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Riflessioni sull’arte – Intervista ad Amalia Piccinini

 

Amalia Piccinini è una giovane pittrice e critica d’arte che da diversi anni vive ed opera negli Stati Uniti. Corrispondente per la rivista italiana Flash Art, ne cura la rubrica New York New York, uno spazio magico in cui arte e vita privata si fondono grazie ad un linguaggio semplice e ricco di fascino, capace di avvicinare anche i neofiti al mondo dell’arte contemporanea. In questa intervista, sullo sfondo della città dalle mille luci, Amalia si racconta svelandoci  esperienze, incontri e percezioni.

Amalia, tu sei originaria di San Benedetto del Tronto, da molti anni vivi nella Grande Mela. Com’è iniziato il percorso che ti ha condotto negli Usa e quali sono stati i tuoi studi? In Italia ho studiato al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti, New York è sempre stata nei miei pensieri, ma prima di partire ho passato qualche anno con me stessa a dipingere, leggere, ascoltare la musica, guardare il mare. Sono stati anni seminali, di formazione personale, ero sempre in studio, in biblioteca e in libreria. Spendevo tutti i soldi in colori, dischi e libri, cosa che faccio anche ora. Poi mi sono trasferita a New York dove ho studiato alla Art Students League of NY e in una scuola di lingua inglese.

Intervista ad Amalia Piccinini

Hai affermato che la tua arte si basa sul concetto di imprimere su tela pezzi di vita e di tempo. In che modo nascono le tue opere? Quali sono le emozioni e qual è il messaggio principale che vuoi trasmettere? Il mio lavoro ha bisogno della vita, parto dalla mia, ma anche da quella degli altri. Entro in studio e rielaboro emozioni, esperienze, sensazioni, poesia, dolori, dialoghi, letture. Ci sprofondo dentro attraverso la pittura. In questo processo sento sempre consapevole l’ombra del tempo che è l’assassino della vita. Più che un messaggio, mi interessa provocare un’esperienza emotiva nello spettatore. Riportarlo al potere del silenzio, della riflessione, della bellezza, dell’introspezione, fino a scuotere sensazioni remote. Oggi che siamo dominati dai telefonini, i miei quadri mi sembrano ancora più carichi di responsabilità. La pittura è un privilegio, per chi la fa e per chi la riceve.

Ci racconti un po’ della tua giornata tipo, del tuo lavoro? Se non fa troppo freddo, vado in studio a piedi percorrendo una strada di Bushwick (Brooklyn) che mi piace molto, soffermandomi a guardare le facciate delle case, le porte, i numeri, le persone sugli scalini. Ci vivono messicani e portoricani, a volte qualcuno mi saluta. Per qualche ragione, camminare mi sembra l’inizio del mio lavoro, come se poi continuassi a camminare nei quadri, durante le ore di pittura. Nel tardo pomeriggio vado a Manhattan a vedere le inaugurazioni di mostre che mi interessano. A volte vado a vederle a Bushwick, dove c’è una scena emergente e nuove gallerie che seguo con attenzione. Di solito alle inaugurazioni incontro qualcuno che conosco e la serata prosegue insieme

Nella tua rubrica sulla rivista Flash Art riporti frammenti di vita newyorkese che il lettore non può non seguire con interesse e compartecipazione, ci puoi raccontare qualche aneddoto sulla tua vita a NY? È una vita particolare, ho questa immagine di me in mente in cui cammino con l’ombrello, con la sciarpa, con il cappotto. Poi l’ombrello si rompe a causa del vento, ma ormai sono arrivata allo studio di qualche artista e ci mettiamo a parlare e a guardare i lavori. Quando esco non piove più e di solito c’è l’ arcobaleno o un tramonto. La vita per me è spesso nei dettagli, nei frammenti. Ricordo tutto degli incontri per la rubrica di Flash Art. Se c’era il vento, la pioggia, il sole. I treni presi, gli ascensori, gli indirizzi, le conversazioni. Ci sarebbe un aneddoto per ogni artista incontrato.

Tra le tue esperienze e partecipazioni, quali ricordi con soddisfazione? Quale incontro è stato il più significativo a livello umano e artistico? Ricordo con soddisfazione le giornate passate in studio anche quando le cose non stavano andando nel verso giusto. Le mostre e le partecipazioni sono state tutte importanti. Significativo a livello umano e artistico è stato l’incontro con la pittrice Manuela Filiaci. Reputo toccante – per quello che mi disse – l’incontro che ebbi con Louise Bourgeois e commovente la corrispondenza che ebbi con la scultrice Germana Pellegrini, che mi scrisse per quasi due anni. Aveva ottant’ anni e fu lei a insistere perché andassi da Louise Bourgeoische era stata sua amica e collega a Carrara, dove lavorarono entrambe il marmo. Una storia che non ho mai raccontato nei particolari, ma forse a livello umano la più intensa. Sento riduttivo fermarmi ai nomi citati, ho incontrato altri artisti, ognuno a suo modo mi ha arricchito, alcuni sono diventati miei amici.

In alcuni pezzi della tua rubrica si può scorgere una vena nostalgica riguardo i tuoi primi tempi a NY. L’America è cambiata negli ultimi anni? E l’ America dell’arte? La nostalgia si riferiva nello specifico al cambiamento di New York, il commercio immobiliare sta spazzando via la creatività. Gli artisti sono costretti a spostarsi da una zona all’altra per riuscire a pagare affitti sempre più alti. Continuando così, mi chiedo però cosa sarà un giorno New York senza gli artisti.

C’è differenza tra essere artisti in Italia ed esserlo negli Stati Uniti? Dalla mia esperienza mi sembra che, Negli Stati Uniti, l’artista venga rispettato e sostenuto da gallerie, fondazioni e privati. L’arte contemporanea è un vero e proprio business. I giovani artisti studiano in scuole d’arte prestigiose. Si investe molto nella carriera di un artista, scuole, residenze, premi, opportunità. La differenza con l’Italia non è solo nell’ investimento, ma nel rispetto. Oggi in Italia dire “sono un artista” viene recepito con un vago imbarazzo, non è considerata una vera professione. La cultura italiana, tranne rare eccezioni, non ha sostenuto pienamente l’arte contemporanea e la figura dell’artista professionista. Ciò non vuol dire che in America per un artista siano tutte rose e fiori, resta una carriera in cui è difficile emergere.

Tornerai mai in Italia? Per ora sento di insistere negli Stati Uniti.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Due mostre a New York nella primavera del 2015.

Oggi hai visibilità, ma sei stata una emergente anche tu. Cosa consiglieresti alle giovani leve che si approcciano al mondo dell’arte, che decidono di intraprendere la tua strada, scegliendo di formarsi e trasferirsi all’estero? Prima di trasferirsi, consiglierei di capire se veramente si desidera questa scelta, per essere capaci di sostenerla anche quando i propri sogni non sembreranno più cosi raggiungibili. E’ una strada senza noia, ma piena di momenti destabilizzanti. Ho visto molti artisti tornare indietro. Occorre una grande forza interiore e accettare che ci vuole tempo per costruire cose importanti.

– Riflessioni sull’arte – Intervista ad Amalia Piccinini – Eroica Fenice –

 

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