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Eroica Fenice

castello di Rackrent

Il castello Rackrent, epopea di una generazione

Irlanda, terra di castelli. Uno di questi è scenario del romanzo “Il castello Rackrent” di Maria Edgeworth, pubblicato per la prima volta agli inizi dell’Ottocento e riedito dalla casa editrice Fazi. Corredato anche da un glossario, voluto dall’autrice stessa per agevolare i lettori non irlandesi, Il castello Rackrent è, di fatto, il primo romanzo storico europeo. Un romanzo storico sui generis però, dal momento che le vicende del castello e dei suoi abitanti non sono raccontati con l’occhio critico e imparziale dello storico, bensì da quello, ben più inaffidabile, del “vecchio Thady”, servitore dei Rackrent.

Thady descrive i Rackrent uno dopo l’altro, seguendo l’albero genealogico ereditario: Sir Patrick, che riempie la casa di ospiti e si ubriaca fino alla morte; Sir Murtagh, il suo erede, un “grande avvocato” che rifiuta di pagare i debiti di Sir Patrick; Sir Kit, giocatore incallito che, alla fine, è costretto a vendere la proprietà proprio al figlio di Thady che diviene, alla fine, il nuovo signore del castello. Ambientato “prima del 1783”, il castello Rackrent tratteggia sapientemente vizi (tanti) e virtù (poche) della società Irlandese di fine Settecento, nel periodo immediatamente precedente all’unione politica tra Irlanda ed Inghilterra. Attraverso il linguaggio colorito e, a tratti, arcaico del vecchio inserviente, l’autrice riporta alla luce una società ormai decaduta, con valori ben differenti rispetto a quelli dell’Inghilterra del suo tempo.

il castello Rackrent e le sue storie di altri tempi

Gli abitanti del castello di Rackrent fanno parte di un mondo in cui l’apparenza conta più di ogni altra cosa, un mondo in cui si spende più di quanto si guadagna, si beve fino a svenire e si fa festa per tutta la notte. In questo mondo, il castello Rackrent è scenario e simbolo di un passaggio sociale: è il suicidio di una certa aristocrazia che disperde denaro e salute correndo dietro alle perversioni più disparate mentre un nuovo ceto più povero ma più istruito tenta il sorpasso.

Il castello, descritto dal vecchio Thady, unico caso in tutto il romanzo, porta su di sé gli effetti del passare del tempo e rappresenta, anche visivamente, la decadenza sociale dei suoi abitatori: attraverso piccoli dettagli come il crollo delle pietre sull’ingresso principale, il soffitto fatiscente, il teatro smantellato per avere legna da ardere mostra la mutevolezza del mondo e il passaggio del testimone dalla vecchia alla nuova società.

Il castello diventa, agli occhi del lettore, il simbolo della parabola discendente del potere arcaico basato sulla proprietà terriera e su un impianto economico di tipo medievale: prima lo sfarzo, l’abbellimento per le feste, sotto il regno di Sir Patrick; poi la ristrettezza e il risparmio, con Sir Murtagh; infine la miseria e il crollo definitivo. Come sottolinea la stessa autrice nella prefazione originale all’opera, ”le Nazioni, come gli individui, perdono a poco a poco ogni attaccamento alla loro identità, e l’attuale generazione trova divertente, invece che offensivo, che vengano ridicolizzati i suoi antenati”. Ed è proprio in questa ironia tragicomica, che permea il racconto, che troviamo la cifra più identificativa del romanzo della Edgeworth che riesce a mantenere viva la memoria di usi e tradizioni del popolo irlandese ma, allo stesso tempo, ne sottolinea la ormai evidente caduta.

Un memoriale divertente, ironico, a tratti dissacrante, da leggere col sorriso in una giornata di svago. Magari iniziando “lunedì mattina” perché, come dice il vecchio Thady “nessuna grande impresa può essere iniziata sotto buoni auspici se non nella mattina del lunedì”.


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