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Eroica Fenice

La categoria Fotostorie contiene 28 articoli

Fotostorie

San Martino: Il rosa e il grigio

Rosa come la bicicletta appoggiata ad un muro che affonda le sue crepe nel bianco. Grigio come la panchina che attende, all’ombra di balconi fioriti, “gnora” Titina che nel punto più caldo del meriggio sfrega con forza i panni al lavatoio. Rosa e grigio. Grigio e rosa. San Martino è l’odore di mille contrasti, l’apostrofo in neretto tra vecchio e nuovo. Lo vedi per le strade con gli edifici che non si affiancano. “Si tozzano”. Color pastello i più, gli altri, scavati nella roccia, non si vergognano a mostrare rughe e cartelli “affittasi” fin troppo polverosi. Lo intuisci in quella religiosità eccessiva che con un sospiro in più è quasi eresia. Lo accarezzi nelle parole di abitanti sempre con la valigia in mano, ma con le radici troppo salde per andare via. Lo respiri osservando l’anfiteatro in cui la storia della canzone italiana ha concesso più e più volte il bis, usato ormai solo come rifugio da giovani amanti clandestini. Ma questo contrasto, questo apostrofo è così armonioso e insolito nel suo insieme da lasciare il segno. Un segno silenzioso che si fa sentire quando torni a casa e vieni accolto dal caos della città. E ti manca inevitabilmente il rosa. E ti manca dannatamente il grigio. – San Martino: Il rosa e il grigio –

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Napoli è anche questa

Ma Napoli è anche questa: nu sacchett’ mmiezo ‘o mare e immondizia alle comunali A Napoli puoi vedere quattro persone senza casco su di un solo motorino e se sei grasso tanto meglio. Perché a Napoli sulla vespa ci si va a pancia piena, in canotta e ciabatte, con la moglie anche lei grassa e i figli ancora più grassi. Napoli è pioggia all’improvviso su una barca senza remi, respiro dopo l’attesa, è poesia in ogni angolo A Napoli ti puoi permettere di amare, amare smisuratamente, senza pretese. Perché a Napoli si fa l’amore con un bacio e ci si ubriaca soli in una macchina. Perché Napoli è il paese dei disperati e quando arrivi, resti, perché siamo tutti disperati e se quel mondo sanguina inizi a sanguinare anche tu insieme a lui. Napoli è una piazza di droga a cielo aperto, una giostra nel Bronx, un pennarello colorato in mano ad un bambino A Napoli devi accendere i tergicristalli per non farti lavare i vetri dai neri della camorra che si buttano come moscerini sulle auto. Perché a Napoli impari a guidare, a non stare attento ai carabinieri, a girare con due euro nelle tasche. Napoli è una puttana con gli occhi belli, un parto silenzioso di luci, un letto di vulcano A Napoli c’è odore di panni stesi ovunque, le signore napoletane puliscono con devozione. A Napoli se cammini per i quartieri, devi alzare gli occhi verso quel riquadro di cielo tra i palazzi: tante bandiere profumano di fresco. Perché Napoli è un fiore che puzza di strada, una strada piena di fiori, profumo che da fastidio ma ne hai bisogno. Napoli è un sorriso ricambiato, il sole tutti i giorni, il mio cane eterno accanto al mare.     Heather Iermano          

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San Martino, la Certosa del silenzio

La Certosa di San Martino, ben visibile dal basso della città ma dalla facciata nascosta agli occhi del visitatore, appare come un luogo senza tempo in uno spazio definito. La memoria – o le memorie – del posto, custodite da secoli di storia, sono frammenti vissuti e raccontati da personaggi noti – o meno noti – di tutti i giorni, che, solo sussurrando alcuni episodi storici, sotto i porticati della Certosa, danno vita ai silenziosi fantasmi del passato. San Martino, la certosa del silenzio. Parole che riecheggiano nel silenzio imperscrutabile del chiostro, un silenzio controllato da alcuni cranii di marmo coronati da foglie d’alloro eseguiti dal grande Cosimo Fanzago e sistemati lungo un perimetro quadrilatero sopra una balaustra marmorea, spazi in cui è racchiuso il cimitero dei monaci, testimoni del tempo che è passato, ammonitori dell’esaltazione dello spirito sulla materia, nel passaggio obbligato dalla vita alla morte. Appena fuori da questo luogo sorge una metropoli che pullula di gente proveniente da culture e religioni diverse, “Napoli”, un agglomerato multietnico dalla storia millenaria in continua e costante trasformazione che respira i disagi quotidiani di migliaia di persone in mille modi diversi: sempre in bilico tra il bene e il male; tra la vita e la morte; tra il desiderio di una vita migliore e la certezza di vivere la vita di sempre; tra la voglia di restare e quella di partire; tra la voglia di perdere qualcuno o qualcosa e quella di trovarli; tra la voglia di amare e quella di odiare; tra il desiderio di accettare e quello di rinunciare: tutti sentimenti legati ad una Città che offre se stessa, senza nascondere alcun aspetto bello o brutto che sia… tutto mentre nella Certosa di San Martino, dall’alto, continua da secoli a regnare il silenzio, in un’atmosfera immutata nel tempo.

