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Eroica Fenice

Andrés Sepúlveda e l’hacking in politica

Intercettazioni abusive, installazione di spyware, finti account sui social network, mail bombing e sabotaggi informatici. Questi sono solo alcuni dei metodi usati da Andrés Sepúlveda (in foto), hacker colombiano, per favorire un candidato in campagna elettorale.

Ma partiamo dall’inizio. Nel 2005 il fratello maggiore di Andrés lavorava come pubblicista per la campagna elettorale di un partito alleato con l’allora presidente Alvaro Uribe. Un giorno aveva portato con sé il fratello, allora ventenne, che lì aveva violato la rete wi-fi degli uffici e poi il computer di Juan José Rendón, “stratega” della campagna, riuscendo a scaricare discorsi e tabelle di marcia. Rendón lo scoprì, ma al posto di denunciarlo decise di assumerlo per le future campagne elettorali.

Da allora Sepulvéda ha lavorato in campagne elettorali presidenziali in Nicaragua, Panama, Honduras, El Salvador, Colombia, Messico, Costa Rica, Guatemala e Venezuela, sia appoggiando candidati, come nel caso di Enrique Peña Nieto, attuale presidente messicano, sia sabotandone alcuni, come Chávez e Maduro in Venezuela. Ha iniziato con piccoli sabotaggi, come entrare nei siti degli avversari, rubare gli elenchi di email dei sostenitori e bombardarle con contropropaganda e false informazioni, oppure defacciare i siti o mettere in circolo false informazioni a proposito degli avversari politici. Con il tempo, però, è passato a metodi più complessi. Alla fine della sua carriera impiegava una squadra che variava dalle 7 alle 15 persone, esperte di crimini informatici, server affittati all’estero anonimamente con bitcoin e attrezzature che venivano distrutte alla fine del “lavoro”. Sepulvéda, in quanto aveva visto le brutalità della guerriglia di sinistra in Colombia, aveva deciso di appoggiare la destra con ogni mezzo, anche non lecito.

Andrés Sepúlveda: come usare l’hacking per le elezioni

I suoi metodi includevano installare spyware sugli smartphone degli avversari per effettuare intercettazioni, entrare nelle email per ottenere informazioni strategiche, installare spyware sui computer usati nelle campagne elettorali per ottenere discorsi e tabelle di marcia nello stesso momento in cui l’avversario le creava, e reindirizzare i siti degli avversari politici su siti fasulli contenenti informazioni problematiche per loro (ad esempio evidenziando le radici uruguaiane di una candidata in Messico, poi ritiratasi a causa delle limitazioni imposte dalla legge messicana su candidati stranieri). Ma usava anche metodi più creativi, come un software da lui creato, Social Media Predator, per controllare oltre 30,000 bot su Twitter, per manipolare le discussioni, influenzare i temi di cui si discuteva prima delle elezioni e creare false ondate di consenso o dissenso. Oppure erodeva il consenso degli elettori degli avversari: ad esempio ha creato falsi profili di omosessuali che appoggiavano un candidato cattolico e conservatore, che ha per questo perso dei voti, oppure ha fatto fare delle telefonate in massa alle tre di notte per promuovere un candidato di sinistra la notte prima del voto. Ovviamente alcuni elettori hanno pensato che l’idea fosse del candidato e non hanno votato per lui, che ha perso per poco alle elezioni.

Quando il “lavoro” era finito Andrés Sepúlveda cancellava tutte le tracce, distruggendo fisicamente i supporti e i dispositivi con i quali aveva lavorato. O meglio quasi tutto: conservava sempre delle prove, che affidava a persone fidate, da usare come “assicurazione” per evitare problemi.

Ma questo non gli ha evitato l’arresto. Nel 2014 in Colombia Juan Manuel Santos, successore di Uribe, ha intavolato delle trattative di pace con le Farc per far cessare il conflitto. Rendón, mentore di Sepúlveda, lavorava per il suo team e avrebbe voluto che Andrés lavorasse ancora con lui. Ma Sepúlveda ha visto la proposta di pace per le Farc come un “tradimento politico”, ed ha iniziato a lavorare per Oscar Iván Zuluaga, avversario di Santos e oppositore delle trattative con le Farc. Un mese dopo Sepúlveda è stato arrestato a Bogotá dalle teste di cuoio. Coincidenze?

È stato condannato a dieci anni per spionaggio, hacking e altri reati. Due volte hanno tentato di ucciderlo e ora è in isolamento costante, controllato dalle guardie ogni ora, in una cella a prova di bomba. Quando deve essere trasportato in procura è scortato da un convoglio armato e con misure di disturbo per cellulari ed eventuali bombe controllate da remoto. Attualmente sta collaborando con la magistratura locale per cercare di ottenere uno sconto di pena e sembra che stia usando una versione modificata dei suoi software per contrastare l’attività sui social di affiliati ai cartelli della droga e a Daesh. Tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui (secondo le dichiarazioni di Andrés Sepúlveda e le prove da lui fornite) non commentano o dichiarano di non aver mai avuto a che fare con lui, o di averlo assunto solo per scopi legali. Per ora ha svelato un lato oscuro della politica, e si spera che le misure di protezione in atto bastino a proteggerlo da ritorsioni.

Francesco Di Nucci

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