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Eroica Fenice

Suburra, di Stefano Sollima

Suburra:

nome proprio (latino Subura o Suburra, di etimo ignoto) di una zona di Roma antica compresa tra i colli Quirinale, Viminale, Celio e Oppio, che alla fine della Res publica era diventata un quartiere popolare di piccoli commercianti, gente di malaffare e sede di postriboli; di qui la parola è passata, in usi letterari o elevati, a indicare i quartieri più malfamati di qualsiasi grande città e la gente che vi abita: “alla libidine atroce Ogni strada era suburra ” (D’Annunzio).

Il film di Sollima

inizia con un countdown: manca una settimana all’Apocalisse, prevista per l’uggioso 12 novembre 2011, data che, storicamente, corrisponde alla caduta di Silvio Berlusconi (che eppure non viene nemmeno citato per l’intera durata della pellicola) e che, nonostante l’inesattezza, viene fatta coincidere anche con il giorno delle dimissioni di Papa Ratzinger, avvenute in realtà l’11 febbraio 2013.

Roma, dodici novembre 2011, ore 21.42, palazzo del Quirinale: Silvio Berlusconi non è più il presidente del Consiglio. Ha consegnato le sue dimissioni nelle mani del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Un atto formale che segna al tempo stesso la fine del berlusconismo (18 anni), dell’esperienza governativa più longeva dal secondo dopoguerra ad oggi (1284 giorni) e, soprattutto, della Seconda Repubblica. Al Colle si lavora in silenzio. Fuori è il tripudio.” Così scrisse ai tempi il giornalista Pierluigi Giordano Cardone su Il fatto quotidiano

“Suburra”, di Stefano Sollima, ispirato al romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, diventa una sorta di documentario romanzato di quei momenti, di quella “Apocalisse” italiana e non solo. Non ci fornisce suggestioni sulla rinascita dalle macerie di un mondo appena arso, ma ci descrive con tutti i pregi di un italianissimo noir la disfatta – politica, religiosa, morale. Disfatta che si prospetta come un epilogo, inesorabile ed inevitabile.

Scriverà Massimo Recalcati: “Il carattere epocale di una figura come quella di Silvio Berlusconi non consiste nell’azione di governo che ha caratterizzato la sua missione politica, ma nel come la sua persona abbia suggellato paradigmaticamente l’equivalenza ipermoderna tra Legge e godimento. Non solo i suoi cosiddetti comportamenti privati  ma, in modo assai più emblematico, la sua stessa azione legislativa (vedi, per esempio, le cosiddette leggi ad personam) svelano come il massimo rappresentante della vita dello Stato miri alla realizzazione del proprio godimento situato non come capriccio estemporaneo ma come il diritto inscritto nella funzione istituzionale che egli ricopre.”

La morte dei Padri

La caduta del Presidente del Consiglio, la caduta del Papa, sono i maggiori esempi dell’evaporazione della figura del Padre in epoca ipermoderna. Una figura che non costituisce più un limite al godimento (come “il volto ancora rassicurante dei Padri della Prima repubblica”), ma che del godimento fa un esercizio illimitato.

Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), uno dei personaggi di “Suburra”, è un politico corrotto, coinvolto nei giri della droga e della prostituzione. Si comporta esattamente come un “piccolo Berlusconi”, incarna la civiltà del vuoto e della lussuria, le sue azioni sono rette dalla convinzione di liberazione promessa dal discorso del capitalista. Se la nostra è l’epoca del tramonto del padre, dell’elemento ordinatore nel quale ci si identificava, “rimane solo il soggetto diviso, (privo di un tratto identitario unario, ndr), alla ricerca di oggetti di godimento; (Psychiatry On Line Italia).

È una pellicola, quella di Sollima, la cui narrazione è impregnata dell’inconsistenza di qualsiasi rapporto di potere, di amicizia: nessuna Legge, tranne quella dell’Amor Proprio, della soddisfazione autistica; la stessa legge che riduce ogni uomo ad essere fondamentalmente solo, che lo spinge a compiere atti vili (cupi e frustranti, come la pioggia che continua a scrosciare per l’intera durata del film), ricadendo in una spirale mortifera e senza fine. Tutti i personaggi, seppur diversi, peccatori di disparati gironi dell’Inferno, si trovano a condividere il medesimo destino, proprio quello che accomuna l’uomo ipermoderno del godimento.