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Astolfo

Quando tutto il Resto finirà, noi rimarremo E balleremo la Canzone degli Infiniti Mondi.   Quando avrò Ali d’oro Lascerò il mio corpo disteso sulla nuda terra E tornerò nelle Alte Sfere. Avremo coscienza del Vuoto   e saranno vere tutte le Immagini:   le Mie. Del Vuoto sarai tu il Pieno   Tu, celeste e verde, tutto nero, Tu e i tuoi Vuoti, i tuoi Pieni, La fossetta sul tuo petto, dove si attaccano le scapole La vena dal colletto – nel quadrato sbottonato – che si vede e non si vede l’ossicino del tuo fianco, accanto all’ombelico… Ho cercato il mio cuore in lungo e in largo A pezzi sulla Luna Ho trovato un tuo bottone, la curva del tuo naso, Le care ginocchia, Le mani amate, Un sapore di frittata, Un’Alba tutta bianca…   Ho riempito un alambicco – vuoto – con scritto “Pianto“.  E quando tutto il resto finirà noi rimarremo E balleremo la canzone degli Infiniti Mondi. Astolfo – Eroica Fenice

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Tempo, quello che abbiamo e quello perso

  Credo che il problema tra di noi sia stato il tempo. Se solo avessimo avuto la nostra attuale età, quarant’anni fa, allora, forse, avremmo avuto il coraggio di amarci. Saremmo andati a teatro ed Eduardo De Filippo ci avrebbe detto “che tutto ha inizio sempre da uno stimolo emotivo”. Tra un sorriso e l’altro, quelli di buon cuore, Troisi ci avrebbe sussurrato che “a posterori puoi dire se hai amato o no…perchè mentre lo provi non lo riconosci!”. I Beatles ci avrebbero gridato “Hey, ragazzi, prendete una canzone triste e rendetela migliore!”. Guardati intorno adesso: i neomelodici uccidono la musica, propinandoci l’amore come un susseguirsi di smielate e vuote parole, senza alcuna sintassi di sentimenti onesti. I film di Natale infangano le belle risate, quelle di un certo spessore e di altissima semplicità. I teatri sono così vuoti da sentirne l’eco di un passato che è troppo passato. Non posso amarti perchè non so l’amore, perchè non c’è chi me lo racconta, perchè non c’è più nessuno che mi dica “Ne vale la pena!”. Perchè la terra trema e tremo anche io davanti a te. C’è gente che perde tutto ogni giorno. Anche la voglia di vivere. Noi abbiamo perso l’opportunità di scoprire un mondo che ci avrebbe fatto trovare ora il coraggio di salvare qualcosa. Ecco perchè non è il nostro tempo. Ti amo così tanto che non posso amarti in questa Italia, non in questo tempo, mai potrei amarti oggi! Roberta Magliocca

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Mare, nonna e supersantos

Quando si è bambini il mare è come un’immensa vasca: non si concepisce il reale pericolo incombente dalle sue profondità, dalla violenza che scaturisce dalla sua forza. … Di corsa Carlo scendeva verso il bagnasciuga, per nulla intimorito dalle urla della nonna che lo richiamava a sè dalla sommità della spiaggia. Il mare per Carlo era l’Estate, la voglia di vivere liberamente senza la noia della scuola, con la sola preoccupazione che ogni giorno sarebbe finito con i lampioni che s’accendono nei giardini pubblici. Ogni giorno la Casa si risvegliava al pensiero di prepararsi per scendere verso il Mare, quell’infinito lago d’acqua salata. Ogni giorno i soliti pensieri con le ovvie accortezze verso le merende, l’acqua da bere abitualmente dimenticata nel congelatore il giorno prima, i nonni che volevano andare in un posto i nipotini in un altro, i litigi per l’asciugamano più bello, per il cappellino che voleva essere dimenticato nella cameretta, sul letto semplicemente disfatto. Carlo però aveva una voglia di mare diversa dagli altri: Zio Giovanni aveva promesso al nipote di portarlo sulla sua barca, quella che Carlo immaginava solcasse le onde verso sempre nuove avventure. Carlo non sapeva nuotare e zio Giovanni gli disse che sarebbe salito sulla barca con lui solo quando, bracciata dopo bracciata, avrebbe saputo sconfiggere la corrente. Ci provava sempre Giovanni, ma nulla: era troppo difficile, lui era troppo piccolo e poco forte, ma non mollava. Pian piano, col tempo, imparò solo a galleggiare; fu contento quando capì come fare “il morto”: sentiva che mancava poco per riuscire a nuotare, ad imparare a farlo da solo. Anni dopo, quando erano passate molte Estati, lanciò il suo Supersantos dalla riva; purtroppo il vento era forte, troppo per il pallone troppo leggero, che fu scaraventato oltre il “dove si tocca”, più lontano dal punto in cui Carlo poteva raggiungerlo camminando sul fondo. Il Mare stava per mangiare il suo pallone. Carlo inghiottì il “polpo”  che s’era formato in gola, iniziò a camminare dapprima, si lasciò andare poi, e piano piano cercò d’imitare le rane con le quali aveva giocato praticamente in ogni suo pomeriggio libero. Arrivò a toccare la palla con la punta delle dita, che sfiorata accennò ad allontanarsi. Carlo non voleva lasciarla al Mare. Con un ultimo sforzo, uno slancio in avanti ed una bracciata in più, riuscì ad afferrare il suo pallone e cingerlo tra le braccia: poteva riposarsi. Si girò lanciando uno sguardo alla spiaggia, la nonna si sbracciava come non aveva mai fatto, ma lui sorrise: era contento perché aveva nuotato. In quel momento, con la nuova conquista tra le mani, Carlo si rattristò, perché il suo pensiero andò allo zio che da qualche estate non c’era più. Alzò la testa, guardò il cielo e con una lacrima disse tra sé e sé “Ora potrò andare in barca per Mare”. Mare e supersantos

