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Eroica Fenice

Marilena Lucente, intervista alla scrittrice

Incontrarsi con Marilena Lucente è come assaporare tutti gli odori e i sapori della signorilità, della dolcezza, della letteratura. Sì, penso che tutto ciò che faccia parte della scrittura parta dall’incontro, dal tendere una mano piena di solidarietà. La mano di Marilena sa d’immaginazione senza trascurare la realtà e se questa sta troppo stretta, non ci pensa lei due volte a rifletterci su: sa farlo con la scrittura.

Trasformare in arte l’atto creativo della scrittura molto probabilmente è una scelta, oltre ad essere sinonimo di talento e di formazione. In virtù di quest’ultimo, quali potrebbero essere state le influenze culturali che l’hanno spinta ad abbracciare il mondo della scrittura?

 La scrittura mi accompagna da sempre e, anche se è una espressione logorata dall’uso ,anche io posso dire di essere stata scelta dalla scrittura. L’ho usata sin da bambina, come strumento per capire quello che mi circondava, che mi parlava e al tempo stesso chiedeva altre parole. Ho scritto il mio primo articolo a nove anni – era la cronaca di una marcia della pace! – e i giornali si stampavano con il ciclostile. Da allora non ho mai smesso. I racconti sono arrivati dopo. Dunque prima dei libri, la strada, il posto in cui vivevo, i posti in cui sarei voluta andare, le persone incontrate. I libri invece sono stati di volta in volta strumenti, per affinare l’arte dell’osservazione, per scrivere meglio, per sentire  di più. Ma più che influenze culturali, i libri sono stati e sono tuttora insostituibili e necessari compagni di vita.

Quanto, secondo lei, è importante la scuola? Sappiamo bene, inoltre,  che l’Italia investe pochissimo nella ricerca universitaria e nella formazione culturale, soprattutto a partire dalla scuola.

La scuola va considerata secondo me un bene di prima necessità. La trattiamo molto male, e non solo economicamente. Nessuno sembra rendersi conto della tremenda importanza che ha la scuola nella vita delle nazioni, nella crescita della democrazia, anche semplicemente nell’aumento della salute e del benessere (come dimostrano le gravi condizioni di vita nei paesi che non sono scolarizzati).Se fossimo consapevoli di quanto la scuola può dare e dà, avremmo lezioni più intense, momenti di apprendimento ricchi di entusiasmo, faremmo esperienze di crescita davvero straordinarie. Perché la conoscenza è sempre un miracolo, sin dall’inizio della storia dell’uomo. Invece facciamo lezioni tristi, consumate, riusciamo a mettere una patina di grigiore persino sui capolavori di Michelangelo. E davanti a noi abbiamo alunni annoiati, o al più preoccupati del voto, del rendimento. A volte arrabbiati perché sanno che dopo non ci sarà niente, che questi giorni di studio raramente serviranno a costruire il futuro che sognano. Una scuola grigia la nostra, troppo, nonostante le felici eccezioni. Una scuola che ha bisogno di sforzi che riguardano tutti.

“Napoli 1647- Rivoluzione d’Amore” è un testo teatrale che ha ricevuto nel 2012  il premio Antonio Landiero “Teatro per l’impegno civile”. Ancora oggi riscuote molto successo, andando in scena in diversi luoghi teatrali grazie alla compagnia Mutamenti del Civico14. Quanto  Bernardina Pisa, moglie di Masaniello, potrebbe avere rapporti sociali e psicologici con un presente caratterizzato da personaggi del genere?

