Seguici e condividi:

Eroica Fenice

sorrentino

Sorrentino e la sua Giovinezza

Sorrentino. Youth
Inutile negarlo, la traccia registica di Sorrentino è evidente anche all’occhio più ingenuo e inesperto. Scene nette, concluse, quasi episodi a sé stanti, una sceneggiatura che si muove tra simboli, silenzi di cosa, scambi di battute che terminano con grande ironia e aforismi più o meno duraturi nel loro racchiudere verità e tempo.
Sorrentino al suo settimo film ha realizzato una pellicola ancora una volta densissima, piacevole nel suo complesso, con pochi tratti stridenti che sono forzature volute da una mano ormai esperta, mai banale.

Il film è ambientato in un hotel svizzero dove con i due amici di sempre, gli ottantenni Fred Ballinger (Michael Caine), compositore ormai in pensione, e Mick Boyle (Harvey Keitel), regista impegnato con giovani sceneggiatori nella scrittura del suo ultimo lavoro, ruotano una serie di personaggi che possono essere classificati in base a quel tanto di umanità che mostrano. Sono personaggi a tutto tondo, come la figlia di Fred Lena Ballinger (Rachel Weisz) sposata con il figlio di Boyle che la lascerà per un’altra donna, una che “fa il lavoro peggiore di tutti”, la pop star.

Quello tra padre e figlia non è un rapporto reciproco né semplice, la semplicità resta fuori dallo schermo di Sorrentino. Tutto è relativo, sembra un mantra da ripetersi di continuo, perché niente è netto e dunque non può apparire tale davanti all’obiettivo. Fred confessa all’amico che non ricorda più i genitori e si rammarica che un giorno la figlia si scorderà di lui, “sforzi immani per risultati modesti”. Ma Lena ha un’altra idea del padre, l’idea di un uomo poco presente, che ha vissuto per la musica e per i suoi amori passeggeri tradendo e ferendo la madre, unico riferimento della famiglia, e mentre componeva e donava al mondo la musica, alla sua famiglia non chiedeva altro che silenzio.

Ed ecco l’emissario della regina d’Inghilterra che chiede a Ballinger di dirigere ancora una volta un’orchestra che suoni le sue Canzoni semplici. “A tutti è capitato un momento di leggerezza”, gli dirà poi l’attore Jimmy Tree (Paul Dano), quelle canzoni semplici, il prodotto più frivolo della sua carriera (ma Sorrentino ci mostrerà che le cose sono ben diverse da come appaiono) lo perseguitano, come Jimmy Tree è perseguitato dal suo personaggio più famoso, un robot in cui “non si vedeva nemmeno la mia faccia” (un vago ricordo di Birdman torna alla mente). Jimmy è lì per preparare il suo prossimo personaggio e partecipa alle vacanze estive di quegli improbabili compagni, osservandoli e carpendo da ognuno di loro lo spirito con cui vivere la sua prossima prova.

L’arrivo di Brenda Morel (Jane Fonda), che rifiuta di recitare nel film di Boyle accusandolo di essere ormai vecchio e stanco e di produrre nient’altro che lavori senza alcun valore, scuote l’equilibrio di tutti, mina le poche certezze che ogni personaggio aveva nella sua vita e che noi spettatori avevamo potuto cogliere da ciò che ci avevano mostrato fino a quel momento. 

Una schiera di personaggi che, di fronte ai protagonisti che possiamo rappresentare come statue di marmo, potremmo considerare come bassorilievi realizzati da Sorrentino, perché hanno un loro movimento che è il rientrare e creare un pieno visivo tanto quanto un vuoto di vertigine, si ripresenta quotidianamente a dare umanità al ciclo giornaliero della vita, e al tempo stesso a sottrarla mostrandosi come figurine che di vitale hanno ben poco, o hanno troppo. Considero solo la giovanissima ragazza che si occupa dei trattamenti di Fred, lei “non ha nulla da dire”, fa i suoi massaggi e la si vede poi in camera davanti ad un televisore, mentre segue i passi di uno dei tanti dischi di dance ormai diffusi in ogni casa: un cortocircuito umano prevale, c’è più vita o più esistenza? Si può essere vecchi anche da giovani?

Infine, ma ugualmente fondamentali, i personaggi che Sorrentino ha creato come pitture parietali, sono lo sfondo, la fauna umana silenziosa dei tanti corpi “normali”, sfatti, decadenti, butterati, che popolano l’albergo, che si schierano (eviterò di ricordare il Satyricon di Fellini, nome che troppo spesso viene ripetuto quando si pensa a Sorrentino) in immagini corali di grande effetto visivo.

L’apatico Fred Ballinger, per il quale la vita non ha più molta importanza e che ripete costantemente all’amico “Le emozioni sono sopravvalutate”, è in realtà un uomo ben diverso da come appare, perfino a se stesso. Mick Boyle ha solo il suo lavoro, che è il suo lascito ed è sé stesso, non ha nient’altro. È possibile cambiare la propria vita a ottant’anni? Come sempre Sorrentino ci lascia tante domande e nessuna risposta, o poche, per la verità, in un film percorso sottilmente dalla morte, anche se in misura minore di fronte ai suoi precedenti film.

Invito chi aveva lasciato il cinema con tristezza e pessimismo a guardare al film con un altro spirito, Sorrentino ha realizzato una pellicola tanto densa che in poche righe ho potuto comunicarne appena la superficie.

Sorrentino e la sua Giovinezza