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Tra i comignoli di Gaudì

Barcellona è vivacità, musica e colori. È vento di mare, pianura e colline. È ricchezza di cibo ed esplosione di colori nel mercato della Boqueria. È artisti di strada e turisti su Le Ramblas, fitte stradine del centro storico, la cattedrale gotica e il lungomare futuristico. Barcellona è giovinezza e storia, creatività e divertimento. È città multiforme e in continuo fermento e trasformazione. È città dall’identità duplice, con la sua essenza di porto mediterraneo, e quella di centro economico contemporaneo che nulla ha da invidiare a metropoli europee come Londra e Berlino. Ma Barcellona è soprattutto Antoni Gaudì, il genio che trasformò il suo profilo estetico e culturale a partire dalla fine dell’800; da allora la città si identifica perfettamente con quell’architettura eclettica e unica al mondo fatta di forme sinuose e stravaganti, pavimenti curvi, colori sgargianti, guglie ed edifici imponenti e – a volte – incompleti come la Sagrada Familia. Barcellona è prendersi per mano passeggiando e perdendosi nell’atmosfera surreale della Pedrera, tra i comignoli di Gaudì che sovrastano la città. – Tra i comignoli di Gaudì –

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Propémptikon

Fa’ che il tuo viaggio sia lungo, e non voltarti mai indietro. Punta al Sole, così che ti accechi ché quando chiuderai gli occhi ti sembrerà di avervi imprigionato stelle. Se ti sembrerà che ti abbia lasciato in un silenzio troppo grande Non chiamare. Abbandona le zavorre: ricorda che perdi solo se lasci qualcosa di prezioso. Vesti di cose leggere: tu hai già peso. Fatti accogliere, come un naufrago, ma non dimenticare mai da dove vieni. Ricorda che non ti confonderai mai abbastanza. Non illuderti che non ti trovino quei tuoi fantasmi, Non illuderti che dimenticherai Ma per quel giorno, probabilmente, avrai abbastanza rabbia per non amarli più. Propémptikon-Eroica Fenice

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Sorrento. Coriandoli di meraviglia

Hai dato un buongiorno con un filo di voce. Hai comprato Siddharta. Hai ricambiato un sorriso. Hai barato facendo un solitario. Hai ascoltato un pianissimo meraviglioso di una sinfonia. Ancora non hai capito se re Artù sia esistito realmente o meno. Ti sei vista descritta nelle parole di un amico. E ti sei piaciuta. Hai bevuto un caffè pessimo ma in ottima compagnia. Hai deciso di conservare le lacrime per qualcosa per cui valga davvero la pena piangere. Come per una separazione da una persona cara o per i saldi da Desigual. Ma le risate quelle non le trattieni. Anche per le stronzate sei disposta a dispensarne a iosa. Ancor prima che davanti agli occhi, hai già Berlino nei pensieri. Hai lui davanti a te. E decidi che da quelle mani mangerai vita, berrai anima. Hai tanto e non senti di dover ringraziare nessun Dio per questo. Forse te lo meriti. Forse no. Forse non t’importa saperlo. Hai una penna tra le mani e un cielo sopra di te a dettarti parole, pause… silenzi. Hai dato un buongiorno con un filo di voce. Hai dato la buonanotte col pensiero di un sogno. Roberta Magliocca – Sorrento. Coriandoli di Meraviglia – – Sorrento. Coriandoli di meraviglia – 

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Estate: il sapore di un’ardente passione

Un’ardente passione. Ecco cos’era. Un fuoco inestinguibile, inesauribile, indomabile; una pazzia, una follia si diceva, qualcosa di indicibile, inesprimibile, inappagante; una passione insaziabile; una smania, un desiderio, una frenesia. Un’ardente passione senza respiro, come l’aria che avvolge gli amanti d’estate negli assolati pomeriggi. I baci, le labbra rosse, il loro sapore, i grandissimi occhi scuri, la delicata voluttà, il tenue incarnato, l’elegante seduzione, il desiderio d’amore. Il tocco lieve delle sue mani, le sua carezze, tra il canto delle cicale ed il canto del vento lieve e leggero, che le notti d’estate il Cielo regala.L’amore era vita e non ne soffriva.Era lei la fiamma che ardeva nel lume della sua anima. -Estate: il sapore di un’ardente passione-

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