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Eroica Fenice

Mare, nonna e supersantos

Quando si è bambini il mare è come un’immensa vasca: non si concepisce il reale pericolo incombente dalle sue profondità, dalla violenza che scaturisce dalla sua forza.

… Di corsa Carlo scendeva verso il bagnasciuga, per nulla intimorito dalle urla della nonna che lo richiamava a sè dalla sommità della spiaggia. Il mare per Carlo era l’Estate, la voglia di vivere liberamente senza la noia della scuola, con la sola preoccupazione che ogni giorno sarebbe finito con i lampioni che s’accendono nei giardini pubblici.

Ogni giorno la Casa si risvegliava al pensiero di prepararsi per scendere verso il Mare, quell’infinito lago d’acqua salata. Ogni giorno i soliti pensieri con le ovvie accortezze verso le merende, l’acqua da bere abitualmente dimenticata nel congelatore il giorno prima, i nonni che volevano andare in un posto i nipotini in un altro, i litigi per l’asciugamano più bello, per il cappellino che voleva essere dimenticato nella cameretta, sul letto semplicemente disfatto.

Carlo però aveva una voglia di mare diversa dagli altri: Zio Giovanni aveva promesso al nipote di portarlo sulla sua barca, quella che Carlo immaginava solcasse le onde verso sempre nuove avventure. Carlo non sapeva nuotare e zio Giovanni gli disse che sarebbe salito sulla barca con lui solo quando, bracciata dopo bracciata, avrebbe saputo sconfiggere la corrente.

Ci provava sempre Giovanni, ma nulla: era troppo difficile, lui era troppo piccolo e poco forte, ma non mollava. Pian piano, col tempo, imparò solo a galleggiare; fu contento quando capì come fare “il morto”: sentiva che mancava poco per riuscire a nuotare, ad imparare a farlo da solo.

Anni dopo, quando erano passate molte Estati, lanciò il suo Supersantos dalla riva; purtroppo il vento era forte, troppo per il pallone troppo leggero, che fu scaraventato oltre il “dove si tocca”, più lontano dal punto in cui Carlo poteva raggiungerlo camminando sul fondo. Il Mare stava per mangiare il suo pallone.

Carlo inghiottì il “polpo”  che s’era formato in gola, iniziò a camminare dapprima, si lasciò andare poi, e piano piano cercò d’imitare le rane con le quali aveva giocato praticamente in ogni suo pomeriggio libero.

Arrivò a toccare la palla con la punta delle dita, che sfiorata accennò ad allontanarsi. Carlo non voleva lasciarla al Mare. Con un ultimo sforzo, uno slancio in avanti ed una bracciata in più, riuscì ad afferrare il suo pallone e cingerlo tra le braccia: poteva riposarsi.

Si girò lanciando uno sguardo alla spiaggia, la nonna si sbracciava come non aveva mai fatto, ma lui sorrise: era contento perché aveva nuotato.

In quel momento, con la nuova conquista tra le mani, Carlo si rattristò, perché il suo pensiero andò allo zio che da qualche estate non c’era più. Alzò la testa, guardò il cielo e con una lacrima disse tra sé e sé “Ora potrò andare in barca per Mare”.

Mare e supersantos