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Eroica Fenice

Brutti, sporchi e puzzolenti. Facebook e la nostra immagine riflessa

Facebook, ore 17.30. Uno scenario apocalittico mi si para dinnanzi dopo aver accettato, incautamente, la richiesta ad entrare in un gruppo.
Cosa fa un ebreo con un portacenere in mano? Guarda l’album di famiglia.“
Il mio sogno è che tutti i juventini del mondo habbiano un cancro ai testicoli
Se mio figlio fosse gay lo impiccherei.”
Queste tre perle di saggezza si perdevano in un’omogenea alternanza di battute sui “terroni”, sui ragazzi di altre nazioni, oltre che negli sfottò rivolti ai diversamente abili.

E no, non sono solo ragazzini ad averle pubblicate ma persone adulte, professionisti, gli stessi che poi al lavoro si lamentano dell’incapacità dei sottoposti o trattano come bestie gli addetti alle pulizie. Gli adolescenti, più che altro, nel gruppo si divertivano a postare loro foto in costume, cercando un po’ di autostima e considerazione. Cercavano quei 5 minuti di fama che allietassero la loro insicurezza, il loro tormento. Quei dannati 5 minuti che spesso genitori e insegnanti, troppo presi da loro stessi, gli negano categoricamente.
Tutto questo scenario da olocausto di valori mi ha fatto molto riflettere.
Si parla sempre di quanto male faccia la rete alle persone. Ma quanto male le persone facciano alla rete non è altrettanto evidente?
Al di là dei soliti preconcetti, dell’abusivismo intellettuale che spopola in tv e in libreria, non si può negare che Facebook, oggi, sia lo specchio più affidabile della società in cui viviamo.

E se questo e progressivamente anche tutti gli altri social network si sono trasformati in una caleidoscopica discarica di egocentrismo, saturi di strafalcioni grammaticali, commenti razzisti, foto osé di minori o, al contrario, di bigotti e tuttologi dal decalogo di frasi banali come quelle del Sapientino, certo, non è che per colpa degli utenti.
Per quanto gli sviluppatori di queste piattaforme abbiano marciato e marceranno sempre sulla nostra vena esibizionistica, ciò non toglie che la piega presa, dal punto di vista strettamente contenutistico, non era certo prevedibile. Come noi abbiamo utilizzato il mezzo che, via via, si è involuto, è sociologicamente interessante ma socialmente avvilente. Interessante perché da un lato si è molto più attenti alla privacy e a sfruttare questi fantastici strumenti per ricavarne un profitto. Sempre più spesso piccole idee diventano grandi eventi, grandi manifestazioni, flash mob, grazie al passaparola ed a qualche post più accattivante. Se, ad esempio, “fiume in piena”, corteo contro il biocidio, ha raggiunto quota 70 mila presenze, è merito anche del sapiente lavoro con i social media da parte degli organizzatori.

Avvilente perché dall’altro lato, Facebook è stato invaso da un’orda di individui che creano, condividono, commentano contenuti che fanno davvero paura se pensiamo che non provengono solo da sconosciuti ma anche da persone che abbiamo a fianco ogni giorno e nel cui pensiero sarebbe stato decisamente meglio non leggere. Non scavare a fondo per trovare un sostrato profondo di non cultura e di non rispetto dell’altro, frutto di una società lobotomizzata, poco umana, sempre più smarrita ma che preferisce ergere muri invece di prendersi per mano.

E quindi, in conclusione, mi suscita molta ilarità sentire psicologi e opinionisti attaccare ferocemente i social network, affermando, dall’alto delle loro poltrone comode e con il poggia bibita, come Facebook e Twitter siano il male dei nostri giorni, quando non sono altro che il riflesso perverso di un mondo perverso, di mentalità perverse. È il riflesso di quel che siamo, più dei nostri occhi. Ed è inutile prendersela con lo specchio se siamo brutti, sporchi e puzzolenti.– Hai letto

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