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Eroica Fenice

Nelle viscere del rap. Parla l’MC napoletano 0’3

Fino a qualche anno fa “beccare” un pezzo rap in radio era un evento alquanto raro e la realizzazione di questo “miracolo” dava un senso diverso alla giornata dei non pochi, ma riservati, amanti del genere.

Negli ultimi tempi, invece, radio, tv e web sono quasi del tutto inondati da questo sound che ha smussato gli angoli più spigolosi adattandosi, anche se non sempre, a ritmi più leggeri e, in certi casi, dobbiamo ammetterlo, più commerciali.

Come in ogni circostanza della vita, il compromesso è il prezzo da pagare per il successo. Un prezzo ancora lecito e sopportabile, nonostante le immancabili degenerazioni di impostori che diffondono un’immagine distorta e lontana anni luce da quella che, prima di essere “un’orecchiabile canzoncina”, è una profondissima cultura.

Lungo la strada dell’underground e dell’hip – hop puro continua a muovere con decisione i suo passi  O’3, all’anagrafe Danilo Alì Marraffino, giovane MC napoletano, originario del Cavone dell’Arenella (realtà territoriale che porta sempre con sé) impegnato da ormai molti anni nella scena napoletana con EP, progetti e collaborazioni.

 Da quanto tempo fai rap, come è nata questa passione?

Ho iniziato a scrivere a 12/13 anni, principalmente poesie dal momento che non avevo ancora una concezione di rap ben precisa. Ero affascinato dalla scrittura, anche per le cose studiate a scuola, dalla poesia contemporanea, da Dante. Poi, pian piano, verso i 15/16 anni, iniziai a guardarmi intorno. Stavo sempre per strada e, soprattutto negli anni ’90, iniziai a frequentare la zona di piazza Vanvitelli dove, allora, la scena hip – hop era molto attiva: c’erano breakers, b-boys, si faceva rap, freestyle. Io osservavo e, sebbene non ne capissi molto, ero affascinato. Nel contempo cercavo di documentarmi con videoclip, giornali, cassette audio prestatemi da ragazzi un po’ più grandi. Così iniziai a fare rap, non sapendo ancora bene cosa in realtà stessi facendo. Le prime cose incise risalgono al 99/2000, su uno shure sm58.

Da dove deriva il tuo nome?

Quando mi taggavo, come street name usavo DM3, D per il nome, M per il cognome e il 3 ha una storia un po’ più complessa. Il motivo principale è che prima che io nascessi mio padre lavorava per un’azienda di informatica  e molto spesso come password usava queste tre lettere “ERT”, che al contrario è TRE. Quando io nacqui mio padre lasciò il lavoro che svolgeva per passione per una maggiore stabilità, per mantenere la famiglia e vinse il concorso nella CTP. Anche in ricordo di questo gesto ho scelto il 3. DM è sparito perché le persone, per comodità, hanno iniziato a chiamarmi più semplicemente O’3.

Attualmente sei iscritto al conservatorio di Avellino Domenico Cimarosa, al corso di laurea in musica elettronica, tecnico del suono. In che misura i tuoi studi influenzano la tua passione?

Mi sto rapportando alla musica elettronica accademica, sto facendo corsi di composizione, solfeggio. Tutto ciò mi ha aiutato  a capire alcune problematiche tecniche, portandomi a migliorare  e ad avere una concezione più alta di musica in generale. Lì mi trovo a contatto anche con musicisti di musica classica  e ciò ha apportato miglioramenti a livello tecnico, lavorativo e umano.

Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri?

Purtroppo non è andato in porto un progetto quasi completo. Ho ripreso Annurà, un progetto iniziato qualche anno fa con uno dei miei amici di sempre, Andrea Kroniko, (ricordiamo che il primo EP dei due, Antiunderground, risale al giugno 2010); ho un piccolo EP quasi al termine con Matto Mc; ho poi un progetto con Francesco Toro, un producer beatmaker di Avellino, che consisterà in un disco di 8 tracce e si chiamerà Betamax, con influenze anche di musica elettronica, a metà tra hip – hop e trip hop. In più mi sto appoggiando ad uno studio, Cluster SoundStudio, dove lavoro e registro.

Cosa pensi della scena campana/napoletana?

Qui abbiamo tanta qualità che sempre c’è stata e sempre ci sarà. Rispetto al resto d’Italia, ogni giorno abbiamo un qualcosa  di reale da dire, ragion per cui viviamo il rap in maniera diversa dalle altre realtà. Senza togliere nulla alle altre Regioni, noi abbiamo quella marcia in più, dovuta sia alle tante problematiche del territorio, sia alla nostra mentalità e formazione. Ci sono MC forti al Sud quanto al Nord però in Campania noto sempre una certa attitudine naturale e una qualità che non ho visto nel resto della Penisola. 

E del successo che il rap sta a vendo su scala nazionale, con la sua conseguente commercializzazione?

Io credo che ormai la discografia in generale sia morta e che riesce a vivere solamente grazie ai reality show. Tutto si è spostato o nel digitale o nella TV, cosa che ha poi portato al grottesco  e a strutturare fenomeni che si definiscono hip – hop o rap ma che in realtà con lo spirito della cultura non hanno nulla a che fare. Senza contare che si usa lo strumento rap per musiche che sono in realtà pop, pop dance o che hanno altre finalità e natura. A me può far anche piacere che ci sia un’esplosione del fenomeno ma ciò che mi da fastidio è che la cosa non venga chiarita e che la gente non capisca che quello che sta facendo è rap ma non è hip – hop. Non c’è informazione  e cultura e riguardo.

Come diceva KRS-ONE c’è differenza tra rapper ed MC: il primo è uno che fa rap per esibirsi, per ricevere una gratificazione di natura economica o, in ogni caso, personale; l’MC fa rap per elevare se stesso e la propria gente.  Infatti il complimento più grande che possono farmi è chiamarmi MC.

 

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