Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Un tè arabo alla menta con Roberta Morano

Abbiamo incontrato Roberta Morano, una dei vincitori del concorso promosso dalla casa editrice OrientExpress, destinato agli studenti dell’Università L’Orientale di Napoli, al fine di raccogliere in un solo testo, «Nove penne per un libro», alcuni brevi racconti di scrittori emergenti. Laureata in Filologia semitica, l’autrice del racconto «Il cielo di Baghdad», ci ha intrattenuto dinanzi a una tazza fumante di tè arabo alla menta in un’interessante chiacchierata.

Roberta, raccontaci un po’ la trama della tua idea.

Il mio racconto narra la storia di due giovani, Yazid e Sherazade, che si ritrovano nella loro quotidianità completamente sconvolta dall’inizio della guerra in Iraq del 2003. Ho voluto insistere sulla repentinità del cambiamento. Questi ragazzi vivono la loro vita normalmente in una quotidiana Baghdad con i suoi profumi, gli odori…per quanto problematica fosse prima della guerra, avevano una loro realtà ben strutturata e improvvisamente se la sono trovata distrutta, così come succede in gran parte delle guerre. Questi due ragazzi, essendo molto giovani, non hanno vissuto nessun altra guerra, ma i loro genitori sì. Ho mostrato che anche dei giovani in un posto così lontano da noi, come può essere l’Iraq, paese circondato da altri paesi che sono sempre in guerra tra loro, in un’area del mondo che noi pensiamo sia avvezza a questi eventi, sono rimasti abbastanza sbalorditi. Hanno dovuto imparare in fretta come sopravvivere, come cavarsela. Ho puntato l’attenzione su queste caratteristiche della guerra, non tanto sulle ragioni più o meno valide dei belligeranti.

Da dove è nata l’idea di raccontare i drammi della guerra attraverso gli occhi di Yazid e Sherazade?

Studiando il mondo islamico, la sua cultura nell’ambito del mio corso di studi universitario in Studi Arabo- Islamici, mi sono sempre tenuta aggiornata, mi sono interessata soprattutto agli avvenimenti più recenti, che non trovavo sui miei libri di storia. Leggendo stampa inizialmente occidentale, poi, migliorandomi con la lingua araba, anche giornali arabi, nel tentativo di vedere entrambi i punti di vista,  mi sono resa conto che c’erano discrepanze notevoli, benché io non sia mai stata in Iraq e quindi non potevo dire cosa realmente accadeva lì. La sensazione che veniva omesso qualcosa è stata sempre più evidente man mano che procedevo nelle mie ricerche. Quindi ho pensato a come avrei potuto vivere io una guerra, come una mia realtà con i miei sogni e le mie abitudini potesse essere sconvolta completamente da un conflitto, anche se le circostanze storiche e sociali tra l’Italia e l’Iraq sono completamente diverse. Allora mi sono messa nei panni di due ragazzi a Baghdad che è sempre stata, tra l’altro, il centro culturale del mondo arabo, piena di monumenti storici importanti, di cultura che si respira tra le strade. Ho mantenuto sempre questa genericità: i due protagonisti infatti non hanno una specifica età e hanno dei nomi molto comuni nel mondo arabo. Il nome Sherazade, però,  ricorda l’eroina delle Mille e una notte e con lei ho richiamato questa vena culturale e tradizionale della città e della cultura araba. Inoltre non specifico siano mussulmani, e l’Iraq è pieno anche di altre minoranze religiose, così potevano essere cristiani, copti, curdi…

Però i sogni, le abitudini sono quelle di giovani che potrebbero essere italiani…

Esattamente, li ho resi più vicino possibili a noi, a me.  Insomma gli occhi di Sherazade e di Yazid sono i miei occhi.

Leggendo il racconto, molti ti hanno detto che sembra davvero di camminare tra le strade di Baghdad. Come sei riuscita a ricreare quest’ambientazione così fedele della città, dal momento che, come hai detto, non sei stata in Iraq?

Ho letto moltissimi libri di autori arabi, ho studiato anche per gli esami all’università, di letteratura, di civiltà dove si descrivevano le città, le loro strade. Non ho delineato precisamente la Baghdad reale, ho descritto quella Baghdad che immagino, anche se per descriverla mi sono documentata. Sfumandone i contorni, ho delineato da un lato la città ancora fermamente legata alle sue radici che affondano nella storia islamica, dall’altro rimanendo in un ambito più moderno, l’ho descritta nella sua attualità e modernità.

