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Hotel Transylvania 2, una modernità mostruosa

A distanza di tre anni da Hotel Transylvania, il regista statunitense di origini russe Genndy Tartakovskij si ripete firmando un sequel meno emozionate e originale ma con la stessa ironia e lo stesso brio del precedente. In Hotel Transylvania 2 ritroviamo il Conte Dracula alle prese con il suo primo e unico nipote, Dennis (per lui Deninovic), nato dall’unione tra la figlia vampira Mavis e l’umano Johnny (personaggio che perde un po’ di forza in questo episodio). Il Conte teme fortemente che il piccolo non sia un vampiro, poiché nelle sue vene scorre anche sangue umano. Per appurare ciò organizza un viaggio per la figlia e il genero così da allontanarli dalla Transilvania. In seguito, con l’aiuto di Frankestein, il lupo mannaro Wayne (sempre più stressato dai suoi innumerevoli cuccioli), la mummia Murray e l’uomo invisibile Griffin, porterà Dennis nei luoghi che era solito frequentare quando aveva solo pochi secoli così da insegnargli tutte le tecniche per spaventare gli umani. Quasi tutti i suoi tentativi però si rivelano fallimentari: il bambino non riesce a volare o a trasformarsi in pipistrello e soprattutto i suoi canini non sembrerebbero intenzionati a ricrescere come quelli di un vampiro.

Hotel Transylvania 2 nonostante qualche pecca (soprattutto quando ci si concentra sulle vicende di Mavis e Johnny lontani dall’albergo o sulla presentazione dell’antagonista Bela, che arriva quasi a pellicola conclusa) è un film moderno. La sua modernità consiste nel raccontare una storia carica di elementi mitici e fantastici inserendoli però in una realtà assolutamente corrispondente a quella in cui viviamo oggi. Nel film vengono fatti continui riferimenti a Youtube (parte del racconto si evolve grazie a video e condivisioni istantanee), Google Maps (con annessa voce del navigatore che tenta di spaventare l’utente di turno), videochiamate Skype fino ad arrivare alla moda dei selfie. La volontà di inserire nel film questi elementi, deriva dalla possibilità che questi siano riconosciuti e apprezzati da un pubblico che negli ultimi anni sta mutando. Perfino il film precedente, di soli tre anni fa come detto, presentava un numero minore di tali riferimenti. Linguaggio e narrazione dunque cambiano per essere accettati da un pubblico (mi riferisco anche e soprattutto ai più piccoli) che vuole ritrovare sullo schermo qualcosa che sente vicino e familiare. Non è un caso che in sala durante l’intervallo la maggior parte dei bambini giocasse con gli smartphone dei genitori o controllasse il proprio profilo Facebook.

Hotel Transylvania 2, un film d’animazione al passo con i tempi

Hotel Transylvania 2 quindi ci mette di fronte una realtà che conosciamo fin troppo bene. Inoltre si sofferma (mai in maniera didascalica) su una questione altrettanto precisa: la paura del diverso. Senza voler dare all’opera alcun fine educativo (i film non devono insegnare nulla), spesso la narrazione si concentra su come le diversità non vengono quasi mai viste di buon occhio. Come nel primo episodio infatti né mostri né esseri umani si fidano completamente di chi hanno di fronte: il fulcro stesso del film non a caso è Dennis e la sua esistenza a metà tra i due mondi. In entrambi gli episodi i personaggi principali si travestono indossando una maschera che li fa confondere tra gli altri, così da occultare la propria diversità. La paura del diverso, infine, è affrontata in maniera chiara e netta nel momento in cui i genitori di Johnny invitano in casa propria varie coppie miste. Il riferimento all’accettazione dell’orientamento sessuale o al colore della pelle, all’interno di una comunità, è lampante. Solo Mavis comprende che non esiste il concetto di “normale” e che nonostante tutte le differenze una convivenza pacifica tra uomini e mostri è possibile.

L’opera di Tartakovskij, dunque, ci pone di fronte temi spesso abusati perché trattati forse con troppa sufficienza in passato. Grazie però all’originalità dei personaggi e alla freschezza del racconto Hotel Transylvania 2 riesce a colpire e far riflettere senza cadere mai, per fortuna, nell’inutile quanto deleteria volontà di insegnare qualcosa allo spettatore.

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