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Eroica Fenice

The Danish Girl, due storie di coraggio

Ispirato all’omonimo romanzo di David Ebershoff del 2001, The Danish Girl narra il processo di transizione da uomo a donna del danese Einar Wegener, il primo transgender riconosciuto della storia. In realtà il film di Tom Hooper si sviluppa con più profondità specialmente nella sottotrama, ossia nella celebrazione dell’amore che lega il protagonista a sua moglie Gerda, e del sostegno e dell’appoggio che la donna mantenne per tutta la sua vita durante il difficile percorso, che allora era considerato altamente sperimentale.

Lo sfondo è l’Europa degli anni ’20, una Copenhagen vista dagli occhi della società mondana, ed è in questa ambientazione che Einar si trasforma nel suo alter ego Lili, un’identità alla quale si sentirà appartenere a poco a poco sempre di più. Interpretato dall’attore inglese Eddie Redmayne, vincitore di un premio Oscar l’anno scorso per avere vestito con bravura genuina i panni dell’astrofisico Stephen Hawking in La teoria del tutto, Einar è un pittore paesaggista di discreto successo, che condivide la sua arte con la moglie Gerda, anch’ella pittrice. Conosciutisi giovanissimi durante gli studi all’Accademia di Belle Arti, Einar e Gerda sono presentati nel film come una coppia complice, anche sessualmente, ed è proprio questa intesa che si respira come protagonista per buona parte di The Danish Girl, un’intesa che rimane nonostante Einar scopra e senta ad un certo punto di non essere se stesso in un corpo e nei vestiti di un uomo, di avere negato il suo vero io; infatti il rapporto vissuto tra i due nel film permette di spostare lo sguardo verso la capacità dell’attrice Alicia Vikander, che con maestria e solidità riesce a tenere testa alla forza della vera Gerda, cementata dall’amore puro che ella prova per lui, nonostante il cambiamento anche, ed inevitabilmente, della loro relazione.

The Danish Girl è anche la storia di un’altra donna

Ciò che porta ad emergere la sensazione in Einar di essere donna in un corpo sbagliato nasce da un irrisorio pretesto: Gerda chiede al marito se può aiutarla a completare un quadro di una donna posando per lei ed indossando calze e scarpe che Einar inaspettatamente non sente estranee; l’espressione di Einar tradisce una familiarità che rivela già dalla prima scena un’inadeguatezza improvvisa, quella del sentirsi diversi, del mettere a tacere l’essenza di ciò che si è realmente, per paura sociale, mentale, “oltraggioso”, così come lo stesso Einar definisce ad inizio film il vestire i panni di qualcuno che sia l’opposto di quello che si è, o meglio di come gli altri ci vedono. L’iniziale gioco di ruolo però metterà in moto la storia, che ci racconta come invece il protagonista arriva a dare ascolto a questa voce e dandosi con coraggio l’occasione di mutare, ed affrontare il cambio di sesso, uno dei primi, e proprio per questo rischioso dal punto di vista medico. In un primo momento, il dolore della non accettazione porta a confortarsi in una vera e propria doppia personalità, tanto che Einar parla di Lili in terza persona, che la psicologia più tradizionale di allora considerò schizofrenia, e che, come era norma, tentò di correggere la sua transessualità. Il turbamento che i due vivono, un turbamento che anche in questo caso non è solo del protagonista, non è essenzialmente emotivo, dovuto all’affioramento di una latente omosessualità, ma soprattutto del corpo, che appare nei quadri come fosse realtà, un corpo immaginario e voluto che è aspirazione, ricerca e tempio del vero animo.

La casa nella quale i protagonisti vivono e si confidano, gli esterni dove Lili sente il bisogno di auto manifestarsi, sono fondamentali grazie ad una eccezionale fotografia e scenografia cromatica.

Lili è così Einar, ed Einar Lili, ed entrambi sono Redmayne; è grazie alla sua bravura e credibilità che si può parzialmente apprezzare The Danish Girl. Il dramma e il sentimento d’avanguardia che la storia del primo transgender offre, è qui una storia di coraggio, sacrificio e anche d’amore, che rappresentano sicuramente i punti focali del film. Infatti Hooper nella resa registica sembra compiere un passo indietro rispetto a Il Discorso del re o Les Misérables, poichè non riesce fino in fondo a dare concretezza al rinnovamento ideologico e storico della vicenda, e ciò che comportò per la società moderna.

Ilaria Casertano

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