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Eroica Fenice

Arrestati: uno sguardo alla Turchia dall'interno del carcere

Arrestati: uno sguardo alla Turchia dall’interno del carcere

Tutuklandık” – “Arrestati”: è questo messaggio inviato su twitter nel momento in cui il tribunale ha emesso l’ordine d’arresto, a dare il titolo al libro-denuncia di Can Dündar, ex direttore di Cumhuriyet – il principale quotidiano turco di opposizione – scritto durante i suoi tre mesi di carcere e pubblicato in Italia dalla casa editrice “Nutrimenti”.

Non un vero e proprio diario, ma una serie di pensieri e riflessioni in ordine sparso sulle condizioni di detenzione e sugli avvenimenti che sconvolgono il paese, stimolate dall’isolamento imposto nei primi quaranta giorni di carcerazione. Uno sguardo introspettivo, oltre che un racconto minuzioso dei giorni che precedono l’arresto del direttore del quotidiano, fino alla sua scarcerazione in attesa di giudizio, avvenuta – ironia della sorte – proprio il giorno del compleanno di Erdoğan, al quale Can Dündar dedica la sua momentanea libertà.

Arrestati per una notizia scomoda

Era il maggio del 2015 quando il direttore di Cumhuriyet, dopo una lunga serie di discussioni, e consapevole dei rischi ai quali andava incontro, decideva di pubblicare alcuni fotogrammi tratti da video in possesso del quotidiano che mostrano un tir dei servizi segreti turchi intento a trasportar armi pesanti – presumibilmente destinate alle forze del radicalismo islamico – oltre il confine siriano.

I dirigenti del quotidiano ritengono che i cittadini turchi dovrebbero andare alle urne informati e con la consapevolezza dell’importante coinvolgimento del proprio paese nella questione siriana: manca vaappena una settimana alle elezioni presidenziali. Sarà lo stesso Erdoğan, infuriato per la diffusione delle notizie, a chiedere l’arresto dei responsabili della pubblicazione, appellandosi alla fedeltà alla patria. Un’idea di patria che implica l’accettazione silenziosa di qualsiasi regola imposta dall’alto, e l’indifferenza a quelle che si ritengono ingiustizie, un’idea di patria non condivisa da Can Dündar: “Nella tradizione di sinistra nella quale sono cresciuto […] ciò che lega le persone tra loro non sono i paesi, ma i principi: libertà, democrazia, diritti umani, laicità, giustizia. Là dove questi principi mancano, non può essere la nostra patria. […] Siamo legati gli uni agli altri non per razza, colore, nazionalità, che ci appartengono dalla nascita, ma per condivisione di scelte volontarie, idee, coscienza, classe”.

Il calore della solidarietà

L’arresto ha però un effetto boomerang, e anziché mettere a tacere la notizia, le dà un eco internazionale e scatena un’ondata di solidarietà tanto all’interno del paese quanto oltre confine. Questa solidarietà permetterà al direttore di non sentirsi solo, nemmeno nell’isolamento del carcere, e gli dà la forza di superare, ancora carico di speranza, il periodo di detenzione, oltre a rafforzare la consapevolezza dell’importanza del suo impegno in campo giornalistico.

Il suo coraggio gli vale il prestigioso premio di Reporter Senza Frontiere. Scriverà le dichiarazioni per la cerimonia di premiazione in un clima di tensione che viene chiaramente espresso nelle prime righe del discorso: “Nel nostro edificio [la sede del quotidiano] circondato dalla polizia, da una finestra del mio ufficio si vede il Palazzo di Giustizia, dall’altra il cimitero. Questi sono gli indirizzi che un giornalista in Turchia frequenta più spesso…”

Nelle sue riflessioni, che spaziano in lungo e in largo nella breve ma complicata storia della Turchia, vengono, infatti, citati numerosissimi giornalisti, ma anche politici, attivisti e scrittori di grande valore per la storia del Paese, arrestati o uccisi in situazioni poco chiare. Le puntuali note della traduttrice, ci aiutano a muoverci tra questi nomi, spesso poco noti al lettore non pratico di storia turca.

Per addentrarci meglio nella narrazione, il racconto è spesso accompagnato da fotografie, articoli di quotidiani che riportano le vicende, lettere scambiate con amici e parenti, disegni che aiutano il direttore incarcerato a uscire dal profondo grigiore della cella. Qui ogni svago è vietato e la vita sembra assumere un aspetto uniforme e monocolore, tanto che: “A voler disegnare una margherita da inviare a qualcuno, non si trovava il giallo; le penne colorate non erano ammesse”.

Per la difesa della democrazia in Turchia

Non mancano le osservazioni sull’eco internazionale che la vicenda ha suscitato, sull’immensa solidarietà ricevuta, ma anche una non troppo velata critica alle istituzioni dell’Unione Europea che, in cambio del blocco dei flussi migratori, hanno chiuso gli occhi davanti alle ingiustizie del governo turco, dando il via libera a un dispotismo che dura ancora oggi. La repressione di ogni voce dissidente si è accentuata particolarmente in seguito al fallito colpo di stato del luglio 2016, quando il governo ha colto l’occasione per dichiarare lo stato d’emergenza e sospendere la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. Da allora, il numero dei giornalisti, scrittori, accademici, giudici, procuratori, militari e burocrati arrestati si aggira sull’ordine delle migliaia. Ed è proprio in questo momento che il lavoro dei giornalisti e la solidarietà internazionale diventano più importanti.

Arrestati” non si propone soltanto come un racconto, ma anche, e soprattutto, come un appello affinché venga supportata la lotta per l’esistenza delle forze democratiche in un paese che “oscilla pericolosamente tra la caserma e la moschea”. Una lettura istruttiva e appassionante.