È una donna passionale che ama un uomo capace di fare sogni più grandi di lui. Come sempre la grandezza può spaventare, può lasciare sgomenti. Ma mi è capitato di conoscere persone per le quali il mondo, questo mondo è troppo piccolo. Devo ammettere di provare grande ammirazione, ma so anche che non tutti, proprio come Masaniello, sono capaci di vivere con quella intensità, non tutti hanno la forza di dare forza, di mettere al mondo il mondo, dico io. Quindi Bernardina, moglie di questo uomo così complesso e difficile, a volte persino velleitario e contraddittorio, ama anche l’amore per la vita. Un amore che non tiene spiegazione, come dice lei. Un’espressione che era anche uno dei titoli che avevo pensato per questo lavoro. Somiglia a qualche personaggio del presente? Direi di sì. Fino a quando ci sarà l’amore, questa forza misteriosa e straordinaria che muove il mondo, ci saranno esseri umani che conosceranno la bellezza e il dolore sconfinato dell’amore.Quanto alla rivoluzione, forse è arrivata l’ora…

“Le giocatrici”, sua ultima pubblicazione, racconta di personaggi femminili che annegano nel gioco d’azzardo. Si può dedurre dal carattere significativo del libro che, molto spesso, personaggi del genere hanno già perso qualcosa prima di intraprendere una scelta così negativa: problemi di lavoro, disoccupazione, ecc. In sostanza, scelte di vita sarebbero influenzate senza volerlo da condizioni materiali, installate nelle vite di ognuno di noi?

Certo che sì. Il dialogo tra l’individuo e l’ambiente è continuo, costante. Gli eventi esterni non fanno che modificarci incessantemente. Possiamo rispondere, reagendo, accogliendo, accettando, fuggendo, siamo noi con la nostra storia che rispondiamo. Ma è evidente che quando siamo in una condizione di bisogno – economico, materiale, affettivo – la nostra libertà di scelta si assottiglia molto. Come poso decidere della mia vita se non ho un lavoro? Come posso  affrontare con dignità i miei giorni se non mi posso fidare di chi mi sta accanto? Come posso scegliere se giocare o no se come il canto delle sirene mi viene proposta di continuo una felicità a portata di mano? Viviamo in una società dove c’è il superfluo per tutti e il necessario pochi. Tutte hanno almeno due telefonini, pochissime una casa, un lavoro. E quando incominci a perdere è difficile smettere.

Che visione ha della figura dell’intellettuale? In passato, soprattutto dal dopo-guerra in poi, abbiamo conosciuto quadri intellettuali  “fuori dal coro”: erano significativi non tanto per i libri o per la carrellata d pubblicazioni, ma in rapporto ai loro pensieri articolati e non omologati. Oggi come si prospetta una situazione di questo tipo ?

Non saprei indicare oggi chi sono gli intellettuali, né mi interessa saperlo. Ci sono degli scrittori, dei filosofi, degli artisti, degli attori che segnano e incidono il loro tempo. Li leggo, trovo “giovamento” da certe letture e da certe esperienze. Ma per come è il sistema contemporaneo di case editrici giornali mass media, è difficile pensare che molti di coloro che si professano intellettuali sono solo prezzolati a servizio di questa o quella causa. Abbiamo troppi palcoscenici, i social network, i nostri piccoli circolini, dove per esibirsi bisogna essere non omologati, essere aggressivi, proporre la propria alterità a tutti i costi. Che diventa una ulteriore omologazione. Preferisco la vita vera, grazie.

Qual è la Caserta che vede e la città che vorrebbe ?

Vedo una Caserta in sofferenza, una città sempre sotto lo schiaffo del primo che passa, soprattutto di chi qua ci vive. Vedo indifferenza, parrucchieri e ristoranti sempre pieni, vedo gente accapigliarsi per un nonnulla, mi sento quasi soffocare dalla persistenza delle offese e del dileggio. Ma incontro anche quotidianamente persone piene di passione e interessi, talenti, speranze, voglia di condivisione. Vedo strade sporche, sottopassi che fatto paura, muri sporchi e degrado quasi in ogni strada. Ma conosco dei posti che sanno dare pace, dove mi piace rifugiarmi.  Vorrei solo una città più solidale con chi è solo, è povero, è perso. Non credo conti molto altro.

-Marilena Lucente, intervista alla scrittrice-