Nel racconto, infatti, passi dalla descrizione di una capitale fiorente, che profuma di cardamomo e di fichi, fiorente, al paragrafo successivo in cui, invece, c’è la confusione della guerra, le persone non sanno dove rifugiarsi. Un contrasto forte che hai creato tramite immagini.

Hai ragione: ho creato una dualità tra la Baghdad tradizionale, quella dei libri e della letteratura antica e quella moderna, sconvolta dai bombardamenti. Città splendide come Baghdad o come Damasco vengono improvvisamente rase al suolo, trascinando con sé lo sconvolgimento delle vite dei civili e la distruzione della cultura.

Alla fine del racconto non c’è un messaggio negativo. C’è un finale aperto e non sappiamo se i bambini tratti in salvo dai due protagonisti riescano a raggiungere l’elicottero della Croce Rossa, anche se il messaggio lasciato dalla protagonista è un messaggio di speranza.

Nella mia testa si concludeva in un certo modo…però ho pensato che lasciare un finale in sospeso desse al lettore un’opzione in più per ritrovarcisi. Anche perché dare un finale preciso voleva anche esprimere un mio giudizio e quindi ho preferito lasciare al lettore la libertà di decidere se il finale sia positivo o dimostri ancora il dramma del conflitto.

C’è qualche autore che ti ha ispirato particolarmente per questo racconto o dal quale trai maggiormente spunti di riflessione, di scrittura, magari anche per un futuro racconto?

Tutti gli autori arabi mi hanno dato qualcosa, dalle Mille e una notte che ho studiato e ristudiato fino anche ad odiarlo, una perla della letteratura araba, fino ad autori più recenti. Ma due autori hanno influenzato particolarmente le mie idee e il mio modo di scrivere: Ghada  Al- Samman e Yasmina Khadra. La prima ha scritto “Incubi di Beirut”, una sorta di diario di un’autrice libanese è stato scritto durante la guerra civile del 1975  mentre lei era rintanata a casa, senza poter uscire e senza acqua e luce, il diario di un assedio… e questo mi ha aperto la mente sulla drammaticità di restare barricata in casa propria con la perdita di ricordi che ciò comporta. Il secondo autore descrive la guerra nei suoi libri in modo crudo, con le uccisioni e i bombardamenti presentati in modo dettagliato. Teniamo conto che tutti gli autori arabi descrivono almeno una guerra e quindi spesso sono venuta in contatto con questa realtà nelle mie letture, che hanno tutte contribuito in percentuali maggiori o minori alla scelta di una trama.

Quali sono i tuoi progetti letterari? Hai in mente un altro racconto di ambientazione mediorientale? Come può una scrittrice occidentale scrivere dal punto di vista di personaggi di cultura orientale?

La parte più divertente della scrittura è il provare a uscire da sé stessi e cercare di immaginare (anche se questa immaginazione deve essere supportata da ricerche) realtà così diverse, da punti di vista di persone diverse. Scrivere di qualcosa che puoi sapere, ma non vivi è molto più stimolante. Descrivere una vita che non potrà mai essere la propria è l’esercizio migliore che si possa fare se si vuole scrivere. Poiché ho studiato l’Islam per 5 anni,  sicuramente sono molto più propensa ad ambientare storie nel mondo mediorientale, e non è escluso che voglia scrivere ancora sull’Islam. Questa mia scelta non avviene per un piglio personale quanto perché , secondo una mia opinione, dal punto di vista letterario il mondo arabo si presta a più interpretazioni e all’esame di più dinamiche rispetto all’occidente. Il mondo arabo è molto sfaccettato e non solo per l’ambientazione, ma anche per la descrizione dei personaggi: fornisce ottimi spunti per guardarsi dentro, per sperimentare partendo sempre dal presupposto che le emozioni sono le stesse per ogni essere umano, che sia o meno occidentale.

Grazie Roberta, per la tua disponibilità e per gli spunti di riflessione che ci hai fornito!

 Un tè arabo alla menta con Roberta Morano