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Eroica Fenice

Il Grande Quaderno, i giochi della guerra

Il Grande Quaderno di János Szász vede i giovani András Gyémánt e László Gyémánt nel ruolo di protagonisti di questo film drammatico, che ci riporta nell’ultimo periodo della seconda guerra mondiale.

Due gemelli inseparabili e la guerra, generata di per sé da una scissione, sono i punti focali su cui si basa la narrazione dei fatti.
Gli Alleati stanno per conquistare gli ultimi avamposti dell’ Asse, una madre, per tenere al sicuro i suoi figli, li porta in campagna dalla nonna, dove gli scontri non dovrebbero raggiungerli.
Questa scelta comporterà l’inizio di una nuova vita e la scoperta di come non si può evitare in alcun modo la guerra, iniziando un percorso verso una sinistra maturità.

Pensiero diffuso è quello che riguarda l’arte e la totale assenza di possibilità d’innovazione.
Tutto è già stato pensato, fatto e visto dalla gente e attirare la loro attenzione su temi così consumati è una vera impresa.
Sorvolando su quanto sia vera o meno questa affermazione, bisogna ammettere che è realmente complicato continuare su una strada abbondantemente tracciata, soprattutto se in passato è stata percorsa da grandi artisti.
Parlare d’amore, di battaglie, di politica, di verità sociali o altri argomenti topici del quotidiano artistico senza ricadere nei soliti canoni è una bella sfida.
Il “Grande Quaderno”, trasposizione cinematografica dell’opera omonima di Agota Kristof, la quale è il primo tassello della “trilogia della città di K.”, si mette in gioco su uno di questi argomenti, scegliendo l’ultimo grande scontro bellico europeo, la Seconda Guerra Mondiale.
Spesso e volentieri, i registi dividono questa tipologia di film in due visioni:
1.La guerra è composta da tragedia e sangue, ma chi la fa va rispettato e onorato come un eroe, poiché sacrifica se stesso per il proprio paese e gli ideali di libertà. Fa stragi, ma lo fa per un bene superiore.
2.La guerra è orrore, orrore puro e tutto ciò che tocca, come l’edera, viene consumato, risucchiato via e muore poco a poco. Non ci sono veri eroi, non ci sono veri cattivi e non ci sono veri vincitori.
L’opera di János Szász sembra tenersi più sulla seconda possibilità, scegliendo di mostrare le atrocità della battaglia in maniera molto psicologica, dimostrando quanto essa può raggiungere chiunque, anche se lontano kilometri e kilometri dal fronte.
Lo fa degnamente, senza essere inutilmente banale e cadere nei patetici moralismi del caso, raccontando in maniera netta gli avvenimenti e lasciandoci percepire le trasformazioni e le sensazioni dei protagonisti a contatto con questa nuova realtà.
Un vademecum del dolore, della metamorfosi dello spirito e dell’anima è questo film, meritevole di mostrare allo spettatore quel che poi, alla fine, è la più grande colpa di tutte le guerre: l’assassinio della fanciullezza.

Il Grande Quaderno, i giochi della guerra

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