C’è una figura di padre, nel film, che permane: quella di Samurai (Claudio Amendola), il boss erede della Banda della Magliana. Una figura autoritaria che non rappresenta il popolo ma che ne impersona perfettamente la depravazione e lo sbandamento. Sembra essere a capo di tutta la suburra romana, non a caso il termine samurai deriva da bushi, letteralmente “colui che discerne tutto, l’illuminato”. Egli sa, conosce molte cose, per questo viene temuto. Il Samurai spesso si scontra col più giovane criminale Numero 8 (Alessandro Borghi), ricordandogli spesso come egli sia molto diverso dal suo defunto padre. Ecco che questa figura torna, seppur in maniera fantasmatica, simbolica, come un qualcosa che non esiste più e non riesce ad essere soppiantata. Eppure “Te eri, io sono!” gli urla Numero 8. C’è in ballo, comunque, qualcosa che li accomuna: un progetto, un sacco di soldi, il sogno di costruire una Las Vegas ostiense. Ulteriore esempio dell’appagamento sconfinato. Non si edificano più templi, si idolatrano nuovi déi, ci si scava da sé le proprie tombe.

Anche la storia di Sebastiano (Elio Germano), PR alquanto anonimo la cui figura è sicuramente, tra tutte, quella che meno emana potere, si delinea a partire dal suo legame col padre, dal suicidio di quest’ultimo, evento che lo costringe ad entrare nella realtà, apparentemente distante anni luce dalla sua, della famiglia Anacleti, quegli “sporchi zingari” i quali pian piano hanno acquistato la loro identità malavitosa che li spinge adesso a pretendere una fetta della grande torta del giro di denaro della criminalità organizzata.

Ma ci sono anche le donne. C’è Viola, “la tossica”, amante di Numero 8. Sabrina, la prostituta d’alto borgo. Ci sono le madri: quella di Samurai, e la moglie di Malgradi, che si limitano ad aspettare i loro uomini a casa, forse realmente all’oscuro della vita che essi conducono, salvo poi venirne loro malgrado coinvolte. C’è spazio almeno per la loro fragilità, per l’amore, anche se poco.

E’ tutto un gioco di contrasti e di accostamenti:

i candidi marmi di Roma sono inesorabilmente bagnati e anneriti dal temporale, le poche luci tutte rifratte dall’acqua. C’è spazio per gli atti osceni sia di notte che in pieno giorno, mentre sempre più confusa diventa la ruota degli alleati e ciò che dovrebbe essere taciuto trova sempre il modo per risalire a galla. Si perde continuamente, nei rivoli delle pozzanghere, il confine tra innocenti e improbi, tra vittime e carnefici. C’è la Roma ecclesiastica in combutta con la Roma criminale. C’è Benedetto XVI che confida le sue intenzioni di rinunciare al Ministero Petrino mentre, in Parlamento, uno dei tanti politici in giacca e cravatta urla a gran voce cheQuesta nave non affonderà… e invece è solo l’inizio della fine: dell’Apocalisse, appunto.

“Suburra” è il secondo lungometraggio di un regista, figlio d’arte, che ha sposato la narrazione di impronta gangster e noir già nei suoi precedenti lavori (si ricordino in particolare le serie “Gomorra” e “Romanzo Criminale”). Soggetto e sceneggiatura sono firmati dagli autori del romanzo insieme a Stefano Rulli e Sandro Petraglia. “La scelta del genere, un western metropolitano, ci ha svincolato dalla cronaca e ci ha permesso un discorso universale” ha affermato Sollima. Questa è, infatti, un’opera che vuole rimanere attuale sempre. Di certo è un grande esempio di cinema italiano, impegnato, non banale, che si eleva rispetto al piano delle fiction di genere. Ottime le interpretazioni dei veterani, lasciano un po’ a desiderare quelle dei più giovani. Un piccolo disappunto: la parlata in romano stretto, seppur caratteristica, risulta a tratti difficilmente decifrabile.