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Eroica Fenice

Una chiacchierata con “La Maschera”

Negli ultimi anni in queste terre del sud e in questa città qualcosa forse sta cambiando.  E non perché le istituzioni abbiano fatto miracoli, non perché ci siano piombati dal cielo il lavoro e il buon senso, ma perché sempre più alto è il numero di giovani che, invece di emigrare per cercare un futuro altrove, decide di restare qui per andare avanti con coraggio e creatività.  Nel mondo artistico tra di essi ci sono anche i giovanissimi componenti de “La Maschera”, gruppo che, formatosi da appena un anno, si sta facendo conoscere attraverso numerose esibizioni live in tutto il territorio campano.

La band, guidata dal cantautore Roberto Colella, racconta storie intrise di terra nostrana, ma assolutamente lontane dai soliti clichè legati a Napoli, fondendo blues e folk con la musica classica partenopea. Stanno incidendo il loro primo disco, eppure hanno già molti concerti alle spalle che li hanno portati anche ad esibirsi sul palco di Marina di Camerota per l’ultima edizione del Meeting del Mare. I testi delle loro canzoni meritano particolare attenzione: in un mondo musicale molto spesso rappresentato da voci un po’ omologate e piatte, Roberto si distingue perché riesce a dare il giusto peso alle parole che pronuncia attraverso una calda interpretazione e una certa teatralità. Canzoni apparentemente spensierate svelano parole cariche di significato, personaggi normalmente steriotipati si mettono a nudo in tutta la loro umanità. Ed è forse proprio il voler svelare quello che c’è sotto le cose apparenti il significato del nome del gruppo.

Ho incontrato Roberto e Vincenzo in un bar del centro storico e abbiamo fatto due chiacchiere, intervallate da piccoli aneddoti. Ringrazio entrambi per la disponibilità e per la spontaneità.

Il nome della vostra band si ricollega alla tradizione napoletana, ma il vostro progetto musicale vuole andare oltre la “maschera”. Mi spiegate che cosa significa per voi questo nome?

R. Tutto nasce dal problema di scegliere un nome riconoscibile, semplice e d’ impatto. Non volevo scegliere un nome in inglese e ho pensato ad un nome che potesse rappresentare quello che volevamo esprimere musicalmente, quindi qualcosa legato alla tradizione della teatro-canzone: noi raccontiamo storie e “La Maschera” mi sembrava il nome più adatto in riferimento anche alla teatralità. C’è sicuramente un riferimento alla maschera di Pulcinella a cui siamo legati, anche tristemente perché è difficile scrollarci di dosso quest’immagine. Noi ci proviamo e vorremmo distruggere l’idea della maschera classica per creare un’immagine classico-moderna. Il termine è sicuramente ambiguo- pensiamo al concetto pirandelliano- ma si tratta di un concetto simbolico che ci identifica e ci unisce, ma non ci sentiamo assolutamente delle maschere

Il video di “Pullecenella ha avuto un grande successo su youtube. La canzone, apparentemente orecchiabile e “leggera”, racconta di questo personaggio che si fa portavoce della filosofia tipicamente napoletana dell’adda passà a nuttata. C’è una critica alla caratteristica tutta napoletana di lasciarsi scivolare un po’ le cose addosso? 

R. Pullecenella è tutta una critica. L’idea era di creare un motivetto pop e semplice che portasse le persone a pensare di cantare una canzone allegra quando in realtà si tratta di una storia di na’ pucondria esagerata. Pulcinella infatti va girando e distrugge completamente la collettività pensando all’individuo. Da questa riflessione è partita la canzone: anche se le cose vanno male a Pulcinella non interessa, dice “è cos e niente,  io me ne vac p’ a strada mia, ti port int ‘o vicol  e ll’alleria”, in un vicolo immaginario che è un non-luogo in cui tutti sono felici…e ignoranti! Si crea quindi questo contrasto tra la sua felicità e la tristezza che gli sta intorno che annulla l’azione collettiva per da sfogo all’individuo. Il video ha avuto un impatto molto forte che nessuno si aspettava dato che è stato girato in maniera improvvisata  e ci è stato  praticamente donato da  Enzo Caiazzo,  un benefattore che  per passione ci ha fatto il video. 

