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Eroica Fenice

“Addio Kind of Blue” di Domenico Cosentino. Recensioni sui generis

E poi capita di alzarti un venerdì mattina, trucco sbavato, capelli che farebbero impallidire perfino Marge Simpson e la sociolinguistica che, da quella scrivania, ti sta avvertendo del fatto che, se non la studi come si deve, sarà il tuo peggior incubo ancora per molto. Visto ciò, risprofondo sotto al piumone. Tra cinque minuti mi alzerò e sarà sparito il mascara dalla mia guancia sinistra, i capelli saranno in ordine come quando esco dal parrucchiere e la sociolinguistica non sarà stata ancora inventata. Bene.

Come impiegare questi cinque minuti? Addio Kind of blue di Domenico CosentinoSenza mettere la testa fuori dalle coperte, lascio scivolare fuori il braccio allungandolo verso il comodino. Afferro il libro, pronta a leggere le ultime 23 pagine rimaste. È la Parigi di un Dicembre qualunque. Tra qualche scopata al puzzo di vodka e vomito, un uomo e la sua voglia di ricominciare, un amore che fa paura esattamente come un aereo che potrebbe non riportarlo da te. Questo libro non l’ho comprato io. Leggendo la descrizione, è stata la mia voglia di lasciare questa città a farmelo scegliere, la puzza di una civiltà andata a male, le strade calpestate da tacchi a spillo e mentalità ristrette, il rifiuto di un bigottismo che mi porta a voler essere una zingara andalusa, una barbona londinese, una puttana olandese da mettere in vetrina, piuttosto che lasciar marcire il mio, seppur imperfetto, corpo tra la spazzatura di questo paese. Tutto questo mi ha portato a comprarlo.

E pensare che odio Parigi. Ho vissuto quella città in un periodo negativissimo, di cui sento ancora il pessimo gusto. Eppure queste pagine mi hanno fatto ripercorrere le strade del quartiere latino, mi hanno portato a sedere sulle panchine dei giardini del Lussemburgo, mi hanno fatto scalare, nuovamente a piedi, la Tour Eiffel. 790 scalini che mi hanno tolto il respiro, ridatomi da un cielo che i miei occhi hanno imprigionato con tutta la rabbia di chi crede di star perdendo qualcosa. E ho le gambe di Nico, di sua sorella quando decidono di scappare da una Napoli a cui non voler più far ritorno, nemmeno per le feste di Natale.

E poi c’è Elisa. E poi, ancora, ci sono lui e lei. Alle prese col coraggio di dimenticare, di mettere un punto al passato e di ricominciare qualche riga più in basso. Così chiudo quel maledetto libro, maledico chi l’ha scritto (Domenico non me ne volere) perché ancora una volta sono dovuta venire a patti con qualcosa che, almeno per ora, non riesco ad affrontare. Perché sono mesi che aspetto un aereo che non so se mai arriverà. O almeno. Non so se sarà lì ad atterrare per me. Mi alzo da quel letto, ripromettendo a me stessa che la prossima volta al posto di comprare un libro, comprerò un pacchetto di sigarette. Mi rovinerò i polmoni, e non intossicherò più i pensieri. Come non detto. Il trucco ancora sfatto, i capelli peggio che andar di notte e un ritardo di cinque minuti tra me e la sociolinguistica, che è stata inventata. E’ stata inventata, eccome.

Tazza di latte, cereali e giù a studiare. Il tempo per fortuna, vola. Una doccia veloce e stasera si lavora al pub. Ore 23.00. Mentre spillo una chiara media per il 2bis, sorrido. Ho letto quelle pagine come leggo la mia vita. Ed è vero. Quell’aereo potrebbe non atterrare mai. Come porre rimedio alla tristezza per un libro appena finito? Se ne legge un altro. E un altro ancora. E magari si scrive. Insomma, tra un punto e una lettera maiuscola

…si vive. Parigi negli occhi.