettendo a se stesso la quantità d’orrore di cui si è sobbarcato, ma non intende arrendersi, fino a Norman, giovane e inesperto alla durezza della realtà e che preferisce morire piuttosto di sporcare la propria coscienza.
Il merito della corretta trasmissione di queste sensazioni va sicuramente al nutrito cast di indubbia qualità, capace di portarti veramente con loro attraverso le varie fasi e farti sentire parte di quella “famiglia” formata per l’occasione.
Il film, come molti altri di stampo americano, pecca solo nell’esaltazione della battaglia in alcuni frangenti o nell’inverosimile di alcune scene, apparendo incoerente col messaggio di fondo di voler far dono alla gioventù, al futuro, di un’altra possibilità e di un domani di pace.

Fury, la faccia della guerra