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Eroica Fenice

Mia madre di Nanni Moretti

È al cinema il dodicesimo lungometraggio di Nanni Moretti, Mia madre, che a maggio sarà in concorso al festival di Cannes e che segna un nuovo capitolo di una filmografia inimitabile. Già a partire da La stanza del figlio (2001) i film di Moretti presentano rispetto al passato una sceneggiatura più ‘forte’ e strutturata, non a caso scritta a più mani: per Mia madre, oltre allo stesso regista, Valia Santella e la conferma di Francesco Piccolo. Una scelta che predilige il racconto della storia e dei personaggi, lasciando da parte quei ‘morettismi’ che pure trovavano ampio spazio in quell’Habemus papam che da questo punto di vista presentava un amalgama mirabile. E questo è un film che nasce attorno all’aspetto drammaturgico e autobiografico, anche se non nel senso che questa definizione ha abitualmente assunto nella poetica di Moretti.

Il protagonista del film è una regista (Margherita Buy in un alter ego di Moretti molto convincente) alle prese con il suo nuovo film: John Turturro figura nella parte dell’attore americano capriccioso e borioso, protagonista di un film engagé di cui non capisce il senso (ma forse non lo capisce nessuno, e qui sta il centro dello smarrimento che Margherita avverte tanto nella sua vita quanto nel rapporto con la realtà che le si chiede di interpretare: sente di dover fare questo film che parla di fabbrica e di operai, ma il suo più che altro è un movimento inerziale, e infatti il film si direbbe piuttosto brutto).

Moretti ritaglia per se stesso il ruolo del fratello della Buy, un personaggio che assomiglia più ad una coscienza incarnata, o ad un angelo da Il cielo sopra Berlino, a cui si fa riferimento nel film. È perfetto e granitico nell’assistenza alla madre, è consapevole dell’incombenza e riporta la stessa Margherita alla realtà che lei fatica ad accettare: Ada (Giulia Lazzarini, bravissima nel dare un volto tenero e credibile alla vecchia madre della regista) è in ospedale in condizioni molto gravi, e non può sperare di vivere ancora a lungo. Il suo lento viaggio verso la morte mette sua figlia davanti ai propri sensi di colpa e alla propria angoscia. E qui l’autobiografia di Moretti spiazza e diventa qualcosa di inedito per il suo cinema: un’autobiografia non più autoironica anche se dolorosa, ma un’introspezione sincera e illuminante, dunque universale, intrisa soprattutto di intelligenza e sensibilità, che sono le vere costanti del cinema di questo autore, ma anche di autoanalisi, fondamentale per raccontare se stessi attraverso la propria mente junghianamente “poetica”: la vera novità del linguaggio filmico sta nell’utilizzo delle scene non realistiche, di cui il cinema di Moretti è stracolmo. La grande abilità di fermarsi sempre ad un passo da un vero e proprio surrealismo per poi attraversarlo con la leggerezza e l’ironia tipicamente morettiana, in Mia madre  diventa la delicatezza di farci ascoltare sottovoce i sussulti di una coscienza davanti al proprio dolore attraverso incubi, visioni, paure.

Se lo stesso regista ha detto che “per raccontare un’autobiografia in modo serio è necessario un grande autore per evitare di cadere nel ridicolo”, allora basta dire che in Mia madre non c’è proprio niente di ridicolo. In alcuni momenti del film sembra di scorgere un’influenza del recente Haneke, in altri si rintraccia il più familiare segno drammaticamente ironico dell’autore, ma è impossibile negare che Nanni Moretti abbia rotto qualcuno dei suoi schemi. “Almeno uno su duecento”, se non di più.

-Mia madre di Nanni Moretti-