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Eroica Fenice

Antonio Maggio: intervista a un cantautore degli anni ’10

Per presentarvi Antonio Maggio non parleremo della lunga strada in salita che, dall’esordio a X Factor, lo ha portato alla vittoria sanremese dello scorso anno. Noi ve lo presentiamo per ciò che è oggi: un cantautore compiuto, che torna, ad un anno dal successo di “Mi servirebbe sapere”, col disco della sua conferma artistica, “L’equazione.

Antonio Maggio è una delle voci più fresche nel panorama del cantautorato italiano, un artista che si approccia a questa carriera impegnativa con tanti nuovi spunti e con l’originalità propria dei giovani talenti. Le sue canzoni oscillano tra atmosfere ironiche ed atmosfere introspettive, ma comune a tutti i brani è il gioco di rime che stimola l’ascoltatore e gli permette di cogliere la riflessione. Nel corso dell’Instore Tour Feltrinelli, Antonio ha dimostrato la sua grande familiarità coi fans ― qualità non meno importante per un personaggio pubblico ―, rendendosi disponibile ad autografi e scatti dopo aver presentato il suo nuovo album con quel pizzico di autoironia che lo distingue.

Proprio in occasione della tappa napoletana dell’Instore Tour, lo abbiamo incontrato e gli abbiamo posto alcune domande, cui ha gentilmente risposto.

Oggi ci presenti “L’equazione”: quanto e cosa è cambiato rispetto al primo album?

Sono cambiate un po’ di cose, sicuramente. C’è una maggiore consapevolezza di tanti piccoli dettagli, non a caso riprendo con il seguito di quello che mi “serviva sapere” lo scorso anno: dopo “Mi servirebbe sapere” apro l’album con il brano “Lo sai che lo so”. C’è quindi questo filo logico a legare i due album. Poi mi hanno detto che il secondo album è sempre quello delle conferme, quindi ho lavorato tanto in questa direzione, sperando adesso di poterne raccogliere i frutti.

Per risolvere l’equazione è necessario svelare le incognite. “Nel tempo dei tanti in cui già parlano in troppi” quali sono, per te, le incognite?

Credo che ognuno di noi ha tante incognite da risolvere. Con questi quaranta minuti di album, quindi con un momento di distrazione, spero quantomeno di poter aiutare la gente a risolvere la propria equazione personale, per poi magari risolvere un’equazione sociale un po’ più ad ampio raggio. Prima di risolvere i problemi di tutti bisogna risolvere quelli con sé stessi, che, poi, sono anche il frutto dei problemi dei nostri giorni.

Prima la collaborazione con Moreno, adesso il singolo con Clementino: come si è concretizzato l’incontro tra due generi così diversi?

Beh, loro sono due amici con i quali ho instaurato un bel rapporto ormai da due anni. In realtà, è nato prima il singolo con Clementino, anche se il disco di Moreno è uscito prima. Devo dire che inizialmente il pezzo con Clementino non era in programma, ma poi, nella fase di produzione in studio, mi sono reso conto che poteva starci bene un suo intervento. Così l’ho chiamato e, dato che eravamo in ritardo coi tempi, gli ho detto: “Hai mezza giornata per mandarmi indietro qualcosa.” Non me l’aspettavo, è stato puntualissimo: dopo cinque ore mi ha mandato una mail con la sua parte. Moreno, invece, mi ha chiesto la partecipazione nel suo disco accanto a grandi artisti come Fiorella Mannoia, J-Ax, Guè Pequeño, e devo dire che questo mi ha fatto enormemente piacere.

Nel singolo “L’equazione” sembra esserci un’ironica critica al modello odierno del cantante straniero. È un modo per sottolineare quanto la canzone italiana sia sottovalutata oggi?”

Volendo si può anche interpretare così. Era un modo per far trapelare il concetto che bisogna fare o, quantomeno, dire qualcosa di più concreto oltre che ostentare e parlare senza dati di fatto. Ormai, ci sono milioni di persone che riescono ad ostentare particolari doti vocali, ma bisognerebbe fare un po’ più attenzione ai contenuti.

I riferimenti al mondo cantautorale italiano non mancano. “Pirindiffi” potrebbe essere un doppio omaggio: al pittore Bruno e al Modugno di “Vecchio Frac”?

Diciamo che l’argomento è simile, entrambe le canzoni parlano di un suicidio. Io ovviamente ho detto la mia parlando dell’esasperazione a cui è stato portato Bruno, un mio concittadino di Squinzano, che poi si è tradotta in questo gesto estremo. Di sicuro, l’omaggio a Modugno, l’ho fatto in maniera più diretta con “La donna riccia”. Questa cover – in presa diretta, tra l’altro (infatti tra parentesi c’è scritto “very very cazzeggio version”) – è stata messa in fondo all’album proprio ad omaggiare questo grandissimo dal quale, appunto, è partito tutto.

Quanto influiscono i social network sulla tua immagine e nel rapporto che hai coi fans?

Sicuramente è un’arma in più che abbiamo noi giovani degli anni duemila, anzi, degli anni dieci. È un qualcosa che ci permette di stabilire un contatto diretto con chi ci segue, magari chi ci ha preceduto avrebbe voluto approfittare di questo veicolo, ma non c’erano i mezzi. Questa è una delle poche sfaccettature positive che ci sono oggi nel mondo della musica.

La tua partecipazione ad un talent show ti ha portato a scontrarti con dei pregiudizi nell’ambiente artistico?

Io sono un caso un po’ a parte, ovvero, non era Antonio Maggio a venire da un talent, ma gli Aram Quartet. Credo di essere l’unico ad aver partecipato ad un talent con un’entità artistica che poi è cambiata nel tempo. All’inizio, probabilmente – ma è possibile che sia stata solo una mia impressione –, c’è stato il pregiudizio di qualche casa discografica. Se c’è stato, comunque, penso sia stata una cosa un po’ stupida perché oggi il talent show rappresenta una tappa importante per la crescita di un artista; questo per l’esperienza che si fa non solo durante la trasmissione, ma anche dopo, quando poi si scende veramente in strada per lavorare. Ovviamente, chi scende in strada è chi ha avuto maggiori benefici dal talent (c’è anche chi, sfortunatamente, fa solo una puntata e non ne ricava nulla). Se sfruttata come si deve, soprattutto se si arriva con un giusto bagaglio artistico e culturale, si rivela un’ottima opportunità.

-Antonio Maggio: intervista a un cantautore degli anni ’10-

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