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Eroica Fenice

Cechov

Cechov: Se (D)io vuole di Maria Silvia Greco

“Perché dobbiamo portare ad ogni costo sulla scena uomini stupidi o uomini che fanno gli intelligenti, perché dobbiamo ad ogni costo dare dei quadri che suscitino riso o pianto, perché non portare sulla scena degli uomini semplicemente intelligenti che non suscitino né riso né lacrime, ma semplicemente facciano pensare?” Cechov. Nelle tre sorelle, commedia realizzata tre anni prima della sua morte, cogliamo il tema della speranza. Queste tre donne sognano il cambiamento, di ritornare a Mosca, luogo della loro infanzia spensierata.   

Il 28 e il 29 Gennaio, al teatro Due di Roma alle 21:00 va in scena Se (D)io vuole tratto dalle Tre sorelle. Testo riscritto da Maria Silvia Greco che abbiamo intervistato.

Di cosa parla Se (D)io vuole? 

Parla di come siamo o come non dovremmo essere. È una lente di ingrandimento su di noi, è un atto di fede nell’uomo. Tre sorelle vogliono andare via, il loro desiderio viaggia attraverso il gioco e il sogno. Cosa le trattenga in una vita che le annoia, non è chiaro. Covano dentro le loro anime sofferenze e rancori una contro l’altra, ma tutto appare immobile e l’incapacità di cambiamento regna sovrana. Nei loro sogni ognuna di loro abbraccia vite meravigliose, paesaggi mai visti e uomini che hanno il coraggio di amare; i loro sogni sono così forti da portarle a correre da un desiderio all’altro senza sosta, senza senso, un affaccendarsi, ma per andare dove? 

Perché hai scelto di riscrivere questo testo?  

Abbiamo scelto le Tre sorelle di A. Cechov come punto di partenza, abbiamo scelto la tradizione come bacino universale dei nostri pensieri e desideri, ci siamo immerse e siamo riemerse con altre tre donne, figlie delle loro madri cechoviane. Il desiderio di fuga di queste tre donne ci appartiene; ci appartiene la paralisi dovuta alla paura di andarsene, alla mancanza di sufficiente coraggio, alla noia. Questo testo parla anche dell’enorme forza di volontà, della voglia che può spingere a fare molte cose senza senso, o che può spingere a dare la colpa all’altro, al destino o chissà a cosa. Per parlare di noi, chi può essere riferimento migliore di Cechov?

Parlaci della compagnia.

Un gruppo di tre ragazze neodiplomate, e un diplomato da 3 anni. Il desiderio di lavorare insieme è nato dalla necessità di non lasciarsi paralizzare dalla “situazione teatrale italiana”, affinché il luogo comune rimanga luogo comune e non schiacci il desiderio e la spinta a immaginare, a studiare, e semplicemente a provare a fare qualcosa che nasca da un’urgenza spontanea. 

Tre ragazze appena diplomate e “le sorelle” di Cechov, ci sono temi comuni: speranza e sogno. Vi è tornato utile?  

La voglia di metterci in gioco è nata da un’esigenza chiara: poter dire che, nonostante le difficoltà, i desideri si possono realizzare, se si sta insieme, uniti, e si lavora per essi. È una visione giovanilistica, che difendiamo strenuamente, ci dà la forza di affrontare il mondo del lavoro nel quale ci siamo appena immersi. I piedi per terra li abbiamo, non c’è bisogno di agganciarci ancora di più, fino a sprofondare, come se fossimo dentro le sabbie mobili, è necessario piuttosto continuare ad impegnarsi per il proprio futuro, l’impegno è lavoro, cercare il lavoro è già un lavoro. Le tre sorelle gettano la spugna, rimangono attaccate alla speranza, noi no.

Il tema che hai trattato è attuale, fuggire dalla vita di provincia è metafora dell’uomo che scappa dal soffocante Pregiudizio. È un messaggio che volete portare?

Altra spinta per riscrivere questo testo è nata dalla comune e frequentissima urgenza di andar via. Si va via dal proprio paese, per cercare condizioni migliori di lavoro, di vita. È una fuga non solo dal Pregiudizio, ma da tutto. Tutto sembra troppo piccolo per le proprie aspirazioni, o forse siamo piccoli noi per contenere tutti i sogni che abbiamo. Le tre sorelle credono che Mosca sia l’unico luogo per poter vivere, non è chiaro da cosa vogliono scappare. E non è chiaro, oggi, da cosa si vuole scappare ogni volta che si pronuncia la frase “voglio andare via”. Il Pregiudizio e tutte le altre forme di oppressione sono da scardinare, prima di tutto, dentro di noi, forse solo così qualsiasi luogo può essere vivibile. 

Cechov : Se (D)io vuole di Maria Silvia Greco

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