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Eroica Fenice

Giuseppe Righini

Giuseppe Righini: l’evasione di Houdini

Il 14 aprile è uscito Houdini, terzo album solista per il cantautore riminese Giuseppe Righini. Conosciamo meglio il suo ultimo lavoro e qualche notizia sui retroscena emotivi e artistici di Giuseppe Righini.

Il tuo primo disco è uscito nel 2008 e ora sei al tuo terzo lavoro. Puoi riassumerci il percorso artistico che Giuseppe Righini ha seguito in questi anni?
Houdini, il mio terzo album inedito solista, è probabilmente il lavoro che più di altri rappresenta il sunto di tutte le influenze assorbite e sviluppate nel mio percorso musicale iniziato diversi anni fa. La cold wave tout court degli esordi anglofili con la mia band The Hype. Il cantautorato di matrice narrativa e teatrale per pianoforti e contrabbassi di ‘Spettri Sospetti’. L’elettronica riflessiva, ibrida e da rigattiere, vagamente psichedelica di ‘In Apnea’. Il doppio album di remixes dei miei primi due dischi per mano di generosi e talentuosi colleghi intitolato ‘Enciclopedia Completa di Uno Sconosciuto’. L’approdo, in fine, al nuovo, apolide e caldo ‘Houdini’, che più di altri miei dischi sintetizza l’incontro di una produzione marcatamente electro col lirismo e i nervi di un cantato non necessariamente solo morbido e riflessivo. Nel mezzo, in tutti questi anni, fertili collaborazioni e confronti con meravigliosi amici e colleghi in ambito musicale, teatrale e visivo.

I tuoi testi parlano di amnesie, ombre che scompaiono, attimi vissuti all’infinito, momenti inafferrabili o attraversati e mai più tornati. Il riferimento a Fellini e Wenders non è casuale, oltre il filo diretto fra Berlino e l’Italia, c’è molta visionarietà nelle tue canzoni. Quanto peso ha il cinema nella storia artistica del cantautore Giuseppe Righini?
Il cinema ha un peso enorme nella mia vita in generale. Spesso nelle interviste mi ritrovo a dire che ho probabilmente visto più films che ascoltato dischi. E di albums, credimi, ne ascolto e compro religiosamente tantissimi, da sempre. Ma la settima arte, come avremmo detto in altre epoche, è probabilmente la mia musa favorita in assoluto. Detto questo, certamente anche ‘Houdini’ – come tutti gli altri miei lavori – di quelle influenze ne riporta tracce, suggerimenti e suggestioni. Ma non c’è nulla di troppo calcolato e pianificato, credimi. Accade. E io ne sono certamente complice, sodale e collaborazionista, ma non necessariamente principale artefice. Berlino, nella mia vita recente, conta tanto per me, certamente. Soprattutto letta in simbiosi con Rimini, la mia città natale. ‘Houdini’ nasce dal loro amore.

Tic toc bar, un viaggio nel tempo che si ripiega su se stesso. L’arte che celebra l’inutile, ma come qualcosa di cui non si può fare a meno, che dà dipendenza. Vuoi spiegarci cosa significa questo per Giuseppe Righini?
La chiave di volta per l’interpretazione di questo episodio sono i concetti di dipendenza, tempo e  prigionia. La cella può essere anche una bella stanza, nel tempo mutata e diventata tempio fitto di ninnoli, ricordi e memorie. E sbarre. Sicuramente, mentre scrivevo, ho pensato alla sequenza di un film. Magari anche di maniera. In questo un certo tipo di cinema noir, un certo tipo di iconografia in bianco e nero pionieristica, dagherrotipica e/o al magnesio ha da insegnare e sedurre tanto e ancora, secondo me. Mi sono immaginato gli sguardi di quei celebri ritratti come moniti e santini laici che ci guardano e giudicano dall’alto, appesi dietro al bancone. Mi sono specchiato poi nel Messico con i suoi teschi e scheletri e negli altarini, le lapidi, i cuori, i fiori e le nicchie d’Europa sulle vernici scrostate e vivide di una bettola. Culto della sconfitta, mentre la clessidra scorre. Anche le elisioni di alcuni passaggi del testo si rifanno, volutamente, a un certo tipo di linguaggio âgée. C’è molta quarta parete in questo brano. Evidentemente. Intenzionalmente.

Siamo arrivati a Houdini, la traccia che dà titolo all’album. Preferire un’isola o una stanza senza soglie ad una realtà fatta di scambi continui, rapporti e confronti fa pensare piuttosto a un anti-Houdini, che preferisce che sia la realtà a restare chiusa fuori. Giuseppe Righini cosa intende per realtà? Che cosa fa di questa canzone la rappresentante dell’intero album?
L’evasione può assumere anche una direzione implosiva, che decide di allontanare il ‘mondo reale’- qualunque cosa e luogo si intenda per mondo reale – lasciandolo fuori piuttosto che fuggendolo altrove. Penso valga nella stessa identica maniera, ma con polarità opposta. Una delle mie canzoni credo più riuscite, ‘Bianca’, già nel primo album parlava di una stanza percepita come cosmo, continente, isola. E uno dei pezzi scritti per ‘Houdini’, poi escluso dalla selezione finale, si chiama ‘Hikikomori’. Lo dico per sottolineare il fatto che l’argomento astrazione/ evasione/ nido/ porto sicuro e sepolto mi interessa da tempo. E non credo che la mia esplorazione a riguardo termini in questo album. Nel brano che dà il titolo al disco – così come, ad esempio, anche in ‘Amsterdam’ – nomi e riferimenti sono più proiezioni simboliche che citazionismo vero e proprio.  La figura di Houdini mi sembrava comunque perfetta per travestire nuovamente questo concetto, che in questo album si maschera di vecchia Europa, Oceano, Apocalisse. Tutti i versi della canzone sono proiezioni del concetto di astrazione, in mille scatti e scenari diversi. In fondo, come ribadisco nel testo, la realtà cosa ne sa delle malìe nei nostri cuori? E poi le assonanze numeriche e fonetiche tra le parole sono da sempre dettagli di cui io tengo grandissimo conto. Nel caso del binomio Houdini / Giuseppe Righini mi parevano magneti infallibili, invincibili, irresistibili. Anche ‘Spettri Sospetti’,  titolo  del primo lp, aveva lo stesso numero di lettere del mio nome.

In conclusione, dove vanno Giuseppe Righini e la sua musica?
Oggi, credo che il testo di ‘Lungo la strada’ indichi il sentiero su cui mi sono incamminato. Almeno fino alla prossima curva. Poi, una volta giunti, capiremo per dove ripartire.

Giuseppe Righini: l’evasione di Houdini

 

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