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Eroica Fenice

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Aoshima, l’isola dei gatti

Aoshima è nota come “l’isola dei gatti”, perché in questa remota, minuscola isoletta del Sud del Giappone vivono 120 mici.

Il dato, a primo acchito, non sorprende e non sorprenderebbe affatto, se non lo ponessimo in relazione al numero di abitanti di questo peculiare fazzoletto di terra, circondato dal mare: gli abitanti sono appena 22, tutti pensionati ed ex-pescatori.

L’isola dei gatti: Aoshima

Circa quattro secoli fa, i pescatori di Aoshima (che, allora, si configurava come un villaggio abbastanza ricco e ben organizzato) pensarono di far ricorso al felino aiuto, per liberarsi dai topi, che infestavano impunemente le loro barche.

Beh, diciamoci la verità: questa vicenda sa tanto di “fiaba” e, forse, sia pur sui generis, lo è per i numerosi turisti, appassionati di gatti, che, ogni giorno, sbarcano sull’isoletta, per visitare ed omaggiare le star (o divinità?) feline, offrendo cibo e coccole.

Aoshima, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu caratterizzata da una vera e propria esplosione demografica: ospitò circa 900 rifugiati, con i loro animali domestici. Ma già dopo la fine della guerra, in molti lasciarono l’isola, nella speranza di trovare un lavoro sulla terraferma.

Tuttavia, l’inizio dell’esponenziale incremento delle nascite feline – fenomeno che, appunto, ha fatto guadagnare all’isoletta di Aoshima la definizione antonomastica di “isola dei gatti” – rimonta a non più di una decina di anni fa.

L’isola, invero, non offre granché: non vi sono negozi e bar; non vi sono automobili e attrazioni di sorta. Ma, proprio per questo, i gatti possono spadroneggiare incontrastati, fieri della propria felina libertà. Ma, naturalmente, l’isola ospita un piccolo centro veterinario, che accoglie e cura gli abitanti “miciosi”.

Del resto, il Giappone non s’è mai sottratto al fascino felino!

Si pensi che il Giappone è la patria della famosa (e simpatica? de gustibus…) Hello Kitty, creata, nel 1974, dalla designer Yuko Shimizu e prodotto dall’azienda giapponese Sanrio.

Oppure, si pensi al Maneki Nero (espressione che, letteralmente, significa “il gatto che chiama”), nome di una diffusa scultura giapponese (nota anche come “gatto che dà il benvenuto”, “gatto dela fortuna” e “gatto del denaro”) – realizzata in procellana o ceramica – che si ritiene porti fortuna al proprietario. (Tra l’altro, il Maneki Nero è protagonista di numerose, particolari leggende eziologiche che tentano di spiegarne l’origine, tutt’ora incerta.)

Inoltre, sempre in Giappone è stato messo a punto il Meowlingual, un oggetto elettronico che funge da vero e proprio traduttore per gatti: il Meowlingual è, infatti, in grado di “decriptare” l’espressione del volto dei gatti, traducendola in sei “umori” e di interpretare 21 tipi di emozioni feline, in base ai comportamenti dei gatti.

Amanti dei gatti, il Giappone v’attende (Aoshima, l’isola dei gatti in primis)!

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