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Eroica Fenice

Marienbad

Marienbad e il cinema impossibile

L’année dernière à Marienbad. Sono passati oltre cinquant’anni dall’uscita di questo film eppure ancora oggi il palazzo di Marienbad e il cinema impossibile che lì forse è nato, suscitano un dibattito aperto e vivace.

Premiato a Venezia con il Leone d’Oro nel 1961, tra lo sgomento generale del pubblico e di una parte della critica, la pellicola è il frutto dell’incontro tra due “rivoluzionari” della cultura francese del Novecento: Alain Resnais, regista e teorico del cinema nonché artista di riferimento (sui generis) della Nouvelle Vague, e Alain Robbe-Grillet, scrittore, fondatore con altri del Nouveau Roman, il movimento letterario che a partire dagli anni Cinquanta avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia della civiltà letteraria occidentale; egli fu autore di numerose opere per il cinema, la prima delle quali fu la sceneggiatura di un film per Resnais: lo spunto venne dalla lettura di un romanzo di Bioy Casares, L’invenzione di Morel (1940), oggi annoverato tra i classici della letteratura fantastica. Nel romanzo uno scienziato ha inventato una speciale macchina in grado di proiettare eternamente l’immagine di qualunque cosa o persona ripresa precedentemente, donando a tale immagine anche alcuni ricordi ed emozioni dell’originale: l’invenzione di Morel è, dunque, l’immortalità. Il risultato della trasfigurazione letteraria, etica, politica e culturale di questa idea seminale da parte dei due artisti francesi, è questo film misterioso e sconvolgente.

Ad una festa dell’alta borghesia, un uomo cerca di convincere una donna a ricordare il loro incontro avvenuto l’anno precedente; l’uomo afferma di aver atteso un anno, come da lei richiesto, racconta i dettagli del loro incontro, ma la donna non ricorda, o non vuole ricordare. Il film avanza sovrapponendo analessi, ricordi, scene oniriche di vita vissuta o soltanto di vite possibili, accompagnate dal sottofondo inquietante di un mondo borghese immobile ed immoto, che ripete se stesso infinitamente, un mondo popolato da immagini senza vita, prigioniere in un limbo che mantiene come unica regola inconsapevolmente accettata (come metaforicamente esemplifica il gioco dei fiammiferi che tutti praticano, perdendo sempre e senza conoscerne i meccanismi matematici) la messa al bando dell’umanità e dei suoi segni più pericolosi: i sentimenti. Così l’ultimo arrivato si trova ad essere “colui che rimane con l’ultimo fiammifero in mano”, l’ultima traccia umana in un mondo inumano: Orfeo che cerca disperatamente di trascinare via Euridice. In questo, tra molti, si potrebbe rintracciare il merito più alto del film: aver utilizzato metaforicamente l’invenzione di Casares (o l’invenzione di Borges, volendo alludere alla Biblioteca illimitata periodica alla quale per certi versi sembra alludere il palazzo di Marienbad) e averne fatto un film politico in senso ampio, dal punto di vista di una critica non solo civile e sociale (vicina a Buñuel ma anche al Magritte saboteur tranquille), ma soprattutto etica, denunciando quella “sparizione dell’umanità” che nella poetica del Nouveau Roman  provocherà quella altrettanto dolorosa dei personaggi.

Al di là dei possibili sottotesti (infiniti?) e dell’interpretazione della lettera del film, forse impossibile (e coerente con la letteratura impossibile ricercata da tutte le avanguardie artistiche in senso metastorico), e che forse cela una terribile verità di morte (il tentativo di persuasione della donna si ripete sempre uguale in eterno, ed in eterno è destinato a rimanere frustrato?), resta il miracolo di un incontro tra due giganti che ha prodotto un manifesto (questo sì, eterno) sul coraggio dell’arte di guardare oltre le miserie del proprio tempo.

Marienbad e il cinema impossibile

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