Avete scritto una canzone sulla terra dei fuochi, “Gent ‘e nisciuno, in collaborazione con Delirio Creativo. Quanto contano per voi questi temi?

R. Io vivo a Villaricca, uno dei paesi della cosiddetta “Terra dei fuochi”.  Ma a prescindere dal fenomeno della terra dei fuochi che è emerso solo l’anno scorso anche in un contesto mediatico, per me è fondamentale la Terra, cioè il modo in cui la terra e il sud sono martoriati. Incontrai Raffaele Bruno in questo bar, pensavamo ai drammi che stavamo vivendo entrambi che ci avevano sconvolto. Io la sera scrissi il ritornello, lui scrisse delle strofe e da lì decidemmo di fare questo pezzo che non è un singolo ma una sorta di sfogo per me.

Nella vostra musica si nota sicuramente l’influenza della tradizione della musica partenopea e del blues. Sembra però  che abbiate ascoltato anche il cantautorato italiano.Quali sono i vostri ascolti?

R. Io sono partito da ascolti diversi dalla musica popolare come Queen, Aerosmith, Led Zeppelin che danno una base armonica molto importante. I miei ascolti poi sono cambiati. Ascolto molto anche quelli che per me sono dei classici-moderni come Francesco Di Bella che è uno dei buoni cantautori che abbiamo a Napoli. Tra i cantautori in Italia mi piace molto Daniele Silvestri che a livello metrico è al di sopra di qualunque rapper italiano e a livello melodico e strumentale è un fenomeno perché suona tutti gli strumenti. Ascolto poi De Gregori e De Andrè, cantautori di bravura indiscussa. Musicalmente non amo Guccini che però è un paroliere eccezionale.

Nella canzone “La confessione” racconti con estrema delicatezza la storia di un prete che, dopo aver assolto personaggi diversi dai loro peccati, alla fine si mostra peccatore come tutti gli altri, mettendo a nudo tutta la sua umanità.

 R. Quello che volevo fare con questa canzone era creare una storia dall’inizio per sapere come andava a finire. C’è infatti un risvolto che sta solo nelle ultime strofe a cui ho pensato molto: la storia era delicata e bisognava stare attenti a come farla finire. Ho pensato di mettere in questa figura del prete dell’amore perché l’amore si perdona sempre anche per un prete. Nell’ultima parte della canzone si parla infatti del primo amore dell’uomo. Mi venne in mente di scrivere alla fine un verso spezzato, non concluso per lasciare spazio all’immaginazione.

Mi interessa capire che rapporto avete con Napoli. In un contesto in cui  molti emigrano, è stato un caso rimanere qui o una scelta? Pensate che ci sia futuro in questa città per voi e per altri giovani?

Per me è stata veramente una scelta rimanere. Quando uscì Pullecenella, quindi ad agosto dell’anno scorso, io avevo tutte le carte pronte per partire per Praga in erasmus. Mi sono quindi trovato a fare una scelta: ho deciso di lasciare perdere la partenza un mese prima e rimanere qui perché sono molto legato a questo posto. Partire per l’estero e magari rimanerci avrebbe significato infatti uccidere un progetto musicale appena nato. Non è stato facile perché ho dovuto, per esempio, restituire anche la borsa che avevo vinto e stracciare un tempo trascorso a firmare carte e cose burocratiche. Sono stato contento però di questa scelta anche se non sapevo a cosa avrebbe portato. Per fortuna  alla fine si è rivelata saggia.

Per quanto riguarda Napoli,  so che si sta muovendo qualcosa perché lo stiamo provando sulla nostra pelle. Non so per quale congiunzione astrale o per qualche strano fatto ci stanno chiamando molto per suonare!

State lavorando al vostro disco, quando esce?

Esce a fine settembre- inizio ottobre e si chiama  ‘O Vicol ‘e l’Alleria. Il disco è quasi finito, manca qualcosa come una collaborazione che poi si vedrà e non si può dire.

– Una chiacchierata con “La Maschera”-