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Eroica Fenice

Domenico Carrara

Domenico Carrara, lo scrittore della pioggia

Domenico Carrara è nato nel 1987 ad Atripalda (Av), ha pubblicato la raccolta di poesie A riprendere le stelle (Il Filo, 2009), una di racconti Binario 8 (Photocity edizioni, 2012) e il romanzo C’è chi si lamenta della pioggia (Homo Scrivens, 2015). Ha partecipato alla realizzazione di diverse antologie e curato vari progetti, fra cui il blog Le altre vite, una raccolta di interviste che aveva come filo conduttore la percezione del nostro tempo. Noi di Eroica Fenice gli abbiamo posto alcune domande.

Quando cominci a scrivere e perché?

Mi sono avvicinato alla scrittura abbastanza presto, intorno ai sedici anni. Buttavo giù parodie di canzoni per gioco, con degli amici: era prima di tutto un divertimento. Qualche tempo dopo m’invitarono a far parte di un gruppo punk-rock e così ho provato a elaborare testi ex novo, a limare delle idee che avevo appuntato senza uno scopo preciso. Man mano ho scoperto di riuscire ad esternare in quel modo anche riflessioni personali, pensieri che altrimenti sarebbero rimasti inespressi.

C’è una produzione molto variegata: poesia, prosa, testi di canzoni, interviste… sei un autore poliedrico; in quale identità ti senti più a tuo agio?

Attraverso la poesia e la canzone ho imparato ad apprezzare la bellezza della parola scritta, la sua musicalità, la costruzione tramite assonanze e richiami interni di strutture – che ci sono sempre, anche quando parliamo di verso libero. Questo è un aspetto che mi piace riscontrare da lettore e trasporre, con le dovute differenze, nella prosa. Trovo che il ritmo sia molto importante, che si possa render leggero qualunque contenuto con uno stile adatto; in questo senso sto cercando la mia voce e spero, pian piano, di arrivarci. Le interviste hanno fatto parte dello stesso processo, sono state un’occasione di confronto con persone molto diverse per convinzioni, dubbi, età, esperienze.  Alla base dei differenti lavori, tutto sommato, c’è sempre stato un forte bisogno di stabilire forme concrete di contatto e di connettere generi, ambiti distanti. Un po’ ho sperimentato e vorrei sperimentare ancora, senza specializzarmi in un genere preciso.

Dov’è “casa”? Cos’è per te Napoli e cos’è l’Irpinia?

Penso che casa, malgrado ci possa far sentire stretti, rimanga il posto da cui inizia il nostro viaggio: trovo inutile vergognarsi oppure inorgoglirsi, indipendentemente dalla scelta di restare o meno in un determinato luogo. L’Irpinia per me rappresenta questo, molte volte mi sono sentito inadatto a viverci eppure non ci sputerei mai sopra. Invece a Napoli ho trascorso gli anni più intensi, ho conosciuto persone che m’hanno insegnato tantissimo, prospettive totalmente diverse da quelle incontrate sino a quel momento. Non so dove andrò in futuro ma penso ci siano degli scorci, degli angoli precisi ai quali allacciamo dei ricordi e i migliori che ho, finora, si trovano lì.

Cosa pensi dell’editoria oggi?

Credo rispecchi perlopiù l’abitudine al consumo rapido. Premesso che per me la cultura non consiste soltanto in un’accumulazione di nozioni ma nell’avere un atteggiamento curioso, nello stare fra le cose e le persone, invece spesso vedo una ricerca di riscontro a tutti i costi che porta a dimenticare il motivo per cui si fa o dice qualcosa. Ci sono pochi libri, fra quelli dei grandi editori, che esulano da questa logica – prendiamo le opere di Antonio Moresco, che fanno molto discutere ma  di certo rappresentano una sfida. Per quanto riguarda il mondo della piccola e media editoria il discorso cambia, c’è sicuramente più sperimentazione. Ma non è semplice distinguere cosa valga la pena e cosa no, soprattutto perché la maggior parte dei libri che escono in Italia sono pubblicati dietro pagamento. Ho anche un’esperienza diretta in tal senso, dato che il mio primo testo è stato edito dal gruppo Albatros con un contratto che prevedeva l’acquisto obbligatorio di 180 copie. A chi inizia oggi lo sconsiglierei, soprattutto per una questione di etica: tutti, avendo un po’ di soldi da parte, potrebbero farlo. Essere scelti da chi ha letto di più e lavora nel settore è ben diverso dal proclamarsi artisti. Homo Scrivens è una bella realtà, anche sul piano umano. Si tratta di persone che hanno messo su da anni una compagnia di scrittura e comprendono le esigenze di chi condivide questo interesse. Sempre con loro, a novembre, uscirà un’antologia di racconti ispirati alla mia domanda sul presente e curata da Armida Parisi, responsabile della pagina culturale de Il Roma. È una realtà che sta crescendo, e sono davvero contento d’averla conosciuta.

“C’è chi si lamenta della pioggia” di Domenico Carrara

E infine la pioggia: il tuo ultimo lavoro è tutto incentrato su questa immagine centellinata e cadente… ora confessati coi tuoi lettori e narra per immagini, a pioggia, questo tuo Libro.

La pioggia di cui parlo è una narrazione frammentata che procede per frasi brevi, quasi singhiozzi. È quello che ci circonda e del quale facciamo parte: il mondo liquido, la società dello spettacolo. Il testo è un racconto in prima persona che va dal periodo del referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento fino all’estate 2013, quando è scoppiato lo scandalo Datagate. C’è sin dall’inizio una contrapposizione fra l’attenzione verso ciò che abbiamo davvero intorno e l’invasione di temi, argomenti o eventi distanti. Non penso sia cambiata la nostra natura ma certamente, con l’aumento dei mezzi e delle possibilità di comunicazione, alcuni aspetti del modo in cui ci relazioniamo all’esterno si stanno modificando. Condividiamo, senza badare troppo a chi si trovi dall’altra parte d’uno schermo, dettagli della nostra vita privata che fino a qualche anno fa avremmo riservato a pochi intimi. Intanto una notizia sostituisce la precedente nel dibattito pubblico, contribuendo a creare un “opinionificio”, una simulazione di confronto. Intavolare un discorso approfondito, sembra sempre più difficile. Ma ho un grande rispetto delle storie, della memoria. Poi credo che i libri, come gli occhi o la voce di una persona, richiedano tempo, e che se qualcosa non ci piace sia meglio mettersi in gioco piuttosto che lamentarsi. Ecco perché ho deciso d’inserire nei sedici capitoli alcuni stralci delle sessantaquattro testimonianze raccolte nel corso del progetto Le altre vite, quattro in ognuno. Vorrei che quelle voci, quelle impressioni legate a un momento o ad un periodo, passassero ai lettori – come pure alcune immagini che avevo bisogno di fermare. Tutto ruota intorno al concetto d’evaporazione, che è resa e sospensione, caduta oppure salita, scomparsa o possibilità di ritorno. Sta a noi scegliere al meglio, per quello che possiamo.

La Redazione di Eroica Fenice ringrazia il giovane scrittore Domenico Carrara e gli augura il meglio.