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Aokigahara, la foresta giapponese dei suicidi evi

Aokigahara, la foresta giapponese dei suicidi

La chiamano anche Jukay, mare di alberi, poiché osservandola dall’alto appare come un oceano. Impenetrabile al vento, è quieta e silenziosa, con onde di rami e gocce di foglie. Impenetrabile ai raggi del sole, è coperta dall’ombra, dalla frescura del buio, dal silenzio della morte.

Aokigahara è il luogo in cui si verificano più suicidi in Giappone, il secondo al mondo dopo il Golden Gate Bridge negli Stati Uniti. A partire dal 1950 si sono verificati in media 30 suicidi l’anno. Tra il 1988 e il 2003 il numero dei suicidi arrivò a sfiorare le 100 unità l’anno. In tanti ritennero colpevole di questo vertiginoso aumento il bestseller pubblicato nel 1993, dal titolo ‘The complete suicide manual’ (Il completo manuale del suicida) che consigliava ai suoi lettori la foresta Aokigahara come perfetto luogo per porre fine alla propria vita e l’impiccagione come il modo più efficiente. Furono infatti ritrovati decine di corpi impiccati ai rami, con ai piedi, abbandonato nel terreno, il manuale del suicidaIl fenomeno, con il trascorrere del tempo, ha visto aumentare la sua portata: nel 2010 sono stati 247 i tentativi di suicidio tra gli alberi giapponesi. Tra i metodi favoriti: l’overdose da farmaci e l’impiccagione.

Aokigahara, tra realtà e leggenda

Una realtà macabra non può che far scaturire altrettante macabre leggende. Partiamo dalla realtà, o meglio, dalla storia. Era consuetudine, in tempi antichi e soltanto nelle famiglie con maggiori difficoltà economiche, ‘seppellire in vita’ i propri cari in luoghi appartati, lontani dai villaggi, primo di tutti l’Aokigahara. I membri più anziani delle famiglie venivano dunque accompagnati nei posti più disparati e lasciati lì, alla mercé delle intemperie, della fame e del trascorrere delle ore. La morte, secondo alcuni, li ha poi trasformati in infuriati Yurei, fantasmi di tutti coloro che non hanno ottenuto un’appropriata sepoltura. Ad abitare però l’Aokigahara si crede siano anche i Kodama, spiriti degli alberi che amano imitare le voci dei defunti ed i Jubokko, spiriti degli alberi malvagi, capaci di catturare i passanti e succhiare il loro sangue al fine di mantenersi in vita e sempreverdi. A far rabbrividire è anche la presenza di feticci voodoo appesi agli alberi, spesso crocifissi a testa in giù.

Per coloro che non si lasciano intimidire da leggende o pupazzi stropicciati, rimane però una questione, potremmo dire scientifica, che non ha ancora trovato soluzione. Chiunque entrerà nella foresta, portando con sé una bussola, noterà come quest’ultima smetterà immediatamente di adempiere il suo compito. Secondo alcuni, nel sottosuolo è presente un giacimento di ferro che smagnetizza la bussola. Secondo altri, è solo l’influenza dei defunti a far smarrire i visitatori, portandoli dunque ad una morte per stenti. Rimane però indiscutibile l’alto tasso di suicidi nella foresta dell’Aokigahara, che sembra non arrestare mai la sua crescita.

Dal 2009 la polizia locale, nel tentativo di tenere sotto controllo la situazione, ha istituito una ronda di volontari, che di tanto in tanto va alla ricerca di dispersi e trasporta i cadaveri in un luogo più adatto. Sono stati, inoltre, posti all’ingresso e lungo i corridoi della foresta labirintica, dei cartelli rivolti a coloro che meditano il suicidio, ricordando loro l’affetto della propria famiglia e l’importanza di parlare con uno specialista. L’ultimo tentativo è stato quello di porre sigilli alla foresta in modo da scoraggiare l’ingresso, ma chi vuole farla finita è reso cieco dal dolore. Senza guardare supera l’ostacolo, senza pensare si arrampica ad un albero, si lascia cullare da una corda e muore in una ninnananna d’ombra e di silenzio, nella foresta dei suicidi.