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Eroica Fenice

Le regole del caos: alla corte del Re Sole

Il regno del Re Sole viene ricordato, oltre che per la sua longevità, per il prestigio di cui il suo operato irradiò la Francia politicamente, urbanisticamente e culturalmente. Durante l’anno 1682 si assistette ad un abbandono definitivo della capitale da parte della famiglia reale e il suo trasferimento a Versailles, per aumentare il lustro della quale il sovrano, già grande mecenate, impiegò i maggiori artisti francesi dell’epoca. Per la cura dei giardini fu scelto André Le Nôtre (1613-1700), figlio d’arte, nominato Soprintendente e Controllore Generale dei Giardini Reali.

Le severe regole dell’ordine e della simmetria seguite fedelmente da Monsieur Le Nôtre verranno sconvolte allorché egli, indicendo una serie di colloqui alla ricerca di progettisti e collaboratori per la creazione di alcune sezioni degli immensi Giardini di Versailles, si incontrerà-scontrerà con il “Little Chaos” di Sabine De Barra.

Questo è  ciò che ci racconta Alan Rickman ne “Le regole del caos”, suo secondo film da regista; il personaggio protagonista è stato liberamente inventato dalla sceneggiatrice Allison Deegan e sublimamente incarnato da una Kate Winslet aspra e pura. I tratti decisi, dimessi, imperfetti che compongono la bellezza di Madame De Barra possiedono lo stesso misterioso sentore di straniero e di rivoluzionario che Le Nôtre percepisce tra le bozze dei progetti a lui presentati dalla paesaggista. Unica donna, la più anticonvenzionale tra i galantuomini presentatisi per l’appetibile posto di lavoro, lo otterrà, sospingendo con il suo colorato cappello piumato il vento “impetuoso” della novità dentro le porte dorate del mondo nobiliare, proprio lei che da quella realtà sembra essere così distante.

La sua presenza a corte verrà accolta come l’inaspettata comparsa di un fleur savage tra le rose coltivate, spontaneo e modesto, per questo ancora più signorile e ammirabile nella sua capacità di adattarsi all’interno di stanze sontuose e tronfie, dove non c’è spazio per la realtà, soprattutto per il suo aspetto di caducità. Mentre, infatti, all’interno della Reggia non è dato parlare di morte, in quanto “spiace al sovrano”, come un rigoglioso fiore esposto alle intemperie Sabine de Barra si infangherà le mani e sgualcirà le vesti nella sua opera di costruzione del Boschetto delle Rocailles, accettando della natura non solo la sublime bellezza ma anche gli aspetti distruttivi limitanti l’operato umano.

Le richieste di Luigi XIV sono superbe, si pretende una “finestra sulla perfezione” affinché le persone possano vedere “il meglio di loro stesse”, eppure egli stesso apprenderà come solo la pazienza e l’umile cura sembrino costituire il segreto non solo di ogni giardiniere, ma anche di ogni uomo che abbia imparato a vivere senza il timore della verità, spogliandosi di parrucche e corpetti e sciogliendo i nastri che, infiocchettando l’esistenza, la imprigionano in una teatralità priva di sentimenti.

C’è, invece, spazio per le emozioni nei recessi degli immensi palazzi reali, all’interno delle serre e degli orti, dove persino il sovrano cerca riparo, nonché nell’intimità della propria solitudine, nella quale sono rinchiusi i cuori l’uno ardente l’altro docile della Regina del Caos e del Re dell’Ordine. C’è spazio per vivere, al di fuori della prigionia della corte, per ritrovarsi con la Mère Nature, con la realtà dei propri dolori, ed è proprio tra le carceri dorate che Madame De Barra si insinua innovando il mondo dell’aristocrazia e, contemporaneamente, se stessa.

“A volte anche in un ambiente ostile decisione, coraggio e un po’ di caos sono tutto ciò che serve”. È il destino degli arbusti vigorosi, che s’inerpicano con forza sulle superfici più inclementi; è il destino della Versailles del tempo, profondamente orientata verso il progresso e il rinnovamento. La Francia del ‘600 viene eletta testimone di una tematica profondamente moderna: in un’epoca di frivolo sfarzo, corruzione e crisi di valori, la salvezza sembrerebbe derivare dalla capacità di ergere le proprie passioni come pilastri contro il timore della propria dissoluzione, senza sprofondare tristemente nell’illusione onanistica dei legami fluidi, del consumo sregolato e del lusso vuoto e apatico.

Forse è per questa ragione che talvolta, nel corso della visione, viene lasciato troppo tempo per prestare attenzione ai particolari (sicuramente curati e copiosi) a causa di piccoli vuoti dal punto di vista contenutistico; nonostante ciò, soprattutto nelle battute finali, “Le regole del caos” di Rickman risulta essere amabilmente coinvolgente: riescono a sorprendere le sue originalità e graziosità, nonché i precisi riferimenti storiografici.

-Le regole del caos: alla corte del Re Sole-

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