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Eroica Fenice

Pier Luigi Razzano

Così lontana, così vicina di Pier Luigi Razzano

Napoli ha ritmi di contrazioni, intensione di tempo e spazio addossati nell’estensione del Golfo che culmina in cratere e magma. Napoli è intollerabile. Nasce dalle contrazioni del grembo della sirena Partenope, dal suo amore paziente, dal suo dolore furente: elementi che non possono essere trascurati dalle anime che camminano i suoi vicoli, fra le grazie e le miserie. Così lontana, così vicina. Napoli negli occhi e nella mente degli scrittori è l’ultimo libro di Pier Luigi Razzano, pubblicato da IntraMoenia e presentato ieri presso La Feltrinelli.
In questo saggio romanzato di Pier Luigi Razzano di uno sguardo altro su Napoli l’Autore viaggia dodici volte nella città partenopea e, per farlo, si lascia condurre dalle suggestioni di alcuni degli autori più autorevoli della letteratura contemporanea occidentale. Attraverso questi sguardi, la città partenopea emerge non come sfondo, bensì come protagonista abietta, viscerale e vanesia di parte delle loro vite.

Intervista a Pier Luigi Razzano o di chi, ramingo, vaga i luoghi dell’anima: Napoli

Com’è nato questo progetto, da cosa muove e a cosa guarda?
Potrei dire che tutto è nato da una frase di Thomas Bernhard che, infatti, si trova all’inizio del libro: «Guardare il Vesuvio è per me una catastrofe, perché così tanti milioni, forse miliardi di persone, l’hanno già fatto». Si tratta di rovesciare il solito sguardo e rivolgerlo ad esperienze esemplari. È una geografia intima, di chi ha viaggiato in un paese ignoto e che, poi, è diventato il luogo che ha assecondato gli stati dell’anima. Il fascino nei confronti di un equilibrio precario, derivante dal vivere alle pendici di un vulcano, si è manifestato sia negli autori che hanno vissuto, per un periodo, Napoli, che in autori che l’hanno solo immaginata, come la Dickinson o Proust.
Ho voluto capire perché arrivano: c’è un moto esistenziale e io voglio seguire quella traccia. Questo cammino io l’ho voluto fare insieme a loro, guide illustri, e le storie di questi autori sono storie di fuga verso Napoli.

Quindi la fuga è il punto d’arrivo?
Esatto. Napoli è una città densa, una terra promessa, ma, soprattutto, Napoli è un luogo mentale. Lo stesso Proust, che non si è mai mosso dalla Francia, descrive Pompei in maniera esemplare…

Guardando le rovine di Parigi durante la Prima Guerra Mondiale, Proust pensa a Pompei. Il tema delle rovine si rintraccia anche in Pasolini, che aveva visto in Napoli l’ultima tribù, l’unico luogo in cui un intellettuale omosessuale negli ‘70 si trovasse fisicamente a suo agio. Come ricollocare queste due storie così differenti, eppure affini?
Ho pensato a lungo al tema delle rovine. Nel libro è anche possibile trovare un estratto di Thomas Eliot, eminente al riguardo.
Quello su Pasolini è il capitolo mancante, che ho scritto, ma che non si trova nel libro. Lo stesso vale anche per il capitolo su Wilde, poiché anch’egli vide in Napoli l’unico luogo in cui sentirsi a proprio agio con la sua omosessualità. È come se questa potesse essere ben vissuta a Napoli. Elementi che possono essere ritrovati anche nell’esperienza di André Gide…

Qual’è il filo rosso, al di là di Partenope in sè, che può essere rintracciato nell’immagine di Napoli data da questi scrittori?
Il filo è la fuga verso questa città, vista come un nuovo orizzonte, la possibilità di cambiare vita. Come Camus, per esempio, che vi ritrova Algeri, o Gide che, nonostante viva la luccicante Parigi della Belle Époque, a Napoli riesce ad esprimere la propria sessualità.
Ancora, tutti loro, cadono nel luogo comune. C’è un andamento rapsodico: ciò che dice uno, dopo un attimo, è smentito dall’altro… E Napoli è così: più o meno è la stessa cosa agli occhi di tutti. Gli itinerari sono coincidenti, dunque anche le immagini, ma la città non è sempre la stessa: contiene le loro esperienze, è filtrata dall’elemento biografico.

Sartre rimase stregato da Napoli, contento di averla vista perché, poi, «non ne sarebbe rimasto più nulla». Sarebbe diventata una «Milano con il mare». Alla luce della recente gentrificazione, pensi che sia una proiezione che possa avverarsi?
Sartre lo disse vivendo i contesti dello sventramento e del fascismo, ma sì. Purtroppo si è già avverata. Napoli è già cambiata, è la Milano del cocktail, un po’ come la Milano da bere.

In quale sguardo esterno ha potuto ritrovare, in maniera più autentica, lo sguardo dei Napoletani?
Andersen. Lui riesce a vedere Napoli in tre momenti, anch’essi fiabeschi, durante i quali sprofonda nella cenere del Vesuvio, vaga per Via Roma, vede il Carnevale, coglie il senso di Napoli come città musicale, città spartito. Una melodia infinita…
È una dimesione in cui il popolo ha una concezione della musica, della città, come corpo. E lui, che è nordico e che qui s’è scoperto cigno, l’ha colta in pieno.

E per quanto riguarda la tua personale visione di Napoli?
Cambia sempre. La stessa ricerca iconografica per il libro ha rivolto l’interesse verso immagini particolari, diverse dai soliti scorci. Io, che la vivo, per vederla meglio ho deciso di allontanarla. È difficile. Allora, l’unico modo per vederla da lontano è guardarla con gli occhi di questi grandi autori.

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