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Androidi: la fantascienza che incontra la realtà

Nelle regioni asiatiche della Cina e del Giappone, da alcuni anni, si stanno costruendo macchine automatizzate con fattezze esteriori simili all’uomo, alle quali è stato dato il nome di “androidi”, ossia “automi antropomorfi”. “Androidi, la fantascienza che incontra la realtà”; si potrebbe, così, riassumere questa notizia tecnologica. Una fantascienza fatta di macchine parlanti, umanoidi, come sovente vengono definite, con un chiaro sinonimo linguistico, le macchine androidi con le quali, inoltre, con l’avanzare della tecnologia in questo campo, sono state costruite le macchine ginoidi, ossia riproducenti nelle fattezze esteriori l’aspetto fisico femminile.

E il pensiero ci riporta subito al romanzo L’uomo bicentenario, scritto da Isaac Asimov, dal quale si è avuta, inoltre, una trasposizione cinematografica avente per attore protagonista Robin Williams.

Nel romanzo Uno è un androide che, costruito con lo scopo di attendere a diverse mansioni quali rassettare la casa e fare la spesa, presenta quello che i costruttori chiamano un “difetto di produzione”, ossia presenta la voglia e la capacità di imparare, di conoscere e di apprendere proprie dell’uomo.

Convivere con le macchine antropomorfe, gli androidi, potrebbe scatenare una rivoluzione tecnica pari, in termini diacronici, a quella avutasi con l’introduzione delle macchine complesse nel secolo XX che portò con sé anche una vera e propria rivoluzione culturale, basti pensare al mito della macchina di matrice futurista, al tema del realismo magico letterario trattato da Massimo Bontempelli, ed all’idea dell’alienazione dell’uomo nei confronti della macchina di matrice filosofica marxista.

Con gli androidi che si stanno costruendo in Asia c’è un’altra rivoluzione da considerare: quella psicologica. Rapportarsi con macchine dalle fattezze apparenti umane, infatti, potrebbe diventare per l’uomo sfida a quella freudiana idea di “paura secolare” della suggestione psichica del “perturbante” inerente all’animarsi dell’inanimabile

Gli interrogativi sono tanti ma ne rimane uno più di tutti: è proprio necessario?

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